La Ballata di Mila – Capitolo I

Chen strinse gli occhi. Due fessure sottili su cui gocciolava liquido rosso. Dai tagli profondi sulla fronte il sangue scendeva creando un velo che gli offuscava lo sguardo.

Una promessa di morte.

Le ferite gliele aveva inferte Zhang, il ragazzo che gli stava davanti.

Zhang lo guardava sorridendo. Teneva in mano un coltello Butterfly, la lama era rossa del sangue di Chen. Esplose in una risata isterica mentre si soffermava sui dettagli del piccolo negozio.

Annusò l’aroma delle spezie e spostò per un attimo gli occhi sulle confezioni colorate di cibo in scatola: i pacchi arancioni e viola di noodles Mie Gong Tan, quelli gialli e rossi del quick cooking, le scatole grigie di farina per le brioche al vapore Salapao, i pacchetti trasparenti dei vermicelli di riso Wai Wai, e quelli fatti con le patate dolci Yan Long.

Sorrise ancora una volta, soddisfatto. Come se tutti quei prodotti fossero roba sua. Si leccò il labbro superiore con la lingua. Una luce spietata lampeggiava nei suoi occhi.

«Ti sei fatto proprio un bel negozio, vero Chen?». «S-sì…». Zhang ricominciò a giocare con il doppio manico del Butterfly. La lama corta saettò nell’aria come una lingua affamata, dondolando rapida in una danza macabra e scintillante. Il ragazzo sembrava voler indugiare prima di cominciare a fare sul serio. Si prese tutto il tempo necessario, in modo che il terrore tagliasse le ossa all’uomo piccolo e magro che aveva davanti.

Sul banco in fòrmica dove Chen aveva sistemato il registratore di cassa e i contenitori delle caramelle dai colori sgargianti c’era un mazzo di gladioli rossi. I lunghi gambi dei fiori componevano una specie di fitta losanga verde. I petali, forti e carnosi, diffondevano un profumo intenso, una fragranza pungente.

«Li hai visti?» chiese Zhang, spostando il mento in avanti e indicando con un semplice gesto delle dita i gladioli.

«Sì…» mormorò Chen con un filo di voce. «Lo sai anche tu cosa significano, no?». «Spada…». «Già, spada di sangue, morte certa, maledetto ingrato! È inutile che speri di sfuggire alla mia ira e a quella del tuo signore Guo Xiaoping, la Testa di Dragone dei Pugnali Parlanti! Lo sanno anche Xin e Lao che devi morire».

Xin e Lao, capelli corti e occhiali da sole, gli avevano appena legato le mani dietro la schiena. I loro sguardi erano semi-nascosti da lenti fumé su cui i neon del negozio facevano rimbalzare spicchi di luce. Eppure Chen sentì che i loro occhi gli stavano scavando il viso.

Zhang inspirò forte dal naso. «E tutto perché sei in ritardo anche con il pagamento di questo mese» gli disse. «Vuoi tenere solo per te quello che stai accumulando grazie a mio zio? Sei diventato avido, Chen? Dobbiamo chiederti il permesso per avere quello che ci è dovuto, piccolo granchio di fiume?».

Chen aveva la bocca sigillata, la paura gli incollava le paro- le che avrebbe voluto dire. Abbassò lo sguardo. Lacrime silenziose si fecero largo nel sangue e andarono a segnargli le gote del viso magro, dagli zigomi alti e ossuti.

«Non credo di averti sentito» lo incalzò Zhang. «Guo non deve certo chiedere ciò che gli spetta…». «Ah, così va un po’ meglio» sbuffò Zhang. «Dopotutto non sei così stupido come vuoi farci credere!». Si avvicinò ai barat- toli colorati di funghi Shitake-Poku e alle lattine verdi di bambù tagliato a striscie Aroy-D. Passò il coltello nella mano sinistra e con la destra tirò giù i barattoli dagli scaffali.

Un fiume di latta si schiantò al suolo. Un rumore improvviso e fragoroso. Zhang prese a calci i barattoli mandandoli a rotolare lontano da lui.

Si girò di nuovo verso Chen.

«Vuoi tutto per te, vero? Maledetto! Ti sei dimenticato che mio zio vede quello che fai. Guo Xiaoping è il signore della montagna. E ha mandato me per rinfrescarti la memoria. Io sono la cura delle ferite infette. I Pugnali Parlanti sono come il corpo di un grande drago. E il corpo non può funzionare se ogni arto, ogni organo, ogni molecola non fanno esattamente ciò che per natura sono chiamati a fare. Chen, la tua natura è pagare quello che devi a Guo».

Così dicendo Zhang gli si avvicinò. Allargò la bocca in un sorriso delirante. Mulinò il coltello davanti al volto del vecchio, poi con un gesto veloce gliel’affondò nella pancia.

La lama penetrò a fondo per quattro volte. Entrava nella carne e ne fuoriusciva gocciolante, pronta a mordere di nuovo. Avendo le mani legate, Chen non poté nemmeno portarle al ventre. Con gli occhi sul punto di saltargli fuori dalle orbite per il dolore, vide fuoriuscire le sue viscere senza poter fare nulla. Le gambe cedettero lentamente. Xin e Lao lo accompagnarono con le braccia mentre si accasciava sul pavimento. Si accoccolò dolcemente per terra, in una pozza di sangue e viscere. «Puah! Che schifo…» sibilò Zhang. «Sembri un pesce sventrato! E tutto perché non hai voluto ascoltarci, stupido piccolo ingordo!». Poi alzò lo sguardo dal pavimento e piantò di nuovo gli occhi su Xin e Lao. «Pulite tutto, mi raccomando. Da domani questa merda di posto avrà un nuovo titolare». «Che ne facciamo del cadavere?» chiese Xin. «Ho visto che nel retro c’è un bagno. Fatelo a pezzi nella vasca e chiamate mio zio. Vi darà un indirizzo. Impacchettate il vecchio nelle borse di plastica, infilatele nel bagagliaio e guidate fino a quella casa. Entrate dal cancello automatico e scaricate tutto nel seminterrato. Infilate i pezzi nel forno della stanza in fondo al corridoio e bruciate ogni cosa. Ecco le chiavi. Io vado a vedere cosa sta combinando quell’incapace di Longhin. Ho garantito per lui e non posso permettermi che fallisca. Ne va del mio onore».

Mentre Xin e Lao trascinavano il cadavere di Chen verso la porta del bagno, Zhang estrasse dalla tasca un fazzoletto di seta rossa e lo passò delicatamente sulla lama del Butterfly. Fece un lavoro meticoloso. Con uno scatto del polso richiuse il coltello, se lo infilò nella tasca dei pantaloni del completo grigio fumo e uscì con passo elegante dal minimarket.



La Ballata di Mila

Una lotta sanguinaria tra una banda di criminali cinesi da una parte e una di malavitosi locali dall’altra, con a capo Rossano Pagnan. Tra questi, Mila Zago aka Red Dread, una predatrice nata, pronta a tutto e spietata come una belva.
Un’eroina con i dreadlocks rossi, gli occhi verdi, il seno “gonfio e sodo”.

Aspettavo questo esordio letterario da tempo.

Lo aspettavo con trepidazione, fiducia e soprattutto tanta curiosità, per certi versi simile a quella che provavo al liceo, quando una volta terminato il mio tema, ero curioso di leggere anche quello del mio compagno di banco. Con Matteo Strukul infatti è un po’ la stessa cosa, avendone convissuto in questi anni la grande passione e l’incredibile dedizione con le quali egli ha inseguito l’ispirazione e le suggestioni che hanno poi dato vita al meraviglioso e fatale personaggio protagonista del suo esordio.

E adesso che finalmente ci siamo, posso dire che l’attesa non è stata affatto vana e che nessuna delle mie aspettative è stata minimamente tradita.

Con questo suo primo romanzo infatti, Strukul si presenta al pubblico con la sicurezza del narratore navigato e decide di farlo giocandosi da subito una carta straordinaria: quella del coraggio. Già, proprio così, perché per scrivere un romanzo come “La ballata di Mila”, di coraggio ce ne vuole da vendere, non solo perché in Italia è cosa dura fare breccia proponendo soggetti di questo tipo e misurandosi con il pulp nudo e crudo, genere scelto dall’autore per raccontare questa storia pregna di azione, suspense, sangue e violenza, ma soprattutto perché egli decide di ambientarla in un territorio letterariamente “lontano” (finora) dall’immaginario collettivo degli appassionati di una certa letteratura di genere, storicamente e tradizionalmente legata ad ambienti a stelle e strisce o con gli occhi a mandorla.

Il Veneto d’oggi scelto come scenario di una lotta senza quartiere, dunque, dove tutte le attività e gli affari in cui sono coinvolti i personaggi della vicenda hanno a che fare con: riciclaggio di denaro sporco, traffico e sfruttamento di esseri umani, riduzione in schiavitù e molte altre nefandezze realistiche quanto un qualunque articolo di cronaca nera odierno.

E questa scelta “territorialista” di Strukul, oltre che testimoniare un grande amore per la sua terra d’origine, risulta essere perfettamente in linea con la filosofia del manifesto Sugarpulp, finendo per fare centro e ottenere due splendidi risultati: quello paradossale per cui si dimostra che attraverso il genere pulp si può raccontare il vero più che attraverso altri generi letterari, e quello di riuscire a far divertire e sorridere nonostante i drammatici temi di fondo trattati (affiancando, ad esempio le Triadi cinesi e le Tigri di Shaolin a personaggi che rievocano soprannomi nostrani, quali “Trippa” o “Poenta”, strappando il sorriso al lettore grazie al prezioso ingrediente dell’ironia.

Ma il punto non è questo.

Se infatti dovessimo soffermarci quasi esclusivamente sulla figura della protagonista, la pur incantevole e mozzafiato Mila Zago, e sul suo terribile passato (già abbandonata dalla mamma, assiste all’uccisione del padre poliziotto e poi viene stuprata dai suoi assassini), finiremmo per non riconoscere il vero valore di questo romanzo e i grandi meriti del suo autore.

Al di là infatti di quello che rappresenta Mila Zago come personaggio pulp e al di là pure della sua personalissima e appassionante storia di vendetta (ottima spettacolarizzazione delle sequenze, nitida descrizione dei luoghi, brillanti pagine di diario-confessione della protagonista), al di là di tutto ciò, se noi ci fermassimo qui, finiremmo colpevolmente per sottovalutare quella che, di fatto, è un’opera di grande denuncia sociale.

“La ballata di Mila” infatti è un romanzo che scava, osserva, analizza dettagliatamente e ci presenta una vera e propria mappa della criminalità cinese organizzata che nel corso degli ultimi anni si è radicata nel nordest. Questo, il grande valore aggiunto del romanzo in questione.

Mila Zago di per sè non è infatti poi così diversa da tante eroine già protagoniste del filone letterario e cinematografico della revenge novel tanto in voga da qualche tempo a questa parte: per certi versi una splendida miscela tra Geum-Ja di Park Chan-Wook, Ljudmila Horvat di Custerlina, Liesbeth Salander di Larsson e altre ancora, certo, con una carica erotica prorompente (portatrice di una femminilità molto fumettistica, in questo senso) e superiore a quella presente negli esempi citati. Ma la differenza vera sta proprio nel fatto che qui vengono sviscerate le reti, le connivenze e le attività di una realtà criminale che non si vede, ma che esiste e si muove ogni giorno attorno a noi.

E a tale proposito è chiara e netta in questa nuova collana diretta da Colomba Rossi, l’impronta di Massimo Carlotto, che su questo fronte non conosce rivali in Italia.

Ma tutto il libro è ben concepito.

Come non parlare infatti del linguaggio scorrevole, dei colpi di scena eccezionali, del ritmo incalzante e delle perfette tensioni narrative, tutte vive e ben calibrate dalla prima all’ultima riga?

Insomma, davvero un esordio esaltante e assolutamente promettente.

In bocca al lupo, Red Dread!

 



Bacchiglione Blues

La seconda volta è sempre la più difficile. Dopo “Savana Padana”, il numero due di Matteo Righetto era un banco di prova mica da ridere. Ma Matteo ci ha abituati a farla in barba a tutti, con un sorriso. E “Bacchiglione Blues” tiene perfettamente rispetto al suo predecessore. Eccome!

Il primo capitolo, affogato “fra i campi di soia, barbabietole, bruma e nient’altro” registra subito i toni e si apre con le splendide descrizioni di un territorio epico, selvaggio, sporco e pieno di umori.

Matteo lo pennella da par suo, con quel lirismo iconoclasta che è l’essenza stessa di Sugarpulp. Profondo conoscitore di una terra che ha percorso palmo a palmo e a cui sta dedicando con grande coerenza e classe tutto il proprio lavoro di autore, Righetto gioca con i colori, i chiaroscuri, i profumi dell’ambiente, appronta il palcoscenico con abilità consumata, esplora tutti gli anfratti possibili per rendere con i toni adulterati della commedia pulp tutto il fascino meticcio di quella Louisiana d’Italia che è la Bassa.

Fin qui l’ambiente. Dopo di che si parte con una storia di sequestri, sparatorie, tradimenti che si attorciglia nervosa in un saliscendi di sequenze e colpi di scena. Il rapimento della moglie di un grande industriale dello zucchero rappresenta la spina dorsale del romanzo ma, al tempo stesso, l’escamotage per collezionare gag, dialoghi irridenti e demenziali, sigle di cartoni animati, ultra-violenza, fino ad una caccia alla nutria bianca che sembra la versione in salsa pulp di “Sfida a White Buffalo” con Charles Bronson.

E poi, va sottolineato, c’è quel talento innato nel saper far ridere, che sembra far troppo spesso paura agli italiani, invece con “Bacchiglione Blues” si ride alla grande, merito di uno stile corsaro che non si preoccupa di piacere a tutti i costi ma va dritto per la sua strada con tutti gli eccessi e le punzecchiature del caso. Un merito non da poco. Perché come hanno dimostrato tanti autori che qui a Sugarpulp dettano legge si può fare grande narrativa anche con il sorriso, lo sberleffo, lo sguardo sarcastico e spietato.


Matteo Righetto non fa sconti al Veneto, pesta sull’acceleratore del grottesco e sgrana un caricatore di battute che pesca nell’immaginario più popolare e vero
, costruisce personaggi come Tito Pasquato e Gino Sambugaro che attingono da una parte ai lati più cinici e beceri dell’animo umano, dall’altro hanno quell’aria guascona e divertita che te li rende irrimediabilmente simpatici.

Rapido, veloce, con una copertina che è una citazione Sugarpulp allo stato puro, “Bacchiglione Blues” è un libro da divorare, un one shot da buttare giù tutto d’un fiato per assaporarne al meglio la botta.

Leggete questo libro: è la risposta italiana al crime pulp a stelle e strisce, puro poenta-western al 100%.




Bacchiglione Blues

«Consapevolezza Tamarra».

È probabilmente racchiusa in queste due semplici paroline la più efficace chiave di decodifica per un libro come Bacchiglione Blues (Edizioni Perdisa Pop), secondo parto della penna di Matteo Righetto dopo il pirotecnico – e assai discusso – Savana Padana (Edizioni Zona).

Strizzando infatti l’occhio alla poetica dell’eccesso cara a tanta letteratura di genere (soprattutto a stelle e strisce), lo scrittore padovano distribuisce anche stavolta le carte del proprio mazzo riuscendo a infiocchettare – con mano inevitabilmente più sicura rispetto all’esordio – una storia che ossequia i canoni del pulp più duro e puro e che ha dalla sua la deliberata volontà di divertire attraverso una rappresentazione urticante e «cafona» della più oscura provincia del nord-est: tra fischi di pallottole e inseguimenti al cardiopalma, ecco allora le distese di barbabietole e gli acquitrini del Veneto sostituirsi agli spazi sconfinati del Texas e della Lousiana, mentre ai rozzissimi rednecks dei grandi romanzi di matrice southern americana, Righetto antepone una pattuglia di fumettosi bifolchi padani assolutamente privi di morale quanto di avvedutezza, tre criminali da barzelletta che s’infilano – mossi, manco a dirlo, dalla più bieca avidità – in un gioco che si rivelerà ben presto troppo grande per loro.

Sequestrata infatti la giovane moglie di un industriale dello zucchero nella convinzione di ottenerne in cambio un pingue riscatto, dovranno vedersela con l’inaspettata risolutezza dell’uomo il quale, su invito del proprio consigliere cocainomane, assolderà una nuova e più spietata squadra di ceffi patentati per risolvere la faccenda secondo l’antica Legge del Taglione e riprendersi la moglie senza sganciare una lira.

In un crescendo forsennato di colpi di scena, il romanzo s’incammina così senza intoppi lungo un epilogo che – come da contratto in questi casi – porterà le ramificazioni della vicenda a risolversi in un massacro che ha il sapore della catarsi.

Pagando il dovuto dazio al nume tutelare «Big» Joe Lansdale (soprattutto nel ricorso all’invenzione di metafore colorite e scoppiettanti come ad esempio «la fame iniziava a stringere le viscere come un anaconda avvinghiato a un capretto»), Righetto si conferma quindi scrittore capace di mettere su carta la componente più sbracata e «tarantiniana» della odierna società italica e anzi, sarà qui opportuno segnalare ai soloni della critica che non di solo Tarantino vive il pulp contemporaneo, essendo il buon Quintino letteralmente cresciuto a pane e poliziotteschi nostrani, poiché quando si tratta di far cantare le pistole (Sergio Leone docet) noi mangiaspaghetti non siamo secondi a nessuno.

E proprio a uno dei capostipiti del filone, quel Milano Odia, la polizia non può sparare di Umberto Lenzi (1974), sembra – chissà quanto intenzionalmente – fare riferimento il Blues del Bacchiglione architettato da Matteo Righetto, dal quale si direbbe prelevata, in una sorta di affettuoso omaggio all’apripista, la massiccia dose di ultraviolenza e l’idea del rapimento di una ricca signora da parte di un gruppo di balordi sciroccati.

Che altro aggiungere? Per chi ancora si ostina a pensare che il Belpaese sia destinato a soccombere sotto le tonnellate di carta straccia dei vari Moccia/Muccino/MelissaPanarello, consiglio vivamente di affondare il naso nel lavoro di lenta ma divertita decostruzione del mito che sta compiendo una nuova genia di autori originali, cazzutissimi e motivati come Righetto (ma la squadraccia di Expendables della narrativa di genere italiana si allarga – grazie a Dio! – a macchia d’olio: impossibile qui non menzionare, per lo meno per la medesima area di appartenenza nordica, anche Alberto Custerlina, un altro «cafone consapevole» che attraverso i suoi turbo-noir ci mostra in prospettiva il Male che non vorremo vedere).

Correte in libreria, adesso.


 

Bacchiglione Blues: il primo capitolo in anteprima

Arrivati a quel punto non era più nemmeno una questione di soldi, quanto piuttosto di principio. Una specie di sen-so di giustizia, se volete, di rettitudine, se per lui rettitudine voleva dire qualcosa.

Il lavoro che gli era stato richiesto più di un anno prima, l’aveva fatto senza fiatare, l’aveva fatto subito e l’aveva fatto come Dio comanda. Nei minimi dettagli.

Eppure, e questa era la nota dolente, i soldi pattuiti non li aveva mai ricevuti, anzi, di quella cifra non aveva avuto neanche un centesimo, ragion per cui a un certo punto aveva deciso di andare a prenderseli di persona una volta per tutte, senza inutili convenevoli, false cortesie o stupide richieste formali.

Perciò quella sera prese la sua Fiat Bravo bianca taroccata di tutto punto con tanto di vetri oscurati, mascherine copri- fari, spoiler e alettone posteriore, e si diresse deciso a Gorgo, anzi, tra le campagne attorno a quella minuscola frazione, perché era proprio lì che viveva Tito Pasquato, il suo debitore, in quella bassa provincia padovana che tanto assomiglia alla Louisiana occidentale. Abitava esattamente in una cascina ristrutturata lontana anche dagli occhi di Dio, affogata tra i campi di barbabietole, soia, bruma e nient’altro, eccetto l’amara consapevolezza di essere collocati nel culo del mondo. Una cascina nascosta come una stella in pieno giorno.

La Bravo procedeva lenta nella notte, attraversando decine di chilometriche stradine sterrate uguali l’una all’altra come bianchi perimetri dei campi coltivati che si estendevano a destra e a sinistra. Ovunque. La strada la ricordava perfettamente e guidava guardando dritto davanti a sé, attraversando di tanto in tanto qualche banco di foschia spessa come il fondotinta sulla faccia di un vecchio clown, mentre decine di falene, moscerini e altri insetti notturni si spiaccicavano sul vetro del suo parabrezza rilasciando una poltiglia densa e appiccicosa.

I fari illuminavano a malapena le stradine di ciottoli, mentre dalle casse dell’autoradio risuonavano alcuni pezzi dei Balkan Blues, con una musica battente e ritmata che si alzava nel cielo assieme al polverone sollevato al passaggio dell’auto.

Quando finalmente intravide la sagoma della vecchia cascina di Tito Pasquato a qualche centinaio di metri di di- stanza, sorrise soddisfatto, pensando che di lì a poco avrebbe definitivamente risolto la questione e buonanotte a tutti.

Avrebbe parcheggiato l’auto davanti all’ingresso, avrebbe bussato alla porta, si sarebbe fatto dare con le buone o con le cattive quei fottuti soldi e infine se ne sarebbe tornato a casa col suo bel malloppo. Né più, né meno di ciò che gli spettava. Poco ma sicuro.

Non appena però fu in prossimità della casa notò che non c’era alcuna traccia del Ducato Maxi scalcagnato di Tito, solitamente posteggiato sull’aia. Pensò subito che quello fosse un brutto segno. Il segno che con tutta probabilità il farabut- to non era in casa.

Parcheggiò la Bravo davanti all’ingresso, aspettò che la polvere sollevata dalla sua auto svanisse inghiottita dalla prima foschia d’ottobre e dai campi di barbabietole, quindi si legò i capelli dietro la testa con un elastico, si tirò su le maniche sulle braccia nerborute e ancora abbronzate e, come ultimo ma più importante gesto, afferrò con fermezza il suo Fabarm Martial caricato a pallettoni da cinque millimetri di diametro.

Quarantacinque anni, uomo di grossa corporatura, fanatico di calcio bosniaco al punto da portare con orgoglio un tatuaggio di Safet Sušić sul bicipite destro, tirò un sospiro, bevve un sorso di rakija alla pera che teneva nascosta nel cruscotto, spense l’autoradio, scese dalla Bravo brandendo il fucile a pompa e si avvicinò all’entrata, camminando con passi lunghi e ben distesi sulla ghiaia. Non aveva l’aria da duro o cattivo. Sembrava piuttosto un placido distillato di entrambe le qualità e, soprattutto, dava l’impressione di conoscere qualcosa che nessuno era in grado di vedere.

Quando dopo pochi istanti fu davanti all’ingresso, portò uno sguardo rapido e fugace verso il tetto della cascina, sospirò nuovamente e infine bussò deciso alla porta. Tre colpi secchi. Nessuna risposta. Pensò che forse Tito non c’era. O che forse voleva fare il furbo come sempre. Bussò una seconda volta. Altri tre colpi secchi. Niente. Bussò una terza. Silenzio. Intanto dai campi intorno si levava il forte gracidare delle rane e il suono gutturale e convulso di qualche strana bestia probabilmente in estro. Una fitta nebbia iniziò a levarsi dai fossi rendendo il paesaggio spettrale. Pensò che quella storia lo aveva davvero stancato e che anziché trovarsi di fronte al palco di un bel concerto blues stava perdendo il suo tempo in quel posto di bifolchi per avere una cosa che gli spettava di diritto.

A un certo punto la porta di legno della cascina si aprì lentamente, cigolando come un fagiano agonizzante finito sotto le ruote di un motocarro. Si aprì piano piano e dietro di essa comparve, piccola, rugosa e smunta, la figura di una vecchietta occhialuta e ingobbita, una sorta di lumaca con tanto di guscio sulla schiena e le lenti degli occhiali spesse come il fondo di un Pokal dell’Ikea.

«Chi è?» chiese questa con una vocina flebile.
«Sono Zlatan. Zlatan Tuco», rispose il bosniaco per la verità poco sorpreso. «Sono qui per figlio. Puoi chiamare lui, per favore?» disse con il tono della voce grave e il suo forte accento slavo mentre nascondeva con cura la grossa arma dietro la schiena.

Zlatan si ricordava benissimo della vecchia e ricordava altrettanto bene sia il suo proverbiale rincoglionimento, sia la sua sostanziale cecità che le impediva di vedere perfino se era giorno o notte.

«Tito?» chiese lei.
«Già. Dobbiamo parlare di vecchio affare. Puoi chiamare lui fuori?».
La vecchia sospirò con aria rassegnata e poi disse: «Ah, Tito non c’è, è andato via». Zlatan guardò rapidamente a destra e a sinistra, poi nuovamente dove avrebbe dovuto essere parcheggiato il Ducato e infine sbirciò dentro casa, oltre la lumaca del Neozoico.
«Come sarebbe a dire “andato via”?» disse aprendo meglio la porta.
«Oggi pomeriggio. Ha preso il suo furgone ed è partito. Per qualche giorno. Così mi ha detto. Ma lei chi è?».
«Te l’ho detto: Zlatan Tuco». E così dicendo spalancò del tutto la porta.
«Beh, dove crede di andare? Gliel’ho detto: Tito non c’è». «Sai per caso dov’è?» insisté lo slavo continuando a guardare all’interno della casa per scrutare eventuali movi- menti sospetti.
«A me non dice mai niente, entra ed esce quando vuole e ringrazio Dio se è ancora vivo. Lei è un suo amico?».
«No, signora. Tempo fa ho fatto un lavoretto per lui e sono venuto per chiedere soldi che avanzo. Io e lei ci siamo già conosciuti, ma forse lei non ricorda».
«No, infatti. Cosa vuole, sono vecchia… come ha detto che si chiama?».
«Zlatan». «E che razza di nome è?». «È un nome straniero. Di ex Jugoslavia. Bosnia», disse spostando garbatamente la vecchina di lato ed entrando pre- potentemente all’interno della casa.
La vecchia allora si sistemò gli occhiali sul naso e dopo un attimo di silenzio mormorò:
«Oh, per carità! Ci mancavano anche gli stranieri, adesso. Mio marito si rivolterà nella tomba. Chissà cos’ha combina- to quel disgraziato… Senta, ma cosa ci fa dentro casa mia, che cosa vuole?».
«Te lo chiedo un’altra volta: sai dove posso trovarlo?» disse Zlatan voltandosi verso di lei e brandendo il fucile a pom- pa che la vecchietta non riusciva a vedere.
«Chi, Tito?». Zlatan perse la pazienza e sbraitò: «Sì, cazzo! Tito! Tito! Tuo figlio! Chi sennò?» e avanzando col fucile in mano pronto a colpire iniziò a perlustrare palmo a palmo tutte le stanze in una sorta di caccia all’uomo, come una volpe affamata intenta a stanare un coniglio. Continuando a parlare con la vecchia, cercò il suo uomo nelle camere, in bagno, al piano di sopra, sotto i letti, dentro gli armadi, poi di nuovo giù in cucina e nei ripostigli, dove trovò soltanto un gatto spelacchiato e spaventato.

«Dove ti sei nascosto?» urlò Zlatan correndo di qua e di là, «vieni fuori, brutto figlio di puttana!».
«Ehi, ma dove corre di qua e di là, adesso? Le ho detto che mio figlio non c’è. Ha provato piuttosto a chiamarlo al telefono?» disse la vecchia tenendosi invano le stanghette degli occhiali con entrambe le mani per cercare di capirci qualcosa di più.

«Sì, l’ho chiamato decine di volte. Quando vede che sono io non risponde perché non vuole pagarmi. Ma alla fine pagherà, questo è poco ma sicuro. Pagherà caro!» disse Zlatan, ritornando da lei senza la sua preda. «Perché a Bačka Topola, mio paese in Vojvodina, debitore paga debito. E se non paga, fa brutta fine. E Tito deve pagare, sennò Tito brutta fine. Molto brutta!».

Quindi uscì tutto trafelato, andò in macchina, prese una torcia elettrica che teneva nel cruscotto accanto alla rakija e, Fabarm nella mano destra e torcia in quella sinistra, iniziò a perlustrare guardingo e risoluto tutt’attorno alla casa, fin dentro il pollaio, la rimessa e la baracca degli attrezzi, mentre la vecchia, uscita anche lei, continuava a ripetergli: «Provi a telefonargli, provi a telefonargli, lo chiami».

Niente di niente. Di Tito nessuna traccia. Allora il bosniaco cessò la vana ricerca, si avvicinò lentamente alla vec- chia e con un tono filiale le disse:
«Se per caso lo vedi, digli che Zlatan Tuco ha finito di aspettare».

E senza aggiungere altro salì in auto, si sciolse i capelli, accese nuovamente il sound dei Balkan Blues e ripartì tra il buio e la foschia facendo sgommare sul ghiaino le ruote della sua Bravo tamarra.




Domenica Pomeriggio

Tracklist consigliata:

E’ risaputo che le puttane di colore non danno mai il culo: quando glielo si domanda, loro rispondono “froscio vaffanculo”, con la r arrotata da ex-colonia francese, la sc un po’ biascicata, e tutto il resto con la scontata inflessione gutturale; oppure, se sono allegre, urlano “inculati tua mama”, e poi scoppiano in una risata sguaiata.

Sono tradizionaliste: bocca figa 30 euro. E lo sapeva anche lui, mentre una domenica d’estate, poco prima di pranzo, girava tra le strade della zona industriale di Padova in cerca di qualcuno da scopare.

Era stato sposato, tanto tempo prima, e poi aveva divorziato in malo modo; aveva quindi provato ad instaurare una relazione con una donna rimasta vedova da poco, ma non aveva funzionato – lei continuava a entrare e a uscire da una depressione piena di alcol, chimica, grandi inconsolabili pianti.

Arrivarono a mettersi le mani addosso; si separarono a forza di sberle e abbracci, e lui rimase solo. Fino ad allora, i suoi rapporti sessuali erano stati strettamente legati alla sua vita sentimentale; e anche quando si erano fatti rari, o persino assenti, parlavano dell’amore che c’era, o non c’era più, tra due persone unite da mille altre cose.

Ora, la sua attività sessuale si era posizionata tra gli altri atti organici – mangiare, dormire, urinare, defecare, bere; ad essa si dedicava come fosse una prescrizione medica: due volte alla settimana, con il preservativo. Mercoledì era stato con una rumena anoressica, probabilmente fatta, che quasi era svenuta mentre lui la scopava; questa volta cercava una donna che potesse bilanciare quell’esperienza un po’ tetra.

Dietro al capannone di un’azienda di impianti frigoriferi c’era una moldava, o una russa – una dell’est: pelle trasparente, fronte grande, naso e occhi piccoli, mani grosse, una solidità contadina. Camminava su tacchi altissimi, come un trampoliere. Ne aveva vista un’altra davanti al rivenditore delle BMW: un po’ tarchiata, ma con i capelli lunghi, lisci, biondi. Non gli era chiaro come avvenissero le sue scelte: cercava la varietà, così come faceva con il cibo, ma la donna che tirava su in macchina finiva per coglierlo comunque impreparato.

Andò a fare benzina; accanto alla pompa c’era una ragazzina di colore, i capelli raccolti, un paio di fuseaux attillati, le scarpe dell’Adidas, un iPod attaccato alla felpa gialla. Chiese quanto voleva. Trenta euro bocca figa. Per il culo? Cento. Lo sorprese: possibile? Non aveva mai capito perché le donne di colore fossero tanto contrarie a praticare la sodomia: in Occidente, la penetrazione anale era una pratica ormai accettata, come una piccola, eccitante trasgressione. Aveva sodomizzato sua moglie, in viaggio di nozze, dalle parti di Capri; aveva sodomizzato la vedova depressa mentre era completamente ubriaca, e il figlio piccolo di lei dormiva nella camera accanto. Nessuna delle due si era opposta; in entrambi casi gli era sembrato un gesto di simpatica complicità tra due persone adulte.

Ma le puttane di colore non gli avevano mai dato il culo; qualche volta ci aveva provato, facendo scivolare con non chalance il suo pene dalla parte sbagliata, ma non c’era mai stato verso: sberle, pugni, urla. Ora, però, quella ragazza scura era disposta a farsi sodomizzare per cento euro. Forse, si disse, era mulatta.

Trattò. La portò a sessanta. Lei montò in macchina mugugnando. Sapeva di vaniglia e sudore. Con un un’unghia finta e spezzata gli indicò una stradina che si perdeva in mezzo ai campi, sotto gli argini del Brenta. Si fermarono in una piazzola abbandonata; sotto un cancello divelto un cane acciambellato dormiva immobile – o forse era morto, e stava aspettando di trasformarsi nella sabbia chiara che lo circondava. Lei reclinò il sedile, e si sfilò i fuseaux. Non aveva le mutande. Lui si abbassò i pantaloni e le fece cenno di avvicinarsi. Le spinse la testa su e giù, tenendola saldamente per la nuca, per due minuti. Quando fu pronto, si mise il preservativo, le chiese di mettersi a pancia in giù sul suo sedile, e quindi le si mise sopra.

La penetrazione fu più complicata del previsto. Lei, evidentemente, non aveva una grande esperienza. Secondo lui, era sbagliata l’inclinazione con la quale lei gli offriva il suo buco. La spostò un po’ più su, poi un po’ più giù. Pesava poco, a muoverla. Lei lo guardava di sghembo, il viso rivolto a destra, la guancia un po’ butterata, l’occhio vigile, un orecchio circondato di ciondoli dorati; con le mani, allontanava tra loro le natiche gonfie e scure, ed era goffa come una ragazzina.

Quando lui riuscì a penetrarla, lei lanciò un urlo di dolore. Lui non si fermò, ma spinse più forte. Lei cercò di farlo uscire; lui la bloccò con il peso del suo corpo. Spinse il braccio destro all’altezza delle sue scapole, mentre con l’altra mano le teneva ferma la testa, per i capelli. Più lei si dimenava, più lui spingeva. Lottarono silenziosamente nello stretto spazio dell’abitacolo della macchina, per un minuto; infine, lei si arrese: smise di muoversi, e iniziò a piangere, sommessamente, come un vitellino. Il viso schiacciato sul sedile soffocava i singhiozzi. Lui lasciò un po’ la presa, per farla respirare meglio; continuò ad andare su e giù, dentro di lei, fino a quando eiaculò, con un colpo di tosse. Si tolse da lei, e tornò al posto di guida.

Il preservativo era sporco di sangue. La ragazza, ancora a pancia in giù sul sedile reclinato, continuava a piangere; si toccava con le mani dietro, poi si guardava le dita insanguinate, e chiudeva gli occhi, in una smorfia che mescolava paura, orrore, e qualcosa che non si capiva. Lui prese i fazzolettini che teneva nel cruscotto, e glieli porse. Sembrava che buttasse fuori parecchio sangue. Lei fece una specie di palla di carta, e se la infilò tra le natiche. Poco dopo, con un gesto gli chiese altri fazzoletti; rimanendo distesa, aprì la portiera e buttò fuori quelli vecchi – un grumo di carta insanguinata.

Non smetteva di singhiozzare, e quei singhiozzi avevano una dignità che a lui parve antichissima. Lui si sfilò il preservativo, lo annodò, aprì il finestrino dal suo lato e lo lanciò lontano. Si vedeva l’aria tremolare per il caldo; il cane era ancora immobile; la terra era gialla, arsa, ricoperta dagli scheletri secchi di altri preservativi. Era così, l’Africa?

Il desiderio si era spento miseramente, come se non gli fosse mai appartenuto; erano rimasti i grilli che frinivano con una frenesia senza senso, l’odore caldo di feci che veniva da dentro la macchina, il pianto della ragazza. C’era qualcosa in quella natura morta che li circondava, nel dolore che aveva provocato, nel piacere che aveva raggiunto con la forza, e che poi era sparito, c’era qualcosa che pareva andare oltre quel momento, quel luogo, quei loro corpi l’uno vicino all’altro, per caso; ma gli sfuggiva il senso, come una parola che non viene in mente, un ricordo dai contorni sbiaditi, un’amarezza senza motivo. Era il barlume di una comprensione profonda e misteriosa, che subito si spense.

Non c’erano più fazzoletti; si pulì le mani sporche di sangue con il panno di daino che il sabato mattina usava per asciugare i vetri della macchina, all’autolavaggio. Lei si rimise seduta; si infilò i fuseaux tenendo gli occhi bassi. Lui mise in moto la macchina e partì, facendo attenzione alle buche; lei guardava fuori, con il viso appoggiato sul vetro, e piagnucolava come un bambino: singhiozzi profondi, moccio al naso. La lasciò dal benzinaio dove l’aveva presa. Le diede dieci euro in più, come per scusarsi.

Mentre lui rimetteva in moto il motore, lei piegò i soldi e li infilò in una tasca della felpa; mentre si allontanava, lei si asciugava le lacrime con i dorsi delle mani – lui la guardava nello specchietto retrovisore, e gli sembrava di aver fatto qualcosa di male a qualcuno che non lo meritava.

Ma era già ora di pranzo. Pensò che gli sarebbe piaciuto avere dei figli da andare a trovare, la domenica – ma non ne aveva mai avuti. Trovò un McDonald, e ci si buttò dentro, a mangiare panini e patatine; poi, con la pancia piena, si sedette su una panchina davanti alla tangenziale, a guardare i camion passare, come un cane che, sotto il sole di una domenica d’estate, aspetta di diventare sabbia.



Bea Vita! Crudo Nord Est

Si drappino i destrieri di verde, s’alzi l’egida fregiata dal sole padano, si risalga il corso del serpeggiante Eridano per onorare l’antico rito dello sposalizio delle acque, s’onori il sommo Trota, degno discendente di una stirpe guerriera e orgogliosa.

Perché tutto questo? Se avete letto la pagina culturale del Gazzettino di qualche tempo fa magari lo potete supporre. La virtù padana, il sempiterno valore del nordest, primo e unico motore d’Italia, è stato intaccato dalle fandonie razziste della fiction poliziesca che possiede il nome di (sic) “Distretto di Polizia”.

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Antonio Paolacci presenta Salto d’ottava

Breve estratto della presentazione di sabato scorso alla Libreria Lovat di Padova: Antonio Paolacci parla del suo Salto d’ottava alla Libreria Lovat di Padova insieme a Giacomo Brunoro.

Vi ricordiamo che la prossima presentazione alla Libreria Lovat di Padova è fissata per sabato 6 novembre: Thomas Tono presenterà “Il profumo di Emma”, il suo romanzo d’esordio, insieme a Giacomo Brunoro.



Il profumo di Emma

Il profumo di Emma è un calderone bollente da cui spuntano teste decapitate, un’innocente postina in fuga da se stessa, un maresciallo capo che vorrebbe scappare lontano, una vecchia strega lussuriosa, pazzi con teste di caprone che si divertono a decapitare le persone e un’isola malefica che non scorderete tanto facilmente.

Thomas Tono approda in libreria con un romanzo che mescola molti generi e che non è sicuramente facile inquadrare, ma che cattura il lettore fin dalle prime pagine.

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