Così si muore a God’s Pocket

Autore di un paio di capolavori assoluti quali “Un Affare di famiglia – (The Paperboy)” e “Il Cuore nero di Paris Trout”, è stato da poco pubblicato uno dei primi romanzi di Pete Dexter, “Così si muore a God’s Pocket”: un romanzo ambientato in uno dei quartieri più poveri e malfamati di Filadelfia, dove un giorno in un cantiere muore un giovane apprendista manovale, Leon Hubbard.

Leon era conosciutissimo nel quartiere, come tutti d’altronde, come era conosciuta la sua mania di utilizzare sempre il rasoio per qualsiasi cosa, dal tagliarsi le unghie al minacciare le persone. Si, perché Leon era una testa calda, come ben sapeva anche il compagno di sua madre, Mickey, un uomo che lavorando con le forniture di carne per i ristoranti ha inevitabilmente dei contatti con la mafia. Ma Leon, secondo i colleghi di lavoro e anche secondo la polizia, è morto per un incidente, quindi la mafia non c’entra nulla. Solo sua madre non si vuole rassegnare a una morte accidentale.

Pete Dexter, anche attraverso l’ausilio della figura del cronista old school Shellburn, ostile a tutto quel che sa di ‘new journalism’, arricchisce ancor più il romanzo riesumando, mostrandoli al lettore, i propri fantasmi personali, esorcizzandoli attraverso la parola scritta, come capita sempre nelle sue opere. Ovviamente God’s Pocket non è un quartiere come tutti gli altri, è un quartiere unico, una specie di comunità chiusa, dove tutti sono una grande famiglia, così lo descrive Dexter, avendo però la capacità di trasformare qualcosa di tipico, di unico in una metafora universale di ogni quartiere, città o paese in cui ogni lettore possa vivere, una capacità che appartiene solamente ai grandi romanzieri che hanno fatto la Storia della letteratura.

Per quanto riguarda la parte thriller o criminale del racconto, non aspettatevi qualcosa di classico come una linea o anche una sottotraccia unica da seguire, perché l’evento della morte del giovane non sarà altro che la deflagrazione che si diramerà in ogni direzione, facendo esplodere la struttura stessa del noir, perché di noir in questo romanzo c’è soltanto una cosa, ed è l’esistenza degli esseri umani e il loro animo!

 



Intervista a Duane Swierczynski

duaneswierczynskiAbbiamo recensito qualche settimana fa quella meraviglia di romanzo che è “Uccidere o essere uccisi”, (Newton Compton Editori), un libro che esaspera tutto quello che qui a Sugarpulp ci manda in visibilio: azione, dialogo, ritmo, intreccio.

Insomma leggendo il romanzo di Duane Swierczynski, la sensazione, come ad esempio per Victor Gischler, è quella di stare su un auto che corre al massimo e potrebbe schiantarsi da un momento all’altro. Non è stato facile mettersi sulle tracce e avere un’intervista con Duane, letteralmente sommerso dalle deadline di consegna (oltre che romanziere è un richiestissimo sceneggiatore per le storie dei comics Marvel) ma lui, americano di Philadelphia, è stato alla fine così gentile da concederci un’intervista a dir poco corposa.

Roba da leccarsi i baffi: date un occhio qui sotto brothers…

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Uccidere o essere uccisi

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Un action pulp velocissimo, crudele, gonfio di sangue pronto ad esplodere, con una trama che fa capire fin dall’inizio che Duane Swierczynski non scherza affatto e morde il freno per far girare le pagine al lettore. E ci riesce. Perché in “Uccidere o essere uccisi” – ancora una volta pubblicato da una Newton Compton che sta sfoderando alcune delle pubblicazioni più belle per gli amanti del genere pulp/noir degli ultimi cinque anni – c’è un capo d’azienda che convoca i dipendenti della ditta il sabato mattina, presso la sede di una società al trentaseiesimo piano di un grattacielo nella zona commerciale di Philadelphia, per annunciare loro che ha ricevuto istruzioni dall’alto di ammazzarli tutti: uno dopo l’altro.  Continue reading