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	<title>Sugarpulp.it &#187; pulp</title>
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	<description>SUGARPULP: il Nordest, la Bassa, la grande Pianura Padana non sono più - da oggi - un Paese per vecchi.</description>
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		<title>La Ballata di Mila &#8211; Capitolo I</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Sep 2011 12:20:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Matteo Strukul</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<table cellpadding='10'><tr><td valign='top' align='left'><p>Categories: <a href="http://sugarpulp.it/category/sugartales" title="View all posts in SugarTales" rel="category tag">SugarTales</a></p><p>Tags: <a href="http://sugarpulp.it/tag/m-strukul" rel="tag">M. Strukul</a>, <a href="http://sugarpulp.it/tag/mafia-cinese" rel="tag">mafia cinese</a>, <a href="http://sugarpulp.it/tag/padova" rel="tag">Padova</a>, <a href="http://sugarpulp.it/tag/pulp" rel="tag">pulp</a>, <a href="http://sugarpulp.it/tag/veneto" rel="tag">veneto</a></p>Mentre Xin e Lao trascinavano il cadavere di Chen verso la porta del bagno, Zhang estrasse dalla tasca un fazzoletto di seta rossa e lo passò delicatamente sulla lama del Butterfly. Fece un lavoro meticoloso. Con uno scatto del polso richiuse il coltello, se lo infilò nella tasca dei pantaloni del completo grigio fumo e uscì con passo elegante dal minimarket. <a href="http://sugarpulp.it/sugartales/la-ballata-di-mila-capitolo-i">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a><table width='100%'><tr><td align=right><p><b>(<a href='http://sugarpulp.it/sugartales/la-ballata-di-mila-capitolo-i' title='La Ballata di Mila - Capitolo I'>Read more...</a>)</b></p></td></tr></table></td></tr></table>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Chen strinse gli occhi. Due fessure sottili su cui gocciolava liquido rosso. Dai tagli profondi sulla fronte il sangue scendeva creando un velo che gli offuscava lo sguardo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Una promessa di morte.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Le ferite gliele aveva inferte Zhang, il ragazzo che gli stava davanti.</p>
<p style="text-align: justify;">Zhang lo guardava sorridendo. Teneva in mano un coltello Butterfly, la lama era rossa del sangue di Chen. Esplose in una risata isterica mentre si soffermava sui dettagli del piccolo negozio.</p>
<p style="text-align: justify;">Annusò l’aroma delle spezie e spostò per un attimo gli occhi sulle confezioni colorate di cibo in scatola: <strong>i pacchi arancioni e viola di noodles Mie Gong Tan, quelli gialli e rossi del quick cooking, le scatole grigie di farina per le brioche al vapore Salapao, i pacchetti trasparenti dei vermicelli di riso Wai Wai, e quelli fatti con le patate dolci Yan Long.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Sorrise ancora una volta, soddisfatto. Come se tutti quei prodotti fossero roba sua. Si leccò il labbro superiore con la lingua. Una luce spietata lampeggiava nei suoi occhi.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>«Ti sei fatto proprio un bel negozio, vero Chen?». «S-sì&#8230;»</em>. Zhang ricominciò a giocare con il doppio manico del Butterfly. La lama corta saettò nell’aria come una lingua affamata, dondolando rapida in una danza macabra e scintillante. Il ragazzo sembrava voler indugiare prima di cominciare a fare sul serio. Si prese tutto il tempo necessario, in modo che il terrore tagliasse le ossa all’uomo piccolo e magro che aveva davanti.</p>
<p style="text-align: justify;">Sul banco in fòrmica dove Chen aveva sistemato il registratore di cassa e i contenitori delle caramelle dai colori sgargianti c’era un mazzo di gladioli rossi. I lunghi gambi dei fiori componevano una specie di fitta losanga verde. I petali, forti e carnosi, diffondevano un profumo intenso, una fragranza pungente.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>«Li hai visti?»</em> chiese Zhang, spostando il mento in avanti e indicando con un semplice gesto delle dita i gladioli.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>«Sì&#8230;»</em> mormorò Chen con un filo di voce. <em>«Lo sai anche tu cosa significano, no?». «Spada&#8230;». «Già, spada di sangue, morte certa, maledetto ingrato! È</em> <em>inutile che speri di sfuggire alla mia ira e a quella del tuo signore Guo Xiaoping, la Testa di Dragone dei Pugnali Parlanti! Lo sanno anche Xin e Lao che devi morire».</em></p>
<p style="text-align: justify;">Xin e Lao, capelli corti e occhiali da sole, gli avevano appena legato le mani dietro la schiena. I loro sguardi erano semi-nascosti da lenti fumé su cui i neon del negozio facevano rimbalzare spicchi di luce. <strong>Eppure Chen sentì che i loro occhi gli stavano scavando il viso.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Zhang inspirò forte dal naso. <strong><em>«E tutto perché sei in ritardo anche con il pagamento di questo mese»</em></strong> gli disse. «<em>Vuoi tenere solo per te quello che stai accumulando grazie a mio zio? Sei diventato avido, Chen? Dobbiamo chiederti il permesso per avere quello che ci è dovuto, piccolo granchio di fiume?».</em></p>
<p style="text-align: justify;">Chen aveva la bocca sigillata, la paura gli incollava le paro- le che avrebbe voluto dire. Abbassò lo sguardo. Lacrime silenziose si fecero largo nel sangue e andarono a segnargli le gote del viso magro, dagli zigomi alti e ossuti.<br />
<em></em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>«Non credo di averti sentito»</em> lo incalzò Zhang. <em>«Guo non deve certo chiedere ciò che gli spetta&#8230;». «Ah, così va un po’ meglio»</em> sbuffò Zhang. <em>«Dopotutto non sei così stupido come vuoi farci credere!».</em> Si avvicinò ai barat- toli colorati di funghi Shitake-Poku e alle lattine verdi di bambù tagliato a striscie Aroy-D. Passò il coltello nella mano sinistra e con la destra tirò giù i barattoli dagli scaffali.</p>
<p style="text-align: justify;">Un fiume di latta si schiantò al suolo. Un rumore improvviso e fragoroso. Zhang prese a calci i barattoli mandandoli a rotolare lontano da lui.</p>
<p style="text-align: justify;">Si girò di nuovo verso Chen.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>«Vuoi tutto per te, vero? Maledetto! Ti sei dimenticato che mio zio vede quello che fai. Guo Xiaoping è il signore della montagna. E ha mandato me per rinfrescarti la memoria. Io sono la cura delle ferite infette. I Pugnali Parlanti sono come il corpo di un grande drago. E il corpo non può funzionare se ogni arto, ogni organo, ogni molecola non fanno esattamente ciò che per natura sono chiamati a fare. Chen, la tua natura è pagare quello che devi a Guo».</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Così dicendo Zhang gli si avvicinò. Allargò la bocca in un sorriso delirante. Mulinò il coltello davanti al volto del vecchio, poi con un gesto veloce gliel’affondò nella pancia.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La lama penetrò a fondo per quattro volte. Entrava nella carne e ne fuoriusciva gocciolante, pronta a mordere di nuovo. Avendo le mani legate, Chen non poté nemmeno portarle al ventre. Con gli occhi sul punto di saltargli fuori dalle orbite per il dolore, vide fuoriuscire le sue viscere senza poter fare nulla. Le gambe cedettero lentamente. Xin e Lao lo accompagnarono con le braccia mentre si accasciava sul pavimento. Si accoccolò dolcemente per terra, in una pozza di sangue e viscere. <em>«Puah! Che schifo&#8230;»</em> sibilò Zhang. <em>«Sembri un pesce sventrato! E tutto perché non hai voluto ascoltarci, stupido piccolo ingordo!»</em>. Poi alzò lo sguardo dal pavimento e piantò di nuovo gli occhi su Xin e Lao. <em>«Pulite tutto, mi raccomando. Da domani questa merda di posto avrà un nuovo titolare». «Che ne facciamo del cadavere?»</em> chiese Xin. <em>«Ho visto che nel retro c’è un bagno. Fatelo a pezzi nella vasca e chiamate mio zio. Vi darà un indirizzo. Impacchettate il vecchio nelle borse di plastica, infilatele nel bagagliaio e guidate fino a quella casa. Entrate dal cancello automatico e scaricate tutto nel seminterrato. Infilate i pezzi nel forno della stanza in fondo al corridoio e bruciate ogni cosa. Ecco le chiavi. Io vado a vedere cosa sta combinando quell’incapace di Longhin. Ho garantito per lui e non posso permettermi che fallisca. Ne va del mio onore».</em></p>
<p style="text-align: justify;">Mentre Xin e Lao trascinavano il cadavere di Chen verso la porta del bagno, Zhang estrasse dalla tasca un fazzoletto di seta rossa e lo passò delicatamente sulla lama del Butterfly. Fece un lavoro meticoloso. <strong>Con uno scatto del polso richiuse il coltello, se lo infilò nella tasca dei pantaloni del completo grigio fumo e uscì con passo elegante dal minimarket.</strong></p>
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		<title>Crema e pelo, agosto 1989</title>
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		<pubDate>Wed, 31 Aug 2011 07:07:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mattia Maragno</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<table cellpadding='10'><tr><td valign='top' align='left'><p>Categories: <a href="http://sugarpulp.it/category/sugartales" title="View all posts in SugarTales" rel="category tag">SugarTales</a></p><p>Tags: <a href="http://sugarpulp.it/tag/camporella" rel="tag">camporella</a>, <a href="http://sugarpulp.it/tag/colpo-grosso" rel="tag">colpo grosso</a>, <a href="http://sugarpulp.it/tag/noir" rel="tag">noir</a>, <a href="http://sugarpulp.it/tag/pionca" rel="tag">pionca</a>, <a href="http://sugarpulp.it/tag/pulp" rel="tag">pulp</a>, <a href="http://sugarpulp.it/tag/veneto" rel="tag">veneto</a></p>Provavo un formicolio alla mano destra, così allentai la presa sulla pistola, che avevo estratto senza rendermene conto, come un bullo da niente. <a href="http://sugarpulp.it/sugartales/crema-e-pelo-agosto-1989">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a><table width='100%'><tr><td align=right><p><b>(<a href='http://sugarpulp.it/sugartales/crema-e-pelo-agosto-1989' title='Crema e pelo, agosto 1989'>Read more...</a>)</b></p></td></tr></table></td></tr></table>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Tracklist consigliata:</p>
<ul>
<li><em>From her to eternity &#8211; Nick Cave and The Bad Seeds</em></li>
<li><em>Adrenalin – Bauhaus</em></li>
<li><em>Lagartija Nick – Bauhaus</em></li>
<li><em>All Hell Break Loose – The Misfits</em></li>
</ul>
<p style="text-align: justify;">Spatatran tran tran ta ta tran tran tran.<br />
Sollevai di scatto la testa dal cespuglietto assassino della Betta e la guardài in faccia. Quella serrò la bocca, dilatò le narici e sbarrò gli occhi.<br />
- Cos&#8217;è stato? &#8211; sussurrai.<br />
- Non so, veniva dal capannone &#8211; disse soffiando le parole.<br />
- Alle due di notte? Ma chi&#8230; Dai rimettiti le mutande.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Scrutai il paesaggio in direzione del rumore. Eravamo infrattati in aperta campagna lungo la riva d&#8217;un fosso, e ad un centinaio di passi si ergeva un capannone, un monolite argenteo piovuto dal cielo, incastonato nella terra mezzo secolo fa.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Selgàri e upi solleticavano i fianchi della struttura, proiettando ombre volatili nella brezza estiva. La vegetazione lungo il Cognaro sfumava scura al cielo, spezzando la vista a nord: a sinistra la gora, a destra terra irsuta e selvatica, tronchi e una fila di baracche scalcinate costruite con vecchie impalcature da cantiere. E il capannone su tutto.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nessun movimento, zero.</strong> Potevo vedere il retro dell&#8217;edificio, e parzialmente il viale sterrato che ci girava intorno. Il frastuono era giunto sicuramente dall&#8217;altro lato, da un portone di ferro che si apriva scorrendo su binari. La Betta si era rivestita, io infilai brache e camicia, la baciai e restammo con la pancia a terra per alcuni minuti, a spiar le falene. <strong>Appoggiai una guancia sull&#8217;erba come un indiano, nella speranza di sentire dei passi. La Betta mi guardò come si guarda un imbecille, e mi accarezzò la testa, il che mi fece pensare a come siano morbidi i nostri desideri ad un passo dalla morte.</strong> Non che ora stessimo rischiando la vita, ma ogni istante ci trova impreparati e soli e&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">Urla soffocate invasero l&#8217;aria, indebolite dalle mura del capannone, ma chiare e limpide come badilate in faccia. Una vena iniziò a pulsarmi sul lato sinistro della testa, e mi sentii sveglio e pronto per la maratona del Santo. Mi voltai verso la Betta: <strong>lucido terrore</strong>. Poi uno strepito simile al primo attraversò lo spazio. Qualcuno aveva richiuso il portone. Fissammo la notte, immobili come due cani della prateria, le orecchie tese nella luce lattea della luna piena. Nell&#8217;oscurità, una figura voluminosa si mosse, la vedemmo attraversare il viottolo davanti all&#8217;edificio e scomparire dietro la prima baracca.</p>
<p style="text-align: justify;">- Dài Betta, andiamo a vedere.<br />
- Va bene, hai il coltello?<br />
- No, ma qualcosa troviamo &#8211; dissi raccogliendo un bastone marcio da terra.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ci incamminammo sull&#8217;erba fresca, e poi tra arbusti graffianti. Pareva giorno sotto la luna impietosa, il che mi andava bene finché si trattava di cercare le tette della Betta, ma adesso era come stare nudi sotto un faro.</strong> Raggiungemmo la prima baracca in lamiera, serrai i pugni e misi fuori il naso per dare un&#8217;occhiata. Nessuno. <strong>Uscimmo allo scoperto, lo squallore degli oggetti abbandonati era romantico, da Russia post-bellica, assi e blocchi di cemento, un frigorifero, un erpice, una sega circolare, teli di plastica sfatti, la carcassa di un trattore arrugginito.</strong> Speravo di non incontrare nessuno, nessuno di vivo. Le urla che ci avevano fatto gelare, le vedevo spuntare da ogni dove. La Betta aveva raccolto da terra un manicotto di ferro, roba da idraulici, io nulla. Avanzammo lungo il muro del capannone, fuggendo veloci da un&#8217;isola d&#8217;ombra all&#8217;altra, girammo l&#8217;angolo per finire nello spiazzo di cemento antistante il monolite: la porta di metallo non era scivolata del tutto sui binari e s&#8217;intravedeva l&#8217;interno. <strong>Qual è quella cosa che più grande è, meno si vede?</strong> Appunto, la Betta mi passò dei fiammiferi, che usava per bruciarsi i peli delle braccia, che ragazza originale. Ne accesi uno ed infilai la mano nella fenditura tra la porta e il muro, respirai zolfo, socchiusi gli occhi per distinguere qualcosa all&#8217;interno. Esplorai quanto potevo fino a bruciarmi i polpastrelli, lasciai cadere il fiammifero e feci per accenderne un altro. Una luce arancione divampò ai miei piedi, dietro il portone. Un urlo bruciante mi scaraventò indietro, calpestai la Betta: dietro la porta metallica <strong>una donna si contorceva cercando di spegnere l&#8217;incendio che aveva in cima alla testa, sbatteva sulla porta, nuda e coperta di sangue dalla gola al ventre</strong>. Spalancammo il portone facendo un gran bordello, la donna cadde a terra dimenandosi, delle fiamme rimaneva solo l&#8217;odore penetrante. Avevamo fatto un gran casino, era impossibile che nessuno ci avesse sentiti. Mi inginocchiai vicino al corpo che perdeva sangue nero sul cemento candido. La Betta era in piedi e non sembrava in sé, io non mi sentivo bene, l&#8217;adrenalina teneva insieme i pezzi.</p>
<p style="text-align: justify;">- Come ti chiami.. ehi, mi senti? &#8211; Le toccai una guancia. La donna non dimostrava più di trent&#8217;anni, aveva gli occhi sbarrati, le usciva sangue da un lato della bocca, stava soffocando con calma, non si muoveva.<br />
Tossì schizzandomi tutta la camicia e il mento, e sussurrò qualcosa.<br />
<strong></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>- Crema&#8230; crr&#8230; crema e pelo.</strong><br />
Tossì ancora, la vidi tremare, e morire.<br />
- E&#8217;&#8230; è? &#8211; balbettò la Betta.<br />
- Sì, sì. E ora? &#8211; ero confuso.<br />
- La lasciamo qui e filiamo, che chi l&#8217;ha ammazzata adesso torna per noi<br />
- Dai andiamo, presto – intimai.<br />
<strong>- Cosa vuol dire crema e pelo?</strong><br />
<strong> &#8211; Non lo so cazzo, non lo so, andiamo.</strong><br />
Lanciai un ultimo sguardo al corpo nudo della ragazza: era magra, quasi senza seno, e del tutto glabra, adesso era anche pelata. Notai qualcosa che mi era sfuggito.</p>
<p style="text-align: justify;">- Aspetta un attimo, Betta &#8211; Tornai sui miei passi, mi chinai e aprii la mano sinistra del cadavere. Teneva stretto nel pugno un foglietto di carta stropicciato e lercio. Lo misi in tasca senza leggerlo, mi rimisi in piedi e incrociai gli occhi della Betta: corremmo a perdifiato fino alla macchina, e continuammo a correre a centoventi all&#8217;ora a fari spenti fino alla tangenziale che ci portava a casa.<strong> Camporella never more, mi dissi.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Mi svegliai in preda a visioni nere, c&#8217;era odore di gallina bruciata e la Betta che crollava ai miei piedi e si scioglieva come sciroppo di fragola incollandomi al pavimento e non potevo scappare da un figuro peloso come un orso con un preservativo in testa, il quale voleva tagliarmi le palle con un rasoio non proprio affilato. Il sole filtrava dalle persiane colpendo uno specchio sul fondo della stanza buia. Potevo vedere i miei occhi brillare sinistri nell&#8217;affanno della confusione. <strong>Era morta una tizia. Era morta davvero?</strong> Avevo portato a casa la Betta ed ero fuggito, avevo la camicia ancora addosso, incollata, incrostata. Era morta. Stavo sudando. Va bene, facciamo ordine. Presi la decisione più ovvia, ci avrei ficcato il naso, non sono mica nuovo a robe del genere, e neanche il mio amico Berto. Lo chiamai stando sul generico, e quello corse da me, sul fuoco bolliva la moka, gli versai il caffè in una tazza grande, come gli piaceva.</p>
<p style="text-align: justify;">- Senti Anus, sei pronto a sentire una brutta storia?<br />
- Dimmi tutto Bimbo, ti sei svegliato storto per caso?<br />
- Forse&#8230; Ti racconto così capisci.</p>
<p style="text-align: justify;">Berto, alias Anus, aveva occhi scuri penetranti, e uno strano riflesso argenteo intorno all&#8217;iride destra, alto, dita corte, spalle larghe, testa rasata e più orecchie del dovuto. Era un tipo sveglio, venticinque anni, come me, faceva il meccanico.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli passai il bigliettino che avevo trovato sul cadavere, lo prese tra le mani, lo lesse corrugando la fronte, alzò lo sguardo fissandomi negli occhi: allora mi lesse l&#8217;anima ma non ci trovò niente, e recitò: &#8220;Crema e pelo / l&#8217;ombelico devi rasare / se il tesoro vuoi intascare.&#8221;</p>
<p style="text-align: justify;">- E&#8217; un cazzo di scherzo, Bimbo?<br />
- Ieri notte ero imboscato con la Betta, dalle parti del Cognaro, hai presente&#8230;<br />
- Si certo, da qui saranno venti chilometri, e quindi?<br />
- Bravo, allora ero lì con la Betta, affari nostri, quando sento delle urla, ma cattive, andiamo a vedere dietro il capannone da dov&#8217;eran venute, e c&#8217;era sta tizia nuda, coperta di sangue con la gola tagliata, le ho dato fuoco alla testa per sbaglio, mi è morta in braccio. Anus, hai uno sguardo da maniaco mi fai paura.<br />
- Scusa &#8211; disse lui riprendendo un&#8217;espressione umana &#8211; Ma porca puttana sei serio? Ti ha dato lei il biglietto?<br />
- Il biglietto non me l&#8217;ha dato, gliel&#8217;ho trovato in mano, era morta. Io voglio vederci chiaro, ma non voglio polizia, carabinieri, un cazzo di nessuno tra le palle. Solo tu e io.<br />
- E la Betta?<br />
- La Betta starà bene, se la tiene per lei questa storia, non vuole guai.<br />
- Va bene, da dove iniziamo?<br />
<strong>- Cominciamo col capire chi abita lì, in ogni caso te lo dico subito, secondo me finiamo nella merda.</strong><br />
<strong> &#8211; Ci siamo abituati.</strong><br />
- Certo&#8230;Ah, dimenticavo un dettaglio, la tipa era tutta depilata, te lo dico per via del biglietto, per il pelo, il rasare e tutto il resto. <strong>Sei pregato di non farti una sega su sta cosa, un po&#8217; di rispetto.</strong><br />
Il caro Anus mi guardò di sbieco, tipo offeso, figurarsi. Uscendo di casa mi afferrò per un braccio.<br />
- Senti Bimbo, e se troviamo davvero il tesoro?<br />
- Lascia stare, ci pensiamo sul momento, prima abbiamo un ombelico da rasare, mi sembra.</p>
<p style="text-align: justify;">C&#8217;erano 33 gradi, e un cielo biancastro. L&#8217;aria era allagata, l&#8217;umidità si avvicinava pericolosamente al grado alcolico della grappa di mio zio Nicodemo. Veneto in Agosto. Passai tutto il giorno a ciondolare tra campi di mais e filari di vigne, camminando lungo fossi azzurri di detersivo: non facevo che pensare alla donna, a chi fosse stata in vita, al folle che l&#8217;aveva scannata, tremai al pensiero di trovarmelo davanti quella notte. <strong>Ripensavo al rasoio del sogno, all&#8217;orso peloso.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Alle undici in punto i fari gialloni della ritmo di Berto comparvero nel mio vialetto. L&#8217;auto inchiodò sollevando una nube di polvere sulfurea, per fermarsi a due centimetri dalla statua di gesso raffigurante una fica greca con le tette di fuori, senza braccia. Gettammo sul sedile posteriore due sacchi a pelo e una torcia elettrica, e sotto il sedile nascosi la mia Beretta 70, quella col numero di serie grattato, e una scatola di munizioni. A Berto brillavano gli occhi, mi guardava in modo strano, doveva essersi fatto la sega. Ci passai sopra.</p>
<p style="text-align: justify;">- Fammi strada, Bimbo bello.<br />
- Vai verso Pionca intanto, poi ti dico.</p>
<p style="text-align: justify;">Schizzando ghiaia sul portone di casa, prendemmo la strada asfaltata, nuotando nella pianura zuppa, la luna su tutto, la strada una striscia chiara, illuminata dalle lampade ai vapori di sodio, quelle luci aranciate per la nebbia. Imboccammo l&#8217;ultima via, rallentando un poco ma non troppo, e passammo davanti al capannone che si intravedeva dalla strada, tra la vegetazione. Superato quello e le baracche, ecco una casa buia, i balconi serrati, nessuna macchina dietro il cancello, solo una stalla costituita da cinque archi regolari, coperti da teloni per nascondere l&#8217;interno. Fu facile buttare la Ritmo blu dietro una riva: intorno non c&#8217;era niente di abitato. Infilai la Beretta carica nelle brache, Berto prese la torcia, anche se non era certo il caso di usarla al momento. Senza fiatare raggiungemmo il luogo dove io e la Betta c&#8217;eravamo imboscati e strisciando girammo intorno al capannone. Sporsi la testa dietro l&#8217;angolo per avere una visuale sullo spiazzo di cemento, il sangue mi batteva sul collo in modo feroce. <strong>Provavo un formicolio alla mano destra, così allentai la presa sulla pistola, che avevo estratto senza rendermene conto, come un bullo da niente.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">- Bimbo, è qui la tizia? &#8211; sussurrò Berto.<br />
- Era qui dietro ieri sera, coraggio dai.</p>
<p style="text-align: justify;">Uscimmo allo scoperto: il portone era spalancato del tutto. Era una bocca nera alta cinque metri e larga almeno dieci, una voragine scura al cui interno potevo distinguere l&#8217;enorme sagoma di una mietitrebbia e un trattore giù in fondo. Le pareti si perdevano nell&#8217;oscurità. Erano cariche di attrezzi, mensole colme di barattoli d&#8217;olio e stracci neri di grasso, taniche di nafta e pesticidi. Ma del cadavere nemmeno l&#8217;ombra, nemmeno una goccia di sangue era rimasta sul cemento.</p>
<p style="text-align: justify;">Udimmo la ghiaia scricchiolare sotto le scarpe di qualcuno, poco lontano. Spalancai gli occhi, Anus sparì lesto dietro la ruota della mietitrebbia, e io lo seguii.</p>
<p style="text-align: justify;">Una figura entrò nel capannone, immergendosi nell&#8217;oscurità. Si fermò come ad ascoltare il silenzio, buttai lo sguardo in una scanalatura della grossa gomma e fissai il volto dell&#8217;uomo nella poca luce. Era piccoletto, dall&#8217;età indefinibile, tarchiato, in jeans e maglietta, con grosse scarpe. Sulla testa portava un cappello di tela da pescatore, a righe. Guardài Berto, l&#8217;adrenalina gli faceva fumare le orecchie, ci capimmo al volo, saltai fuori urlando brandendo la Beretta, Berto con un tubo di ferro in mano intimò all&#8217;uomo di stare fermo e alzare le mani, quello indietreggiò e cadde sulle chiappe, sbatteva gli occhi in modo incontrollato.</p>
<p style="text-align: justify;">- Oh! Oh! Chi siete? Fermi, fermi! &#8211; balbettava.<br />
- Vedi di non stringere neanche il buco del culo &#8211; urlò Berto.<br />
- Chi sei? Che fine ha fatto la ragazza? &#8211; Gli puntai la pistola in faccia, mentre Berto lo teneva per il collo.<br />
- Ehi, ehi calmatevi, sono suo fratello, suo fratello Nicolai.<br />
- Cosa ci fai qui?<br />
- Cosa ci fate voi! Chi cazzo siete? &#8211; chiese terrorizzato.<br />
- Siamo persone informate, affari nostri.<br />
- Okay adesso calmiamoci tutti, calmi! Metti giù la pistola, e tu lasciami andare &#8211; disse a Berto che non mollava la presa.<br />
- Berto, mollalo. E tu ciccio non muoverti, ci hai fatto prendere un cazzo di spavento.<br />
- Io vi ho spaventati? Fanculo, sono quasi morto di paura. Il pezzo di merda che abita qui ha ammazzato mia sorella Irina, e&#8230; beh c&#8217;è una cosa che lei sapeva, che mi aveva lasciato detto.<br />
- Ah si? E sarebbe? &#8211; Lo guardài al buio cercando di leggergli in viso.<br />
- Lei lavorava in casa, faceva la badante, o la puttana non so. Mi ha parlato di un tesoro, di una montagna di soldi nascosti qui sotto. E&#8217; per questo che l&#8217;hanno ammazzata.<br />
- E tu sai dove sono sti soldi?<br />
- Si, però dovete fare silenzio, vi ci porto io ma state zitti.</p>
<p style="text-align: justify;">Nicolai avanzò con passi sicuri nel buio, scavalcando un aratro, dirigendosi verso il fondo del capannone, dove non si vedeva più nulla, si fermò in un punto preciso e bussò con il piede sul pavimento, che suonò vuoto. Berto accese la torcia. Una botola quadrata di legno verde e scrostato, se ne stava lì tutta ammiccante, con un grosso lucchetto a bloccarla. Trovai una barra d&#8217;acciaio abbastanza robusta da usare come piede di porco, e iniziai a fare leva sul chiavistello per scardinarlo, Berto era chinato con me sulla botola per illuminare l&#8217;operazione. Ma un rumore proveniente dall&#8217;ingresso ci bloccò all&#8217;istante. Nicolai era con noi e ci guardava lavorare, in silenzio. Sbarrò gli occhi e ci fece segno di sparire. Io e Berto ci buttammo sulla destra, lui sulla sinistra, dietro il trattore. Una sagoma si profilò immobile, controluce, respirando di un rantolo basso e greve. <strong>Pareva un cinghiale in tuta da lavoro e stivali, capelli lunghi appiccicati alla testa.</strong> Gli occhietti minuscoli brillarono nel buio, emise un grugnito, sputò catarro. E partì alla carica. Prima che potessimo fare un passo, Nicolai uscì dall&#8217;ombra, urlando e agitando le braccia.</p>
<p style="text-align: justify;">- Aronne attacca! Ammazza sti due bastardi! Ammazzali!</p>
<p style="text-align: justify;">Il bestione mi scaraventò a terra, e la Beretta cadde con me perdendosi sul pavimento, Nicolai si lanciò sull&#8217;arma, ma Berto gli sferrò un calcio in faccia proprio mentre il furbo si chinava, mettendolo a terra, la pistola finì sotto la mietitrebbia, nel buio. Intanto Aronne mi era rotolato sopra, Berto l&#8217;afferrò alle spalle, stringendo quel collo di bue con entrambe le mani, cercava di smuovere la massa lardosa da sopra il mio corpo. Mi beccai una testata unta, ma strisciai lontano, fuggendo dall&#8217;abbraccio sudato di quell&#8217;orso in tuta, mentre Berto ingaggiava una lotta furiosa. Spinta da qualche gomito la torcia prese a roteare, illuminando la scena come una luce strobo, e vidi per un attimo la Beretta nell&#8217;oscurità, scivolai sotto la mietitrebbia e l&#8217;afferrai per la canna. Rotolai fuori velocemente, appena in tempo per vedere Berto sfuggire ad un attacco a testa bassa dello zotico. <strong>Sparai colpendo l&#8217;animale all&#8217;altezza delle reni, quello si voltò, sparai tre volte facendogli esplodere le faccia.</strong> Crollò sul pavimento proprio sopra la testa di Nicolai, ci fu un rumore orribile come di uova sbriciolate. Berto ansimava con la faccia coperta di tagli e si tastava il torace dove era stato colpito da Aronne. Io nel complesso stavo bene, vedevo tutto molto sfocato, attraverso il sangue.</p>
<p style="text-align: justify;">- Ehi Bimbo, l&#8217;avevi detto che finiva in merda no?<br />
- L&#8217;avevo detto, Anus.<br />
- Vogliamo trovare sti soldi?</p>
<p style="text-align: justify;">Ci dedicammo alla botola. Il chiavistello saltò dopo qualche sforzo, rivelando un pozzetto nel cemento, vuoto.</p>
<p style="text-align: justify;">- Maledizione, ci ha fregati &#8211; dissi esasperato.<br />
- Aspetta un attimo, cosa diceva il biglietto?<br />
- Ombelico! Rasare un ombelico!<br />
- Io non raso un cazzo di ombelico, ti avverto che t&#8217;arrangi &#8211; Berto mi fissò deciso.</p>
<p style="text-align: justify;">Ci avvicinammo al cadavere grasso e peloso di Aronne che giaceva a terra riverso nel suo fetore. Lo voltammo sulla schiena facendo forza in due, Nicolai pareva morto sotto suo fratello, o quel che era. Berto respirava male, così mi arrangiai. Aprii la tuta che conteneva l&#8217;orso, abbassai la cerniera e gli sollevai la canotta lurida fin sulle mammellone. Sulla medusa spiaggiata flaccida e pelosa che era la panza di Aronne, spiccava un&#8217;area circolare depilata di fresco intorno all&#8217;ombelico, e un tatuaggio che l&#8217;aggirava a spirale, diceva: &#8220;Sei da destra, tre dal fondo, chi lo trova, si diverte un mondo!&#8221; Era piuttosto smagliato, ma ancora leggibile. Collegai i pezzi: la badante doveva aver fiutato la faccenda, ed era riuscita a svelare il tatuaggio rasando la panza dell&#8217;orso, ma quello non l&#8217;aveva presa bene e lei era stata punita in modo brutale. Berto mi guardava con gli occhi socchiusi, rifletteva sulle parole, io c&#8217;ero arrivato, mi pareva.</p>
<p style="text-align: justify;">- Seguimi, Anus.<br />
- Non c&#8217;ho capito niente.<br />
- Vieni muoviti dài.</p>
<p style="text-align: justify;">Mi recai all&#8217;ingresso del capannone, contai tre mattoni dal basso e sei da destra. Feci toc- toc, e il mattone si smosse. Venne via senza protestare e dietro, impacchettate in ordine alfabetico, spuntavano mazzette da centomila: il muro doveva esserne imbottito. Berto mi guardò, alzando le sopracciglia e indicando le mazzette. &#8211; <strong>E adesso Bimbo, possiamo pensare che farcene?</strong></p>
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		<title>Vuvuzelas</title>
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		<pubDate>Wed, 20 Jul 2011 09:39:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesco Pasquale</dc:creator>
				<category><![CDATA[SugarTales]]></category>
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		<description><![CDATA[<table cellpadding='10'><tr><td valign='top' align='left'><p>Categories: <a href="http://sugarpulp.it/category/sugartales" title="View all posts in SugarTales" rel="category tag">SugarTales</a></p><p>Tags: <a href="http://sugarpulp.it/tag/dare-di-matto" rel="tag">dare di matto</a>, <a href="http://sugarpulp.it/tag/pulp" rel="tag">pulp</a>, <a href="http://sugarpulp.it/tag/sudafrica" rel="tag">sudafrica</a>, <a href="http://sugarpulp.it/tag/veneto" rel="tag">veneto</a></p>Aristide non si interessava del suo soggiorno. E neanche della doppietta più di tanto, visto che non la usava più. Non fosse stato per quegli stronzi ambientalisti verdi e comunisti. Si era sempre cacciato e sparato alle bestie. Che cosa gliene fregava a loro? Ché erano vegetariani? E allora? Mica lo era lui. Sicuramente erano laureati. E sicuramente in filosofia. <a href="http://sugarpulp.it/sugartales/vuvuzelas">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a><table width='100%'><tr><td align=right><p><b>(<a href='http://sugarpulp.it/sugartales/vuvuzelas' title='Vuvuzelas'>Read more...</a>)</b></p></td></tr></table></td></tr></table>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Tracklist consigliata:</p>
<ul>
<li> <em>Shakira &#8211; Waka Waka<br />
</em></li>
<li> <em>Billy Idol &#8211; Hot In The City </em></li>
<li><em>Vasco Rossi &#8211; Cosa succede in città</em></li>
</ul>
<hr />
<p style="text-align: center;"><em>Questa storia è tratta da un fatto vero, accaduto in un paese vero, per mano di persone vere. Tutti i pensieri e le idee e tutto quello che viene detto dalla bocca di Tizio, Caio o Sempronio sono di pura fantasia (ma anche no). I nomi sono fittizi. L&#8217;idea non è di indagare sul perché o il percóme o il percòsa sia successo o non successo questo o quell&#8217;altro. <strong>È solo realtà portata sul bianco e amaramente dolcificata.</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong></strong>L&#8217;afa non se ne voleva andare, difatti era ancora luglio. Aristide se ne stava seduto in soggiorno, sperando che un filo d&#8217;aria osasse entrare dalla finestra.<br />
“Estate demmerda!”<br />
<strong>Aristide odiava l&#8217;estate. </strong>La odiava perché nessuno aveva nulla da fare. Tranne lui, ovviamente. Lui doveva <em>laorare</em>. In officina.<br />
Per televisione passavano l&#8217;ennesima puntata di quell&#8217;ispettore bavarese che da bambino amava tanto e – nonostante fosse la centotrentaseiesima volta che se la sorbiva – non aveva nessuna idea di perdersela.<strong> In fondo dopo un&#8217;intera giornata a faccia a faccia colla fresa, aveva pure il diritto di guardarsi la sua dannata televisione; e niente doveva disturbarlo.</strong><br />
Patatine e peroncina. E che altro di meglio poteva desiderare? Mica era una di quelle checche laureate che si mettevano a dir su cose di letteratura/storia/sociologia. <strong>Lui laorava. </strong>Chi cazzo se ne chiavava di quelle puttanate? Roba da froci, e comunisti. Ecco! Cazzate inventate da vecchi studenti sinistrorsi per fottersi la sua strasudata paga. Lui aveva sempre fatto il suo laoro seriamente. E aveva sempre <em>laorà</em> fin da quando poteva ricordarselo.<strong> Che cazzo te ne facevi di un diploma? </strong>Che cazzo saltava in mente a quei fancazzisti ad andare in piazza e bloccare treni – ogni autunno eh! ogni autunno! – quando centinaia di <em>laoradori</em> dovevano andare a <em>laorare</em>? <strong>Sapeva bene che è la gente laureata quella che ti frega. </strong>E lo sapevano anche quei <em>laoradori</em>. Ma il governo non faceva niente. Comunisti.<br />
Aristide, poi, guardava sempre con rispetto il suo ispettore bavarese. Quello<em> l&#8217;era un omo</em>! L&#8217;omo che non si piegava a niente e a nessuno. Che faceva vedere che bisogna rigar dritto. Che bisogna rigar.<strong> Che bisogna.</strong><br />
Ah, ce ne fosse di  gente come lui dalle sue parti! Uno sceriffo, che mette dentro i delinquenti! Spacciatori. Truffatori. <em>Inbriagoni</em>. Parassiti del sistema!<br />
Ad Aristide piaceva guardare i telegiornali sui canali privati. Ogni giorno c&#8217;era un cinese da metter via, un <em>sìngano</em> da fermare, un negro sporco e clandestino.</p>
<p style="text-align: center;">PUBBLICITÀ. SPOT DEI MONDIALI.</p>
<p style="text-align: justify;">Ah sì! Anche i mondiali si erano messi quell&#8217;estate. <strong>Tutti quegli strapagati cazzoni che passavan la loro vita a tirar calci a un pallone di cuoio.</strong> Aristide ci giocava che era un <em>bocia</em> a pallone; poi era andato a <em>laorare</em>.<br />
<strong>Aristide pensava; e pensava che i soldi delle tasse che lui pagava, andavano a finire nelle tasche di quelli là.</strong> E lui <em>laorava</em> sempre per riempirli di donne e schei e macchinoni, mentre lui doveva stare tutto il giorno in officina.<br />
“Che vita demmerda!”<br />
Già pensava a domani che doveva tirarsi su dal letto alle cinque per andare al capannone, ché era in turno.</p>
<p style="text-align: center;">RICOMINCIA IL PROGRAMMA.</p>
<p style="text-align: justify;">Comunque c&#8217;era il suo ispettore bavarese per ora; e fino a mezzanotte se lo sarebbe guardato. Eran le undici e poco prima era andato a prendersi un&#8217;altra peroncina.<br />
Ma che <em>omo</em> che l&#8217;era quel bavarese! Anche con le pistole ci sapeva fare!<br />
C&#8217;era la scena di quando l&#8217;ispettore si trova davanti al secondo omicidio. Quello che fa saltare tutte le ipotesi precedenti. Dove classicamente la vittima è una donna (figa anche!) trovata esangue e tutta nuda in terra. Poi si vede l&#8217;assassino saltar fuori da dietro e scappare, mentre l&#8217;ispettore si mette a corrergli dietro. E l&#8217;altro ogni tanto si gira di spalle – senza che il volto venga ripreso – e spara due o tre colpi. Ma l&#8217;ispettore, ovviamente, non riesce a prenderlo.<br />
<strong>“Però!”</strong> esclamava dentro di sé Aristide – sebbene la sapesse a memoria,  la puntata.<br />
Aristide si accendeva la sua malborina, e tirava. Il fumo si spargeva per tutto il soggiorno. E a chi dava fastidio?<br />
Il suo soggiorno era scarno: poltrona, televisore, credenze, finestre.<strong> Pareva la provinciale di Montebelluna da quanto era vuoto.</strong> Ma dentro la credenza custodiva gelosamente la sua doppietta. Quella che usava quando le domeniche libere andava a caccia.  Lui e i suoi compari andavano sempre là nei boschi a sparare ai loro osei, che poi finivano sistematicamente in pentola. Doppietta carica, s&#8217;intende.<br />
Eh ciò, mica poteva pensare che nessuno entrasse in casa sua. Con tutta la delinquenza che c&#8217;era in giro. E il sindaco non faceva niente. La polizia neanche. Quella stava sempre a vigilare che le officine fossero in regola, che le tasse si pagassero. Le tasse. Altra estorsione di denaro, ecco cos&#8217;era! C&#8217;era crisi, la gente disoccupata, gli altri venivano a rubare il lavoro; e quelli volevano anche le tasse? Comunisti anche loro.<br />
Aristide non si interessava del suo soggiorno. E neanche della doppietta più di tanto, visto che non la usava più. Non fosse stato per quegli stronzi ambientalisti verdi e comunisti. Si era sempre cacciato e sparato alle bestie. Che cosa gliene fregava a loro? Ché erano vegetariani? E allora? Mica lo era lui. <strong>Sicuramente erano laureati. E sicuramente in filosofia.</strong><br />
Il programma dell&#8217;ispettore continuava. Ora si vedeva la scena sanguinolenta dove l&#8217;assassino ammazza la terza vittima.<br />
<strong>C&#8217;è da capire che la terza vittima – di norma – è quella che ha capito come stanno le cose, e vuole risolverle lui (&#8220;lui&#8221; sì, perché di solito è un uomo). Essendo però <em>mona</em> di natura, non si premunisce di pistole o coltelli o doppiette; e va a finire che l&#8217;assassino (che ha capito dove l&#8217;altro vada a parare) l&#8217;ammazzi. Di solito lo pugnala al petto. È un classico la pugnalata al petto. C&#8217;è tutto un rituale dietro: la lama si conficca dentro dentro nei polmoni e va a provocare un&#8217;emorragia che li fa riempire di sangue; e il coglione cade agonizzante a terra, tra terribili contorcimenti – certo.</strong><br />
Aristide pensava che in effetti fosse così il modo di trattare certi parassiti delinquenti. Manganellate giù per il cranio. Calci all&#8217;addome. Pugni al setto nasale. No: troppo poco. Certa gente non lo capisce – di natura. Soprattutto gli slavi. Ma neanche tutti gli slavi, di più i rumeni.<br />
<strong>Aristide, comunque, non era razzista. </strong>Semplicemente a lui avevan sempre insegnato che ognuno nasceva nel posto in cui doveva stare. Là. Avevan voglia gli studiati a spiegargli che tutti venivamo dall&#8217;Africa, e che poi l&#8217;uomo avesse colonizzato il mondo. Cazzate da laureati.<br />
Ma alla fine non ce l&#8217;aveva con tutti i foresti. C&#8217;era un tipo con cui a volte prendeva il caffè alle macchinette: tale Mustafà – marocchino. Un tipetto tarchiato e sbarbato. Non era cattivo, però se attaccavi bottone non la smetteva più.<strong> Ma <em>laorava</em>, e tanto bastava.</strong><br />
L&#8217;ispettore bavarese, intanto, stava collegando tutti gli indizi degli omicidi. Il primo era il macellaio, la seconda era la donna di prima (quella figa – chiaramente), il terzo era il parroco e tutto faceva pensare che le prove portassero a&#8230; <strong>VVVVVVVVVVVVVV!!!!!!!!!!</strong><br />
“Ma chi casso xe questo &#8216;desso?!” scattò improvvisamente Arisitide.<br />
Da fuori era entrato un rumore ronzante e potente che gli aveva fatto rovesciare la patatine sul pavimento – già unto di per sé.<br />
Aristide prese forza e si alzò dalla poltrona con tutto se stesso: la sua trippa / la sua canottiera / le sue mutande / le sue ciabatte / la sua barba vichinga. Si trascinò fino alla finestra aperta, guardando giù. Niente. Il solito e chiassoso bar era, come al solito, aperto. Ma niente.<br />
Aristide allora tornò a risedersi sulla sua poltrona.<br />
L&#8217;ispettore stava ancora discutendo con il suo assistente, arrivando alla soluzione degli omicidi, e se si teneva in conto che il macellaio era un ammaliatore, che la donna (figa, certo) andava spesso da quello a prendere la carne macinata per il marito e che – con altrettanta frequenza – frequentasse la chiesa: l&#8217;assassino, a questo punto, altro non poteva essere che&#8230; <strong>VVVVVVVVVVVVVV!!!!!!!!!!</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Eh ancora! Dio c##!”</strong><br />
Di nuovo quel rumore ambiguo. Che poi, a pensarci, aveva un che di famigliare – ma Aristide non riusciva a indentificarlo.<br />
Questa volta, allora, si alzò con più decisione dalla poltrona: per andare a vedere che fosse.<br />
Arrivato alla finestra vide un gruppo di giovani sbarbatelli ridere sguaiatamente; e uno di loro teneva una strana tromba colorata in mano.<br />
Ma ecco che cos&#8217;era! <strong>Un&#8217;ostia di <em>vuvucalcossa</em>.</strong> Il nome gli sfuggiva. L&#8217;aveva vista in mano – o meglio: in bocca – a dei tifosi negri del Sudafrica ai mondiali. Quelle bestiali trombe da stadio di merda che frantumavano in migliaia di pezzi i coglioni di giocatori e tifosi.<br />
<em>«E &#8216;lora? Volìo molarghela zo là?!»</em>.<br />
I tre sbarbatelli alzarono lo sguardo alla finestra.<br />
<em>«Ah nonno! Chevvoi?».</em><br />
<em> «Tornate a dormi&#8217; e nun ce rompe&#8217; er cazzo!»</em>.<br />
<em> «Vattenapija&#8217; &#8216;na valeriana nonno!».</em><br />
<strong>Meridionali insolenti/mantenuti del cazzo/fancazzisti parassiti!</strong><br />
Aristide, sentite le parole dei tre, le prese sul personale.<br />
<strong><em>«Ma co&#8217; gh&#8217;avìo, teroni de merda?! Ghe xe zente che la xe drio farse i casi sui in casa, e v&#8217;altri vegnì qua a ronpare le bale! Tornè in baita, in Teronia!»</em></strong>.<br />
<em> «Ahbbello! Nun t&#8217;agita&#8217; troppo che te piji &#8216;n attacco de core!».</em><br />
<em> «Vatte a riposa&#8217; nonno!».</em><br />
<em> «Stattebbono!»</em><br />
<strong>Romani. Peggio dei rumeni. Ecco le altre tasche in cui finivano i soldi delle tasse! Ladri, e terroni!</strong><br />
Fu così che Aristide – tanto per calmarsi – tornò a sedersi sulla poltrona ad ammirare il suo ispettore.  Ce ne fosse uno di così, in quel momento!<br />
Ormai il caso era chiuso. Stava per finire la puntata, ma la battuta finale doveva ancora arrivare. E Aristide era un esperto di battute finali. Voleva proprio verificare se le ultime parole della puntata fossero quelle che si ricordava.<br />
Ecco lì: la scena in ufficio, tutti assieme a bere il caffè, primo piano sull&#8217;ispettore, zoom-in sulle labbra, piano piano stava per aprirle e&#8230;. <strong>VVVVVVVVVVVVVV!!!!!!!!!!</strong><br />
“Madona p@#¶@**@! Can del porco d@#!”<br />
Basta. Questa non poteva passare. Se nessuno avrebbe fatto giustizia su questi stronzi allora se la sarebbe risolta lui.<br />
Aristide prese dal comodino la doppietta. Controllò che fosse carica e si girò verso la finestra, fendendo l&#8217;afa. S&#8217;avviò per l&#8217;apertura sul muro e sparò tre colpi in aria.<br />
<em>«Ve verzo la testa se no la finì, cojoni!»</em>.<br />
<em> «Sticazzi!»</em> esclamò l&#8217;uno.<br />
<em>«Staffuori questo!» </em>commentò l&#8217;altro.<br />
<em>«</em><em></em><em>Annamo dentro va&#8217;!»</em> propose st&#8217;altro.<br />
E si ritirarono nel bar.<br />
<em>«</em><em>Che s&#8217;ciope el Vesuvio da novo dio b*#@!</em><em>»</em> pensò Aristide tra, sé e sé – sapeva che il Vesuvio si trovava a Napoli, ma dal Po in giù faceva lo stesso.<br />
In bocca teneva quel gusto di sudore misto a ferro/tabacco/birra e salato; sapore del sangue. La testa lo pestava e ripulsava forte, che pareva le trivelle dei lavori del comune.<br />
<strong><em>«</em><em></em>Che i vaga in mona de so mare!<em></em><em></em></strong><strong><em></em><em></em></strong><strong><em>»</em></strong><br />
Terroni. Mezzi negri misti ad arabi che occupavano l&#8217;amministrazione. Statali paraculati e raccomandati. Mafiosi. L&#8217;avrebbero capita dopo questa.<br />
Calmatosi, Aristide spense la tivù. Lasciò tutto sul tavolino com&#8217;era e si avviò verso il letto. Spense l&#8217;abat-jour che aveva tenuto un secondo accesa per togliersi gli ormai morenti calzini; e si infilò sotto le coperte.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel buio silenzioso in cui si trovava, si mise così a pensare ai suoi soliti giochetti. <strong>Le sue incursioni serali a Tarvenelle. Aveva ancora in testa la puttana albanese che s&#8217;era trombato l&#8217;altra notte. Che tette! </strong>Da perdersi dentro e leccare, e leccare. E due gambe che ad accarezzarle parevano pezzi di 1810 appena levigati. E la sua figa! La sua gnocca umida dava lo stesso sollievo del passarsi un canovaccio bagnato in pausa, dopo quattro ore dentro quel fottuto capannone cocente. Dio che paradiso quest&#8217;inferno! Sentirsi il cazzo accarezzare lievemente l&#8217;interno coscia di quell&#8217;albanese; quella rondella da 20 che s&#8217;infilava naturalmente nella sua vite fino ad arrivare lì, raggiunger lì e veni&#8230; <strong>VVVVVVVVVVVVVV!!!!!!!!!!</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>«E &#8216;lora no i la g&#8217;ha capìa, eh?! Cancari fioli de &#8216;na roja!»</em><br />
Ormai era tardi per contenersi. Aristide era uscito di testa. Completamente.<br />
<strong>Come un cinghiale raggiunse la porta dell&#8217;appartamento, prendendo al volo le chiavi della Panda.</strong><br />
<strong><em>«</em><em></em></strong><strong><em></em></strong><em>In &#8216;sto mondo de merda biò rangiarse? E mi me rangio!</em><strong><em></em></strong><strong><em>»</em></strong><br />
<strong><em>«</em><em></em></strong><strong><em></em></strong><em>Ah, &#8216;sti ani la jera difarente!</em><strong><em>«</em></strong><strong><em>»</em></strong><em> </em>meditava scendendo le scale fragorosamente.<br />
Era arrivato al garage, che montò sull&#8217;auto. Nell&#8217;orgasmo della furia che gli era presa faticò non poco ad inserire le chiavi nell&#8217;auto e mettere in moto. Ma alla fine fece partire il motore. Mise in folle per aprire il portone e – rimontato – partì pestando pesantemente sull&#8217;acceleratore.<br />
Direzione bar. Alla velocità di 40 chilometrilora si lanciò senza controllo contro l&#8217;entrata del locale.<br />
Partì da ogni parte un volare di vetri e persone che, disperate, cercavano riparo all&#8217;interno del bar. Un&#8217;esplosione di bicchieri/vetrine/posate si protraeva per tutto il perimetro dell&#8217;edificio. Il tutto mescolato con un frastuono metallico misto a ferro e lamiere contorte, servite con le urla dei poveri avventori – a parte.<br />
Aristide scese dall&#8217;auto e raccolse – brandendo a mo&#8217; di mazza – la prima sedia che gli capitò tra le mani, sfasciando e dannatamente uccidendo tanto di più possibile ci fosse nelle vicinanze.<br />
<strong>Ammaccature e sfrisi ovunque. La gente cercava di raggiungere le finestre. La tivù, che ancora andava, trasmetteva &#8220;Porta a Porta&#8221; e si plaudeva alla serietà dei provvedimenti del Governo contro la criminalità.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il tutto si esaurì in pochi minuti, mentre il padrone del bar cercava in ogni modo di contattare le forze dell&#8217;ordine.<br />
Fu in quel momento che il vecchio operaio pensò di cercare i diretti responsabili di quel macello – in quanto lui era stato istigato da quelli. Si mise così a sbraitare nervosamente <em>«Teroni de merda!»</em>, sincronizzando menate degne del più selvaggio orso dell&#8217;altipiano, rovesciando tutto quello che gli capitava a tiro.<br />
Non passarono cinque minuti che tutti erano fuggiti dalle finestre, mentre i lividi e le ferite dei tagli sulle mani di Aristide, il sudore accumulato, gli sputi, l&#8217;urina dell&#8217;emozione e le urla; schizzavano macchie giallorossoverdi ovunque. La barba di Aristide era rossa di sangue e bava, che pareva a quella di Odoacre.</p>
<p style="text-align: justify;">Improvvisamente si sentirono alcune sirene in lontananza e, rapidamente, si avvicinarono dei lampeggianti blu, che circondarono l&#8217;edificio.<br />
<em>«Lei là dentro! Esca: è circondato!»</em><br />
<em> «&#8217;Ndè in mona, dio #@#!»</em><br />
Partì l&#8217;irruzione nel bar. Il maresciallo col suo appuntato cercavano in tutti i modi di immobilizzare la bestia-Aristide, che si divincola da ogni parte.<br />
<em>«Ma guarda un po&#8217; chista coss&#8217;!»</em><br />
<em> «Ve copo! Ve copo!»</em><br />
<em> «Genna&#8217;! Tiraji &#8216;a scarricata!»</em><br />
L&#8217;appuntato eseguì l&#8217;ordine sguinzagliando ad Aristide 20 volt di scarica elettrica. La fiera cadde tramortita a terra.<br />
<em>«Caccia grossa oggi, marescia&#8217;!»</em><br />
I due lo caricarono sulle spalle, facendolo salire sull&#8217;Alfa di servizio.<br />
<em>«Ah, acchiscti! Se ne stanne sempre buonibbuoni, e d&#8217;un tratte se n&#8217;escon di capo!»</em><br />
<em> «<strong>Genna&#8217;! Non far &#8216;o filossofo.</strong> Sta&#8217; qui buonobbuono e ammanetta acchiscto. Fatt&#8217;aiutare dagl&#8217;altri. Vado a rintrasciare &#8216;o padrone d&#8217;o bar.»</em><br />
<em> «Agliordini, marescia&#8217;!»</em></p>
<p style="text-align: justify;">Nel mentre, tutto il vicinato era uscito ad assistere allo show. Quel bar, sebbene spesso chiassoso, non aveva mai dato spettacoli di quel genere.<br />
Le notizie arrivavano sempre più nitide un po&#8217; alla volta dal piano terra, fino in cima – verso gli ultimi appartamenti. E i commenti non si risparmiavano.<br />
<em><strong>«Guarda te, se bisogna arrivare a questo per farsi ascoltare!»</strong></em><br />
<em><strong> «Dovrebbero mettere via gli avventori, non lui!»</strong></em><br />
<em><strong> «Che coraggio! Lo facciano sindaco!»</strong></em><br />
<em><strong> «Ce n&#8217;è vorrebbe di più, di gente come lui!»</strong></em><br />
L&#8217;appuntato alzò la testa: <em>«Signori! Non ci sta nulla dagguardare. Tornat&#8217;addormire!» </em>Tutti si ritirarono nei loro appartamenti.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il locale se ne stava là. Contuso e frantumato, come Berlino nel &#8217;45.</strong><br />
Gli avventori s&#8217;accasciavano a terra. Il padrone si lamentava col maresciallo. Le volanti lampeggiavano. E Aristide ancora mugugnava stordito.<br />
<strong></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Per un po&#8217;, di vuvuzela non ne avrebbe più sentite.</strong></p>
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		<title>La luce del commissario Elio Gamba</title>
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		<pubDate>Fri, 08 Jul 2011 13:30:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Vanin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<table cellpadding='10'><tr><td valign='top' align='left'><p>Categories: <a href="http://sugarpulp.it/category/sugartales" title="View all posts in SugarTales" rel="category tag">SugarTales</a></p><p>Tags: <a href="http://sugarpulp.it/tag/carso" rel="tag">carso</a>, <a href="http://sugarpulp.it/tag/deejay" rel="tag">deejay</a>, <a href="http://sugarpulp.it/tag/friuli" rel="tag">friuli</a>, <a href="http://sugarpulp.it/tag/noir" rel="tag">noir</a>, <a href="http://sugarpulp.it/tag/pulp" rel="tag">pulp</a>, <a href="http://sugarpulp.it/tag/sugarpulp" rel="tag">sugarpulp</a></p>Tracklist consigliata: DJ Tiesto &#8211; Adagio for strings Procol Harum &#8211; A whiter shade of pale Mathew Jonson &#8211; Symphony for the apocalypse “One pill makes you larger, and one pill makes you small And the ones that mother gives &#8230; <a href="http://sugarpulp.it/sugartales/la-luce-del-commissario-elio-gamba">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a><table width='100%'><tr><td align=right><p><b>(<a href='http://sugarpulp.it/sugartales/la-luce-del-commissario-elio-gamba' title='La luce del commissario Elio Gamba'>Read more...</a>)</b></p></td></tr></table></td></tr></table>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Tracklist consigliata:</p>
<ul>
<li> <em><a href="http://itunes.apple.com/it/album/suburban-train-ep/id300412216">DJ Tiesto &#8211; Adagio for strings</a></em></li>
<li><em> <a href="http://itunes.apple.com/it/album/a-whiter-shade-of-pale-live/id258109594?i=258109612">Procol Harum &#8211; A whiter shade of pale</a></em></li>
<li><em> <a href="http://itunes.apple.com/it/album/symphony-for-the-apocalypse/id403511925">Mathew Jonson &#8211; Symphony for the apocalypse</a></em></li>
</ul>
<hr />
<p style="text-align: right;"><em>“One pill makes you larger, and one pill makes you small</em><br />
<em> And the ones that mother gives you, don&#8217;t do anything at all.”<br />
“Una pillola ti rende più grande, una ti rende più piccolo<br />
E quelle che ti ha dato tua madre non fanno proprio nulla.”</em><br />
(Da “White rabbit”, Jefferson Airplane, 1967)</p>
<p style="text-align: right;"><em>Drug kills slowly</em><br />
<em> But we aren’t in hurry<br />
La droga uccide lentamente<br />
Ma noi non abbiamo fretta<br />
</em>(Letto su una maglietta, novembre 2006)</p>
<p style="text-align: center;"><strong>ANDATA</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Ora</em><br />
Erano i figli di un mondo nuovo, tutti lì, avvolti dai colori di un arcobaleno acido, fasciati di pelle e cuoio, appiccicosi di gel, lacche e sudore, perforati da chiodi d’argento e tatuati coi simboli di una religione perduta, forse lontana dal nostro tempo, forse mai esistita.<br />
<strong>Erano i padri e le madri di un futuro molto prossimo, i figli di un nulla formato famiglia, messi al mondo in una landa desolata di fabbriche, nebbie e venti impietosi.</strong><br />
Erano tutti lì, in un luogo dove una volta alcuni dei loro padri e madri avevano lavorato a ticchettanti telai meccanici, ogni secondo desiderosi che quel giorno avesse termine e che la buia notte zittisse il demoniaco gorgheggio meccanico.<br />
Ma, ed è cosa risaputa, il tempo cambia le cose e spesso ci ficca un bel meno davanti e le cambia di segno. Ora i figli dei padri e madri vittime del frastuono meccanico, erano lì al solo scopo di adorarlo, per adorare il freddo e tribale grido delle macchine, generato da onde sinusoidali bypassate non da valvole bollenti ma da silicio e transistor di ghiaccio, amplificato da sarcofaghi di plastica con membrane in tensione continua, trasformato nella musica della moltitudine, nell’inno delirante di coloro i cui cuori battevano in sintonia col rullo fremente e continuo delle casse.<br />
Nel circo compatto e psichedelico che creava la folla in delirio solo due persone spiccavano ma solo una sarebbe stata visibile ai vostri occhi, se aveste avuto occhi in quel luogo.<br />
<strong>La prima era Dio.</strong> In un lucente sudario da festa muoveva le sue molte braccia sui mille generatori di suoni che lampeggiavano davanti a lui, svirgolando vinili, inserendo dischi compatti, ruotando manopole, alzando leve, premendo bottoni.<br />
<strong>La seconda era il Demonio. </strong>Confuso nel nulla in un angolo miracolosamente non intaccato dalle strobo fliccheranti o dai laser freddi, protetto da una provvidenziale nuvola di fumo, osservava il dionisiaco ruotare di corpi senza pensare a nulla.<br />
<strong>Per chi crede nei nomi dirò che il nome di Dio era Dj Zeus e il nome del secondo era Elio Gamba, anche se nessuno pronuncia più il suo nome senza anteporvi il titolo terreno di commissario.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Una settimana prima</em><br />
Perché il procuratore Italo Todeschi stesse piangendo nel suo ufficio molti avrebbero potuto capirlo. Sua figlia Marzia era scomparsa da quasi un anno, anzi, da un anno giusto il prossimo sedici febbraio, fra una settimana quindi. Ma certo, se questo era il motivo principale, ve n’erano innumerevoli altri.<br />
Il dolore per la perdita Marzia era simile a una masso pesante, scagliato dalla mano del caso in un pozzo oscuro che, nella sua corsa cieca, si avvolgeva a mille ragnatele grigie. Così, quando il dolore raggiungeva il suo culmine e toccava il fondo del cuore di Italo, era avvinto dal sudario di mille altre piccole tragedie.<br />
Mentre una bava di vento penetrava dal finestrone semiaperto e faceva garrire pigramente il tricolore sbiadito, voltando curioso le pagine dei quotidiani sparsi sulla scrivania, il procuratore sedeva affranto su una morbida poltrona signorile, versando lacrime per il paese per cui suo padre aveva dato la vita sui monti del Carso.<br />
Il commissario Elio Gamba era seduto di fronte a lui, all’altro lato del pesante tavolo di mogano. Fissava il padre della donna che aveva amato senza la forza di provare nulla. La sua anima era un batiscafo privo di controllo ormai affondato in una fossa profonda e la pressione claustrofobica che spingeva sulle pareti leggere minacciava di farlo implodere ad ogni istante.<br />
Il procuratore si asciugò le lacrime e fissò il commissario con l’orgoglio e la forza degli uomini giusti. Incrociò le mani strettamente, fino a rendersi le nocche esangui.<br />
“Scusami.” Sussurrò. “Ogni giorno è peggio. Tu puoi capirmi.”<br />
Elio mugugnò una specie d’assenso. Estrasse da un pacchetto stropicciato una sigaretta e se la ficcò in bocca. La accese e aspirò una lunga boccata.<strong> I divieti non valevano per lui.</strong><br />
Italo fissò il nuoro con aria desolata. No, Elio non capiva, Elio non c’era più, Elio era morto come Marzia. Ora, davanti a lui, c’era una spoglia senza memoria avvolta in un sudario marrone. Uno zombie risvegliato da un rito profano.<br />
“Senti Elio… non ti ho chiamato per farti vedere un vecchio che piange.”<br />
“No.” Rispose il commissario. La sua voce, pur bassa e violenta, proveniva da un luogo lontano.<br />
“Io rifiuto le tue dimissioni.” Dicendo questo prese la lettera che gli era stata recapitata un giorno prima e la strappò teatralmente, frustrato dal fatto di non produrre alcun risultato evidente su Elio.<br />
“Mi servi per una cosa.” Continuò. “Mi servi per ammazzare un bastardo.” Fissò ancora per un attimo il nuoro ma non vide il minimo accenno di un’emozione. Sospirò, distolse gli occhi e poi chiese: “Lo capisci, lo capisci cosa ti sto chiedendo?”<br />
Come per rispondere Elio estrasse la sua Beretta e la gettò sulla scrivania. Poi aprì una falda del suo trench e lasciò intravedere al suocero un luccichio metallico.<br />
<strong>Il gesto di Elio, per Italo valeva un discorso di mille parole.</strong> Mille parole orribili. Ma era un cenno d’assenso e questo gli bastava. Anche lui era cambiato dopo la scomparsa della figlia: aveva smesso le vesti sacre del giusto e aveva preferito alle armi d’ordinanza, cioè i codici della legge, le armi cattive. Elio Gamba era la sua pistola segreta.</p>
<p style="text-align: center;"><strong>La pistola cattiva.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Un sorriso spaccò la faccia del commissario in due, un tetro sorriso a mezzaluna. Italo notò che il commissario aveva perso un incisivo ma non osò chiedersi in quale modo. Forse perché stava letteralmente cadendo a pezzi.<br />
Il procuratore aprì un cassetto, ne estrasse una foto di grandi dimensioni e la gettò sulla scrivania, scoprendosi tremante anche in quel semplice gesto che voleva sembrare deciso. La foto ritraeva un individuo sui trent’anni, di bell’aspetto, abbronzato e dai capelli viola irti come spilli. Non sembrava una foto uscita da un archivio segnaletico ma piuttosto dal book di un modello.<br />
“Ti posso dire il suo nome e il suo cognome, ma so che a te non interesserebbe. Per trovarlo di basta conoscere il suo pseudomino. Il suo pseudonimo voglio dire.”<br />
Elio prese la foto e la guardò, poi la gettò di nuovo sul tavolo.<br />
Scannerizzata, archiviata, salva file con nome “bastardo”.<br />
“Si fa chiamare Dj Zeus. E’ uno dei più famosi Disk Jokey in Slovenia, ma lui non viene da là… viene più da est, dall’est più est che c’è in Europa. Il suo cognome finisce con ich, per intenderci.”<br />
Elio riprese in mano la foto quasi automaticamente e le chiese con espressione ingenua: “Ma cosa hai combinato signor Ich?”<br />
In un’altra occasione il gesto di Elio sarebbe potuto sembrare comico ma ad Italo fece venire i brividi. Pur di non rivolgersi direttamente a lui il commissario parlava con una fotografia. Assurdamente si chiese se Elio non avesse obliterato tutto ciò che riguardava Marzia, compreso il padre, lui stesso.<br />
“Leggi qui.” Disse Italo ad Elio porgendogli la pagina di un giornale. Altrettanto assurdamente evitò di chiedergli: “Sai ancora leggere, vero?”<br />
Un articolo cerchiato frettolosamente trattava dell’ennesimo caso di morte per abuso di stupefacenti in quei mesi. Elio Gamba probabilmente non ne era a conoscenza ma di articoli come quelli da gennaio ne erano apparsi circa venti, tutti riguardanti il Veneto. La procura aveva avuto il suo bel da fare a convincere i giornalisti che le cause delle morti non erano assolutamente legate. Che si trattava di una semplice casualità.<br />
Inutile dire che prima o poi qualcuno avrebbe mangiato la foglia, in fondo vivevano in uno stato dove la giustizia agiva prima sui giornali e sulle televisioni e poi nelle aule giudiziarie, uno stato in cui piuttosto di rivolgersi alle autorità si pensava bene di interpellare un grosso pupazzone rosso.<br />
“Gira un nuovo tipo di pasticche. Hanno un fulmine sopra… ed è il fulmine di Zeus.”<br />
Nello sguardo di Elio Gamba non si accese nessuna scintilla di comprensione ma Italo continuò.<br />
“Il fatto è che questa roba è terribile… Elio, fa rimpiangere le pasticche di una volta.”<br />
Ancora il vuoto opaco di uno sguardo da zombie negli occhi del commissario.<br />
<strong>“I ragazzi… i ragazzi che le hanno prese… i patologi hanno detto che il cuore gli è esploso nella cassa toracica. Le tagliano con una roba che estraggono dalle ghiandole dei maiali.”</strong><br />
“Colpo di fulmine.” Sussurrò Elio. Italo annuì.<br />
Poi successe qualcosa, Elio sembrò scuotersi, tremò e sgranò gli occhi. Sembrò la vittima di un torturatore che si riprende con gli strumenti del dolore ficcati nella carne.<br />
“Trieste.” Bofonchiò Elio. Ma era come un singhiozzo.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Cinque anni prima</em><br />
<strong>Certo ci sono cose che non si dimenticano, che si caricano ad ogni riavvio.</strong> Ci sono posti in cui le cose sono giuste e i fili che le nostre vite tendono si aggrovigliano strettamente in un gomitolo rosso fuoco. Ci sono istanti in cui i nostri passi smettono il loro vagare cieco e il sentiero della vita appare evidente e luminoso. Allora ci si dice: non poteva andare che così e ecco perché ho vissuto e anche ora sono felice, ora sono veramente felice.<br />
E c’è un ispettore che ha risolto un caso importante, una brutta storia di contrabbando di droga. E’ un uomo colto, bello e silenzioso… perché la giustizia tace sempre e non si vanta mai. Un uomo che sorride pensando a una cosa letta anni prima, libero dagli obblighi professionali.<br />
E la città attorno è una sola luce, quella dell’alba che incendia il golfo. Tutto è rosso e arancio e la vita comincia, comincia qui.<br />
Guardate.<br />
Vestita di quell’azzurro che hanno i cieli in montagna, quando l’aria è tersa e sembra che allungando una mano si possano toccare i ghiacciai, leggera come chi non proviene da questo mondo ma lo possiede, viva come la città che la avvolge.<br />
E a volte sono pensieri stupidi, ma Dio mio com’è bella e se adesso lo guardasse ne morirebbe e a volte i miracoli accadono e lei lo guarda. Il cappello di lui vola via, un cappello da ispettore un po’ pretenzioso, un po’ retorico, il cappello scivola, teso dallo stesso filo che muove quest’uomo e questa donna l’uno verso l’altro, in una città di questo mondo, e scivola, si tuffa nelle mani di lei come un gatto che ordina le sue coccole quotidiane.<br />
E poi l’uomo e la donna ridono.<br />
Ed è lo stesso momento in cui nel loro cuore comprendono di non essere più soli.<br />
Un caffè poco lontano dal centro. Un posto tranquillo, silenzioso, abitato da gesti gentili e profumi dolci e forti. Luci soffuse e sedie di legno.<br />
“Il nome originale di questa città era Trst.”<br />
“Mamma mia, ce la fa a dirlo di nuovo?”<br />
“Trst. Guardi che non è difficile. La erre in questo caso fa da vocale e sostiene la sillaba… ma mi scusi, così l’annoio.”<br />
“Difficile.”<br />
Lei sorride. Sensazionale come in lei tutto sembra familiare e straniero al tempo stesso. E’ come se sia stata dentro di lui per tutta la vita, ma si sia nascosta dietro una piega della sua anima o dietro una porta. Eppure… non è la sua voce che gli ha chiesto ad essere giusto? Non è per la bellezza di questa donna di nome Marzia che ha combattuto finora? Perché ciò che è bello dev’essere per forza giusto…e anche il contrario.<br />
Adesso, certo, il commissario non sa che il tempo è un armigero impazzito che brandendo una lancia arrugginita riesce a trasformare le cose nel loro esatto contrario.<br />
“Sa, lei non è uno che parla tanto.”<br />
“Sta nello stereotipo, non credi?”<br />
Lei ride e si copre la bocca con una mano. Lui non capisce il perché sulle prime, poi si rende conto della sua piccola gaffe. Ride a sua volta ma non chiede scusa: anzi la guarda e dentro i suoi occhi c’è qualcosa di grande che si muove. Forse un sogno, un sogno dove c’è posto per lei.<br />
Forse solo per lei.<br />
Nelle notti che avrebbero passato abbracciati nei prossimi cinque anni lei gli avrebbe sempre detto che quello sguardo, quel primo contatto di anime era stato il momento esatto in cui si era innamorata di lui.<br />
“Va bene se ti do del tu? Mi sembra…” Di conoscerti, ma non finisce la frase, vittima di uno strano imbarazzo.<br />
“Certo Elio.”<br />
“Certo Marzia.”<br />
Ridono ancora e lui vede che a Marzia ridono anche gli occhi a mezzaluna.<br />
Fuori la bora si alza, qualcun altro perde il cappello e la vita scorre.</p>
<p style="text-align: center;"><strong>RITORNO</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Un anno prima</em><br />
Certo ci sono cose che non si dimenticano, che riappaiono ad ogni riavvio. Ci sono posti in cui la gente è attaccata a fili e senza quei fili non potrebbe vivere. Ci sono posti in cui le coperte sono dure e bianche e ci si dice: dio ti prego, fammi andare via e perché proprio a me, perché proprio a me o anche darei la mia vita per lei.<br />
E lui è un marito che vede sua moglie morire, vede i suoi occhi che sorridevano a mezzaluna circondati da occhiaie buie, vede i capelli biondi che conosceva setosi divenuti rigidi come steli secchi. Vede le gocce cadere nella boccetta che le porta il cibo attraverso un tubo.<br />
E sente che Trieste si rompe, sente che le vocali cadono e che resta solo una consonante a fare un lavoro che non le appartiene. Sente che il sole tramonta e la vita si ferma.<br />
In un calmo delirio pensa che lei gli diceva spesso che sua madre gli aveva dato quel nome probabilmente perché fin da piccolo era bello come il sole, e pensa che tra sole e solo non ci passa una così grande differenza…ma è una cosa che non tollera.<br />
Perché non succedono cose brutte agli uomini giusti.<br />
Perché senza Marzia sa che impazzirà.<br />
E la goccia fa plic, plic, le macchine bip, bip, i passi delle infermiere tac, tac…<br />
E il suo cuore tace. E’ fermo.<br />
“Elio.”<br />
Si sveglia per un attimo. La sua mano, in quella del marito, ha una contrazione.<br />
“Non piangere Elio. Non piangere per me. Non piangere mai.”<br />
Elio guarda la moglie.<br />
“Perché dovrei?”<br />
“Non lo so…”<br />
“Riposati, sei stanca. Riposati.”<br />
“E’ di là il mio babbo?” Babbo, mai papà.<br />
“E’ appena andato a mangiare qualcosa.”<br />
“Io invece sono appena alla colazione…” Cerca di ridere ma anche quel semplice gesto le fa male ed Elio ne soffre il doppio.<br />
“Mi canti una canzone?”<br />
“…”<br />
“Non mi hai mai cantato una canzone.”<br />
“Riposati, amore.”<br />
“Mi canti una canzone Elio?” Ora sembra una bambina spaventata a cui è successo qualcosa di molto brutto.<br />
Ed Elio cerca di cantare una canzone che gli piaceva molto, che parla di un tizio che vuole buttare il suo cuore fra le stelle…ma arrivato alla prima strofa già il commissario Elio Gamba non c’è più.<br />
“Elio. Elio dove sei? Senti, puoi dire che accendano le luci? Non ti vedo, Elio…”</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Una settimana prima</em><br />
Italo ora era in piedi, aveva aperto la finestra quasi del tutto. Faceva stranamente caldo per quella stagione anche se un vento freddo e umido minacciava l’arrivo di un acquazzone. Forse sarebbe arrivata anche la neve.<br />
“Abbiamo mobilitato tutti. Seguito ogni pista, spremuto anche il più miserabile pusher. L’inchiesta è stata facile. Certi spacciatori non tollerano che la loro roba uccida in quel modo gli… ehm… gli acquirenti. <strong>Capisci che è molto più conveniente che la droga uccida lentamente</strong>.”<br />
Elio era arrivato alla terza sigaretta. Le parole del suocero che entravano nella sua testa venivano scremate da un qualche filtro che sceglieva solo quelle importanti. Per ora le uniche rimaste erano bastardo e uccidere.<br />
“Gente dell’interpol è arrivata al nostro amico.” Italo pronunciò amico in una specie di roco ruggito, battendo il dito sulla foto di Dj Zeus. “Hanno infiltrato un tizio. Un ragazzo prestato dall’MI5 che aveva già avuto a che fare con operazioni di questo tipo. Lo hanno trovato aperto in due vicino a Fiume.” Italo tossì. Si chiese se era il caso di mostrare a Elio la foto del cadavere dell’agente ma non avrebbe fatto alcuna differenza.<br />
Forse stava usando troppe parole per giustificare il crimine di cui si stava macchiando… ma dopotutto era un pivello in quel genere di operazioni. Decise di arrivare al nocciolo della questione al più presto possibile. Il silenzio di Elio Gamba cominciava a dargli i brividi.<br />
Ricordò il giorno in cui Marzia era morta, gli tornò alla mente il volto del commissario accanto al capezzale della moglie, ancora con la mano nella mano che non aveva smesso di stringere in tutti gli anni del loro matrimonio. La macchina di Marzia gorgheggiava un monotono bip senza fine ed Elio era lì, immobile come ora. Le infermiere e i barellieri più forti non erano riusciti a smuoverlo.<br />
“C’è un tecnico, qui in procura, uno che sa tutto di computer.” Italo assunse un tono più casuale. “Mi dice che i virus più gravi infettano i file del computer che non si possono cancellare… a meno di non cancellare tutto.”<br />
Elio piegò la testa di lato, quasi che la divagazione informatica del suocero avesse mosso il suo interesse.<br />
<strong>“Sembra che Dj Zeus sia uno di quei file. Un file che non si può cancellare… perché altrimenti bisognerebbe cancellare tutto. E io non ho quel potere, mai lo vorrei avere.”</strong><br />
Oppure sì, oppure sì. Oppure sarebbe bello avere un’arma potente, definitiva, una bomba al neutrone che distruggesse tutto il male in una singola esplosione di luce. Oppure sarebbe bello avere il potere di un Dio e decidere cosa sia giusto, e decidere che nessuno aveva il diritto di vendere ai figli di quell’epoca qualcosa che facesse esplodere il loro cuore.<br />
Oppure… Elio era quell’arma?<br />
Come per rispondere ai pensieri del suocero il commissario Elio Gamba estrasse da sotto il trench l’oggetto che poco prima aveva mandato quel luccicore sinistro. Era un’arma. Una seconda pistola che poco aveva d’ordinanza. Era enorme e lucida, un cobra di metallo gonfio di un mortale veleno al piombo.<br />
“Revolver 460 XVR.” Dichiarò Elio, rispondendo a una domanda che non gli era mai stata posta. “Il più potente revolver calibro 45 del mondo.”<br />
Un brivido corse lungo la schiena del procuratore. Era così il male, il delitto? Così bello e lucente? Era così la distruzione? Carica di un fascino segreto e corrosivo?<br />
“Va bene.” Sussurrò. “Va bene.”<br />
Finora aveva solo sciorinato un rosario di dati che certo per il commissario non significavano nulla. Era solo per evitare di dire quello che doveva dire.<br />
“Fra una settimana ci sarà una festa. Un festa in una discoteca in Slovenia, a una ventina di chilometri da Trieste. E da lì che passa tutta la cacca.” Si sentì stupido a usare quell’ultimo termine edulcorato…non aveva per niente la stoffa del criminale.<br />
“La discoteca si chiama Embassy e alla festa suonerà Dj Zeus, che tra l’altro ne è proprietario.”<br />
<strong>“Andrò alla festa. E’ da tanto che non vado a una festa.” Dichiarò Elio, riponendo la pistola.</strong><br />
“Sai che niente di quanto hai sentito qui è mai stato detto?”<br />
<strong>“Io non ho sentito nulla.”</strong> E, in effetti, in quell’affermazione c’era non poca verità.<br />
“Sai che se vai lì sei solo?”<br />
Elio rise e Italo lo guardò con terrore. Solo. Sole. Elio. Un poliziotto in gamba. Lo stomaco del procuratore protestò furiosamente, si contorse. Ci volle un grande sforzo per non rigettare il pur magro pranzo di poche ore prima, mai digerito.<br />
“Sai che non… che non c’è…” Non riuscì a trovare le parole. Voleva spiegargli quanto di quello che stavano architettando fosse contro ogni principio, contro le regole della giustizia, contro le sue regole. Voleva spiegargli che il buio che la scomparsa di Marzia aveva portato era lo stesso buio in cui era precipitato il suo amato paese, per cui suo padre e tanti altri padri erano morti. Nelle trincee, nelle fabbriche, sulle strade, in terre straniere.<br />
Ma c’era mai stata luce? A parte lo scintillare dell’arma di Elio, Italo Todeschi, procuratore della Repubblica Italiana, non riusciva a ricordare un’altra luce. Neppure quella degli occhi di sua figlia.<br />
“Sì, sono contento che sia finita.” Dichiarò ad alta voce, parlando da solo, riferendosi a nulla in particolare. Voltò le spalle ad Elio, scrutando la tempesta che si avvicinava con occhi stanchi.<br />
Il commissario estrasse da sotto il trench un altro oggetto lucente, una gavetta stavolta, il cui contenuto gli scivolò in gola dopo poco, sotto forma del più dolce veleno: quello che distrugge i ricordi.<br />
<em></em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Ora</em>.<br />
Erano i figli dell’uomo, parlavano lingue diverse, provenivano da nazioni diverse, erano i padri e le madri del futuro. Erano vivi, terribilmente vivi nella musica, uniti da un ritmo più veloce della luce, schiavi di un ebbrezza artificiale. Erano fatti fin sopra ai capelli, calati. Stringevano bottigliette d’acqua costosissime a cui ricorrevano quando le caramelle della musica cominciavano a bruciare troppo in fretta i liquidi che li mantenevano in vita. Erano pazzi.<br />
Pazzi come Dj Zeus, che pure era lucido nel corpo e nella mente, magnifico direttore d’orchestra supersonico. Lui poteva farli muovere. Schiacciava un tasto e le loro mani si alzavano, abbassava una leva e i loro movimenti rallentavano, spostava una puntina e tutti gridavano. Loro erano i suoi pupazzi: portavano soldi alle sue discoteche, mangiavano le sue pastiglie, gli davano tutto,persino la vita.<br />
Loro erano il suo raccolto e lui mieteva, mieteva, mieteva. Non si risparmiava di prendere nulla… a parte il loro cervello. Quello era da buttare.<br />
Ed erano pazzi come Elio Gamba, ombra fra le ombre in festa. Per le prime ore della serata all’Embassy non si era mosso di un millimetro: non l’aveva notato nessuno, fatta eccezione per una ragazza dalle labbra rosse gonfiate da anelli di metallo. Gli aveva rivolto una parola in un duro sloveno muovendo le dita a V davanti alla bocca. Elio non aveva capito e le aveva passato la sua gavetta lucente. La ragazza aveva avuto un moto di schifo ed era andata via.<br />
Verso le cinque della notte, quando la festa cominciava a raggiungere il suo culmine e la pista era gremita come un camion di maiali diretto al mattatoio, Elio si mosse.<br />
Nessuno dei presenti lo vide allungare la mano dentro la cinta dei pantaloni e nessuno vide cosa ne estrasse. Seppure qualcuno fu abbagliato da un lampo di luce riflessa dall’oggetto, nessuno lo identificò.<br />
Evidentemente Dj Zeus, nel suo ruolo di file del sistema impossibile da cancellare si sentiva abbastanza sicuro da non mettere metal detector nella discoteca di sua proprietà. Altrettanto evidentemente i gorilla della sua security non ritenevano strano che un uomo di mezz’età alto quasi due metri, con uno strano sorriso e una maglietta nera si mischiasse alla fiumana di giovani per ascoltare la musica del futuro prossimo.<br />
Nessuno dei satiri e delle baccanti nell’amplesso della danza bloccò il passo lungo del commissario. La sua strada era davanti a sé, come lo era sempre stata, poco importa se fosse un viale illuminato da due occhi a mezzaluna o un tratturo ignobile e oscuro, Elio la percorse con la stessa sicurezza di un raggio di luce che erompe dalla fucina scintillante del sole per raggiungere un certo pianeta azzurro.<br />
<strong>E d’un tratto, alle cinque della mattina del sedici febbraio di quest’anno, Elio si trovò di fronte a Dj Zeus, suo inconsapevole antagonista e prossima vittima.</strong> Questi era intento in un mix particolarmente veloce, in cui un crescendo martellante si accoppiava ad un suono basso, distorto ed immensamente bello e potente. Lasciandosi trascinare dalla musica Elio cominciò ad alzare la sua arma.<br />
Anch’essa crebbe, si gonfiò, pronta a colpire.<br />
Ci fu un secondo, un istante breve in cui il mondo si fermò attorno ad Elio e le sue dita si contrassero attorno all’impugnatura della pistola. In quell’attimo gli occhi di Elio e di Dj Zeus si incrociarono e quest’ultimo forse comprese qualcosa ma non se ne curò: aveva un lavoro da fare. Anche la sua strada era dritta e chiara.<br />
Poi quel momento singolare si spezzò, la rullata infinita si trasformò in una partitura sincopata e complessa, la gente urlò e qualcuno degli strafatti rovinò contro Elio. Una ragazza rise, poco distante ed Elio riconobbe un accento conosciuto in quella risata straniera. Fissò la ragazza e si trovò a scrutare in due occhi ridenti a mezzaluna.<br />
Anche la sconosciuta lo guardò. Era bella e serena e aveva un vestito azzurro.<br />
Poi tutto si fece confuso e la musica continuò.<br />
Nessun cuore scoppiò quella sera.</p>
<p style="text-align: center;"><strong>SUPPLEMENTO DI VIAGGIO</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Ora o poco dopo</em><br />
Il porto era ventoso, l’unico suono era lo sciabordare ipnotico delle onde. Il sole era lontano ma c’era, sarebbe salito, si sarebbe issato lungo la fune del giorno e avrebbe illuminato ogni cosa.<br />
C’era un uomo, seduto al termine di un lungo molo di cemento del porto di Trieste. Quest’uomo aveva una gavetta vuota, una luminosa pistola vergine e una canzone fra le labbra.<br />
<strong>Per la prima volta da cinque anni il commissario Elio Gamba formulò un pensiero vagamente coerente.</strong><br />
Italo capirà. E’ meglio per lui. Non è un assassino. Io lo sono ma lui no. E’ il papà di…<br />
Il padre di chi?<br />
C’era stata una donna una volta, in una città come questa, ventosa e piena di luce. C’era stato un cappello che scivolava via come un gatto curioso. C’erano stati l’amore e un poliziotto buono.<br />
C’erano state le cose belle di una vita giusta.<br />
Ora c’è solo quest’uomo solo… e io vi prego di guardarlo, non di più. Una volta era bello e conosceva i nomi degli Dei Greci e di tutte le formazioni della Juventus. Una volta era felice.<br />
Trieste fremette.<br />
Poi, mentre la luce del sole esplodeva, il commissario Elio Gamba scomparve.<br />
E non so dire chi si rizzò in piedi sul molo di cemento, non posso dire chi estrasse un revolver lucente da sotto un trench marrone e non voglio dire chi esplose un colpo mortale diretto al sole, nel tentativo folle di oscurare tutta quella cazzo di luce.</p>
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		<title>Dolci colline di sangue</title>
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		<pubDate>Fri, 08 Jul 2011 13:30:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giacomo Brunoro</dc:creator>
				<category><![CDATA[Critica]]></category>
		<category><![CDATA[SugarBooks]]></category>
		<category><![CDATA[florence]]></category>
		<category><![CDATA[mostro di firenze]]></category>
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		<category><![CDATA[Serial Killer]]></category>

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		<description><![CDATA[<table cellpadding='10'><tr><td valign='top' align='left'><p>Categories: <a href="http://sugarpulp.it/category/critica" title="View all posts in Critica" rel="category tag">Critica</a>, <a href="http://sugarpulp.it/category/sugarbooks" title="View all posts in SugarBooks" rel="category tag">SugarBooks</a></p><p>Tags: <a href="http://sugarpulp.it/tag/florence" rel="tag">florence</a>, <a href="http://sugarpulp.it/tag/mostro-di-firenze" rel="tag">mostro di firenze</a>, <a href="http://sugarpulp.it/tag/pulp" rel="tag">pulp</a>, <a href="http://sugarpulp.it/tag/serial-killer" rel="tag">Serial Killer</a></p>Il caso del Mostro di Firenze è probabilmente il caso per eccellenza della Storia Italiana. Nessun altra storia criminale infatti è riuscita ad esercitare un tale impatto nell&#8217;immaginario pubblico italiano ed internazionale (il libro di Spezi e Preston è un &#8230; <a href="http://sugarpulp.it/critica/dolci-colline-di-sangue">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a><table width='100%'><tr><td align=right><p><b>(<a href='http://sugarpulp.it/critica/dolci-colline-di-sangue' title='Dolci colline di sangue'>Read more...</a>)</b></p></td></tr></table></td></tr></table>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignright" src="http://img3.webster.it/BIT/723/9788817037235g.jpg" alt="" width="200" height="319" /><strong>Il caso del Mostro di Firenze è probabilmente <em>il caso</em> per eccellenza della Storia Italiana.</strong> Nessun altra storia criminale infatti è riuscita ad esercitare un tale impatto nell&#8217;immaginario pubblico italiano ed internazionale (il libro di Spezi e Preston è un best seller internazionale).</p>
<p style="text-align: justify;">Mario Spezi è il giornalista che molto probabilmente ha seguito meglio di chiunque altro tutta questa vicenda, basti dire che <strong>è stato lui a coniare l&#8217;espressione &#8220;Mostro di Firenze&#8221;</strong>. Questo romanzo scritto a due mani con l&#8217;americano Douglas Preston riesce a raccontare con uno stile asciutto ed avvicente la storia degli 8 duplici omicidi consumatisi nelle <em>dolci colline toscane</em> per mano del misterioso Mostro.</p>
<p style="text-align: justify;">Spezi si spinge addirittura più in là: il libro infatti si conclude con<strong> il resoconto dell&#8217;intervista che Preston e Spezi hanno fatto alla persona che secondo loro è il responsabile dei delitti del Mostro di Firenze. </strong>Vi assicuro che quella scena, che arriva alla fine di un vero e proprio viaggio nell&#8217;orrore e nella follia della mente umana, mette i brividi.</p>
<p style="text-align: justify;">Al di là di tutta la vicenda criminale che inchioda il lettore alle pagine voglio sottolineare il legame indissolubile tra questa storia e il territorio in cui si è verificata:<strong> le <em>dolci colline</em> del titolo infatti sono quelle della Toscana, una delle regioni più belle del mondo e in cui sembra impossibile che possano verifcarsi omicidi tanto brutali.</strong> Il romanzo di Preston e Spezi infatti racconta in maniera perfetta una fetta d&#8217;Italia: il territorio, la vita di paese, i tratti caratteristici di una Toscana che forse non c&#8217;è più, gli aspetti nascosti e impensati della provincia italiana. Tutti questi dettagli emergono in maniera prepotente pagina dopo pagina e contribuiscono a rendere straordinario un romanzo che fila via come un fuso e ha il grandissimo pregio di catapultarti in mezzo ad una serie di delitti che, per quanto si sia detto e scritto, resta ancora oggi un enigma senza soluzioni.</p>
<p style="text-align: justify;">La teoria di Spezi infatti può essere condivisibile o meno, è sicuramente molto più verosimile di tante altre teorie che hanno tentato di chiudere questa storiaccia (tanto per cominciare è molto più verosimile dell&#8217;assurda non-conclusione giudiziaria sui delitti del Mostro!) ma resta semplicemente una delel tante &#8220;teorie&#8221; sul Mostro di Firenze</p>
<p>In definitiva un romanzo assolutamente consigliato per una lettura <em>sotto l&#8217;ombrellone</em> e che può essere un ottimo punto di partenza per conoscere la storia di uno dei serial killer più sanguinari ed imprendibili che la storia ricordi.</p>
<hr />
<ul>
<li>Titolo: <a href="http://www.webster.it/libri-dolci_colline_sangue_spezi_mario-9788817037235.htm?a=312017">Dolci colline di sangue</a></li>
<li>Autore: <a href="http://www.webster.it/libri-dolci_colline_sangue_spezi_mario-9788817037235.htm?a=312017">Mario Spezi</a></li>
<li>Numero di pagine: 345</li>
<li>Editore: BUR Biblioteca Universale Rizzoli</li>
<li>Prezzo: Euro 10.90</li>
<li><a href="http://www.webster.it/libri-dolci_colline_sangue_spezi_mario-9788817037235.htm?a=312017">Acquista  il libro su Webster.it</a></li>
<p><strong> </strong><strong> </strong><strong> </strong><strong> </strong></ul>
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		<title>Il trentunesimo giorno</title>
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		<pubDate>Mon, 06 Jun 2011 11:47:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Tono</dc:creator>
				<category><![CDATA[SugarTales]]></category>
		<category><![CDATA[noir]]></category>
		<category><![CDATA[pulp]]></category>
		<category><![CDATA[rosolina]]></category>
		<category><![CDATA[sugarpulp]]></category>
		<category><![CDATA[veneto]]></category>

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		<description><![CDATA[<table cellpadding='10'><tr><td valign='top' align='left'><p>Categories: <a href="http://sugarpulp.it/category/sugartales" title="View all posts in SugarTales" rel="category tag">SugarTales</a></p><p>Tags: <a href="http://sugarpulp.it/tag/noir" rel="tag">noir</a>, <a href="http://sugarpulp.it/tag/pulp" rel="tag">pulp</a>, <a href="http://sugarpulp.it/tag/rosolina" rel="tag">rosolina</a>, <a href="http://sugarpulp.it/tag/sugarpulp" rel="tag">sugarpulp</a>, <a href="http://sugarpulp.it/tag/veneto" rel="tag">veneto</a></p>Tracklist consigliata: E io ho visto un uomo &#8211; Milva Sure shot dei Beastie Boys Piombo in bocca &#8211; Calibro 35 Quei giorni insieme &#8211; Ornella Vanoni Ore 12,41/SS 309/Rosolina/Ristorante-Pizzeria Dal Nane Oggi è il trentesimo giorno. E oramai non &#8230; <a href="http://sugarpulp.it/sugartales/il-trentunesimo-giorno">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a><table width='100%'><tr><td align=right><p><b>(<a href='http://sugarpulp.it/sugartales/il-trentunesimo-giorno' title='Il trentunesimo giorno'>Read more...</a>)</b></p></td></tr></table></td></tr></table>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Tracklist consigliata:</p>
<ul>
<li> <em><a href="http://itunes.apple.com/it/album/highway-star/id18439826?i=18439657">E io ho visto un uomo &#8211; Milva</a></em></li>
<li><em> <a href="http://itunes.apple.com/it/album/blind-in-texas/id430400666?i=430400708">Sure shot dei Beastie Boys</a></em></li>
<li><em> <a href="http://itunes.apple.com/it/album/hit-the-lights/id168322322?i=168322324">Piombo in bocca &#8211; Calibro 35</a></em></li>
<li><em><a href="http://itunes.apple.com/it/album/hit-the-lights/id168322322?i=168322324">Quei giorni insieme &#8211; Ornella Vanoni</a></em></li>
</ul>
<hr />
<p style="text-align: right;"><em>Ore 12,41/SS 309/Rosolina/Ristorante-Pizzeria Dal Nane</em></p>
<p style="text-align: justify;">Oggi è il trentesimo giorno. E oramai non si parla d’altro. Giornali, radio, TV, siti Web.<br />
Click.<br />
La piccola Mara.<br />
Foto, interviste, lunghi ed estenuanti reportage. Così alla fine sembra saperne di più di tutta questa faccenda la casalinga media italiana che tutti noi in centrale messi assieme. Con chi ha parlato l’ultima volta. Chi ha visto. Gli ultimi sms. Anche i minimi particolari sono alla mercé della pubblica piazza: il suo video game preferito, il colore dell&#8217;elastico per i capelli e la felpa nera di Hello Kitty che indossava l’ultima volta uscita di casa. E molti altri dettagli.<br />
Gli avvistamenti crescono. E con loro anche la speranza di un suo allontanamento volontario.<br />
<strong>E intanto non si parla d’altro.</strong><br />
Come per la maggioranza dei miei colleghi penso che oramai ci siano veramente poche speranze di un suo ritorno a casa volontario. D&#8217;altronde le statistiche parlano chiaro. Una bischerata a quell’età si conclude di norma con un ritorno all’ovile dopo 20, massimo 25 giorni dalla fuga. Che il disperso torni sulle proprie gambe dopo trenta giorni è un’eccezione rarissima. E tale rimane.<br />
Ma le ricerche devono continuare. I genitori hanno il sacrosanto diritto di sapere, così dicono pacatamente i giornalisti.<br />
<strong>E allora: click.</strong><br />
Intanto, mentre aspettiamo seduti al tavolo, cercando di distrarmi dai miei soliti pensieri da vecchio poliziotto, Camilla mi dice che la sua amica è una tipa interessante.<br />
Bene dico io, e chissà che si riesca a parlare di qualcos’altro oltre che della piccola Mara. Penso, magari riesco anche a rilassarmi un paio di ore. Fiorella, pare abbia detto che si chiami. O Antonella forse. <strong>Ma intanto noi aspettiamo.</strong><br />
Quando arriva al locale io ho già trangugiato un paio di scodelle di patatine e due spritz al Campari. E’ un donnino semplice. Vestita in maniera semplice. Faccia semplice. Insomma tutto ciò che incanala la semplicità lei ce l’ha. Ci presentiamo, ed esordisce dicendo che ha una fame terribile. E se vogliamo possiamo anche ordinare subito.<br />
Bene, anche noi abbiamo una fame terribile. Ordiniamo. Quindi, cerco con lo sguardo il cameriere. Intanto Camilla ci tiene a farmi sapere che la sua amica è da molti anni attiva nel volontariato.<br />
Bene, rispondo. E tra le tante associazioni Onlus di cui fa attivamente parte ne ha fondata una tutta sua in difesa dei cani e dei loro diritti.<br />
Bene ripeto io, e con lo sguardo continuo a cercare il cameriere. Lo vedo. E’ un ometto pingue con un parrucchino scuro appoggiato sulla testa, un tovagliolo sull’avambraccio sinistro e un sorriso demente sulla bocca. Lo becco e con passo deciso viene al nostro tavolo. Sorride. Ordiniamo.<br />
<strong>Paralisi Facciale se ne va, continuando a sorridere. Camilla mi guarda soppesandomi con severità.</strong><br />
Che ho fatto adesso? gli chiedo alzando le sopracciglia e mostrandomi sorpreso.<br />
Hai capito cosa ti ho detto riguardo all’Associazione per i cani e i loro diritti? Mi chiede con una voce tantino scocciata.<br />
Sì che ho capito, e ho anche detto: bene. Cosa avrei dovuto risponderti?<br />
Pure lei non sembra soddisfatta dalla risposta e continua a guardarmi con la stessa severità.<br />
Deve avermi presentato all’amica con le stesse premesse fatte a me nei suoi riguardi. Ti presento il mio uomo, vedrai è un tipo interessante, deve averle raccontato. Quindi si aspettano che io sia un tipo interessante. <strong>Per me diventa sempre più dura comprendere la vastità dei rapporti umani e pacatamente dico all’amica di Camilla che credo che il cane sia un animale un tantino sopravvalutato; non è poi così tanto intelligente, simpatico sì, ma come tante altre bestie.</strong><br />
Guardo Camilla e gli chiedo con lo sguardo se così va bene. Trattenendo a fatica la rabbia, lei si accende in volto e rabbiosa mi risponde allargando le narici. Pure l’amica si fa tutta rossa in faccia e lancia un’occhiataccia scandalizzata a Camilla. Ora siamo tutti e due a guardarla. Lei se ne accorge, rilassa i muscoli facciali, si guarda  in giro fintamente distratta da qualcosa e con mestiere si tira fuori dalla conversazione.<br />
L’amica, dopo una pausa sofferta riprende: i cani sono animali molto intelligenti, anche più di certi uomini di mia conoscenza, e anche se non lo fossero non darebbe comunque il diritto a nessuno di maltrattarli.<br />
<strong> Certo, rispondo io, però andiamo dài, un calcio in culo non ha mai fatto male a nessuno.</strong><br />
Le birre e le pizze arrivano. Sorridendo, Paralisi Facciale ci augura buon appetito e se ne va. Sorridendo.<br />
A quel punto l’amica di Camilla si alza, ringrazia per la serata e si scusa, è stata una giornataccia per lei, ha la testa che le scoppia e non se la sente proprio di buttare giù nulla. E se la fila lasciando la pizza fumante sulla tovaglia. Camilla la insegue e dopo circa dieci minuti rientra.<br />
Io ho già mangiato mezza pizza e scolato tutta la mia birra. Riprende a guardarmi con la stessa severità di prima ma con un accenno di disprezzo in più. Infila le sue cose nella borsa e senza dirmi nulla esce.<br />
Nel locale c’è una grande vetrata decorata che guarda il parcheggio adiacente alla Statale 309. Passa una Fiat Multipla color cielo metallizzato. BN 506 GH.<br />
Giocherello con le lettere e i numeri della targa per memorizzarli. Sono oramai anni che lavoro in ufficio e non faccio più pattuglia stradale, ma certe abitudini sono difficili da estirpare.<br />
Sconsolate, dentro all’auto ci sono Camilla e la sua amica che scuotono la testa all’unisono e a tempo. <strong>Devo avere deluso parecchio entrambe.</strong> Eppure non mi danno più di tanto, comunque vada Camilla finirà la serata con una tipa interessante.<br />
<strong>Finisco la pizza e mi getto su quella di Camilla. Penso che tutto sommato non sia stato un pranzo così negativo. Almeno non si è parlato della piccola Mara.</strong><br />
Finita tutta la birra a disposizione mi sento il ventre scoppiare, chiamo Paralisi Facciale, chiedo il conto e mi faccio mettere in un cartone la pizza avanzata dall’amica di Camilla.<br />
Vado alla cassa e dietro al registratore, arpionata allo sgabello come un avvoltoio ricurvo trovo una donna: capelli arruffati, pelle giallastra e il camice grigio chiazzato di salsa al pomodoro. Ha gli occhi spiritati come la luce che esce dal monitor del televisore sistemato al lato del registratore. Sembra dialogare mentalmente con il telecronista. Riesco solo a sentire: la piccola Mara. Ma mi basta, e seccato batto con la mia carta sopra al lettore per il bancomat. Finalmente, anche solo per un istante mi vede, schiaccia i tasti sul lettore avvolta dalla luce glauca del monitor e senza mai staccare gli occhi da sopra mi ringrazia e mi augura una buona giornata.<br />
Sempre più disgustato da questa faccenda, pago ed esco.<br />
Mentre cerco l’auto, Paralisi Facciale continua a guardare e a sorridermi attraverso la vetrata del locale. Lo ignoro. Salgo sulla Punto, sistemo il cartone sul sedile del passeggero e mi reinserisco nel bordello metallico della 309.</p>
<p style="text-align: right;"><em>Ore 14.36/Via dei covi neri, 6/Taglio di Po</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La piccola Mara sono le ultime parole che sento prima di spegnere la radio. Click.</strong><br />
Rientro a casa, appoggio il cartone sul tavolo della cucina e non faccio in tempo a girarmi che Ernesto mi salta addosso e ruzzoliamo insieme a terra. Mi lecca la faccia, il collo, le orecchie. Io mi rialzo di scatto, almeno ci provo e gli do un calcio in culo. Ingobbito torna dentro la sua cesta.<br />
Entro in bagno e finalmente mi libero. Suona il telefono, lo faccio squillare. Mi pulisco e tiro lo sciacquone. Apro il frigo e mi scolo mezzo litro di birra fresca sdraiato sul divano. Ernesto mi guarda con quel cazzo di occhi da cane. Il telefono smette di squillare.<br />
Appoggio la bottiglia vuota sul tavolino indiano di fronte. E’ Camilla quella che diventa matta per queste cose etniche. Scanso il portacenere peruviano e afferro la fondina da spalla adagiata sopra il tavolino. Estraggo fuori la  .357 Magnum S&amp;W. L’ultimo regalino che mi sono fatto. Un vero gioiellino. Leggera come una piuma ma potente da stendere un toro. Pallettoni .38 Special. Apro l’incastellatura tra il cane e la canna e faccio rullare il tamburo per un po’ a vuoto. Gira come una giostra luccicante. È un piacere per gli occhi. Il telefono riprende a squillarmi sotto il naso. Richiudo il revolver appoggiandolo di nuovo sul tavolino e tiro su la cornetta.<br />
<em>Domani passo a prendere le mie cose</em>, mi dice la voce di Camilla.<br />
<strong>Tutto questo per un calcio in culo ad un stupido cane, rispondo io, è assurdo.</strong><br />
<em>Non è solo per i calci in culo che dai a quella povera bestiola, ma per tutto il resto. Tu prendi a calci in culo tutti, la mia amica, i miei amici, i tuoi colleghi, i tuoi superiori, mia madre, me, tu prendi a calci in culo il mondo intero e non te ne rendi neppure più conto. Se te ne sei mai reso conto poi.</em><br />
<strong>Io non rispondo, non so cosa dire.</strong><br />
<em>Sono esasperata, i nervi non mi reggono più.</em><br />
Pausa.<br />
<em>Domani pomeriggio non farti trovare a casa, ti lascio le chiavi sotto lo zerbino.</em><br />
Un’altra pausa.<br />
<em>Basta è finita, addio.</em><br />
E riattacca.<br />
Riaggancio anch’io.<br />
Non ricordo di avere uno zerbino.<br />
Ernesto seduto nella sua cesta continua a guardarmi con quel cazzo di occhi da cane. Afferro il revolver dal tavolino e faccio scattare il grilletto. Glielo punto in mezzo a quei cazzi di occhi da cane. Lui sbadiglia mostrandomi tutta l’arcata superiore della bocca, annusa la canna per un po’ e gli dà una leccatina prima di arrotolarsi di nuovo dentro la cesta. E poi l’amica di Camilla dice che non è un animale sopravvalutato. Richiudo il grilletto e appoggio l’arma sulla gamba.<br />
<strong>Mi piacerebbe tornare al ristornate e infilare per intero la canna dei Signori Smith &amp; Wesson su per il culo di Paralisi Facciale e fare click.</strong> Un bello spettacolo pirotecnico di viscere e merda. Forse lo farò. Più tardi. Magari dopo il pisolino ed avere digerito le due pizze. Già.<br />
Rifodero nella fondina il revolver e i miei pseudo impulsi vendicativi. Con fatica mi tiro su dal divano ed Ernesto mi segue come solo i luridi sciacalli della sua specie sanno come e quando farlo. Prendo dal tavolo della cucina il cartone. Attraverso di nuovo il corridoio e ritorno in salotto. Si siede davanti a me. Sbadiglia di nuovo. Mi guarda.<br />
Infilo la mano dentro il cartone e getto la pizza nella cesta e lui la segue tuffandosi, ci ruzzola dentro, addenta, digrigna i denti e in pochi secondi ne fa una poltiglia. Proprio come fanno le bestie.</p>
<p style="text-align: right;"><em>0re 16,15/SS 309</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La piccola Mara, sono le prime parole che sento riaccendendo la radio. Decido di spegnerla subito. Click.</strong><br />
Tronfio per l’abbuffata del pranzo mi lascio cullare dal ronzio monotono degli pneumatici sull’asfalto. S’incomincia già ad assaporare la primavera e si intravedono i suoi primi segni. Manca oramai veramente poco. E con il sole il Polesine sembra quasi un bel posto dove vivere.<br />
Mi è bastato visualizzare il colore della Multipla per ricordarne la targa, una telefonata in centrale e il gioco è fatto. Antonella, così si chiama l’amica di Camilla. Nativa di Padova ma residente a Loreo. Insegna lettere alle scuole secondarie di Chioggia. L’indirizzo è scritto su di un post-it rosa appiccicato al cruscotto.<br />
L’appartamento è poco distante dal locale dove abbiamo pranzato tutti assieme. Camilla deve essere per forza lì da lei, a consolarsi a vicenda. E io devo parlarle, prima che tutto precipiti ancora di più nel casino.<br />
E’ solo un grosso malinteso.<br />
<strong> Tutto si risolverà come al solito con una bella scopata.</strong><br />
Credo.<br />
Comunque, nell’eventualità che non si arrivi a nulla ho portato con me la .357. Nonostante lavori da parecchi anni in ufficio, quando sono di servizio ho sempre con me la Beretta d’ordinanza. Nel tempo libero invece mi porto appresso il mio ferro personale.<br />
Ho provato ad infilarmi la fondina da spalla ma non c’è stato verso. Troppa pizza, troppa birra, troppa roba. Allora ho sistemato solo il ferro nel cassetto portaoggetti. Non ho nessuna intenzione di usarlo. Ma muoio dalla voglia di vedere il panico negli occhi dell’amica di Camilla mentre gli sventolo sotto il naso la canna del revolver. Così, giusto per togliermi uno sfizio.<br />
Sulla sinistra intravedo la zona artigianale vicino al ristorante – una delle tante zone artigianali trasformate dalla crisi in un luogo post-apocalittico. E dopo poco intravedo il cartello: <em>Dal Nane</em>. Il parcheggio si è svuotato. L’unica auto rimasta sta facendo manovra per inserirsi sulla statale. E’ una vecchia Ritmo rossa, e dal fumo dovrebbe essere un diesel. Rallento per farla passare e il guidatore alzando una mano per ringraziarmi fa scivolare la macchina nella carreggiata davanti a me.<br />
RO 3404.<br />
La targa è vecchia quanto l’auto. Quindi, con molta probabilità ha avuto un solo proprietario, e che con le stesse probabilità è lo stesso che è ora alla guida.<br />
Il quale sembra quasi sentire le mie elucubrazioni mentali e aggiustando il retrovisore con una mano mi guarda attraverso lo specchietto. E sorride.<br />
<strong>Paralisi Facciale.</strong><br />
Incredibile.<br />
Quel figlio di puttana sembrava quasi stesse lì ad aspettarmi.<br />
Gli sono dietro. Costante nell’andatura. Il limite è di 70 km orari, lui viaggia ai 65. Al centro della carreggiata. Fari accesi di giorno. Cintura allacciata e con entrambe le mani sul volante. Eretto e vigile che sembra un pulcino appena uscito da una lezione di Scuola Guida. Basterebbe anche solo una P di principiante sul tergilunotto posteriore per rendere il tutto meno grottesco. Ma non c’è.<br />
<strong>Un piccolo ingranaggio si sblocca azionando altri piccoli ingranaggi creando un frastuono infernale nella mia testa. Troppo diligente per i miei gusti. E troppo sorridente per non procurargli un po’ di strizza.</strong><br />
Mi giro e afferro il lampeggiante buttato sui sedili posteriori. Lo appoggio sul cruscotto. Armeggio un po’ con la spina e l&#8217;attacco dell&#8217;accendisigaro, e quando rialzo lo sguardo la Ritmo non c’è più.<br />
D’istinto butto l’occhio sul retrovisore e vedo una macchia rossa infilarsi al lato in una strada. Il figlio di puttana non ha segnalato prima di svoltare. E con un certo tempismo ha trovato anche il momento giusto per farlo. Un caso? Infilo la presa nella spina azionando il lampeggiante blu. Trovo uno sbocco in un’area di un supermarket, giro l’auto e mi rimetto nella carreggiata nel verso opposto.<br />
Camilla e la sua amica dovranno pazientare ancora un po’.<br />
Vedo la strada e la imbocco lasciando due strisce di gomma sull’asfalto. E’ un lungo rettilineo che passa in mezzo ad ettari ed ettari di terra suddivisa in lunghe strisce: fresate di fino, scure e lisce che sembrano enormi piste da bowling. Ogni tanto a interrompere la monotonia visiva si intravede un casolare in lontananza. Ma non incrocio anima viva. Neppure auto.<br />
La Ritmo sembra svanita nel nulla.<br />
Quel figlio di puttana pensa di avermela fatta, e allora infilo la mano in tasca e cerco il telefonino. Con il numero di targa in centrale sapranno dirmi in quale buco del culo vive il nanerottolo. E quando sto per comporre il numero passo accanto ad una stradina sterrata che porta ad un casolare. Sollevata nell’aria si intravede ancora un leggero pulviscolo di sabbia. Rimetto il telefonino in tasca e accosto l’auto salendo su  un terrapieno. Spengo il motore e voltandomi osservo.<br />
Rimango in silenzio a guardare per alcuni minuti.<br />
Ma non si vede nulla. Nessun tipo di movimento. Decido di scendere a dare un’occhiata comunque.<br />
E deve essere uno di quei meccanismi sgangherati che hanno ripreso a macinarmi in testa a dirmi di portarmelo dietro. Prima di uscire infilo la mano nel cassettino portaoggetti e prendo il revolver. Ed esco.<br />
La terra si rivela scura perché da poco concimata con lo sterco. Ettari e ettari senza fine di sterco. E come se, anziché pioggia fosse caduta merda dal cielo. L’odore è osceno. Decido comunque di tagliare per i campi per non essere visto. Infilo il revolver nella cintura dietro la schiena e parto.<br />
Ora dovrei essere già a casa dell’amica di Camilla a cercare di farla ragionare, a cercare di sistemare le cose. E sprofondando le scarpe fino alle caviglie nella merda mi chiedo se non stia in realtà aggiungendo l’ennesimo casino al casino generale. Forse dovrei tornare indietro, pulirmi le scarpe e trovare le parole giuste da usare con Camilla. Ma sento nella testa gli ingranaggi che viaggiano orami ben oliati e mi dicono di proseguire.<br />
Mi appoggio con la schiena su di una parete in ombra nel retro del casolare. Rimango in silenzio. Sento un suono sordo e regolare che viene da qualche parte non molto distante. Aspetto. Non vedo nessuno e nessuno sembra avermi visto. Acquattato percorro il perimetro dell’abitazione e dopo essermi assicurato che non ci sia nessuno esco guardingo nella corte sterrata.<br />
Accostato al casolare c’è un vecchio ricovero attrezzi in assi di legno con due ampi battenti. Nella parete centrale del caseggiato c’è solo una porta chiusa con un lucchetto e una finestra oscurata con dei fogli di giornale. Comunque per sicurezza mi acquatto, passo sotto la finestra e rialzandomi guardo attraverso le assi di legno del ricovero. Sacchi, pale, un piccolo trattore e bingo. La Ritmo rossa. Schiocco le labbra per la contentezza. Poi mi guardo ancora intorno, quel rumore asciutto continua nella sua ritmica e sembra venire proprio dietro la struttura di legno. Svolto l’angolo è do una sbirciatina facendo attenzione a non essere visto.<br />
<strong> E’ Paralisi Facciale che ci sta dando dentro con una scure e dei ceppi d’albero. Ha la faccia tutta livida e paonazza, da sotto il parrucchino scendono giù densi rivoli di sudore. Non sorride ma è lui.</strong><br />
Tick tack. I meccanismi girano e prima di fargli visita decido di dare un’occhiata al casolare.<br />
Il lucchetto sulla porta non è chiuso, ma solamente agganciato ai due anelli metallici. Paralisi Facciale deve esserci passato prima per prendere su qualcosa. Lo sfilo lentamente e delicatamente spingo la porta proiettando un fascio di luce all’interno. Infilo la testa ma è ancora troppo buio, apro di più e faccio un passo dentro. Il pavimento è in terra battuta, si sente odore di urina ed escrementi ma il mio naso si è abituato a ben altro nelle ultime ore. Su un angolo sono accatastati dei sacchi di tela, una tavola di legno con dei rimasugli di un pasto frugale, su l’angolo opposto c’è un pagliericcio schiacciato e smosso, dove sembra che c’abbia soggiornato da poco un animale. E solo ora la vedo.<br />
E’ attaccata con un collare ad una catena da muro lunga circa un paio di metri, china su di una ciotola sta divorando dei pezzi di pizza, il pomodoro e la mozzarella le colano dalla bocca e quando si accorge della mia presenza tira su la testa. Mentre ci guardiamo so che quegl’occhi mi accompagneranno per il resto della mia vita. L’elastico per i capelli. La felpa nera di Hello Kitty. Non mi serve riconoscere gli indumenti. Mi bastano gli occhi.<br />
<strong> Mara.</strong><br />
E non è dentro chissà a quale bunker sotterraneo. Neppure su di un’astronave aliena. O in una dimensione parallela. E lì, a pochi passi da tutto. Dal Ristorante. Dalla Caserma. Dalla 309.<br />
La bambina sembra spaventata dalla mia presenza, e con uno scatto ritorna raggomitolandosi nel suo giaciglio di pagliericcio. E nasconde il volto sotto la felpa.<br />
Gli ingranaggi nella mia testa si arrestano di botto. In pochi secondi la ruggine li corrode, li divora e si polverizzano al contatto con ciò che sta strisciando velenoso da una parte buia della mia testa. Faccio alcuni passi indietro, sento il suo respiro, il suo odore. Non posso permettermi di pensare oltre. Cosa abbia visto e cosa abbia passato negli ultimi giorni quella bambina è una cosa a cui avrò tempo di pensare per il resto della vita. Ora non ho tempo. Non posso permettermi di sbagliare.<br />
Esco e richiudo la porta. Serro il lucchetto facendolo scattare. Per quanto assurdo possa sembrare quello è l’unico posto al sicuro dove possa stare in questo momento. E comunque so dove trovare le chiavi del lucchetto. Afferro il revolver dalla cinta e faccio scattare il cane.<br />
Paralisi Facciale non mi sente arrivare, e solo dopo avergli intimato di alzare le mani si volta. Mi guarda un po’ spaesato, il volto livido dallo sforzo. E mi sorride. Gli intimo di appoggiare la scure a terra se non vuole un foro sulla fronte, lui senza pensarci più di tanto me la scaglia contro. Non faccio in tempo a scansarmi che questa mi si infilza poco più in alto del gomito, sul braccio destro, il revolver cade a terra e un colpo parte perdendosi nei campi. Mi piego su di un ginocchio, il dolore è lancinante. Afferro la scure per il manico, ma desisto subito dal toglierla, rischierei di dissanguarmi più velocemente. Per ora anche questa è meglio che rimanga lì dov’è.<br />
Afferro da terra il revolver con la mano sinistra trattenendo un urlo disperato di dolore e mi rialzo. Vedo il piccolo culo pingue del nanerottolo inoltrarsi nei campi. E allora corro. Corro anch’io con la lama che ad ogni sussulto mi lascia senza fiato. Ma corro. Il sole si è affievolito e una leggera bruma sale dalla terra intrisa di sterco da far sembrare d’esser entrati nella marcescente, latrinosa profondità dell’inferno.<br />
Il fiato si accorcia sempre di più. Troppi anni fuori dal giro. Troppo ufficio. Troppe pizze. Il nanerottolo saltella via come una lepre in fuga da un bracconiere. Perdo terreno. Pesto un grumo di capelli. La lepre deve avere perso il parrucchino per la strada.<br />
<strong>Ma ancora un po’ e sarò io a perdere lui. Per sempre.</strong><br />
Mi fermo, affondo i piedi nello sterco. Prendo la mira tirando su il braccio sinistro e sparo. Il colpo sparisce nei campi appresso all’eco. E senza far danni. E la lepre continua a saltellare via. Ma è ancora sotto tiro. Guardo la scure infilzata nel braccio. Fanculo. Infilo il revolver nella cinta e facendomi forza strappo via dalla carne la lama. Un fiotto di sangue fuoriesce inondando la camicia. Respingo il dolore con un grugnito e getto via la scure. Afferro il revolver con entrambe le mani e cercando di dominare il dolore prendo la mira con la punta della canna che mi trema sotto gli occhi. Trattengo il respiro, non penso a nulla. E sparo.<br />
E la fortuna mi assiste. Vedo il nanerottolo alzare le braccia verso il cielo e accasciarsi a terra seguito da un urlo smorzato.<br />
Lo raggiungo. Lui si dimena a terra. Ruzzola nella merda. Con le mani fa pressione sul polpaccio della gamba destra senza emettere suoni. <strong>Ruzzola come farebbe una qualsiasi bestia nella sua stessa situazione.</strong><br />
Vorrei dirgli tante cose, ma non ho fiato per farlo. Gli punto la canna della pistola dritto negli occhi e lui si calma. Mi guarda. E mi sorride.<br />
<em>Bravo mi hai preso</em>, dice con una voce che non esprime nulla, <em>ora chiama in centrale che ho bisogno di cure</em>. Lui il fiato ce l’ha.<br />
Cerco il cellulare nelle tasche ma non lo trovo, deve essermi scivolato fuori correndo. Mi guardo indietro.<br />
Lo informo che devo tornare in dietro a cercare il telefonino, ma non ho le manette per bloccarlo qui. E non ho nessuna intenzione di trascinarti via con me con questo braccio malandato. Come facciamo? Riesco a dire il tutto con abbastanza disinvoltura.<br />
Lui sorride.<br />
<em>Ah, che stupido… ho trovato</em>, dico. Appoggio la canna del revolver sulla sua gamba sinistra e premo il grilletto. <strong>Bang</strong>.<br />
Ecco, così sono più tranquillo.<br />
Torno sui miei passi. Lui intanto urla e si dimena. Ma in mezzo a tutta quella distesa di merda è un’impresa impossibile trovare il cellulare. E intanto che cerco, penso ai genitori della piccola Mara. Ai giornalisti che pacatamente dicono che hanno il diritto di sapere. Che tutti noi abbiamo il diritto di sapere. E che finita tutta questa sudicia storia comunque dovrò precipitarmi da Camilla. Per farmi perdonare, per parlare. Ed è allora che lo sento.<br />
E’ un suono simile ad un ghigno. Ad una risata. Mi giro di scatto. Ma lui è lì, che mi guarda serio. Inespressivo. Non urla, non si dimena più.<br />
Torno indietro. La testa è liscia e tonda, allora lo afferro con forza per un orecchio. Gli incisivi si spezzano sotto la pressione della canna del revolver, un rivolo di sangue scende giù fino al mento. Paralisi Facciale mi guarda con gli occhi sbarrati. E quello che vi leggo dentro mi piace. <strong>Faccio click e mi godo lo spettacolo.</strong></p>
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		<title>A ruota</title>
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		<pubDate>Tue, 24 May 2011 13:28:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesco Pasquale</dc:creator>
				<category><![CDATA[SugarTales]]></category>
		<category><![CDATA[noir]]></category>
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		<description><![CDATA[<table cellpadding='10'><tr><td valign='top' align='left'><p>Categories: <a href="http://sugarpulp.it/category/sugartales" title="View all posts in SugarTales" rel="category tag">SugarTales</a></p><p>Tags: <a href="http://sugarpulp.it/tag/noir" rel="tag">noir</a>, <a href="http://sugarpulp.it/tag/pulp" rel="tag">pulp</a>, <a href="http://sugarpulp.it/tag/racconto" rel="tag">racconto</a>, <a href="http://sugarpulp.it/tag/sugartales" rel="tag">SugarTales</a>, <a href="http://sugarpulp.it/tag/trhiller" rel="tag">trhiller</a>, <a href="http://sugarpulp.it/tag/veneto" rel="tag">veneto</a></p>Tracklist consigliata: Highway Star &#8211; Deep Purple Blind In Texas &#8211; W.A.S.P. Hit The Lights &#8211; Metallica SP 10 Padana Superiore. Notte. Capannoni e officine. 130 all&#8217;ora di automobile. «Cazzo cazzo cazzo! Maledetta puttana!» Supermercati e outlet. «Ma chi cazzo &#8230; <a href="http://sugarpulp.it/sugartales/a-ruota">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a><table width='100%'><tr><td align=right><p><b>(<a href='http://sugarpulp.it/sugartales/a-ruota' title='A ruota'>Read more...</a>)</b></p></td></tr></table></td></tr></table>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Tracklist consigliata:</p>
<ul>
<li> <em><a href="http://itunes.apple.com/it/album/highway-star/id18439826?i=18439657">Highway Star &#8211; Deep Purple</a></em></li>
<li><em> <a href="http://itunes.apple.com/it/album/blind-in-texas/id430400666?i=430400708">Blind In Texas &#8211; W.A.S.P.</a></em></li>
<li><em> <a href="http://itunes.apple.com/it/album/hit-the-lights/id168322322?i=168322324">Hit The Lights &#8211; Metallica</a></em></li>
</ul>
<hr />
<p>SP 10 Padana Superiore.<br />
Notte.<br />
<strong>Capannoni e officine.</strong><br />
130 all&#8217;ora di automobile.<br />
<em>«Cazzo cazzo cazzo! Maledetta puttana!»</em><br />
<strong>Supermercati e outlet.</strong><br />
<em>«Ma chi cazzo me l&#8217;ha messo in testa di fare?»</em><br />
<em>«Ma io&#8230; »</em><br />
<em> «Taci zoccola!»</em><br />
<strong>Cartello blu Vicenza.</strong><br />
<strong> Cartello blu Verona.</strong><br />
<em>«Credi che me piacere prenderlo da tutti?»<br />
«Taci t&#8217;ho detto! Mica mi puoi mettere contro i tuoi protettori!»</em><br />
<em> «Io no soldi. Io pagare afitto. Io&#8230;»<br />
«Chiudi quella bocca di merda!»</em><br />
L&#8217;auto curva a 45°.<br />
Stridore di gomme.<br />
<strong><em>«Che situassion demmerda!»</em></strong><br />
Una seconda auto curva a 45°.<br />
<em>«Proiettili rimbalzano sulla portiera.»</em><br />
<em> «Pure ci sparano ora!»</em><br />
<em> «Loro no cattivi. Loro solo arabiati!»</em><br />
<em> «Arrabbiati?! Arrabbiati?! E che facciamo? Gli offriamo da bere? Gli raccontiamo una favola? La piccola fiammiferaia del cazzo dovevo tirarmi su!»</em><br />
Fari alti.<br />
Lampioni ovunque.<br />
<em>«Se mi salvo giuro non bestemmio più Dio, giuro non bestemmio più Dio&#8230; </em>– un proiettile sfascia il lunotto posteriore &#8211; <em>… porco!»</em><br />
<em><strong>«No bestemiare!»</strong><br />
«Taci troia!»</em></p>
<p>La seconda auto prende terreno.<br />
<em>«Checcazzo, arrivano!»<br />
«Gira qua tu!»<br />
«Mi dai ordini ora?»<br />
«Gira qua tu! Io dire io conosce strade io lavora qui!»<br />
«Si, come no: lavora&#8230;»</em><br />
L&#8217;auto svolta.<br />
La seconda auto svolta.<br />
<em>«Checcazzo hai mente negra?»<br />
«Tu va forte ora!»<br />
«Tutto quello che volevi è che andassi forte?!»</em><br />
Tace.</p>
<p>La velocità aumenta.<br />
140.<br />
150.<br />
160.<br />
<strong>Curva pericolosa.</strong><br />
<em>«Ma che&#8230;. oh!»</em><br />
Freno a mano.<br />
Derapata perfetta.<br />
L&#8217;auto riprende.<br />
Idem gli altri.</p>
<p><em><strong>«Devi ancora finire».</strong><br />
«Cosa?»<br />
«T&#8217;ho dato trenta euro cazzo! Finisci il lavoro di prima!»<br />
«Ora?»<br />
«Un pompino cazzo! Quanto ci vuole?»<br />
«Ma io&#8230;»<br />
«Ch&#8217;è? Ho fatto vedere l&#8217;uccello a quelli stronzi là dietro per niente? Già che è colpa tua, zoccola! Se fosse per me avrei già avuto il mio bocchino bell&#8217;e fatto!»<br />
«Sì, ma&#8230;»<br />
«Ora!»</em><br />
Cintura tolta.<br />
Pantaloni abbassati.<br />
Mani scure afferrano il pene.<br />
<em>«Ah&#8230;»</em><br />
Occhi chiusi.<br />
Riaperti.<br />
Mani nere aprono una scatola di condom.<br />
Estratto uno.<br />
Aperto.<br />
<em>«Cazzo fai?»</em><br />
Abbassa gli occhi.<br />
<em>«Preservativo&#8230;»</em><br />
Rialza.<br />
La guarda in faccia.<br />
<em> «Trenta euro e vuoi anche il preservativo?!»<br />
«Ma&#8230;»<br />
«Buttalo porca puttana!»</em><br />
S&#8217;apre il finestrino.<br />
Cade un preservativo.<br />
<em> «Dai cazzo ché faccio prima a farmelo fare da quegli stronzi là dietro cazzo!»</em><br />
Abbassa il capo.<br />
Apre la bocca.<br />
S&#8217;infila il pene in bocca.<br />
<em>«Ah, sì&#8230;»</em><br />
<strong>Rotonda stradale.</strong><br />
<em>«Porca troiaaaaa!»</em><br />
L&#8217;auto sulla sinistra.<br />
Rotonda passata.<br />
<em>«Ahi cazzo!»<br />
«Scusa».<br />
«Attenta con quei cazzo di denti!»</em><br />
Riprende a succhiare.</p>
<p>L&#8217;auto dietro aumenta la velocità.<br />
<strong>Autovelox.</strong><br />
Due.<br />
Tre.<br />
Quattro flash.<br />
Viene.<br />
<em> «Ah&#8230;»</em><br />
Silenzio.</p>
<p>Sulla sinistra una via stretta.<br />
Rallenta.<br />
Svolta brusca.<br />
Svoltano gli altri.<br />
Passano.<br />
Escono su una strada.<br />
Riprendono.</p>
<p>La macchina ferma in un vicolo.<br />
<strong>Seminati.</strong><br />
Silenzio.<br />
Si rialza i pantaloni.<br />
S&#8217;accende una cicca.<br />
Aspira.<br />
Espira.<br />
Il fumo si propaga per l&#8217;abitacolo.<br />
La guarda.<br />
<strong><em>«Fatto alla cazzo, comunque.»</em></strong></p>
<p><em><em> </em></em><em><em> </em></em><em><em> </em></em><em><em> </em></em><em><em> </em></em><!-- PHP 5.x --></p>
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		<title>Fuoco nella polvere</title>
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		<pubDate>Wed, 04 May 2011 12:19:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca P. Trombetta</dc:creator>
				<category><![CDATA[Critica]]></category>
		<category><![CDATA[SugarBooks]]></category>
		<category><![CDATA[Big Joe]]></category>
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		<description><![CDATA[<table cellpadding='10'><tr><td valign='top' align='left'><p>Categories: <a href="http://sugarpulp.it/category/critica" title="View all posts in Critica" rel="category tag">Critica</a>, <a href="http://sugarpulp.it/category/sugarbooks" title="View all posts in SugarBooks" rel="category tag">SugarBooks</a></p><p>Tags: <a href="http://sugarpulp.it/tag/big-joe" rel="tag">Big Joe</a>, <a href="http://sugarpulp.it/tag/buffalo-bill" rel="tag">buffalo bill</a>, <a href="http://sugarpulp.it/tag/noir" rel="tag">noir</a>, <a href="http://sugarpulp.it/tag/pulp" rel="tag">pulp</a>, <a href="http://sugarpulp.it/tag/texas" rel="tag">Texas</a>, <a href="http://sugarpulp.it/tag/western" rel="tag">western</a></p>Lansdale Raw Lansdale! Perché quest’autore di dolce ha proprio poco o niente, perché quest’autore è ruggine, sangue incrostato e follia pura. “Fuoco nella Polvere”,il lavoro di duecento pagine edito da Fanucci, si presenta prorio così. Dalla copertina sembrerebbe un semplice &#8230; <a href="http://sugarpulp.it/critica/fuoco-nella-polvere">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a><table width='100%'><tr><td align=right><p><b>(<a href='http://sugarpulp.it/critica/fuoco-nella-polvere' title='Fuoco nella polvere'>Read more...</a>)</b></p></td></tr></table></td></tr></table>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong><img class="alignright" src="http://img2.webster.it/BIT/374/9788834713747g.jpg" alt="" width="200" height="314" />Lansdale Raw Lansdale! </strong>Perché quest’autore di dolce ha proprio poco o niente, perché quest’autore è ruggine, sangue incrostato e follia pura. “Fuoco nella Polvere”,il lavoro di duecento pagine edito da Fanucci, si presenta prorio così.</p>
<p style="text-align: justify;">Dalla copertina sembrerebbe un semplice omaggio al western, un po’ come successo con “La Morte ci Sfida” (edito sempre da Fanucci ndr.), ma basta leggere la quarta di copertina per capire di che pasta è fatta questa  pietanza letteraria griffata dall’autore Texano.</p>
<p style="text-align: justify;">Inizialmente il racconto è un po’ confusionario, i ruoli, come i personaggi, non sono ancora ben chiari all’occhio del lettore, ma <strong>bastano una ventina di pagine per ritrovarsi improvvisamente catapultati in un’atmosfera western che ha anche un pizzico di steampunk.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Lansdale, come al solito, narra magistralmente delle gesta di Buffalo Bill e compagni, ficcando in questo involtino al chili nientepopodimeno che Toro seduto, l’uomo di Latta, Frankeinstein, il Capitano Nemo e qualche altra comparsa estrapolata da opere classiche.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Paragrafo dopo paragrafo vien voglia di denunciare la casa editrice, quasi ci si sente vittime di un pesce d’aprile di cattivo gusto, eppure scorrendo l’occhio sulla carta ci si convince sempre più della genialità di questo autore. Un<strong> collage di generi, personaggi riciclati e storie del passato si danno appuntamento nella calotta cranica di Lansdale e danno vita ad un vero e proprio delirio letterario.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Colpi di scena, fantascienza a grappoli e un tocco di splatter che fa tanto Robert Rodriguez (regista ndr.). Tutti ingredienti che donano a quest’opera il sapore dell’ignoto, del paradossale, del miglior grottesco. <strong>Una follia, quasi uno sfogo, che dona ancora una volta l’appellativo di “Genio” al vecchio Lansdale che, tra un capolavoro e l’altro, si concede il tempo di un “romanzo zattera”, fatto con mezzi di fortuna e la serenità di un esercizio di stile.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Rarità imperdibile!</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<hr />
<ul>
<li><strong>Titolo: <a href="http://www.webster.it/libri-fuoco_polvere_lansdale_joe_fanucci-9788834713747.htm">Fuoco nella polvere<br />
</a></strong></li>
<li><strong>Autore: <a href="http://www.webster.it/vai_libri-author_Lansdale+Joe+R-shelf_BIT-Lansdale+Joe+R-p_1.html">Joe R. Lansdale<br />
</a></strong></li>
<li><strong>Numero di pagine: 208<br />
</strong></li>
<li><strong>Editore: Fanucci<br />
</strong></li>
<li><strong>Prezzo: Euro 9.90<br />
</strong></li>
<li><strong><a href="http://www.webster.it/libri-fuoco_polvere_lansdale_joe_fanucci-9788834713747.htm">Acquista il libro su Webster.it</a></strong></li>
</ul>
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		<title>La Fiducia</title>
		<link>http://sugarpulp.it/sugartales/la-fiducia</link>
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		<pubDate>Tue, 26 Apr 2011 11:33:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesco Ferracin</dc:creator>
				<category><![CDATA[SugarTales]]></category>
		<category><![CDATA[noir]]></category>
		<category><![CDATA[pulp]]></category>
		<category><![CDATA[veneto]]></category>
		<category><![CDATA[Venezia]]></category>

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		<description><![CDATA[<table cellpadding='10'><tr><td valign='top' align='left'><p>Categories: <a href="http://sugarpulp.it/category/sugartales" title="View all posts in SugarTales" rel="category tag">SugarTales</a></p><p>Tags: <a href="http://sugarpulp.it/tag/noir" rel="tag">noir</a>, <a href="http://sugarpulp.it/tag/pulp" rel="tag">pulp</a>, <a href="http://sugarpulp.it/tag/veneto" rel="tag">veneto</a>, <a href="http://sugarpulp.it/tag/venezia" rel="tag">Venezia</a></p>Tracklist consigliata: Liszt &#8211; Cziffra, Studi di Esecuzione Trascendentale, Nr. 4 in Re Minore “Mazeppa” Dream Evil, The Book of Heavy Metal Franco Battiato, Un’altra vita Devin Townsend, Earth Day Turisas, One More In poche parole, non ci ho più visto. Ho preso &#8230; <a href="http://sugarpulp.it/sugartales/la-fiducia">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a><table width='100%'><tr><td align=right><p><b>(<a href='http://sugarpulp.it/sugartales/la-fiducia' title='La Fiducia'>Read more...</a>)</b></p></td></tr></table></td></tr></table>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div>
<p>Tracklist consigliata:</p>
<ul>
<li>Liszt &#8211; Cziffra, Studi di Esecuzione Trascendentale, Nr. 4 in Re Minore “Mazeppa”<em><a href="http://clkuk.tradedoubler.com/click?p=24373&amp;a=1738515&amp;g=11695726&amp;url=http://itunes.apple.com/it/album/20hz/id372789787?i=372790122"> </a></em></li>
<li><a href="http://itunes.apple.com/it/album/the-book-of-heavy-metal/id347285213">Dream Evil, <em>The Book of Heavy Metal</em></a><em><a href="http://clkuk.tradedoubler.com/click?p=24373&amp;a=1738515&amp;g=11695726&amp;url=http://itunes.apple.com/it/music-video/sky-and-sand/id405949775"> </a></em></li>
<li><a href="http://itunes.apple.com/it/album/unaltra-vita/id337729418?i=337729766">Franco Battiato, <em>Un’altra vita</em></a></li>
<li><a href="http://itunes.apple.com/it/album/earth-day/id347487982?i=347488250">Devin Townsend, <em>Earth Day</em></a></li>
<li><a href="http://itunes.apple.com/it/album/one-more/id348084280?i=348084658">Turisas, <em>One More</em></a></li>
</ul>
<hr />
<p><a href="http://sugarpulp.it/racconti/il-suono-del-grande-babu-pt-01"><em> </em></a></p>
</div>
<p style="text-align: justify;"><strong>In poche parole, non ci ho più visto.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ho preso la bottiglia di Soave e gliel’ho spaccata in testa e quando dico in testa dico proprio sopra la capoccia. Nei western di solito la bottiglia si rompe e il tizio cade per terra svenuto. Nel mio caso a rompersi sono state le sue ossa e il tizio prima di crollare si è aggrappato al banco, con gli occhi fuori dalle orbite e un mare di sangue che gli colava sulla faccia. Spalancava la bocca per dire qualcosa, ma non usciva un solo suono. Come se quello che aveva detto fino a quel momento non fosse bastato.</p>
<p style="text-align: justify;">Con la bottiglia di Pieropan ben salda in mano lo osservo far due passi indietro e rovinare sulla vetrina climatizzata dei sigari.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli Avana da venti euro l’uno rovinati.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Lui morto stecchito.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il malcapitato – chiamiamolo pure così – si chiama Nicola Lucchetta e di professione è agente immobiliare. Si faceva vedere al bar un paio di volte al mese, sempre con donne diverse; si faceva apparecchiare un tavolino al bar, ordinava ostriche e Franciacorta. E pagava sempre con la carta aziendale senza lasciare un centesimo di mancia.<br />
<strong></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>In poche parole un cliente di cui si può benissimo fare a meno.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Quella sera di dicembre era venuto da solo. Sembrava di buon umore, cosa questa che già aveva cominciato a farmele girare visto che il quattordici dicembre del duemiladieci era stata una giornata nera. Per la democrazia. Per l’Italia. E pure per il mio ristorante visto che per tutto il giorno non era entrato un cliente che fosse uno. <strong>Neppure i soliti vecchi ombrettari che non mancavano neppure se l’acqua gli arrivava alla cintura.</strong> E di acque alte ne avevamo avute parecchie in quell’anno di merda, scusate la volgarità.</p>
<p style="text-align: justify;">“Un piatto di baccalà in umido e una bottiglia di Bellavista che si deve festeggiare.”</p>
<p style="text-align: justify;">Non gli domando che cosa perché non tollero che qualcuno possa essere felice in un giorno come quello. Gli scaldo il baccalà nel microonde e gli apro un Saten. Mariella è seduta in cucina e guarda Vespa col il bicchiere di rosso bello pieno.</p>
<p style="text-align: justify;">Erano mesi che pensavo di lasciarla a casa perché tanto per quello che doveva cucinare potevo benissimo arrangiarmi da solo. Fra stipendio, nero, contributi e annessi e connessi mi costava più di quanto mi facesse guadagnare. Porto da mangiare a Lucchetta e butto un occhio fuori della porta.</p>
<p style="text-align: justify;">Neppure un cane.</p>
<p style="text-align: justify;">Neanche un mezzo studente che si sia attardato in biblioteca. Di professori non se ne parla dato che da quando mi hanno fatto tener chiuso per tutti quei mesi non si sono più fatti vivi. E chi li vuole poi, quegli arroganti con le loro borse di pelle, le giacchette di velluto e le facce sempre distratte e soprapensiero come se nei loro cervelli ci fosse chi sa cosa. Le utilizzassero quelle teste pelate per qualcosa di più utile che raccontare le favole della buona notte ad un branco di perditempo scansafatiche.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Io ho sempre preferito i professionisti, quelli veri tipo gli avvocati, i commercialisti, i notai. O gli architetti coi soldi.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">E se proprio dovevano essere dei professori meglio quelli di Economia. Quelli si che sapevano spendere.</p>
<p style="text-align: justify;">Fa freddo.</p>
<p style="text-align: justify;">Un freddo improvviso dopo mesi in ammollo: acqua dall’alto, dal basso; dalle pareti. C’erano state giornate, a novembre, che sembrava di essere dentro l’umidificatore che Lucchetta mi ha appena sfondato.<br />
<strong></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> Non avrei mai creduto che una bottiglia di Soave fosse in grado di aprire una testa a quel modo.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Una bottigliata così, non ve lo nascondo, l’avrei data volentieri anche a uno di quei tali in parlamento che se ne stavano là a sventolare i loro fazzoletti, ad insultare e a mettere le mani addosso neanche fossero allo stadio.</p>
<p style="text-align: justify;">Con quello là, seduto sul suo scranno col sorriso dipinto in faccia. A sfottere noi gente che lavora.</p>
<p style="text-align: justify;">“Che ti ridi!” avevo urlato al televisore facendo saltare la Lella e Tobia sulla sedia. Tobia è il mio bambino. Ha sei anni, fa la prima elementare ed è costretto a crescere in un paese morto, povera anima.</p>
<p style="text-align: justify;">La Lella è mia moglie. Una brava sarta anche se mi sarebbe stata più utile in cucina, al posto di quella ubriacona della Mariella Piovesan che avevo comprato solo perché dieci anni prima aveva avuto una stella Michelin. Un pacchetto vincente mi aveva detto Baldan che se ne intende: Mariella la cuoca del Gambero Nero; Alfio il maître della Briccola; uno chef de rang (nonché sommelier) e due commis de rang a cinque stelle; un barista del Danieli; tre cingalesi a lavare i piatti perché i negri tutti me li avevano sconsigliati;  una cinese a stendere la pasta e a fare ravioli e tortellini; e la vecchia Ida a far le pulizie la mattina.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Dieci persone per cinquanta coperti e due tavolini al bar.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La cantina l’avevo comprata in stock da un ristorante che era fallito e di cui ora non sto a farvi il nome che non mi par bello. Duecento etichette con pezzi rari da tre-quattrocento euri a bottiglia. E nemmeno una bottiglia che non avesse almeno due bicchieri visto che la gente oggi si informa e gli piace trovare a tavola quello che legge sui giornali.</p>
<p style="text-align: justify;">I sigari erano arrivati dopo che il notaio Miramonte aveva fatto pressioni. Poi è arrivata quella legge demenziale che mi ha costretto a spedire pure i conti e i principi in calle a fumare, col ballon di cognac in mano a tenerli caldi.</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo tre mesi di restauri la “Cantina dei Carmini”, questo il nome che avevo dato alla mia creaturina in onore di una chiesa là vicino, aveva fatto il suo ingresso nel mondo della ristorazione veneziana.</p>
<p style="text-align: justify;">Un ingresso a suon di recensioni sul Gazzettino e sulla Nuova. Seguite da una bella intervista sul Corriere Veneto in cui io me ne stavo vicino alla Mariella, col maglione nero per nascondere la pancia che non era ancora il barile che mi porto in giro ora, e un sorriso pacioccone sotto la barba (così l’aveva definito mia moglie).</p>
<p style="text-align: justify;">“Dateci un paio d’anni e vedrete le stelle che pioveranno.” Avevo dichiarato col mio solito ottimismo visto che oltre ai dipendenti nella mia agendina c’erano i numeri di: 2 pescivendoli fra i migliori della provincia; 8 rappresentanti di vino e liquori; 2 rappresentanti solo per il formaggio e i salumi; 1 per la carne;  1 per l’olio e l’aceto; il miglior panificio della città per il pane; un altro a trenta chilometri di macchina per i grissini. Il caffè era di una marca di ultranicchia, coltivato un chicco alla volta da delle donne honduregne di sinistra. L’acqua arrivava dalla Scozia. La birra dal Giappone e dal Friuli. Il burro dal Cadore.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>I primi mesi feci il tutto esaurito. Tanto che per i dessert dovetti affiancare alla Mariella un cuoco che veniva dall’Harry’s Dolci (a duemilatrecento euri in busta).</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Un anno dopo eravamo sul Gambero Rosso, Veronelli, Panorama, Espresso e altre minori.<br />
Gran voti che ci parevano più che meritati.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong> Sulla Michelin però neppure una menzione. Francesi del cazzo. Mi ero detto. Vuoi vedere che si sono dimenticati di aggiornarsi? Quindi gli scrissi una lettera risentita per fargli notare che a Venezia era nata una stella.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Anzi, un tre stelle.</p>
<p style="text-align: justify;">Un ristorante da duecentomila euro di arredamento pagato a sessanta giorni.</p>
<p style="text-align: justify;">Specialità pesce.</p>
<p style="text-align: justify;">Ovviamente.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Pensate che mi abbiano mai risposto? Fanculo.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">E pensare che se quell’altro che fa tanto il santo fosse stato più attento a chi candidava ora quello là non se ne starebbe a fare il gradasso, ho detto a  mia moglie quella mattina di dicembre. Poi la Rai ha mostrato i tumulti in piazza del Popolo. Come nel ’77, hanno detto. E io li ho presi in parola visto che nel millenovecentosettantasette avevo dieci anni. Roba da ritorno agli anni di piombo, ha detto qualcun’altro. Con gli infiltrati a provocare i fascisti in divisa.  E i fascisti con la sciarpa e il casco da motociclista a cercare un pretesto per farsi sparare.</p>
<p style="text-align: justify;">Tutto perché quello là non se ne vuole andare. Tronfio per averla fatta franca un’altra volta. Là sul pulpito a muovere la mani come se fosse ad una riunione di condominio.</p>
<p style="text-align: justify;">Il suo condominio. Per la miseria. Me lo avessero detto prima non avrei mai preso il mio appartamento in affitto. Me ne sarei andato a tosare pecore in Patagonia.</p>
<p style="text-align: justify;">Capirete quanto il mio umore fosse nero quando Lucchetta è venuto nel mio locale a sfoggiare la sua faccia di destra.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Non pensate neppure per un attimo però che io sia un comunista. Anzi. Quando c’era ancora Spadolini – buon anima &#8211; ero uno che votava repubblicano.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ora sono quello che si potrebbe definire un patriota. Un pelino conservatore. Liberale quel tanto che basta ad un commerciante. Uno a cui sta a cuore il sociale, ma non in modo ideologico. Sempre che questo non significhi regalare soldi a chi non ha voglia di muovere le chiappe. Voto a sinistra, ma non mi sento rappresentato.</p>
<p style="text-align: justify;">Nella mia vita non ho mai avuto grandi idee politiche.</p>
<p style="text-align: justify;">Tranne una.</p>
<p style="text-align: justify;">Quello là se ne deve andare in galera.</p>
<p style="text-align: justify;">So di non essere molto originale, ma in un certo senso sono convinto che siano stati proprio quelli come lui la causa di tutti i miei fallimenti. E dire che un po’ gli avevo creduto quando aveva fatto il suo ingresso in politica. Anche per fede calcistica.</p>
<p style="text-align: justify;">Ora però lo odio e con lui tutti quelli che gli assomigliano.</p>
<p style="text-align: justify;">Quel giorno di dicembre perciò ho voglia di provocare.</p>
<p style="text-align: justify;">Con mia moglie non c’era modo visto che mi da ragione ancora prima che apra la bocca.</p>
<p style="text-align: justify;">Mio figlio è troppo piccolo.</p>
<p style="text-align: justify;">Mi rimane la Mariella.</p>
<p style="text-align: justify;">“Ti pare un atteggiamento da uomini politici? Con le bandiere in mano a cantare l’inno di Mameli come in osteria? Come se appartenesse a loro? Che se Mameli fosse ancora vivo si rivolterebbe nella tomba.”</p>
<p style="text-align: justify;">Non proprio, ho pensato un istante dopo, ma la Mariella non sembra essersene accorta. “Nel senso che si sarebbe rifiutato di scriverlo.” Ho aggiunto.<br />
<strong>“No eo gavea scrito Musssoini?”</strong> ha detto la donna nel suo strano dialetto, qualcosa a metà fra il veneziano e il padovano.<br />
“Non proprio. Mameli era un antifascista.”<br />
“Anche me nono. Ti sa che xe sta copà da un gierarca?”<br />
“Non lo sapevo.”<br />
“Prima eo ga riempio de ojo, poi eo ga ciapà a bastonae finché nol xe morto. Sti cancari rottincueo. Tasi che dopo anca eori i ga fato ea fine del porrrco.”<br />
“Rimane il fatto che un paese democratico non dovrebbe dare certi spettacoli.”<br />
Mariella si accende una MS prima ancora di chiedermi il permesso di uscire a fumare.<br />
“Parchè te par che semo un paese democratico?”<br />
Certo che lo siamo. Dico fra me e me visto che non c’è modo di cavare un pensiero coerente da quella donna di sessantadue anni.<br />
<strong></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La mia unica speranza è Lucchetta.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Invece quello se ne sta seduto a divorare il baccalà nello stesso modo in cui i suoi compari si stanno mangiando il futuro di mio figlio.<br />
“Ha sentito che roba stamattina?” ho detto,  esasperato dal suo silenzio sicuramente pieno di sott’intesi.<br />
“Che cosa avrei dovuto sentire?”<br />
Il suo modo forbito di parlare che aveva sempre dato ai nervi.<br />
E con le donne poi aveva un fare da cascamorto.</p>
<p style="text-align: justify;">Tipo una sera, saranno stati tre anni prima, si era presentato verso l’orario di chiusura assieme ad una signora impellicciata. Mi pare che fosse autunno. Sì era autunno. Ottobre. Non era un freddo da pelliccia però la signora pareva una di quelle che seguono le stagioni sul calendario più che sul termometro. Entrano che il ristorante è chiuso da un ora. Eravamo rimasti solo io e i cingalesi in cucina.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Avevo fatto l’errore di non chiudere la porta del bar, un errore che commettevo spesso forse perché mi risultava sempre difficile mettere la parola fine ad una giornata di lavoro.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">“Una bottiglia di champagne. Ha del Dom Perignon? O cosa mi consiglia? Visto che è lei l’esperto. Tutto quello che vuole. Perché per questa donna non si bada a spese.”</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Avrei voluto vomitare. Poi pensai. Hai voglia di giocare pesante? Vuol dire che ci divertiamo.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">“Ho una Grand Dame Rose del ’90 se proprio vuole qualcosa di particolare.”<br />
“E vada per la grande dama rosa.” Fece Lucchetta con il suo sorriso da piano bar.<br />
La donna annuì, ma non sembrava intenzionata a togliersi il visone.<br />
“E per mandarlo giù. Fine de Claire?”<br />
“Belon du Belon.”<br />
“Fatta, oste della malora.”<br />
Non mi crederete se vi dico che sono rimasti fino alle tre. Lui a toccale la mano, lei a sbattere le palpebre senza però permettergli di avvicinasi.<br />
La loro serata si concluse con un nulla di fatto.<br />
Lucchetta però non si diede per vinto e mi domandò di fargli una copia del CD di Rossana Casale che avevo messo di sottofondo prima del loro arrivo e che mi aveva costretto a far ripartire almeno cinque volte.<br />
<strong>“La colonna sonora di una serata indimenticabile. Seducente. E infinitamente triste&#8230;”</strong><br />
<strong> Perché non te la vuole dare, pensai passandogli il CD.</strong><br />
“Sono novecentotrenta euro. La musica la offre la casa.”<br />
Nonostante fosse un po’ alticcio Lucchetta subì il colpo.<br />
La donna tuttavia sembrava impressionata. Forse un altro paio di cene e chissà&#8230;<br />
“Non serve la fattura.” Propose intimorito.<br />
<strong>“Facciamo ottocento tondi tondi.”</strong><br />
Proposta standard.<br />
E lui che fa? Tira fuori la carta di credito.<br />
Che gli posso dire? In nero si accettano solo contanti?<br />
I clienti che si rispettano lo sanno già, ma come vi ho spiegato lui non fa parte della categoria.<br />
Sicuramente ottocento così sull’unghia non li aveva e probabilmente se gli dicevo di portarmeli la volta dopo non lo avrei più rivisto.<br />
Firmò e se ne andò meno pimpante di quand’era entrato. Ebbi come l’impressione che ai suoi occhi anche la signora in visone avesse perso interesse.<br />
Per alcuni mesi non si fece vedere.<br />
<strong></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Poi ricomparve con un’altra stangona. Questa volta una di quelle che si pagano in anticipo.</strong><br />
Stesso tono da cascamorto.<br />
Stessi discorsi esistenziali.<br />
Conto decisamente meno salato – se non sbaglio da quella volta si è votato al Franciacorta.<br />
E così via fino a quella sera in cui gli ho spaccato la testa con il Soave.</p>
<p style="text-align: justify;">Vi dicevo però che avevo bisogno di un pretesto per far discussione visto che non riuscivo ancora a dimenticare la faccia trionfante di quello là in parlamento che non si è neppure degnato di stringere sportivamente la mano al suo ex-compare.</p>
<p style="text-align: justify;">“Come sentire cosa&#8230;?!” gli ho detto, indignato. “Quel cancaro si è preso la fiducia. Per tre voti!” Il mediatore mette in bocca un’altra forchettata di baccalà sforzandosi di trattenere un sorriso di sfottimento.<br />
Simile a quello del suo padrone.<br />
Dalla rabbia sono costretto a ritirarmi in cucina.<br />
Mariella stava aspettando solo che le dicessi di andare visto che i lavapiatti li avevo mandati via già a metà serata.<br />
Quelli però li pagavo a ore.</p>
<p style="text-align: justify;">“Fammi una frittura mista.” Le dico giusto perché non sopportavo di vederla ubriacarsi a spese mie. Mariella si alza, indossa il grembiule e si mette a cucinare.</p>
<p style="text-align: justify;">Mi siedo nella sala ristorante deserta e mi metto ad osservare Lucchetta che sorseggia il Franciacorta.</p>
<p style="text-align: justify;">Chissà come si deve sentire appagato.</p>
<p style="text-align: justify;">La disonestà ha trionfato di nuovo. E quelli come me, che non hanno mai dimenticato di pagare le tasse, che sgobbano dalla mattina alla sera, se ne stanno seduti da soli nel loro ristorante da duecentomila euro di arredamento, con la cantina piena di tre bicchiere che nessuno viene più a bere solo perché una famiglia di bovari aveva avuto la diarrea.</p>
<p style="text-align: justify;">Invece di far chiudere bottega a quello che me li aveva venduti, i frutti di mare.</p>
<p style="text-align: justify;">L’Italia è un paese così. Dove ci rimettono sempre quelli che non possono difendersi.</p>
<p style="text-align: justify;">Difendersi da tipi come quello là a Roma. E come quell’agente immobiliare che sicuramente le tasse le pagherà un anno sì e uno no.</p>
<p style="text-align: justify;">La pendola batte le undici.</p>
<p style="text-align: justify;">Avevo sbeccottato la frittura di malavoglia. <strong>Non che non fosse buona. Era sublime perché alla Mariella pago tremila euro in busta mica per grattarsi. </strong>Avevo aperto una bottiglia di Pieropan e me l’ero bevuta tutta, come fosse stata acqua minerale.</p>
<p style="text-align: justify;">Mi ero fatto portare una fetta di tiramisù alla zucca a cui avevo accompagnato una mezza di Muffato delle Sala.</p>
<p style="text-align: justify;">Lucchetta aveva finito da un pezzo. Se ne stava là al bar, a sorseggiare il suo spumante giocherellando con l’Iphone.</p>
<p style="text-align: justify;">Probabilmente stava seguendo le notizie politiche, il grande fratello o più probabilmente mandando un messaggio al suo spacciatore di cocaina.</p>
<p style="text-align: justify;">Quelli come lui sanno sempre come trarre vantaggi dalla tecnologia.</p>
<p style="text-align: justify;">Io l’Iphone e tutte quelle diavolerie da perditempo non me le sono mai volute comprare. Io lavoro, che credete, che mi rimanga tempo di prendere a ditate una mattonella di plastica?<br />
“Posso andare ora?”<br />
La Mariella si era già data il permesso di cambiarsi.<br />
Le rispondo annuendo. Se solo l’avessi guardata in faccia mi sarebbe rimasto il dolce sullo stomaco.<br />
Vado in cucina a lavare i miei piatti e penso al mio futuro.<br />
<strong>Ai primi di gennaio avrei dovuto affrontare la realtà. L’inventario avrebbe messo nero su bianco il mio fallimento.</strong><br />
E mi avrebbe costretto a prendere una decisione inevitabile.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Chiudere con infamia.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Io che avevo creato il migliore ristorante di Venezia, un posto che per anni era stato celebrato da tutte le guide del mondo, tranne la Michelin.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Anni al passati al massimo. Con vetrina straripanti di pesce fresco. Clienti dei più belli che si possa immaginare. Carta vini da paura, con annate di Bas-Armagnac da brivido, Porto che avevano visto la seconda guerra mondiale. Da me Lo Château d’Yquem scorreva a fiumi e senza prenotazione col cavolo che si trovava un posto. </strong>Poi quello là viene chissà come resuscitato. Va di nuovo al governo e alla gente passa la voglia di spendere soldi. Non importa se il sindaco tien botta, la gente comincia a mettersi la cravatta a pallini e andare a mangiare nei ristoranti batteriologici tipo quello di Barcellona. E la gente che ne capisce veramente di pesce, di cucina, di vino comincia a non aver più voglia e soldi da spendere perché quello là a Roma, col suo modo di fare, ti fa passare la voglia di goderti la vita. Non che la televisione non avesse fatto la sua parte, deprimendo la gente con tutto quel parlare di crisi.</p>
<p style="text-align: justify;">La caduta non si può fermare perché in un ristorante come il mio, quando il pesce in vetrina non è di giornata, la gente comincia a storcere il naso, ma se non hai gente a sufficienza il pesce della vetrina lo devi buttare nel gabinetto e se le bottiglie non si danno il giro continui a comprarne solo perché i rappresentanti non ti danno tregua. Non puoi licenziare il personale di punto in bianco, ma gli stipendi li devi pagare lo stesso. Ma soldi non ne entrano e allora cominci a ritardare il pagamento della merce, delle bollette, delle utenze. <strong>E la vetrina di pesce si svuota e il principe che non ha abbastanza varietà va a mangiare all’Harry’s che la vetrina non l’ha mai avuta.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Basta un attimo per ritrovarsi dalla stelle alle stalle.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Le mie stalle puzzavano di fogna perché a Venezia è così. Con un ristorante pieno di bella gente e di turisti ricchi l’odore non lo senti. Quando cominciano a venire quelli del menù a prezzo fisso, i bottegai e le feste di laurea, allora la puzza diventa insopportabile.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il pesce non lo compri più al mercato ittico, ma vai di nascosto al supermercato.</p>
<p style="text-align: justify;">Quello là rivince le elezioni ed io compro una partita di cozze avariate.</p>
<p style="text-align: justify;">Clienti con la dissenteria.</p>
<p style="text-align: justify;">La famiglia Cagnin di Borbiago mi denuncia.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L’ASL mi fa chiudere.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">E ora eccomi qua. A lavare i miei piatti con Lucchetta che si ubriaca nel mio bar, pieno di boria.</p>
<p style="text-align: justify;">Che ne sarà di mio figlio quando dovrò chiudere bottega? Se ho fortuna vendo bene. I turisti che battono questa zona non sono quelli di Rialto, ma bastano per trasformare i Carmini in una pizzeria. O male che vada in un bacaro per studenti.<br />
<strong></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> Io no che non ci sto in un bacaro a servire quei morti di fame, dopo che ho porzionato personalmente il pesce a George Clooney e Cameron Diaz.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ora devo pensare a Lucchetta. Mi dico. Però prima mi devo fare un altro goccetto di Pieropan.</p>
<p style="text-align: justify;">Apro la vetrina frigo e tiro fuori una bottiglia del 2008.</p>
<p style="text-align: justify;">Vado in bar. Lucchetta è sempre là a giocherellare con l’Iphone.</p>
<p style="text-align: justify;">Accendo la televisione e capito su Vespa che analizza gli eventi del giorno. Mi verrebbe da ringhiare. Invece appoggio il Soave sul banco e sparecchio il tavolo di Lucchetta che non si degna neppure di alzare lo sguardo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Una volta in cucina butto piatti e posate direttamente nel bidone della spazzatura.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Torno in bar deciso a cacciare quella merda, scusate di nuovo la volgarità, ma quando ci vuole vi vuole. Lucchetta mi sta aspettando davanti alla cassa, quasi seccato. In mano ha un pezzo da cento euro.</p>
<p style="text-align: justify;">Che minchia. Penso. Quello ora mi vuole pure prendere per il culo. Starà pensando: vedi che a essere come me si casca sempre in piedi? Perché credi che il nostro capo trionfi sempre? Perché sa quando è il caso di pagare con la carta e quando è il caso di pagare in contanti.</p>
<p style="text-align: justify;">Non sono convinto di seguire il suo pensiero, ma il senso rimane lo stesso. Quello vuole farmi sentire un perdente, come quei politici seduti mogi mogi a lamentarsi della disonestà altrui, come se non l’avessero saputo prima.</p>
<p style="text-align: justify;">“Ecco a lei.” Dice Lucchetta con quell’insopportabile sorriso da mentecatto.<br />
Afferro la banconota e gli do venticinque euro di resto.<br />
“Con questi magari ti compri pure un paio di consiglieri comunali.” Gli dico.<br />
Lui mi guarda come se non capisse.<br />
Poi dà un’occhiata a Vespa sul televisore. E ride.<br />
“Ah. Bella. Sì.”<br />
Poi in tono confidenziale. “Ma secondo lei, uno che si può comprare Robinho e Ibrahimovic non si può permettere un paio di poveracci?”<br />
“I calciatori almeno per novanta minuti  devono correre&#8230;” avrei voluto dire qualcos’altro. Usare la dialettica della sinistra, l’impeto di quelli con i valori, l’ironia di certi comici. Avrei voluto metterlo alle corde, farlo cadere in contraddizione.<br />
“E poi, parliamoci chiaramente. Se esiste un corruttore devono esistere anche dei corrotti, non le pare? Questa si chiama politica.”<br />
Avrei voluto spiegargli che la politica l’avevano fatta De Gasperi e Togliatti (mi pare si dica così). Che la politica non è un mercato rionale e che quegli scranni avevano visto teste incoronate con l’alloro, non solo culi pronti per l’uso.<br />
<strong>Avrei voluto dire un sacco di cose, ma non sono mai stato bravo a parlare, né a discutere.</strong><br />
“Buona sera e se non ci si vede auguri per un anno nuovo pieno di successi!”</p>
<p style="text-align: justify;">A quel punto la misura era colma.</p>
<p style="text-align: justify;">Mi casca l’occhio sul Soave di Pieropan. Bottiglia smilza, col collo lungo. Elegante. La afferro e con una rapidità che sorprende anche me la calo dall’alto sulla testa di Lucchetta.<br />
Una mazzata violentissima che mi fa quasi perdere la presa sul collo della bottiglia.</p>
<p style="text-align: justify;">Non so se l’agente sia morto subito.</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo che mi aveva sfondato la vetrina dei sigari se ne era rimasto disteso sul pavimento a saltare come un epilettico.</p>
<p style="text-align: justify;">Avrei voluto dargli un’altra bottigliata, ma un po’ mi faceva schifo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Poi di colpo ha smesso di muoversi.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Vespa è ancora là che spiega come si sono svolti i disordini alla camera. Abbasso il volume, chiudo la porta del bar a chiave e spengo tutte luci lasciando che fosse solo il televisore ad illuminare il macello che avevo combinato.</p>
<p style="text-align: justify;">Afferro Lucchetta per le gambe e lo trascino in cucina lasciando una larga scia di sangue sul pavimento.</p>
<p style="text-align: justify;">Mi assicuro che la porta sul retro sia chiusa, accendo un paio di candelabri e li porto in cucina.</p>
<p style="text-align: justify;">Lavoro fino all’alba, ma ne vale proprio la pena.</p>
<p style="text-align: justify;">Telefono alla Mariella e le dico di starsene a casa che quel giorno avrei tenuto chiuso. Le ritelefono un paio di minuti dopo per aggiungere che, già che c’è, poteva anche non tornare più.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong> Stampo il menù del giorno e lo appendo alla porta.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Per festeggiare la nuova vita del nostro Governo il Ristorante dei Carmini ha preparato il:</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Menù della Fiducia:</strong></p>
<ul>
<li>Spiensa al Franciacorta</li>
<li>Tortellini al ragù di baccalà</li>
<li>Fegato del veneziano</li>
<li>Spezzatino all’immobiliare</li>
<li>Opposizione astengasi.</li>
<li>Prezzo bevande escluse: € 25.</li>
</ul>
<p style="text-align: justify;"><strong>Da quel giorno ho ricominciato a fare il tutto esaurito. Ora non mi restava che assicurarmi un costante rifornimento di carne fresca. Ma con l’inizio della nuova stagione politica sono sicuro che non sarebbe stato un problema.</strong></p>
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		<title>Al primo colpo</title>
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		<pubDate>Tue, 05 Apr 2011 09:17:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Armando Autieri</dc:creator>
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		<category><![CDATA[naziskin]]></category>
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		<category><![CDATA[skinheads]]></category>

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<ul>
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</a></em></li>
<li><a href="http://clkuk.tradedoubler.com/click?p=24373&amp;a=1738515&amp;g=11695726&amp;url=http://itunes.apple.com/it/music-video/sky-and-sand/id405949775">Riz Ortolani &#8211; Adultress0 Punishment (from Cannibal Holocaust OMPST)</a><em><a href="http://clkuk.tradedoubler.com/click?p=24373&amp;a=1738515&amp;g=11695726&amp;url=http://itunes.apple.com/it/music-video/sky-and-sand/id405949775"><br />
</a></em></li>
<li><a href="http://clkuk.tradedoubler.com/click?p=24373&amp;a=1738515&amp;g=11695726&amp;url=http://itunes.apple.com/it/album/dead-cities/id378134918">The Qualitions &#8211; Plutonium</a></li>
</ul>
<hr />
<p style="text-align: justify;"><a href="http://sugarpulp.it/racconti/il-suono-del-grande-babu-pt-01"><em> </em></a>Quel pomeriggio c’era una fitta nebbia sui colli. <strong>Gionazi, alzandosi dal letto, contemplò lo spettacolo bianco dalla finestra, lo stesso al quale aveva assistito in tutti i suoi trent’anni compiuti proprio quel giorno. </strong>Una sfilza di bestemmie accompagnò i suoi movimenti.</p>
<p style="text-align: justify;">Si vestì velocemente senza lavarsi con gli stessi abiti usati da una settimana. I Wrangler stretti, le Doc Martens a dieci buchi nere chiazzate di fango, una maglietta rossa con sopra stampato il numero “88” in nero su cerchio bianco e un bomber nero pieno di toppe che parlavano d’odio. Nella tasca del giubbotto infilò un sacchetto di carta con dentro un oggetto pesante.</p>
<p style="text-align: justify;">Aveva appuntamento con Emanuele Spaggiari detto Cicoria e Francesco Delle Donne, i suoi due soci di  qualche anno più giovani, che lo aspettavano al bar. Controllò l’orologio. <strong>Era già in ritardo di un’ora. </strong>Era sicuro di trovarli ancora quei due.  Insieme erano i tre temuti skinheads del paese, i bulli. Sempre bestemmiando uscì dal l’appartamento dove viveva con i suoi, congedandosi da loro con un grugnito senza sentimento. <strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Salì sulla vecchia Alfa Sud Sprint, il cui colore si confondeva con il cielo di quel giorno. </strong>Il freddo umido gli graffiava la pelle: uno dei finestrini laterali non c’era più, sostituito  &#8211; temporaneamente diceva lui, anche se erano passati sei mesi – da un foglio di cellophan attaccato con l’avana.</p>
<p style="text-align: justify;">Gionazi si chiamava Giovanni Nazareni. Il soprannome lo ottenne sul campo. Faceva parte di un’organizzazione di estrema destra fino a qualche tempo prima, era uno in vista nel movimento. <strong>Ma la sua passione per le puttane nigeriane e senegalesi della Pontebbana gli fece guadagnare un’espulsione oltre a qualche calcione in culo, i camerati non apprezzavano quella sua degenerazione. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Nonostante ciò non si perse mai d’animo. Trovò due giovani ultrà leghisti, il Cicoria e Delle Donne, e riprese alla grande l’attività xenofoba nel loro paesino. La devozione per le nere gli rimase però. Lui le chiamava “idoli d’ebano”, nello stesso modo di suo nonno che s’era fatto la campagna d’Africa e gli magnificava le gioie delle donne scure. Parcheggiò l’Alfa grigia davanti al Bar tabacchi Cacciaguerra e raggiunse i due compari.</p>
<p style="text-align: justify;">“Eccovi qui – disse Gionazi – sempre a bere crodini!”, “Ciao Gio’, e tanti auguri. Ce ne hai messo di tempo, troppe seghe ieri sera?” – gli rispose ridendo Delle Donne. Lo incenerì con lo sguardo. Non gli piacevano quel genere di confidenze. “Ci dovevi parlare di una cosa hai detto – ruttò il Cicoria – ma prima offrici da bere”. Andò al bancone e ordinò tre Tennent’s Super. Si sedette anche lui poggiando le pinte sul tavolo che non conosceva pulizia, unto, sporco, pieno di caccole attaccate e macchie. Nel locale c’erano solo loro tre, la Geraldina, proprietaria del posto, e Rinaldo, un vecchio ubriacone che faceva smorfie contro il suo riflesso nello specchio del mobile bar. Fece cenno ai due di avvicinarsi e iniziò a parlare a voce bassa.</p>
<p style="text-align: justify;">“Allora, lo sapete che tutta l’estate scorsa ho lavorato con l’impresa di pulizie del Marconi, vero? Be’, una delle case dove andavamo a pulire è quella del conte Sciacchitano. Avete presente, con il grande giardino che è dall’altra parte della collina dei vigneti del Rizzotto”. “Sì”, risposero all’unisono i due con la stessa espressione di un vitello. “Bene allora – proseguì – ho osservato il conte e conosco le sue abitudini. Noi stasera andremo a ripulirlo, perché è ricco sfondato. E’ vecchio, è sulla sedia a rotelle e non può né parlare, né muoversi, non può fare un cazzo. In casa non ci sono allarmi. Ha solo due di quei cani piccoli e bruttissimi, quindi siamo a posto. Con lui abitano solo i domestici, marito e moglie, sono mangianoccioline. Cinesi o sa il cazzo”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong> “Ma che dobbiamo rubare? Oggetti, soldi? Sai dove tiene il malloppo?”</strong>, chiese Delle Donne. “Oggi è mercoledì”, rispose. “Vuol dire che il vecchio bastardo stamattina ha mandato il mangianoccioline maschio a prendergli una busta in banca. Molto grossa e molto piena. Di sicuro ci sono bei soldi perché il mercoledì arrivano i fornitori e pagavano anche noi, sempre dopo che il servo era tornato dal paese con la busta. Manderemo il cinese a prendere la grana mentre io punterò questa – cacciò dalla tasca la busta di carta e mostrò l’impugnatura di un revolver – in testa al vecchio merdoso e alla donna del cina. Cicoria, tu ruberai qualche oggetto di valore che è nel salone. Ci sono soprammobili in avorio che so dove piazzare, prendi quelli e poco altro, ok? In un quarto d’ora saremo fuori di lì. Anche meno se non fate una delle vostre puttanate. <strong>Nessuno si farà del male perché in quella casa non ci sono eroi ma solo tre stronzi deboli e impauriti. </strong>Sarà una cosa semplice”.</p>
<p style="text-align: justify;">“Gio’ ma proprio stasera? Perché non ce l’hai detto prima?”, fece il Cicoria.<strong> “Non vi ho detto un cazzo perché siete due mongoplegici di merda e non volevo che vi scappasse qualche parola dalla vostra bocca da cessi quando siete ubriachi”</strong>, ringhiò di risposta.</p>
<p style="text-align: justify;">“Ora finite le vostre birre e andiamo, che si sta già facendo tardi. Stasera a colpo terminato ce ne andiamo a troie e festeggeremo il mio compleanno”. “Giò”, pigolò nuovamente il Cicoria, “Una cosa è andare a far scritte sui muri contro teroni, slavi e marocca, un’altra è fare una rapina. Ci metteremo nei casini!”.</p>
<p style="text-align: justify;">Il capobanda lo guardò di traverso. “Devi smetterla di rompere il cazzo e crescere, hai capito?”, lo ammonì. L’altro si chetò subito e si mise a cercare qualcosa d’inesistente nel fondo della sua pinta.</p>
<p style="text-align: justify;">In un paio di sorsi scolarono le birre, e quando fu ora di cena, annunciata dalla sigla del TG1 del nuovo LG al plasma del bar che nel frattempo si era riempito di pensionati e sfaccendati, salirono in macchina. Senza fretta si diressero verso la casa del conte Sciacchitano, distante una quindicina di chilometri, immersi nel biancore. Gionazi porse loro una busta di plastica con dentro delle calze di nylon che dovevano calarsi sul viso per non farsi riconoscere e parlò: “Mascheriamoci e cerchiamo di non chiacchierare troppo. <strong>Non fate nomi o vi ammazzo! </strong>Accuseranno dei rumeni o altra feccia levantina se non facciamo casini”.</p>
<p style="text-align: justify;">“Ma questo vuol dire che ora ci mettiamo a fare le rape?”, ricominciò con tono piagnucoloso il Cicoria, seduto di dietro, sempre meno convinto. “Questo vuol dire, mongoplegico che non sei altro, che tu fai come ti dico e stai zitto”, gli soffiò il capoccia, “Vuoi continuare a insultare le talebane e le negre nel parcheggio del centro commerciale? <strong>Vuoi disegnare svastiche sui muri della scuola elementare a vita?</strong> E’ questo che vuoi?”.</p>
<p style="text-align: justify;">“Cicoria sempre a rompere i cosiddetti”, gli fece eco Delle Donne, “Basta con le puttanate da ragazzini. Il prossimo mese prendo l’ultimo assegno di disoccupazione e un extra mi serve più del pane”.</p>
<p style="text-align: justify;">“Ma io non voglio ammazzare la gente!”, continuò Cicoria. “Nessuno si farà male. E se ci va bene”, riprese Gionazi, “Possiamo studiare anche altri colpi sicuri qui vicino. Adesso fa’ il muto e stai pronto”. L’auto mangiava lenta la strada sulle colline. Il loro paesino in lontananza era a malapena visibile, “Disteso come un vecchio cancheroso addormentato da dosi massicce di morfina”, canticchiò allegro Delle Donne, lo spiritoso del trio.</p>
<p style="text-align: justify;">Mollarono l’Alfa Sud a un paio di chilometri dalla villa, in una radura che stava a fianco della strada per non farla vedere da qualcuno di passaggio. Era una precauzione inutile. A quell’ora di lì non passava un cane, “Ma meglio non correre rischi quando si è preparato un colpo così perfetto”, sentenziò Gionazi parcheggiando. Poi aprì il cofano e tirò fuori tre camici grigi. “Dobbiamo indossarli per non farci riconoscere dai vestiti”, li informò. Subito dopo scarpinarono in mezzo al nulla calpestando le foglie cadute intrise di umidità e in venti minuti arrivarono al cancello della villa.</p>
<p style="text-align: justify;">“Come si entra?”, chiese il Cicoria. “Come Sergey Bubka”, rispose ghignando Delle Donne. Poi vide la faccia inebetita del compare e gli fece cenno di lasciar perdere. <strong>“Scavalchiamo”</strong>, sospirò Gionazi, “Oppure preferisci suonargli il campanello?”. “Saranno tre metri di inferriata!”, frignò il Cicoria, che era grasso e il massimo dello sport che aveva fatto in vita sua era fare andare su e giù il polso quando era in bagno.</p>
<p style="text-align: justify;">Gionazi alzò gli occhi al cielo, bestemmiando contro il suo santo patrono. “Ma che ho fatto di male per trovare un mongoplegico come te! Va bene, tu aspettaci fuori, dietro quella siepe, ti apriremo il cancello quando siamo dentro. Mi raccomando tieni chiusa la fogna e non farti vedere da nessuno o vengo fuori e te spaco a boca! E mettiti quella cazzo di calza in faccia”.</p>
<p style="text-align: justify;">Assieme a Delle Donne si arrampicò agilmente sul freddo ferro battuto. Arrivati in cima, Delle Donne si lacerò la mano sinistra sul metallo appuntito. Gli scappò un urlo che rimbombò nella notte caliginosa. “Che cazzo ti berci!” sibilò il capo – “Vuoi farci scoprire, pezzo di mongoplegico?”.</p>
<p style="text-align: justify;">L’altro gli rivolse un’occhiata colpevole. Saltarono giù con un tonfo sordo, atterrando sul tappeto d’aghi di pino bagnati del vialetto d’ingresso. Il Cicoria, nascosto dietro la piccola siepe, non vedeva niente e sentendo quel trambusto maledisse il momento in cui aveva dato retta a Gionazi. Non era un cuor di leone. Sapeva essere spavaldo solo in compagnia degli altri due, alti, forti e atletici. Lo chiamavano Cicoria perché non valeva niente. <strong>Iniziò a tremare desiderando di essere a casa a guardare la replica del Grande Fratello.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Intanto gli altri due erano arrivati al portone della villa. Dalla finestra videro la domestica che prendeva i piccoli cani del conte e li portava al primo piano, nella camera da letto padronale. Sciacchitano era sulla sedia a rotelle di fronte al caminetto acceso. Il cameriere gli imboccava la minestrina. Indossarono la calza e rimasero parecchi minuti in attesa, muti, nel buio.</p>
<p style="text-align: justify;">“Come entriamo?”, chiese a gesti Delle Donne. “Dal retro”, rispose con un movimento semicircolare della mano il capo. Rapidi, si mossero verso una piccola porta di servizio. Con la tessera del videonoleggio, Gionazi fece scattare la serratura. In un attimo passarono dal gelo penetrante del giardino al tepore del piccolo magazzino della cucina. Delle Donne prese uno straccio pulito da un ripiano e si coprì la mano sanguinante. Il taglio era brutto e profondo. Gocciolava sul marmo a scacchi magenta e crema del pavimento.</p>
<p style="text-align: justify;">Entrarono, silenziosi come i fantasmi che si diceva che vivessero in quel posto, nel grande salone della villa proprio mentre Adoraciòn, la domestica, stava scendendo lo scalone. Si accorse degli intrusi e cacciò uno strillo. Delle Donne si precipitò verso di lei bestemmiando e, dopo averla afferrata per i capelli le puntò un taglierino alla gola.</p>
<p style="text-align: justify;">“Zitta brutta scimmia o ti sgozzo!”, le intimò. Con un balzo, Gionazi corse verso il vecchio. Estrasse la pistola e la puntò in testa a Sabino il cameriere che, sorpreso, fece cadere il piatto pieno a metà sul pavimento, mandandolo in frantumi.</p>
<p style="text-align: justify;">“Fermi ora!”, disse con decisione. “Mangianoccioline di merda, non fiatare o ti ammazziamo, a te, alla tua troia e al vecchio invalido. Sei stato in banca stamattina?” Sabino rispose di sì con la testa. “Benissimo. Stammi a sentire scimmia: ora vai a prendere la busta della banca. Non fare cazzate, so che la chiudi nella cassaforte dello studio. In fretta o vi apriamo un altro buco nel culo! Capito? Rispondi merda!”.</p>
<p style="text-align: justify;">Il cameriere fece un’altra volta cenno di sì. Era spaventato e sudava. Il rapinatore spostò la pistola in testa al suo padrone. “Vai di corsa allora, scimmia!”, gli urlò. Sabino si alzò di scatto e si mise a correre verso il piano superiore. “Non fare scherzi o ammazzo tutti, hai capito, cazzo?”, sentì urlare l’uomo che lo aveva minacciato.</p>
<p style="text-align: justify;">“Come si apre il cancello?”, disse Delle donne rivolto ad Adoraciòn. Lei non rispose, fissava tremante il taglierino a tre centimetri dalla sua giugulare. “Tu capire mia lingua? Di dove sei, scimmia di merda?”, riprese l’uomo premendogli la punta dell’oggetto affilato sul collo. “Sì! Sì! Parlo italiano. Sono… siamo peruviani. Il cancello si apre con il pulsante bianco grande che è di fianco al portone…”.</p>
<p style="text-align: justify;">“Ma non avevi detto che erano cinesi?”, domandò Delle Donne al capo. Questi rispose furioso: <strong>“Ma che cazzo di differenza ti fa, cinesi, peruviani, marziani? Ti ci metti anche tu a rompere le palle?”</strong>, e sempre tenendo puntata la pistola contro il vecchio inoffensivo, che non sembrava neppure essersi accorto della rapina, andò ad aprire al terzo socio.</p>
<p style="text-align: justify;">Era almeno un quarto d’ora che il Cicoria aspettava. Si sentiva impazzire dal nervosismo e aveva pensato più volte di andarsene.</p>
<p style="text-align: justify;">Il “clack” dell’apertura del cancello fu una deflagrazione in quel silenzio polare.<strong> Udendo il rumore, ebbe un sussulto e si pisciò addosso, letteralmente. Sulle prime aveva pensato a uno sparo, poi realizzò che i suoi amici gli avevano aperto. </strong>Sentiva il liquido caldo inondargli i jeans. Maledicendo l’universo, si alzò e sparì nel vialetto che conduceva alla villa chiudendo il cancello sferragliante.</p>
<p style="text-align: justify;">“Eccoti qui”, lo accolse con un sorriso malvagio Gionazi, “E’ passato qualcuno per strada?”. “No, nessuno”, rispose l’ultimo arrivato. Si accorse della chiazza scura sul camice. Si domandò se gli amici l’avrebbero fatto salire in macchina. “Forza, muoviti culo flaccido. Raccatta i soprammobili d’avorio. Sono su quella libreria di fianco allo scalone. Forza, svejate!”, fu esortato dal compare.</p>
<p style="text-align: justify;">Si mise di corsa a prendere gli oggetti, buttandoli nel sacco di juta che aveva con sé. “Hei!”, ricominciò Gionazi rivolto al socio sulle scale, “Forza, porta quella puttana gialla qui, che la mettiamo vicino alla vecchia merda. Così se quel coglione tarda ad arrivare vai su a controllarlo”. Delle Donne, sempre tenendo stretta la donna, andò a mettersi vicino all’amico.</p>
<p style="text-align: justify;">Il Cicoria infilò l’ultimo pezzo d’avorio lavorato nel sacco. Si girò a guardare il capo in attesa d’ordini e disse: <strong>“Sembra proprio la casa di Scarface con le scale grandi!”</strong>, cercando di fare un sorriso sbilenco. Gionazi, sempre più sconsolato, gli rispose che la villa era un capolavoro di fine Settecento e “Non c’entra un cazzo con le tamarrate di un narcos cubano”.</p>
<p style="text-align: justify;">Il Cicoria, come stordito dalle spiegazioni del compare, annuì brevemente con la testa e tartagliò qualche stronzata compresa solo da lui. Gionazi intanto guardava le scale in attesa del domestico che tardava ad arrivare. “Bisogna andare di sopra”, disse infine, “La scimmia ci sta mettendo troppo tempo”. “Avrà chiamato la polizia! Siamo fottuti!”, gemette Il Cicoria. “Chiudi la fogna ho detto!”, abbaiò il capo,”Di sopra non c’è nessun telefono e i loro cellulari sono qui”.</p>
<p style="text-align: justify;">Proprio in quel momento si udì uno schianto metallico provenire dal piano superiore. Il Cicoria era diventato blu dallo spavento, con gli occhi sbarrati, paralizzato accanto alla libreria. <strong>Questa volta si cagò sotto e la sua diarrea fece un lago sul marmo della sala, ma non se ne accorse nessuno dei presenti, forse neppure lui;</strong> Gionazi si irrigidì puntando la pistola contro la testa di Adoracion. “Tu!”, disse a Delle Donne, “Ci stiamo noi qui con questi due! Corri di sopra a vedere cosa succede, picchia quel mongoplegico e scendi coi soldi! Forza muoviti, per dio!”.</p>
<p style="text-align: justify;">Delle Donne fece cenno di sì con la testa e si mise a correre in direzione delle scale. <strong>Passò accanto al Cicoria e scivolò di brutto sulla pozza di merda lasciata da quest’ultimo. Cadde malamente di faccia, andando a sbattere con gl’incisivi, frantumandoseli sul marmo sporco di  fluido giallo e marrone. Perse i sensi.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">“Ma che cazzo di imbecille!”, si mise a urlare Gionazi, “Come cazzo si fa a inciampare in quel modo!”. Dopo un secondo dalla cima delle scale comparve Sabino. Brandiva un enorme spadone, preso da una delle armature dello studio. Urlava frasi incomprensibili. Aveva un’espressione folle in volto e si muoveva goffo con la pesante arma. Gionazi lo guardò incredulo.</p>
<p style="text-align: justify;">“Cicoria vieni qui”, poi disse, “Vieni a tenere d’occhio questi due. Ti lascio la pistola. Alla scimmia lassù ci penso io!”. Prese il lungo e appuntito attizzatoio del caminetto e si diresse a passi svelti verso il peruviano, mentre l’altro prendeva il suo posto accanto alla donna e al vecchio.</p>
<p style="text-align: justify;">I due spadaccini iniziarono a battagliare. Le stoccate del neonazista erano veloci e dirette verso gli arti dell’avversario, e un paio di volte riuscì a pungolarlo alle gambe facendo uscire piccoli fiotti di sangue. Da piccolo aveva fatto un po’ di scherma e non aveva perso l’abilità. L’altro invece era come un pupo siciliano manovrato da un burattinaio sotto effetto della mescalina. I suoi ampi fendenti erano sempre parati dall’attizzatoio.</p>
<p style="text-align: justify;">“Cazzo credi di fare scimmia bastarda”, gli urlava con la bava alla bocca, “Ora ti rimando sull’albero, stronzo!”. L’altro gemeva e menava colpi sempre più disperato. “Ah-ah! Ti ho preso!”, esclamò Gionazi infilzandolo in piena coscia, “Ora molla il ferro o ti riduco a un hamburger”. L’altro urlò  “Va’ a fanculo!”, e con un estremo sforzo riuscì a dargli una forte botta in testa con la spada, di piatto, centrandolo sull’osso parietale proprio sopra l’orecchio sinistro. L’attizzatoio gli cadde dalla mano e rovinò sulle ginocchia. “Spara! Spara a questo pezzo di merda prima che mi ammazza!”, urlò rabbioso al Cicoria. Un grosso bernoccolo viola gli si stava formando sul cranio rasato a zero, era ben visibile dove aveva ricevuto la botta perché la calza si era strappata.</p>
<p style="text-align: justify;">La rivoltella, un vecchio arnese arrugginito, si era inceppata. <strong>Il Cicoria continuava a premere il grilletto, ma a parte i “Click! Click!” a vuoto non faceva nient’altro. </strong>Sabino continuava a tempestare a colpi di spada la schiena del suo socio, che ora era a terra e gemeva. Ci stava mettendo sempre più forza. Se avesse usato la parte tagliente lo avrebbe fatto a pezzi. “E’ inceppata! Cazzo, maledizione, fai qualcosa o questo mi maciulla!”, gli diceva Gionazzi. “Sì Gio’!”, rispose allora. Ma non sapeva che cosa fare. Non aveva mai toccato un’arma. Si rivolse la canna verso il viso, fece girare il tamburo e con il dito tremante per la tensione premette senza volere il grilletto.</p>
<p style="text-align: justify;">La pallottola lo raggiunse all’attaccatura sinistra della mandibola, proseguì la sua corsa portandogli via mezzo orecchio e si piantò definitivamente nel muro, a tre centimetri dal ritratto a olio di un donnone dall’espressione arcigna. Il Cicoria prese a farfugliare, più sorpreso che spaventato, mentre dalla bocca e dalla ferita uscivano sangue e fumo. <strong>Pensava di essere morto, mentre in realtà si era compromesso per sempre la facoltà di parlare e masticare come prima. </strong>Rimase privo di coscienza accanto alla sedia a rotelle dove il vecchio era immobile, pallido e muto come una delle tante statue della villa. Aveva ancora il vecchio catenaccio fumante in mano.</p>
<p style="text-align: justify;">Gionazi intanto era riuscito a sottrarsi alla tempesta di colpi di Sabino. Si alzò in piedi e gli diede un pugno alla bocca dello stomaco. Il domestico cadde sbuffando con il culo sul pavimento.<strong> S’infilò nello studio bestemmiando come Germano Mosconi.</strong> Vide la busta della banca sulla scrivania ingombra di carte. Notò che era piena più del solito. La prese e la aprì.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Dentro non c’erano soldi. Solo documenti. Il vecchio ogni mercoledì mandava Sabino a fare versamenti in banca. Beneficienza. C’erano le ricevute dei bonifici all’Unicef, Save the Children, assegni per le adozioni a distanza in Africa, in Perù, Indonesia. </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong></strong>Sciacchitano non aveva figli e distribuiva le sue ricchezze ai poveri. “Ai negri di merda!”, urlò Gionazzi con le lacrime agli occhi strappando le carte. “Dove cazzo sono i soldi, pezzo di merda?”, strepitò con voce rotta a Sabino, a terra dolorante a pochi passi da lui, “Ti ho detto di portarmi i soldi, mongoplegico!”. “<strong>Tu ha detto busta, io presa busta! Va’ a fanculo!”, tossì il domestico. </strong>In quel momento sentì le sirene che si facevano strada nella notte bianca. Dirette verso la villa. Dirette verso di lui. Adoraciòn aveva chiamato i carabinieri.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo stomaco gli si serrò in una morsa. Il panico gli fece ricordare la scala subito fuori dal balcone della camera del conte. Conduceva al giardino. Sarebbe scappato di lì e con un po’ di fortuna, se la fortuna gli avesse voluto restituire un favore quella notte maledetta, poteva farla franca.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Non l’avrebbero beccato gli sbirri, non il giorno del suo compleanno almeno. </strong>Uscì dallo studio di gran carriera. Entrò nella camera da letto spalancando la porta. I due bouledogue francesi del conte, <strong>Lele e Mora</strong>, eccitati dai rumori sentiti fino a quel momento, gli saltarono addosso ringhiando. Uno gli piantò le fauci nel didietro, l’altro nelle palle.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>I carabinieri entrarono nella stanza due minuti dopo e lo trovarono mentre lottava per liberarsi dei due mostri e ringhiava più forte di loro.</strong></p>
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