Nelle mani dell’uomo corvo

Un mio vecchio professore, citando Bachtin, mi diceva che i libri dialogano fra loro. Quando prendo un testo in mano che sia un romanzo, un saggio, una raccolta di poesie, in realtà mi accingo a leggere un’intera biblioteca di opere a cui quel testo si riferisce. Per questo, quando vesto il pigiama del critico (che ritengo sia l’abbigliamento adatto per scrivere recensioni) e mi accingo a introdurmi nei meandri di un’opera, penso prima di tutto: questo cosa mi ricorda? Da cosa è ispirato? Quali sono le sue auctoritas? A che tradizione appartiene?

Possono sembrare domande oziose, da professore barbogio con le toppe ai gomiti della giacca ma credete: certe volte farsi queste domande apre delle porte segrete sull’opera da recensire. E se è vero che certe porte non dovrebbero mai essere aperte, è vero anche che fare il critico è il lavoro più pericoloso del mondo. Potete ben capire, quindi, il motivo del mio abbigliamento e del fatto che in sottofondo sentiate il tema di Indiana Jones.

Bando alle facezie. Leggendo “Nelle mani dell’uomo corvo”, opera prima di Matteo Corona son dovuto andare molto, mooolto indietro, fino ad Aristotele e alle sue tre unità di spazio, tempo e azione che formalizzavano il genere all’epoca ritenuto più alto: quello della tragedia.

Ora, ho già citato due parole spia che hanno molto a che fare con il romanzo di Corona: la prima è “porta”, la seconda è “tragedia”. Arrivati a questo punto son sicuro che vi sarete rotti e vorreste che arrivassi al punto, alla storia. Ebbene, mi trovo nella difficile situazione di potervi dare solo una suggestione di quello che in 129 pagine crea Corona. E qui entra in gioco la prima unità aristotelica quella dell’azione. Secondo il filosofo greco il dramma puro e perfetto doveva comprendere un’unica azione, nessuna trama secondaria quindi, nessuna diramazione o straniamento dal plot principale. L’azione di Corona è questa, ben riassunta dalla quarta di copertina: “Vanessa aprì gli occhi e si ritrovò a dover affrontare il peggiore degli incubi: una vita da reclusa. Una vita nelle mani dell’uomo corvo”. Se vi dicessi di più di questo sulla trama, direi troppo.

Questa sinossi minima è sufficiente a Corona per sviluppare il romanzo di una prigionia, la tragedia di una ragazza caduta in una trappola a forma di casa (ed ecco la seconda unità: quella di spazio), vittima di un carnefice geniale quanto oscuro che, in minima parte, mi ha ricordato l’enigmista di Saw. In minima parte dico, perché, a parte la capacità ingegneristica di creare macchine di dolore, l’uomo corvo è del tutto privo dello spirito morale ed “educativo” del vecio Saw. Non è un pietoso torturatore “per il bene dell’umanità” ma un mostro egoista e pazzo che di umano ha ben poco. La visione del mondo dell’uomo corvo, suggerita da Corona in pochi e ben piazzati deliri oratori, non è che una malevola, pessimista e disperata similitudine con l’inferno. E, crediamo leggendo, se l’uomo corvo non può essere il demonio del mondo in cui vive, allora lo diventa di un mondo tutto suo, creato ex novo: la casa-trappola in cui è sepolta Vanessa.



L’odore acido di quei giorni

Tutti gli autori dovrebbero essere innamorati dei loro personaggi. Se poi succede che scrittore e protagonista siano sessualmente compatibili la cosa può diventare addirittura sconveniente.

Mia moglie ha imparato a convivere con la protagonista dei miei romanzi, Jelena Della Rebbia: non so se l’apprezza ma certamente la sopporta, dopotutto non esiste. Io stesso avevo giurato fedeltà alla mia creatura. Ed ecco che arriva Paolo Grugni e mi ritrovo irresistibilmente attratto dalla determinatezza, bellezza, fragilità dell’eroina del suo nuovo thriller: L’odore acido di quei giorni. Paolo la tratta male, molto male: non so se riuscirò a perdonarlo.

Un personaggio misterioso, del quale, per non rovinare la lettura, diremo pochissimo.

Siamo a cavallo tra il 1976 e il 1977. A San Giovanni Persiceto, vicino a Bologna, si è rifugiato un chirurgo: Alessandro Bellezza, incastrato dalle sue amicizie extra-parlamentari. Vive raccogliendo animali morti o feriti per strada, al soldo del Comune. I primi finiscono all’inceneritore, i secondi li tiene con sé: unica compagnia dopo un divorzio turbolento.

Una notte s’imbatte in un corpo di donna, sepolto nella neve. Pensa che sia morta ma si sbaglia: è sopravvissuta all’attacco di un serial killer dall’atroce modus operandi. L’investigazione si allarga dal paese sonnolento agli scenari del conflitto politico che infiamma l’Italia: brigate rosse, terroristi neri, servizi segreti deviati. C’è una cospirazione all’opera, un piano malefico che cambierà per sempre il volto della nazione.

Grugni torna ai temi cari della militanza e dell’animalismo, confezionando una trama che vede i protagonisti ripetutamente travolti dalla storia. Dal micro dei silenzi di una provincia innevata, evocata con grande gusto del realismo e dell’atmosfera, al macro degli scontri di piazza, tra molotov, pistole e i carri armati di Cossiga. Lo stile è quello elegante, a tratti iperbolico, di Italian Shaaria, ma qui c’è più spazio per i personaggi, per lo svolgersi della trama, per i dialoghi. L’anima thriller ne esce rinvigorita: si legge d’un fiato.

A scandire il ritmo emotivo e storico della narrazione ci pensano gli estratti delle dirette di Radio Alice, la celebre emittente pirata bolognese, poi repressa dal governo. Nella seconda parte diventano addirittura troppo invadenti, ricordando al lettore la frequenza martellante con cui sangue e repressione bagnavano le strade delle nostre città.

Bellezza è un protagonista dolente: un uomo buono, dal carattere discreto, forte di una dignità e di una coerenza che gli sono costate care. Non nasce detective e non ha superpoteri. Per questo è così facile identificarsi con lui: le sue paure sono le nostre, le sue reticenze così lontane dal machismo del noir e dell’hard boiled. Mi piacerebbe vederlo tornare ma chiaramente L’odore acido di quei giorni è un pezzo unico.

E poi c’è lei: ferita, segnata da un destino che sembra già scritto. È l’anima del racconto, il nodo in cui si raccolgono tutte le contraddizioni, le passioni. La muove una speranza tanto muta quanto commuovente. Sola come gli animali che finiscono sul pickup del medico. Impossibile non innamorarsene, impossibile non tremare nel caos delle manifestazioni, quando in mezzo alla guerra civile combatte una gara di ferocia col killer. Passaggi che ti lasciano tremante, fino alla conclusione: più amara che dolce.




I corti horror di Davide Melini

L’Italia riscopre l’horror? La verità è che a dimenticarlo sono stati solo i produttori cinematografici, caduti tra le gambe della commedia e delle saghe familiari, unici due generi offerti al pubblico da vent’anni a questa parte. In mezzo a questa desolazione centinaia di giovani hanno provato a dimostrare che la grande tradizione del brivido poteva sopravvivere. I loro appelli, però, cadono nel vuoto. Al cinema ci arriva Zampaglione, in virtù della sua stella musicale, col pessimo e ultra derivativo Shadow. Ci arrivano a singhiozzo i deliri senili di Dario Argento. Ha fatto capolino Imago Mortis di Stefano Bessoni, che però è fuggito in Spagna per le riprese.

La penisola iberica è la nuova capitale dell’horror, lì ha trovato albergo un altro giovane cineasta italiano: Davide Melini, i cui ultimi due cortometraggi, The Puzzle e La dolce mano della rosa bianca, stanno riscuotendo un notevole successo nei circuiti festivalieri. Melini, trentadue anni, è stato assistente alla regia per la splendida serie tv della HBO Roma e per La terza madre di Argento. In Spagna ha lavorato come primo aiuto regista in numerosi corti. È un ragazzo gentile, che non se la tira, ben conscio di aver scelto una strada tutta in salita. Oltre a dirigere è anche sceneggiatore: questo gli permette di essere “autore” a tutto tondo.

The Puzzle, girato nel 2008, attinge a piene mani al periodo d’oro dei Bava e di Argento, senza dimenticare l’irrinunciabile lezione di Hitchcock o le moderne spinte sopranaturali di Shyamalan. Mesi di pre-produzione; una notte di riprese nell’appartamento del regista; un’attrice (l’espressiva Cachito Noguera), per raccontare l’incubo di una donna che nega l’ennesimo prestito al figlio, si trova sola in casa, spaventata da rumori sinistri, poi assediata. La risposta alla domanda: “sopravviverò?” è nel puzzle che da giorni costituisce il suo unico, solitario, passatempo. Magicamente terminato ora ritrae il futuro; un futuro vicino pochi battiti di cuore, inevitabile. Melini condensa in pochi minuti le suggestioni di un episodio di Twilight Zone, dimostrando un senso naturale per l’inquadratura, capace di dare ritmo incalzante nonostante gli spazi angusti e la mancanza di fondi. Lo aiuta il montaggio di Biktor Kero, fluido al punto da non aver nulla da invidiare ai lungometraggi che vediamo ogni settimana al cinema.

La dolce mano della rosa bianca s’inserisce in un contesto più classicamente horror: un giovane guida alticcio e distratto. Investe una bimba. Prega per lei al cimitero ma viene sorpreso dal buio. Un fantasma biancovestito lo insegue tra le lapidi: ha in serbo per lui una rivelazione catartica e sconvolgente. Siamo in zona The Others (forse il film di genere più bello regalatoci dalla Spagna, assieme a The Orphanage): il corto supera i 15 minuti senza un’incertezza o un secondo di noia, un risultato per nulla scontato.

Il montaggio alternato che porta i protagonisti verso l’incidente lascia col fiato sospeso, nascondendo i particolari senza nuocere alle emozioni. La fotografia di José Antonio Crespillo fa il massimo per rievocare le atmosfere di molti cult nostrani anni ’60: un’eredità importante che forse dovremmo imparare a superare.

Ci auguriamo che Davide possa presto misurarsi col lungometraggio e, soprattutto, che abbia l’occasione di lavorare in Italia: abbiamo bisogno di lui, di spaventi, di pulp, di azione, di gioventù. Altrimenti saremo costretto a vedere e rivedere l’unico horror che non ci piace: quello profetizzato da Bellocchio, il “governo dei morti”.



Schegge

Continuano, dopo l’ottimo “Sorry”, le liete sorprese provenienti dalla Germania. Ambientato in una sempre affascinante Berlino, eccellente location per thriller e noir europei, “Schegge” racconta la storia di Marc Lucas, un giovane uomo che, per rimuovere il ricordo della morte della moglie, incinta del loro primogenito, si rivolge a una clinica specializzata nella cancellazione della memoria.

Lucas, dopo essersi sottoposto a tutti gli esami clinici preliminari, esce dalla casa di cura ancora incerto se sottoporsi alla terapia, ancora sperimentale. Ma il suo ritorno al mondo esterno è traumatico: il suo appartamento è occupato dalla moglie (che, incredibilmente, sembra ancora viva e vegeta) e il suo posto di lavoro da un’altra persona, il suo telefono è senza memoria e lui sembra non essere mai esistito.
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Sorry

Kris, Wolf, Frauke e Tamara sono quattro ragazzi berlinesi che, in tempi di crisi, riescono a inventarsi un lavoro decisamente originale: fondano un’agenzia (chiamata “Sorry”) specializzata nel chiedere scusa. In un mondo cinico e spietato, nessuno si ferma a chiedere perdono per aver licenziato o umiliato qualcun altro, e l’agenzia Sorry offre questo servizio, non tanto a privati cittadini, quanto soprattutto alle aziende.

Incredibilmente, il progetto dei quattro amici riesce a decollare e li porta ad arricchirsi in breve tempo. Finché, un giorno, ricevono un incarico da un certo Meybach: devono chiedere scusa da parte sua a una donna. Soltanto che, nell’appartamento che si trova all’indirizzo indicato dall’uomo, i ragazzi trovano la donna morta, inchiodata a una parete.

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Suttree

Cronache dalla periferia. A chi me lo dovesse chiedere non saprei riassumere in altro modo l’essenza di “Suttree” romanzo di Cormac McCarthy unanimemente riconosciuto come il suo capolavoro e frutto di anni di riscritture, riprese e interruzioni prima della definitiva pubblicazione datata 1979.

Un’avvertenza per il lettore affezionato a questo straordinario scrittore: “Suttree” si distanzia in modo abbastanza netto dal resto della sua opera, non tanto per i suoi contenuti, che rimangono epici e tragici e universali, quanto per lo stile di scrittura, molto più grumoso, denso, composto di una sostanza simile a melassa che avvolge il lettore imbrigliandolo e, a tratti, addirittura ostacolandolo.

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L’insolita rumba

Quattro ragazzi piantati nella periferia di Milano, una periferia che sa di ghisa, asfalto e desolazione. Quattro ragazzi nati tra Milano e l’Algeria si trovano a fare qualcosa di singolare per il loro quartiere: formano un quartetto musicale neo melodico. Suonare motivi e canzoni napoletane alle feste, agli eventi familiari, ai matrimoni… questa è l’idea dei ragazzi. Un’idea che sembra poter rendere meno pesante la disperata quotidianità della loro vita. Una vita fatta di situazioni familiari (quando ci sono) pesantissime, con sostanze stupefacenti e propensione a delinquere come uniche vie di fuga da una realtà di emarginazione sociale. Un’esistenza in cui i sogni non sono affatto previsti.

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Imperfetto

È al confine tra la Toscana e la Liguria, nel suggestivo territorio lunigiano, che muovono i passi i personaggi decisi e imprevedibili di questo avvincente romanzo.

La magistratura e la polizia locali stanno indagando infruttuosamente sull’omicidio di un giovane ritrovato nudo in un bosco, massacrato da numerosi e precisi colpi d’arma da taglio. I familiari della vittima sono pezzi grossi della società spezzina e non accettano che le forze dell’ordine abbandonino il caso dopo le fallimentari seppur minuziose ricerche del colpevole.

La patata bollente viene passata all’investigatore Merisi che dovrà perlopiù “fare carta” per pacare i genitori del ventiquattrenne ucciso, dare l’impressione di continuare le indagini di un caso estremamente difficile: non ci sono moventi, la giovane vittima pur essendo omosessuale non conduce una vita borderline, non si droga né ha vizi pericolosi, è generoso, educato; cosa può aver spinto l’assassino ad accanirsi così sadicamente sul suo corpo? Continue reading



Il Suggeritore

Il suggeritore di Donato Carrisi rappresenta uno di quei casi editoriali che riempiono le pagine dei giornali per almeno un anno dalla loro uscita. Per capirci, al momento della pubblicazione in Italia il romanzo era già stato venduto, a livello di diritti, in Germania, Olanda, Spagna, Russia, Brasile e Grecia. Inutile dire che, dopo l’incredibile successo di pubblico e critica riscontrati, la schiera dei Paesi che ne ha acquistato i diritti di pubblicazione è andata via via allungandosi.

Naturale, dopo simili osservazioni, chiedersi quanto vi sia di valore effettivo e quanto il risultato sia invece frutto dell’imponente piano promozionale programmato da una major come Longanesi in grado di imporre con un lancio spettacolare e di grande impegno a livello di risorse, ne siamo certi, uno dei tanti autori italiani che ha avuto la fortuna di trovarsi a passare di là.

Ebbene, sia detto senza indugio e con chiarezza: questo è uno dei rari casi in cui qualità e disponibilità di mezzi vanno assolutamente di pari passo.

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Il paese dei Pescidoro

La provincia italiana, con le sue contraddizioni e le sue idiosincrasie, è uno dei temi più sviluppati dalla nostra narrativa negli ultimi anni. Una provincia spesso arretrata e anacronistica, allegoria dell’intera società del «belpaese», di una società chiusa e refrattaria, in fondo emarginata dal resto d’Europa.

Luca Ciarabelli, al suo secondo romanzo con Maestrale, non è da meno. La sua Villatiferno, minuscolo paese sperduto tra gli Appennini, è un prototipo di marginalità e conformismo, stagnazione culturale e ossequio al potere costituito. La vita dei bigotti del paese, descritta con un’ironia tagliente e irriverente, si svolge tutta tra il bar di Paolo di Pietralunga e la parrocchia, tra partite a biliardo e rappresentazioni liturgiche. L’unica eccezione al grigiore e alla noia della quotidianità è rappresentata dal protagonista, Cornelio Persico, nato in Argentina da un emigrato italiano e poi ripiovuto in patria.
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