Direttamente dalle rive del Bacchiglione ecco la videorecensione di Bacchiglione Blues, il nuovo romanzo poenta-western di Matteo Righetto.
Direttamente dalle rive del Bacchiglione ecco la videorecensione di Bacchiglione Blues, il nuovo romanzo poenta-western di Matteo Righetto.
Carissimi cultori della barbabietola rosso sangue, sappiamo bene come uno dei vostri generi preferiti sia il Noir in tutte le sue gradazioni e proprio per questo il Sottoscritto giornalista d’assalto è stato mandato in avanscoperta dai Mammasantissima di Sugarpulp a Roma, domenica 5 dicembre, presso la Fiera “Più Libri, Più Liberi”, dove s’è tenuta l’annuale presentazione di “RomaNoir 2010” [Edizioni Robin], questa volta dal tema “Scritture Nere. Narrativa di genere, New Italian Epic o post-noir?”
Dopo aver sgomitato all’ingresso della Fiera (c’era la fila, da non credersi) e aver carburato con una doppia sambuca presa a stomaco vuoto, indispensabile per calarmi nel ruolo del gonzo-giornalista e scrivere un pezzo alla polpa dolce (come da ordini superiori), salgo al primo piano alla ricerca della Sala Turchese.
Lincoln Rhyme, il riuscito protagonista ideato da Deaver, ritorna con una nuova indagine. Questa volta la minaccia arriva dalla corrente elettrica. Un’arma tanto insolita e originale quanto letale. E la sua pericolosità è amplificata dal fatto che l’elettricità è presente in ogni singolo edificio moderno.
Se pensiamo a tutte le applicazioni dell’energia elettrica possiamo renderci facilmente conto di quanto sia indispensabile.
New York viene sconvolta da una serie di attentati compiuti utilizzando proprio l’energia elettrica, guidata in modo da colpire edifici ed esseri umani. Ma qual è lo scopo dell’attentatore? E di chi si tratta? Continue reading
In ricordo di Niccolò che prima mi convinceva che i draghi non esistono nella realtà ma solo nelle favole, e poi mi accompagnava con il suo sorriso spontaneo a giocarci insieme.
Dopo la pubblicazione de “L’Inverno di Frankie Machine”, il libro con il quale Don Winsolw ha scandagliato la falsa mitologia mafiosa (come quella per esempio tratteggiata da Mario Puzo) e il superlativo affresco politico-criminale narrato ne “IlPotere del cane” , è nelle librerie da qualche tempo l’ultimo capolavoro del nuovo astro nascente del noir americano: “La Pattuglia dell’alba” presenta tutti gli stilemi dell’hard boiled rielaborati da James Crumley nella metà degli anni ‘70, ma nello stesso tempo se ne distacca soprattutto per la capacità dell’autore di tratteggiare a tutto tondo i caratteri sia dei protagonisti sia dei personaggi minori che appaiono lungo l’intreccio narrativo.
Vincitrice del premio Fedeli, finalista allo Scerbanenco, scrittrice, sceneggiatrice, conduttrice di frizzanti (e interessanti) interviste per la web-emittente Booksweb nonché docente di scrittura, Elisabetta Bucciarelli ha appena pubblicato per Kowalski il suo quinto romanzo, “Ti voglio credere”.
Protagonista è il suo personaggio letterario, ispettore Maria Dolores Vergani, questa volta alle prese con un doppio isolamento, costretto e volontario. Da un lato è infatti agli arresti domiciliari in casa dei genitori, dall’altro è ingabbiata nei controsensi di un’etica indotta a misurarsi con le leggi umane e con una realtà sempre meno palpabile.E gli altri, volenti o nolenti, ne sono i tasselli.
L’accusa per gli arresti è grave: omicidio volontario. Ma quando si confronta coi suoi ricordi, la Vergani si smarrisce nella nebbia e le certezze della memoria sono pochissime: il luogo, un bosco della Val d’Aosta. Davanti ai suoi occhi c’era un uomo col fucile puntato contro di lei, alle spalle una donna colpevole di abuso sui minori. E poi? Qualche passaggio, il coltello contro la donna, dopo il buio.
Sono i tasselli mancanti, ma è soprattutto la sua esigenza di verità che la spingono ad avvalersi della facoltà di non rispondere. Eppure basterebbe così poco, una menzogna per sfuggire alla galera e a tanti altri problemi… Non ci sta, l’ispettore. Nel frattempo collabora “clandestinamente” e con discrezione alle indagini della questura di Milano, nonostante il divieto di agire imposto dalla legge. Colpa del fidato Funi, della sua mania di andarla a trovare, farle rapporto e cercare nelle sue intuizioni la strada giusta. Ma sentiamo un po’ cosa risponde l’autrice alle nostre domande curiose…
Continuano, dopo l’ottimo “Sorry”, le liete sorprese provenienti dalla Germania. Ambientato in una sempre affascinante Berlino, eccellente location per thriller e noir europei, “Schegge” racconta la storia di Marc Lucas, un giovane uomo che, per rimuovere il ricordo della morte della moglie, incinta del loro primogenito, si rivolge a una clinica specializzata nella cancellazione della memoria.
Lucas, dopo essersi sottoposto a tutti gli esami clinici preliminari, esce dalla casa di cura ancora incerto se sottoporsi alla terapia, ancora sperimentale. Ma il suo ritorno al mondo esterno è traumatico: il suo appartamento è occupato dalla moglie (che, incredibilmente, sembra ancora viva e vegeta) e il suo posto di lavoro da un’altra persona, il suo telefono è senza memoria e lui sembra non essere mai esistito.
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Una notte piovosa. Un mal di testa a intermittenza. E un romanzo nero come l’anima di Robert Johnson. “Arrivederci amore, ciao” ti obbliga a non allontanarti dalla lettura, ti tiene sveglio e ti costringe a proseguire, ad affondare sempre di più nel fango della realtà del ricco nord-est: una società perfetta come una mela da bollino “marlene” all’esterno, ma corrosa dai vermi dentro, marcia e putrescente.
E in poche pagine ti dimentichi del mal di testa.
Attraverso una sintassi semplice, un periodare breve e tagliente reso ormai sicuro dall’esperienza, Carlotto costruisce la sua storia più nera e violenta.
Jacopo De Michelis è il responsabile della narrativa di Marsilio Editori. È stato traduttore, curatore di antologie e consulente editoriale. Insegna narratologia presso la NABA di Milano.
Ciao Jacopo e anzitutto grazie per la tua disponibilità. Ti faccio i miei complimenti sia per il tuo personale lavoro, sia per gli importanti risultati ottenuti dall’intera casa editrice nel corso degli ultimi anni, con pubblicazioni di grande successo che vi hanno permesso di fare dei passi da gigante nella realtà editoriale italiana. Se non mi sbaglio, tra le altre cose, Marsilio (già gruppo RCS) ha da poco acquisito Sonzogno, storico marchio dell’editoria italiana.
Questa serie di successi e questa crescita aziendale comporteranno anche delle novità nella vostra offerta editoriale o il numero e la tipologia delle collane Marsilio rimarranno gli stessi? Insomma, novità in vista in laguna?
Con l’acquisizione di Sonzogno da una parte e di Log 607 dall’altra, il ventaglio di proposte che saremo in grado di offrire si allargherà notevolmente, e ci vedrà anche pronti ad affrontare la sfida dell’irruzione del digitale e delle nuove tecnologie nel mercato editoriale (ebook ecc.).
C’è un grandissimo autore di cui Cairo sta pubblicando a cadenza annuale i romanzi: il suo nome è Tim Willocks. E dovete assolutamente leggerlo.
Ok, direte: spiegaci perché.
Tim Willocks ha pubblicato in Italia tre libri finora e ha cambiato genere tre volte, già questo la dice lunga su quanto versatile, polimorfo, ricco sia il suo talento narrativo. Una scrittura, la sua, violenta, spietata, icastica, capace di attanagliare i cuori con lampi sfavillanti di assoluto genio. Perché dopo un romanzo storico di straordinaria potenza visiva come Religion e il noir dilaniante di Bad City Blues è arrivato da un paio di mesi fra gli scaffali Il fine ultimo della creazione.
Sono passati poco più di sei mesi dall’ultima volta che abbiamo avuto il piacer di scambiare due chiacchiere con Massimo Carlotto, uno dei padrini di Sugarpulp. Allora si parlava del suo nuovo libro, il bellissimo e durissimo “L’amore del bandito”, oggi invece siamo di fronte ad un progetto che rappresenta una novità assoluta per quanto riguarda il panorama letterario italiano.
Carlotto infatti ha riunito intorno a sé una factory di giovani autori con cui lavorare per sviluppare nuove storie, nuovi romanzi e nuove idee. Un laboratorio creativo che vuole essere un punto di aggregazione e di confronto, capace anche di offrire una maggiore visibilità a nuovi autori emergenti.
Ciao Massimo, per prima cosa bentornato su Sugarpulp. Come nasce l’idea di dare vita a questa factory? E come si sviluppa da un punto di vista pratico il lavoro di questo nuovo laboratorio?
La consapevolezza che il noir muta più velocemente di un tempo mi ha convinto a mettere in piedi una sorta di laboratorio totalmente dedicato alla sperimentazione, il cui obiettivo non è di arrivare alla definizione di un filone e tantomeno di una scuola ma dare senso a esperienze collettive e individuali. Siamo un gruppo eterogeneo, formato non solo da scrittori, che lavora in comunità sia sul profilo teorico approfondendo temi specifici e analizzando lo sviluppo del genere a livello internazionale, sia su quello pratico della ricerca, l’indagine e la produzione di idee utili a scrivere romanzi. La scrittura è l’unico momento totalmente individuale della nostra struttura. Attualmente l’aspetto che stiamo privilegiando è quello della costruzione di trame, convinti che una buona idea possa diventare geniale se si mettono insieme persone motivate e capaci ma stiamo già pianificando altri terreni di ricerca.
Il concetto di factory di autori rappresenta una novità assoluta per la letteratura italiana: quali sono i vantaggi per un autore che può contare su un gruppo di lavoro di questo tipo?
Se a uno di noi viene in mente l’idea di un romanzo la condivide con il gruppo e se viene ritenuta valida, tutti lavorano all’ideazione e alla stesura della trama, il che significa un coinvolgimento anche nella raccolta del materiale che per noi significa indagine giornalistico-investigativa. Un lavoro che termina solo quando il gruppo è convinto che la storia valga al punto da essere scritta e diventare romanzo. A quel punto la storia ritorna nelle mani dell’autore. Tutti lavorano a tutti i progetti ma alla fine solo uno scrive ed è l’unico “proprietario” del romanzo, un’esperienza interessante anche dal punto di vista umano. Poi uno è liberissimo di lavorare all’esterno del gruppo e di scrivere “altro” e in altro modo.
“Donne a perdere” è il primo titolo che nasce da questo esperimento: quali saranno i prossimi?
Donne a perdere è nato dopo l’esperienza di Perdas de fogu. Quattro degli autori che avevano partecipato all’indagine e alla prima fase di scrittura collettiva hanno lavorato in totale autonomia, l’unico punto in comune era il tema, donne a perdere appunto. L’obiettivo era quello di pubblicare in Italia il primo volume con tre romanzi e costruire il terreno per una struttura più agile e produttiva. Tra un anno usciranno invece una serie di romanzi singoli, frutto della nuova fase di sperimentazione.
Noi di Sugarpulp stiamo cercando di valorizzare un tipo di narrativa molto preciso, vale a dire un noir che punta su trame articolate e complesse, su uno stile di scrittura veloce e dinamico e, soprattutto, su una scrittura fortemente radicata nel territorio: quanto peseranno questi punti sulle prossime produzioni della factory?
Leggo e apprezzo la produzione di Sugarpulp e la individuo come “esperienza” nel panorama nazionale. Trama, scrittura e territorio sono ovviamente punti che pesano e peseranno ma in modo completamente differente. A noi non interessa riprodurre l’esistente se c’è già qualcuno che lo fa bene.
Che consiglio daresti a chi vuole scrivere un libro noir?
Di studiare storia e autori del genere (nel nostro gruppo il corso di formazione dedicato è biennale) e di leggere moltissimo. E non solo quello che piace.
Oggi come oggi il genere noir è molto inflazionato, se mi passi il termine: cosa ti piace e cosa non ti piace di quello che leggi? (non necessariamente solo in Italia)
Non mi piacciono i romanzi che non hanno nulla di nuovo e ripropongono storie già lette (o già viste) e purtroppo sono molti. Il genere è inflazionato da una politica editoriale che punta a riempire le librerie a qualsiasi costo, troppo spesso a scapito della qualità ma per fortuna tante buone letture che arrivano un po’ dappertutto sono a portata di mano. Basta saperle cercare.