La Ballata di Mila – Capitolo I

Chen strinse gli occhi. Due fessure sottili su cui gocciolava liquido rosso. Dai tagli profondi sulla fronte il sangue scendeva creando un velo che gli offuscava lo sguardo.

Una promessa di morte.

Le ferite gliele aveva inferte Zhang, il ragazzo che gli stava davanti.

Zhang lo guardava sorridendo. Teneva in mano un coltello Butterfly, la lama era rossa del sangue di Chen. Esplose in una risata isterica mentre si soffermava sui dettagli del piccolo negozio.

Annusò l’aroma delle spezie e spostò per un attimo gli occhi sulle confezioni colorate di cibo in scatola: i pacchi arancioni e viola di noodles Mie Gong Tan, quelli gialli e rossi del quick cooking, le scatole grigie di farina per le brioche al vapore Salapao, i pacchetti trasparenti dei vermicelli di riso Wai Wai, e quelli fatti con le patate dolci Yan Long.

Sorrise ancora una volta, soddisfatto. Come se tutti quei prodotti fossero roba sua. Si leccò il labbro superiore con la lingua. Una luce spietata lampeggiava nei suoi occhi.

«Ti sei fatto proprio un bel negozio, vero Chen?». «S-sì…». Zhang ricominciò a giocare con il doppio manico del Butterfly. La lama corta saettò nell’aria come una lingua affamata, dondolando rapida in una danza macabra e scintillante. Il ragazzo sembrava voler indugiare prima di cominciare a fare sul serio. Si prese tutto il tempo necessario, in modo che il terrore tagliasse le ossa all’uomo piccolo e magro che aveva davanti.

Sul banco in fòrmica dove Chen aveva sistemato il registratore di cassa e i contenitori delle caramelle dai colori sgargianti c’era un mazzo di gladioli rossi. I lunghi gambi dei fiori componevano una specie di fitta losanga verde. I petali, forti e carnosi, diffondevano un profumo intenso, una fragranza pungente.

«Li hai visti?» chiese Zhang, spostando il mento in avanti e indicando con un semplice gesto delle dita i gladioli.

«Sì…» mormorò Chen con un filo di voce. «Lo sai anche tu cosa significano, no?». «Spada…». «Già, spada di sangue, morte certa, maledetto ingrato! È inutile che speri di sfuggire alla mia ira e a quella del tuo signore Guo Xiaoping, la Testa di Dragone dei Pugnali Parlanti! Lo sanno anche Xin e Lao che devi morire».

Xin e Lao, capelli corti e occhiali da sole, gli avevano appena legato le mani dietro la schiena. I loro sguardi erano semi-nascosti da lenti fumé su cui i neon del negozio facevano rimbalzare spicchi di luce. Eppure Chen sentì che i loro occhi gli stavano scavando il viso.

Zhang inspirò forte dal naso. «E tutto perché sei in ritardo anche con il pagamento di questo mese» gli disse. «Vuoi tenere solo per te quello che stai accumulando grazie a mio zio? Sei diventato avido, Chen? Dobbiamo chiederti il permesso per avere quello che ci è dovuto, piccolo granchio di fiume?».

Chen aveva la bocca sigillata, la paura gli incollava le paro- le che avrebbe voluto dire. Abbassò lo sguardo. Lacrime silenziose si fecero largo nel sangue e andarono a segnargli le gote del viso magro, dagli zigomi alti e ossuti.

«Non credo di averti sentito» lo incalzò Zhang. «Guo non deve certo chiedere ciò che gli spetta…». «Ah, così va un po’ meglio» sbuffò Zhang. «Dopotutto non sei così stupido come vuoi farci credere!». Si avvicinò ai barat- toli colorati di funghi Shitake-Poku e alle lattine verdi di bambù tagliato a striscie Aroy-D. Passò il coltello nella mano sinistra e con la destra tirò giù i barattoli dagli scaffali.

Un fiume di latta si schiantò al suolo. Un rumore improvviso e fragoroso. Zhang prese a calci i barattoli mandandoli a rotolare lontano da lui.

Si girò di nuovo verso Chen.

«Vuoi tutto per te, vero? Maledetto! Ti sei dimenticato che mio zio vede quello che fai. Guo Xiaoping è il signore della montagna. E ha mandato me per rinfrescarti la memoria. Io sono la cura delle ferite infette. I Pugnali Parlanti sono come il corpo di un grande drago. E il corpo non può funzionare se ogni arto, ogni organo, ogni molecola non fanno esattamente ciò che per natura sono chiamati a fare. Chen, la tua natura è pagare quello che devi a Guo».

Così dicendo Zhang gli si avvicinò. Allargò la bocca in un sorriso delirante. Mulinò il coltello davanti al volto del vecchio, poi con un gesto veloce gliel’affondò nella pancia.

La lama penetrò a fondo per quattro volte. Entrava nella carne e ne fuoriusciva gocciolante, pronta a mordere di nuovo. Avendo le mani legate, Chen non poté nemmeno portarle al ventre. Con gli occhi sul punto di saltargli fuori dalle orbite per il dolore, vide fuoriuscire le sue viscere senza poter fare nulla. Le gambe cedettero lentamente. Xin e Lao lo accompagnarono con le braccia mentre si accasciava sul pavimento. Si accoccolò dolcemente per terra, in una pozza di sangue e viscere. «Puah! Che schifo…» sibilò Zhang. «Sembri un pesce sventrato! E tutto perché non hai voluto ascoltarci, stupido piccolo ingordo!». Poi alzò lo sguardo dal pavimento e piantò di nuovo gli occhi su Xin e Lao. «Pulite tutto, mi raccomando. Da domani questa merda di posto avrà un nuovo titolare». «Che ne facciamo del cadavere?» chiese Xin. «Ho visto che nel retro c’è un bagno. Fatelo a pezzi nella vasca e chiamate mio zio. Vi darà un indirizzo. Impacchettate il vecchio nelle borse di plastica, infilatele nel bagagliaio e guidate fino a quella casa. Entrate dal cancello automatico e scaricate tutto nel seminterrato. Infilate i pezzi nel forno della stanza in fondo al corridoio e bruciate ogni cosa. Ecco le chiavi. Io vado a vedere cosa sta combinando quell’incapace di Longhin. Ho garantito per lui e non posso permettermi che fallisca. Ne va del mio onore».

Mentre Xin e Lao trascinavano il cadavere di Chen verso la porta del bagno, Zhang estrasse dalla tasca un fazzoletto di seta rossa e lo passò delicatamente sulla lama del Butterfly. Fece un lavoro meticoloso. Con uno scatto del polso richiuse il coltello, se lo infilò nella tasca dei pantaloni del completo grigio fumo e uscì con passo elegante dal minimarket.



La Ballata di Mila

Una lotta sanguinaria tra una banda di criminali cinesi da una parte e una di malavitosi locali dall’altra, con a capo Rossano Pagnan. Tra questi, Mila Zago aka Red Dread, una predatrice nata, pronta a tutto e spietata come una belva.
Un’eroina con i dreadlocks rossi, gli occhi verdi, il seno “gonfio e sodo”.

Aspettavo questo esordio letterario da tempo.

Lo aspettavo con trepidazione, fiducia e soprattutto tanta curiosità, per certi versi simile a quella che provavo al liceo, quando una volta terminato il mio tema, ero curioso di leggere anche quello del mio compagno di banco. Con Matteo Strukul infatti è un po’ la stessa cosa, avendone convissuto in questi anni la grande passione e l’incredibile dedizione con le quali egli ha inseguito l’ispirazione e le suggestioni che hanno poi dato vita al meraviglioso e fatale personaggio protagonista del suo esordio.

E adesso che finalmente ci siamo, posso dire che l’attesa non è stata affatto vana e che nessuna delle mie aspettative è stata minimamente tradita.

Con questo suo primo romanzo infatti, Strukul si presenta al pubblico con la sicurezza del narratore navigato e decide di farlo giocandosi da subito una carta straordinaria: quella del coraggio. Già, proprio così, perché per scrivere un romanzo come “La ballata di Mila”, di coraggio ce ne vuole da vendere, non solo perché in Italia è cosa dura fare breccia proponendo soggetti di questo tipo e misurandosi con il pulp nudo e crudo, genere scelto dall’autore per raccontare questa storia pregna di azione, suspense, sangue e violenza, ma soprattutto perché egli decide di ambientarla in un territorio letterariamente “lontano” (finora) dall’immaginario collettivo degli appassionati di una certa letteratura di genere, storicamente e tradizionalmente legata ad ambienti a stelle e strisce o con gli occhi a mandorla.

Il Veneto d’oggi scelto come scenario di una lotta senza quartiere, dunque, dove tutte le attività e gli affari in cui sono coinvolti i personaggi della vicenda hanno a che fare con: riciclaggio di denaro sporco, traffico e sfruttamento di esseri umani, riduzione in schiavitù e molte altre nefandezze realistiche quanto un qualunque articolo di cronaca nera odierno.

E questa scelta “territorialista” di Strukul, oltre che testimoniare un grande amore per la sua terra d’origine, risulta essere perfettamente in linea con la filosofia del manifesto Sugarpulp, finendo per fare centro e ottenere due splendidi risultati: quello paradossale per cui si dimostra che attraverso il genere pulp si può raccontare il vero più che attraverso altri generi letterari, e quello di riuscire a far divertire e sorridere nonostante i drammatici temi di fondo trattati (affiancando, ad esempio le Triadi cinesi e le Tigri di Shaolin a personaggi che rievocano soprannomi nostrani, quali “Trippa” o “Poenta”, strappando il sorriso al lettore grazie al prezioso ingrediente dell’ironia.

Ma il punto non è questo.

Se infatti dovessimo soffermarci quasi esclusivamente sulla figura della protagonista, la pur incantevole e mozzafiato Mila Zago, e sul suo terribile passato (già abbandonata dalla mamma, assiste all’uccisione del padre poliziotto e poi viene stuprata dai suoi assassini), finiremmo per non riconoscere il vero valore di questo romanzo e i grandi meriti del suo autore.

Al di là infatti di quello che rappresenta Mila Zago come personaggio pulp e al di là pure della sua personalissima e appassionante storia di vendetta (ottima spettacolarizzazione delle sequenze, nitida descrizione dei luoghi, brillanti pagine di diario-confessione della protagonista), al di là di tutto ciò, se noi ci fermassimo qui, finiremmo colpevolmente per sottovalutare quella che, di fatto, è un’opera di grande denuncia sociale.

“La ballata di Mila” infatti è un romanzo che scava, osserva, analizza dettagliatamente e ci presenta una vera e propria mappa della criminalità cinese organizzata che nel corso degli ultimi anni si è radicata nel nordest. Questo, il grande valore aggiunto del romanzo in questione.

Mila Zago di per sè non è infatti poi così diversa da tante eroine già protagoniste del filone letterario e cinematografico della revenge novel tanto in voga da qualche tempo a questa parte: per certi versi una splendida miscela tra Geum-Ja di Park Chan-Wook, Ljudmila Horvat di Custerlina, Liesbeth Salander di Larsson e altre ancora, certo, con una carica erotica prorompente (portatrice di una femminilità molto fumettistica, in questo senso) e superiore a quella presente negli esempi citati. Ma la differenza vera sta proprio nel fatto che qui vengono sviscerate le reti, le connivenze e le attività di una realtà criminale che non si vede, ma che esiste e si muove ogni giorno attorno a noi.

E a tale proposito è chiara e netta in questa nuova collana diretta da Colomba Rossi, l’impronta di Massimo Carlotto, che su questo fronte non conosce rivali in Italia.

Ma tutto il libro è ben concepito.

Come non parlare infatti del linguaggio scorrevole, dei colpi di scena eccezionali, del ritmo incalzante e delle perfette tensioni narrative, tutte vive e ben calibrate dalla prima all’ultima riga?

Insomma, davvero un esordio esaltante e assolutamente promettente.

In bocca al lupo, Red Dread!

 



Crema e pelo, agosto 1989

Tracklist consigliata:

  • From her to eternity – Nick Cave and The Bad Seeds
  • Adrenalin – Bauhaus
  • Lagartija Nick – Bauhaus
  • All Hell Break Loose – The Misfits

Spatatran tran tran ta ta tran tran tran.
Sollevai di scatto la testa dal cespuglietto assassino della Betta e la guardài in faccia. Quella serrò la bocca, dilatò le narici e sbarrò gli occhi.
- Cos’è stato? – sussurrai.
- Non so, veniva dal capannone – disse soffiando le parole.
- Alle due di notte? Ma chi… Dai rimettiti le mutande.

Scrutai il paesaggio in direzione del rumore. Eravamo infrattati in aperta campagna lungo la riva d’un fosso, e ad un centinaio di passi si ergeva un capannone, un monolite argenteo piovuto dal cielo, incastonato nella terra mezzo secolo fa.

Selgàri e upi solleticavano i fianchi della struttura, proiettando ombre volatili nella brezza estiva. La vegetazione lungo il Cognaro sfumava scura al cielo, spezzando la vista a nord: a sinistra la gora, a destra terra irsuta e selvatica, tronchi e una fila di baracche scalcinate costruite con vecchie impalcature da cantiere. E il capannone su tutto.

Nessun movimento, zero. Potevo vedere il retro dell’edificio, e parzialmente il viale sterrato che ci girava intorno. Il frastuono era giunto sicuramente dall’altro lato, da un portone di ferro che si apriva scorrendo su binari. La Betta si era rivestita, io infilai brache e camicia, la baciai e restammo con la pancia a terra per alcuni minuti, a spiar le falene. Appoggiai una guancia sull’erba come un indiano, nella speranza di sentire dei passi. La Betta mi guardò come si guarda un imbecille, e mi accarezzò la testa, il che mi fece pensare a come siano morbidi i nostri desideri ad un passo dalla morte. Non che ora stessimo rischiando la vita, ma ogni istante ci trova impreparati e soli e…

Urla soffocate invasero l’aria, indebolite dalle mura del capannone, ma chiare e limpide come badilate in faccia. Una vena iniziò a pulsarmi sul lato sinistro della testa, e mi sentii sveglio e pronto per la maratona del Santo. Mi voltai verso la Betta: lucido terrore. Poi uno strepito simile al primo attraversò lo spazio. Qualcuno aveva richiuso il portone. Fissammo la notte, immobili come due cani della prateria, le orecchie tese nella luce lattea della luna piena. Nell’oscurità, una figura voluminosa si mosse, la vedemmo attraversare il viottolo davanti all’edificio e scomparire dietro la prima baracca.

- Dài Betta, andiamo a vedere.
- Va bene, hai il coltello?
- No, ma qualcosa troviamo – dissi raccogliendo un bastone marcio da terra.

Ci incamminammo sull’erba fresca, e poi tra arbusti graffianti. Pareva giorno sotto la luna impietosa, il che mi andava bene finché si trattava di cercare le tette della Betta, ma adesso era come stare nudi sotto un faro. Raggiungemmo la prima baracca in lamiera, serrai i pugni e misi fuori il naso per dare un’occhiata. Nessuno. Uscimmo allo scoperto, lo squallore degli oggetti abbandonati era romantico, da Russia post-bellica, assi e blocchi di cemento, un frigorifero, un erpice, una sega circolare, teli di plastica sfatti, la carcassa di un trattore arrugginito. Speravo di non incontrare nessuno, nessuno di vivo. Le urla che ci avevano fatto gelare, le vedevo spuntare da ogni dove. La Betta aveva raccolto da terra un manicotto di ferro, roba da idraulici, io nulla. Avanzammo lungo il muro del capannone, fuggendo veloci da un’isola d’ombra all’altra, girammo l’angolo per finire nello spiazzo di cemento antistante il monolite: la porta di metallo non era scivolata del tutto sui binari e s’intravedeva l’interno. Qual è quella cosa che più grande è, meno si vede? Appunto, la Betta mi passò dei fiammiferi, che usava per bruciarsi i peli delle braccia, che ragazza originale. Ne accesi uno ed infilai la mano nella fenditura tra la porta e il muro, respirai zolfo, socchiusi gli occhi per distinguere qualcosa all’interno. Esplorai quanto potevo fino a bruciarmi i polpastrelli, lasciai cadere il fiammifero e feci per accenderne un altro. Una luce arancione divampò ai miei piedi, dietro il portone. Un urlo bruciante mi scaraventò indietro, calpestai la Betta: dietro la porta metallica una donna si contorceva cercando di spegnere l’incendio che aveva in cima alla testa, sbatteva sulla porta, nuda e coperta di sangue dalla gola al ventre. Spalancammo il portone facendo un gran bordello, la donna cadde a terra dimenandosi, delle fiamme rimaneva solo l’odore penetrante. Avevamo fatto un gran casino, era impossibile che nessuno ci avesse sentiti. Mi inginocchiai vicino al corpo che perdeva sangue nero sul cemento candido. La Betta era in piedi e non sembrava in sé, io non mi sentivo bene, l’adrenalina teneva insieme i pezzi.

- Come ti chiami.. ehi, mi senti? – Le toccai una guancia. La donna non dimostrava più di trent’anni, aveva gli occhi sbarrati, le usciva sangue da un lato della bocca, stava soffocando con calma, non si muoveva.
Tossì schizzandomi tutta la camicia e il mento, e sussurrò qualcosa.

- Crema… crr… crema e pelo.
Tossì ancora, la vidi tremare, e morire.
- E’… è? – balbettò la Betta.
- Sì, sì. E ora? – ero confuso.
- La lasciamo qui e filiamo, che chi l’ha ammazzata adesso torna per noi
- Dai andiamo, presto – intimai.
- Cosa vuol dire crema e pelo?
– Non lo so cazzo, non lo so, andiamo.
Lanciai un ultimo sguardo al corpo nudo della ragazza: era magra, quasi senza seno, e del tutto glabra, adesso era anche pelata. Notai qualcosa che mi era sfuggito.

- Aspetta un attimo, Betta – Tornai sui miei passi, mi chinai e aprii la mano sinistra del cadavere. Teneva stretto nel pugno un foglietto di carta stropicciato e lercio. Lo misi in tasca senza leggerlo, mi rimisi in piedi e incrociai gli occhi della Betta: corremmo a perdifiato fino alla macchina, e continuammo a correre a centoventi all’ora a fari spenti fino alla tangenziale che ci portava a casa. Camporella never more, mi dissi.

Mi svegliai in preda a visioni nere, c’era odore di gallina bruciata e la Betta che crollava ai miei piedi e si scioglieva come sciroppo di fragola incollandomi al pavimento e non potevo scappare da un figuro peloso come un orso con un preservativo in testa, il quale voleva tagliarmi le palle con un rasoio non proprio affilato. Il sole filtrava dalle persiane colpendo uno specchio sul fondo della stanza buia. Potevo vedere i miei occhi brillare sinistri nell’affanno della confusione. Era morta una tizia. Era morta davvero? Avevo portato a casa la Betta ed ero fuggito, avevo la camicia ancora addosso, incollata, incrostata. Era morta. Stavo sudando. Va bene, facciamo ordine. Presi la decisione più ovvia, ci avrei ficcato il naso, non sono mica nuovo a robe del genere, e neanche il mio amico Berto. Lo chiamai stando sul generico, e quello corse da me, sul fuoco bolliva la moka, gli versai il caffè in una tazza grande, come gli piaceva.

- Senti Anus, sei pronto a sentire una brutta storia?
- Dimmi tutto Bimbo, ti sei svegliato storto per caso?
- Forse… Ti racconto così capisci.

Berto, alias Anus, aveva occhi scuri penetranti, e uno strano riflesso argenteo intorno all’iride destra, alto, dita corte, spalle larghe, testa rasata e più orecchie del dovuto. Era un tipo sveglio, venticinque anni, come me, faceva il meccanico.

Gli passai il bigliettino che avevo trovato sul cadavere, lo prese tra le mani, lo lesse corrugando la fronte, alzò lo sguardo fissandomi negli occhi: allora mi lesse l’anima ma non ci trovò niente, e recitò: “Crema e pelo / l’ombelico devi rasare / se il tesoro vuoi intascare.”

- E’ un cazzo di scherzo, Bimbo?
- Ieri notte ero imboscato con la Betta, dalle parti del Cognaro, hai presente…
- Si certo, da qui saranno venti chilometri, e quindi?
- Bravo, allora ero lì con la Betta, affari nostri, quando sento delle urla, ma cattive, andiamo a vedere dietro il capannone da dov’eran venute, e c’era sta tizia nuda, coperta di sangue con la gola tagliata, le ho dato fuoco alla testa per sbaglio, mi è morta in braccio. Anus, hai uno sguardo da maniaco mi fai paura.
- Scusa – disse lui riprendendo un’espressione umana – Ma porca puttana sei serio? Ti ha dato lei il biglietto?
- Il biglietto non me l’ha dato, gliel’ho trovato in mano, era morta. Io voglio vederci chiaro, ma non voglio polizia, carabinieri, un cazzo di nessuno tra le palle. Solo tu e io.
- E la Betta?
- La Betta starà bene, se la tiene per lei questa storia, non vuole guai.
- Va bene, da dove iniziamo?
- Cominciamo col capire chi abita lì, in ogni caso te lo dico subito, secondo me finiamo nella merda.
– Ci siamo abituati.
- Certo…Ah, dimenticavo un dettaglio, la tipa era tutta depilata, te lo dico per via del biglietto, per il pelo, il rasare e tutto il resto. Sei pregato di non farti una sega su sta cosa, un po’ di rispetto.
Il caro Anus mi guardò di sbieco, tipo offeso, figurarsi. Uscendo di casa mi afferrò per un braccio.
- Senti Bimbo, e se troviamo davvero il tesoro?
- Lascia stare, ci pensiamo sul momento, prima abbiamo un ombelico da rasare, mi sembra.

C’erano 33 gradi, e un cielo biancastro. L’aria era allagata, l’umidità si avvicinava pericolosamente al grado alcolico della grappa di mio zio Nicodemo. Veneto in Agosto. Passai tutto il giorno a ciondolare tra campi di mais e filari di vigne, camminando lungo fossi azzurri di detersivo: non facevo che pensare alla donna, a chi fosse stata in vita, al folle che l’aveva scannata, tremai al pensiero di trovarmelo davanti quella notte. Ripensavo al rasoio del sogno, all’orso peloso.

Alle undici in punto i fari gialloni della ritmo di Berto comparvero nel mio vialetto. L’auto inchiodò sollevando una nube di polvere sulfurea, per fermarsi a due centimetri dalla statua di gesso raffigurante una fica greca con le tette di fuori, senza braccia. Gettammo sul sedile posteriore due sacchi a pelo e una torcia elettrica, e sotto il sedile nascosi la mia Beretta 70, quella col numero di serie grattato, e una scatola di munizioni. A Berto brillavano gli occhi, mi guardava in modo strano, doveva essersi fatto la sega. Ci passai sopra.

- Fammi strada, Bimbo bello.
- Vai verso Pionca intanto, poi ti dico.

Schizzando ghiaia sul portone di casa, prendemmo la strada asfaltata, nuotando nella pianura zuppa, la luna su tutto, la strada una striscia chiara, illuminata dalle lampade ai vapori di sodio, quelle luci aranciate per la nebbia. Imboccammo l’ultima via, rallentando un poco ma non troppo, e passammo davanti al capannone che si intravedeva dalla strada, tra la vegetazione. Superato quello e le baracche, ecco una casa buia, i balconi serrati, nessuna macchina dietro il cancello, solo una stalla costituita da cinque archi regolari, coperti da teloni per nascondere l’interno. Fu facile buttare la Ritmo blu dietro una riva: intorno non c’era niente di abitato. Infilai la Beretta carica nelle brache, Berto prese la torcia, anche se non era certo il caso di usarla al momento. Senza fiatare raggiungemmo il luogo dove io e la Betta c’eravamo imboscati e strisciando girammo intorno al capannone. Sporsi la testa dietro l’angolo per avere una visuale sullo spiazzo di cemento, il sangue mi batteva sul collo in modo feroce. Provavo un formicolio alla mano destra, così allentai la presa sulla pistola, che avevo estratto senza rendermene conto, come un bullo da niente.

- Bimbo, è qui la tizia? – sussurrò Berto.
- Era qui dietro ieri sera, coraggio dai.

Uscimmo allo scoperto: il portone era spalancato del tutto. Era una bocca nera alta cinque metri e larga almeno dieci, una voragine scura al cui interno potevo distinguere l’enorme sagoma di una mietitrebbia e un trattore giù in fondo. Le pareti si perdevano nell’oscurità. Erano cariche di attrezzi, mensole colme di barattoli d’olio e stracci neri di grasso, taniche di nafta e pesticidi. Ma del cadavere nemmeno l’ombra, nemmeno una goccia di sangue era rimasta sul cemento.

Udimmo la ghiaia scricchiolare sotto le scarpe di qualcuno, poco lontano. Spalancai gli occhi, Anus sparì lesto dietro la ruota della mietitrebbia, e io lo seguii.

Una figura entrò nel capannone, immergendosi nell’oscurità. Si fermò come ad ascoltare il silenzio, buttai lo sguardo in una scanalatura della grossa gomma e fissai il volto dell’uomo nella poca luce. Era piccoletto, dall’età indefinibile, tarchiato, in jeans e maglietta, con grosse scarpe. Sulla testa portava un cappello di tela da pescatore, a righe. Guardài Berto, l’adrenalina gli faceva fumare le orecchie, ci capimmo al volo, saltai fuori urlando brandendo la Beretta, Berto con un tubo di ferro in mano intimò all’uomo di stare fermo e alzare le mani, quello indietreggiò e cadde sulle chiappe, sbatteva gli occhi in modo incontrollato.

- Oh! Oh! Chi siete? Fermi, fermi! – balbettava.
- Vedi di non stringere neanche il buco del culo – urlò Berto.
- Chi sei? Che fine ha fatto la ragazza? – Gli puntai la pistola in faccia, mentre Berto lo teneva per il collo.
- Ehi, ehi calmatevi, sono suo fratello, suo fratello Nicolai.
- Cosa ci fai qui?
- Cosa ci fate voi! Chi cazzo siete? – chiese terrorizzato.
- Siamo persone informate, affari nostri.
- Okay adesso calmiamoci tutti, calmi! Metti giù la pistola, e tu lasciami andare – disse a Berto che non mollava la presa.
- Berto, mollalo. E tu ciccio non muoverti, ci hai fatto prendere un cazzo di spavento.
- Io vi ho spaventati? Fanculo, sono quasi morto di paura. Il pezzo di merda che abita qui ha ammazzato mia sorella Irina, e… beh c’è una cosa che lei sapeva, che mi aveva lasciato detto.
- Ah si? E sarebbe? – Lo guardài al buio cercando di leggergli in viso.
- Lei lavorava in casa, faceva la badante, o la puttana non so. Mi ha parlato di un tesoro, di una montagna di soldi nascosti qui sotto. E’ per questo che l’hanno ammazzata.
- E tu sai dove sono sti soldi?
- Si, però dovete fare silenzio, vi ci porto io ma state zitti.

Nicolai avanzò con passi sicuri nel buio, scavalcando un aratro, dirigendosi verso il fondo del capannone, dove non si vedeva più nulla, si fermò in un punto preciso e bussò con il piede sul pavimento, che suonò vuoto. Berto accese la torcia. Una botola quadrata di legno verde e scrostato, se ne stava lì tutta ammiccante, con un grosso lucchetto a bloccarla. Trovai una barra d’acciaio abbastanza robusta da usare come piede di porco, e iniziai a fare leva sul chiavistello per scardinarlo, Berto era chinato con me sulla botola per illuminare l’operazione. Ma un rumore proveniente dall’ingresso ci bloccò all’istante. Nicolai era con noi e ci guardava lavorare, in silenzio. Sbarrò gli occhi e ci fece segno di sparire. Io e Berto ci buttammo sulla destra, lui sulla sinistra, dietro il trattore. Una sagoma si profilò immobile, controluce, respirando di un rantolo basso e greve. Pareva un cinghiale in tuta da lavoro e stivali, capelli lunghi appiccicati alla testa. Gli occhietti minuscoli brillarono nel buio, emise un grugnito, sputò catarro. E partì alla carica. Prima che potessimo fare un passo, Nicolai uscì dall’ombra, urlando e agitando le braccia.

- Aronne attacca! Ammazza sti due bastardi! Ammazzali!

Il bestione mi scaraventò a terra, e la Beretta cadde con me perdendosi sul pavimento, Nicolai si lanciò sull’arma, ma Berto gli sferrò un calcio in faccia proprio mentre il furbo si chinava, mettendolo a terra, la pistola finì sotto la mietitrebbia, nel buio. Intanto Aronne mi era rotolato sopra, Berto l’afferrò alle spalle, stringendo quel collo di bue con entrambe le mani, cercava di smuovere la massa lardosa da sopra il mio corpo. Mi beccai una testata unta, ma strisciai lontano, fuggendo dall’abbraccio sudato di quell’orso in tuta, mentre Berto ingaggiava una lotta furiosa. Spinta da qualche gomito la torcia prese a roteare, illuminando la scena come una luce strobo, e vidi per un attimo la Beretta nell’oscurità, scivolai sotto la mietitrebbia e l’afferrai per la canna. Rotolai fuori velocemente, appena in tempo per vedere Berto sfuggire ad un attacco a testa bassa dello zotico. Sparai colpendo l’animale all’altezza delle reni, quello si voltò, sparai tre volte facendogli esplodere le faccia. Crollò sul pavimento proprio sopra la testa di Nicolai, ci fu un rumore orribile come di uova sbriciolate. Berto ansimava con la faccia coperta di tagli e si tastava il torace dove era stato colpito da Aronne. Io nel complesso stavo bene, vedevo tutto molto sfocato, attraverso il sangue.

- Ehi Bimbo, l’avevi detto che finiva in merda no?
- L’avevo detto, Anus.
- Vogliamo trovare sti soldi?

Ci dedicammo alla botola. Il chiavistello saltò dopo qualche sforzo, rivelando un pozzetto nel cemento, vuoto.

- Maledizione, ci ha fregati – dissi esasperato.
- Aspetta un attimo, cosa diceva il biglietto?
- Ombelico! Rasare un ombelico!
- Io non raso un cazzo di ombelico, ti avverto che t’arrangi – Berto mi fissò deciso.

Ci avvicinammo al cadavere grasso e peloso di Aronne che giaceva a terra riverso nel suo fetore. Lo voltammo sulla schiena facendo forza in due, Nicolai pareva morto sotto suo fratello, o quel che era. Berto respirava male, così mi arrangiai. Aprii la tuta che conteneva l’orso, abbassai la cerniera e gli sollevai la canotta lurida fin sulle mammellone. Sulla medusa spiaggiata flaccida e pelosa che era la panza di Aronne, spiccava un’area circolare depilata di fresco intorno all’ombelico, e un tatuaggio che l’aggirava a spirale, diceva: “Sei da destra, tre dal fondo, chi lo trova, si diverte un mondo!” Era piuttosto smagliato, ma ancora leggibile. Collegai i pezzi: la badante doveva aver fiutato la faccenda, ed era riuscita a svelare il tatuaggio rasando la panza dell’orso, ma quello non l’aveva presa bene e lei era stata punita in modo brutale. Berto mi guardava con gli occhi socchiusi, rifletteva sulle parole, io c’ero arrivato, mi pareva.

- Seguimi, Anus.
- Non c’ho capito niente.
- Vieni muoviti dài.

Mi recai all’ingresso del capannone, contai tre mattoni dal basso e sei da destra. Feci toc- toc, e il mattone si smosse. Venne via senza protestare e dietro, impacchettate in ordine alfabetico, spuntavano mazzette da centomila: il muro doveva esserne imbottito. Berto mi guardò, alzando le sopracciglia e indicando le mazzette. – E adesso Bimbo, possiamo pensare che farcene?



Vuvuzelas

Tracklist consigliata:

  • Shakira – Waka Waka
  • Billy Idol – Hot In The City
  • Vasco Rossi – Cosa succede in città

Questa storia è tratta da un fatto vero, accaduto in un paese vero, per mano di persone vere. Tutti i pensieri e le idee e tutto quello che viene detto dalla bocca di Tizio, Caio o Sempronio sono di pura fantasia (ma anche no). I nomi sono fittizi. L’idea non è di indagare sul perché o il percóme o il percòsa sia successo o non successo questo o quell’altro. È solo realtà portata sul bianco e amaramente dolcificata.

L’afa non se ne voleva andare, difatti era ancora luglio. Aristide se ne stava seduto in soggiorno, sperando che un filo d’aria osasse entrare dalla finestra.
“Estate demmerda!”
Aristide odiava l’estate. La odiava perché nessuno aveva nulla da fare. Tranne lui, ovviamente. Lui doveva laorare. In officina.
Per televisione passavano l’ennesima puntata di quell’ispettore bavarese che da bambino amava tanto e – nonostante fosse la centotrentaseiesima volta che se la sorbiva – non aveva nessuna idea di perdersela. In fondo dopo un’intera giornata a faccia a faccia colla fresa, aveva pure il diritto di guardarsi la sua dannata televisione; e niente doveva disturbarlo.
Patatine e peroncina. E che altro di meglio poteva desiderare? Mica era una di quelle checche laureate che si mettevano a dir su cose di letteratura/storia/sociologia. Lui laorava. Chi cazzo se ne chiavava di quelle puttanate? Roba da froci, e comunisti. Ecco! Cazzate inventate da vecchi studenti sinistrorsi per fottersi la sua strasudata paga. Lui aveva sempre fatto il suo laoro seriamente. E aveva sempre laorà fin da quando poteva ricordarselo. Che cazzo te ne facevi di un diploma? Che cazzo saltava in mente a quei fancazzisti ad andare in piazza e bloccare treni – ogni autunno eh! ogni autunno! – quando centinaia di laoradori dovevano andare a laorare? Sapeva bene che è la gente laureata quella che ti frega. E lo sapevano anche quei laoradori. Ma il governo non faceva niente. Comunisti.
Aristide, poi, guardava sempre con rispetto il suo ispettore bavarese. Quello l’era un omo! L’omo che non si piegava a niente e a nessuno. Che faceva vedere che bisogna rigar dritto. Che bisogna rigar. Che bisogna.
Ah, ce ne fosse di gente come lui dalle sue parti! Uno sceriffo, che mette dentro i delinquenti! Spacciatori. Truffatori. Inbriagoni. Parassiti del sistema!
Ad Aristide piaceva guardare i telegiornali sui canali privati. Ogni giorno c’era un cinese da metter via, un sìngano da fermare, un negro sporco e clandestino.

PUBBLICITÀ. SPOT DEI MONDIALI.

Ah sì! Anche i mondiali si erano messi quell’estate. Tutti quegli strapagati cazzoni che passavan la loro vita a tirar calci a un pallone di cuoio. Aristide ci giocava che era un bocia a pallone; poi era andato a laorare.
Aristide pensava; e pensava che i soldi delle tasse che lui pagava, andavano a finire nelle tasche di quelli là. E lui laorava sempre per riempirli di donne e schei e macchinoni, mentre lui doveva stare tutto il giorno in officina.
“Che vita demmerda!”
Già pensava a domani che doveva tirarsi su dal letto alle cinque per andare al capannone, ché era in turno.

RICOMINCIA IL PROGRAMMA.

Comunque c’era il suo ispettore bavarese per ora; e fino a mezzanotte se lo sarebbe guardato. Eran le undici e poco prima era andato a prendersi un’altra peroncina.
Ma che omo che l’era quel bavarese! Anche con le pistole ci sapeva fare!
C’era la scena di quando l’ispettore si trova davanti al secondo omicidio. Quello che fa saltare tutte le ipotesi precedenti. Dove classicamente la vittima è una donna (figa anche!) trovata esangue e tutta nuda in terra. Poi si vede l’assassino saltar fuori da dietro e scappare, mentre l’ispettore si mette a corrergli dietro. E l’altro ogni tanto si gira di spalle – senza che il volto venga ripreso – e spara due o tre colpi. Ma l’ispettore, ovviamente, non riesce a prenderlo.
“Però!” esclamava dentro di sé Aristide – sebbene la sapesse a memoria, la puntata.
Aristide si accendeva la sua malborina, e tirava. Il fumo si spargeva per tutto il soggiorno. E a chi dava fastidio?
Il suo soggiorno era scarno: poltrona, televisore, credenze, finestre. Pareva la provinciale di Montebelluna da quanto era vuoto. Ma dentro la credenza custodiva gelosamente la sua doppietta. Quella che usava quando le domeniche libere andava a caccia. Lui e i suoi compari andavano sempre là nei boschi a sparare ai loro osei, che poi finivano sistematicamente in pentola. Doppietta carica, s’intende.
Eh ciò, mica poteva pensare che nessuno entrasse in casa sua. Con tutta la delinquenza che c’era in giro. E il sindaco non faceva niente. La polizia neanche. Quella stava sempre a vigilare che le officine fossero in regola, che le tasse si pagassero. Le tasse. Altra estorsione di denaro, ecco cos’era! C’era crisi, la gente disoccupata, gli altri venivano a rubare il lavoro; e quelli volevano anche le tasse? Comunisti anche loro.
Aristide non si interessava del suo soggiorno. E neanche della doppietta più di tanto, visto che non la usava più. Non fosse stato per quegli stronzi ambientalisti verdi e comunisti. Si era sempre cacciato e sparato alle bestie. Che cosa gliene fregava a loro? Ché erano vegetariani? E allora? Mica lo era lui. Sicuramente erano laureati. E sicuramente in filosofia.
Il programma dell’ispettore continuava. Ora si vedeva la scena sanguinolenta dove l’assassino ammazza la terza vittima.
C’è da capire che la terza vittima – di norma – è quella che ha capito come stanno le cose, e vuole risolverle lui (“lui” sì, perché di solito è un uomo). Essendo però mona di natura, non si premunisce di pistole o coltelli o doppiette; e va a finire che l’assassino (che ha capito dove l’altro vada a parare) l’ammazzi. Di solito lo pugnala al petto. È un classico la pugnalata al petto. C’è tutto un rituale dietro: la lama si conficca dentro dentro nei polmoni e va a provocare un’emorragia che li fa riempire di sangue; e il coglione cade agonizzante a terra, tra terribili contorcimenti – certo.
Aristide pensava che in effetti fosse così il modo di trattare certi parassiti delinquenti. Manganellate giù per il cranio. Calci all’addome. Pugni al setto nasale. No: troppo poco. Certa gente non lo capisce – di natura. Soprattutto gli slavi. Ma neanche tutti gli slavi, di più i rumeni.
Aristide, comunque, non era razzista. Semplicemente a lui avevan sempre insegnato che ognuno nasceva nel posto in cui doveva stare. Là. Avevan voglia gli studiati a spiegargli che tutti venivamo dall’Africa, e che poi l’uomo avesse colonizzato il mondo. Cazzate da laureati.
Ma alla fine non ce l’aveva con tutti i foresti. C’era un tipo con cui a volte prendeva il caffè alle macchinette: tale Mustafà – marocchino. Un tipetto tarchiato e sbarbato. Non era cattivo, però se attaccavi bottone non la smetteva più. Ma laorava, e tanto bastava.
L’ispettore bavarese, intanto, stava collegando tutti gli indizi degli omicidi. Il primo era il macellaio, la seconda era la donna di prima (quella figa – chiaramente), il terzo era il parroco e tutto faceva pensare che le prove portassero a… VVVVVVVVVVVVVV!!!!!!!!!!
“Ma chi casso xe questo ‘desso?!” scattò improvvisamente Arisitide.
Da fuori era entrato un rumore ronzante e potente che gli aveva fatto rovesciare la patatine sul pavimento – già unto di per sé.
Aristide prese forza e si alzò dalla poltrona con tutto se stesso: la sua trippa / la sua canottiera / le sue mutande / le sue ciabatte / la sua barba vichinga. Si trascinò fino alla finestra aperta, guardando giù. Niente. Il solito e chiassoso bar era, come al solito, aperto. Ma niente.
Aristide allora tornò a risedersi sulla sua poltrona.
L’ispettore stava ancora discutendo con il suo assistente, arrivando alla soluzione degli omicidi, e se si teneva in conto che il macellaio era un ammaliatore, che la donna (figa, certo) andava spesso da quello a prendere la carne macinata per il marito e che – con altrettanta frequenza – frequentasse la chiesa: l’assassino, a questo punto, altro non poteva essere che… VVVVVVVVVVVVVV!!!!!!!!!!

“Eh ancora! Dio c##!”
Di nuovo quel rumore ambiguo. Che poi, a pensarci, aveva un che di famigliare – ma Aristide non riusciva a indentificarlo.
Questa volta, allora, si alzò con più decisione dalla poltrona: per andare a vedere che fosse.
Arrivato alla finestra vide un gruppo di giovani sbarbatelli ridere sguaiatamente; e uno di loro teneva una strana tromba colorata in mano.
Ma ecco che cos’era! Un’ostia di vuvucalcossa. Il nome gli sfuggiva. L’aveva vista in mano – o meglio: in bocca – a dei tifosi negri del Sudafrica ai mondiali. Quelle bestiali trombe da stadio di merda che frantumavano in migliaia di pezzi i coglioni di giocatori e tifosi.
«E ‘lora? Volìo molarghela zo là?!».
I tre sbarbatelli alzarono lo sguardo alla finestra.
«Ah nonno! Chevvoi?».
«Tornate a dormi’ e nun ce rompe’ er cazzo!».
«Vattenapija’ ‘na valeriana nonno!».
Meridionali insolenti/mantenuti del cazzo/fancazzisti parassiti!
Aristide, sentite le parole dei tre, le prese sul personale.
«Ma co’ gh’avìo, teroni de merda?! Ghe xe zente che la xe drio farse i casi sui in casa, e v’altri vegnì qua a ronpare le bale! Tornè in baita, in Teronia!».
«Ahbbello! Nun t’agita’ troppo che te piji ‘n attacco de core!».
«Vatte a riposa’ nonno!».
«Stattebbono!»
Romani. Peggio dei rumeni. Ecco le altre tasche in cui finivano i soldi delle tasse! Ladri, e terroni!
Fu così che Aristide – tanto per calmarsi – tornò a sedersi sulla poltrona ad ammirare il suo ispettore. Ce ne fosse uno di così, in quel momento!
Ormai il caso era chiuso. Stava per finire la puntata, ma la battuta finale doveva ancora arrivare. E Aristide era un esperto di battute finali. Voleva proprio verificare se le ultime parole della puntata fossero quelle che si ricordava.
Ecco lì: la scena in ufficio, tutti assieme a bere il caffè, primo piano sull’ispettore, zoom-in sulle labbra, piano piano stava per aprirle e…. VVVVVVVVVVVVVV!!!!!!!!!!
“Madona p@#¶@**@! Can del porco d@#!”
Basta. Questa non poteva passare. Se nessuno avrebbe fatto giustizia su questi stronzi allora se la sarebbe risolta lui.
Aristide prese dal comodino la doppietta. Controllò che fosse carica e si girò verso la finestra, fendendo l’afa. S’avviò per l’apertura sul muro e sparò tre colpi in aria.
«Ve verzo la testa se no la finì, cojoni!».
«Sticazzi!» esclamò l’uno.
«Staffuori questo!» commentò l’altro.
«Annamo dentro va’!» propose st’altro.
E si ritirarono nel bar.
«Che s’ciope el Vesuvio da novo dio b*#@!» pensò Aristide tra, sé e sé – sapeva che il Vesuvio si trovava a Napoli, ma dal Po in giù faceva lo stesso.
In bocca teneva quel gusto di sudore misto a ferro/tabacco/birra e salato; sapore del sangue. La testa lo pestava e ripulsava forte, che pareva le trivelle dei lavori del comune.
«Che i vaga in mona de so mare!»
Terroni. Mezzi negri misti ad arabi che occupavano l’amministrazione. Statali paraculati e raccomandati. Mafiosi. L’avrebbero capita dopo questa.
Calmatosi, Aristide spense la tivù. Lasciò tutto sul tavolino com’era e si avviò verso il letto. Spense l’abat-jour che aveva tenuto un secondo accesa per togliersi gli ormai morenti calzini; e si infilò sotto le coperte.

Nel buio silenzioso in cui si trovava, si mise così a pensare ai suoi soliti giochetti. Le sue incursioni serali a Tarvenelle. Aveva ancora in testa la puttana albanese che s’era trombato l’altra notte. Che tette! Da perdersi dentro e leccare, e leccare. E due gambe che ad accarezzarle parevano pezzi di 1810 appena levigati. E la sua figa! La sua gnocca umida dava lo stesso sollievo del passarsi un canovaccio bagnato in pausa, dopo quattro ore dentro quel fottuto capannone cocente. Dio che paradiso quest’inferno! Sentirsi il cazzo accarezzare lievemente l’interno coscia di quell’albanese; quella rondella da 20 che s’infilava naturalmente nella sua vite fino ad arrivare lì, raggiunger lì e veni… VVVVVVVVVVVVVV!!!!!!!!!!

«E ‘lora no i la g’ha capìa, eh?! Cancari fioli de ‘na roja!»
Ormai era tardi per contenersi. Aristide era uscito di testa. Completamente.
Come un cinghiale raggiunse la porta dell’appartamento, prendendo al volo le chiavi della Panda.
«In ‘sto mondo de merda biò rangiarse? E mi me rangio!»
«Ah, ‘sti ani la jera difarente!«» meditava scendendo le scale fragorosamente.
Era arrivato al garage, che montò sull’auto. Nell’orgasmo della furia che gli era presa faticò non poco ad inserire le chiavi nell’auto e mettere in moto. Ma alla fine fece partire il motore. Mise in folle per aprire il portone e – rimontato – partì pestando pesantemente sull’acceleratore.
Direzione bar. Alla velocità di 40 chilometrilora si lanciò senza controllo contro l’entrata del locale.
Partì da ogni parte un volare di vetri e persone che, disperate, cercavano riparo all’interno del bar. Un’esplosione di bicchieri/vetrine/posate si protraeva per tutto il perimetro dell’edificio. Il tutto mescolato con un frastuono metallico misto a ferro e lamiere contorte, servite con le urla dei poveri avventori – a parte.
Aristide scese dall’auto e raccolse – brandendo a mo’ di mazza – la prima sedia che gli capitò tra le mani, sfasciando e dannatamente uccidendo tanto di più possibile ci fosse nelle vicinanze.
Ammaccature e sfrisi ovunque. La gente cercava di raggiungere le finestre. La tivù, che ancora andava, trasmetteva “Porta a Porta” e si plaudeva alla serietà dei provvedimenti del Governo contro la criminalità.

Il tutto si esaurì in pochi minuti, mentre il padrone del bar cercava in ogni modo di contattare le forze dell’ordine.
Fu in quel momento che il vecchio operaio pensò di cercare i diretti responsabili di quel macello – in quanto lui era stato istigato da quelli. Si mise così a sbraitare nervosamente «Teroni de merda!», sincronizzando menate degne del più selvaggio orso dell’altipiano, rovesciando tutto quello che gli capitava a tiro.
Non passarono cinque minuti che tutti erano fuggiti dalle finestre, mentre i lividi e le ferite dei tagli sulle mani di Aristide, il sudore accumulato, gli sputi, l’urina dell’emozione e le urla; schizzavano macchie giallorossoverdi ovunque. La barba di Aristide era rossa di sangue e bava, che pareva a quella di Odoacre.

Improvvisamente si sentirono alcune sirene in lontananza e, rapidamente, si avvicinarono dei lampeggianti blu, che circondarono l’edificio.
«Lei là dentro! Esca: è circondato!»
«’Ndè in mona, dio #@#!»
Partì l’irruzione nel bar. Il maresciallo col suo appuntato cercavano in tutti i modi di immobilizzare la bestia-Aristide, che si divincola da ogni parte.
«Ma guarda un po’ chista coss’!»
«Ve copo! Ve copo!»
«Genna’! Tiraji ‘a scarricata!»
L’appuntato eseguì l’ordine sguinzagliando ad Aristide 20 volt di scarica elettrica. La fiera cadde tramortita a terra.
«Caccia grossa oggi, marescia’!»
I due lo caricarono sulle spalle, facendolo salire sull’Alfa di servizio.
«Ah, acchiscti! Se ne stanne sempre buonibbuoni, e d’un tratte se n’escon di capo!»
«Genna’! Non far ‘o filossofo. Sta’ qui buonobbuono e ammanetta acchiscto. Fatt’aiutare dagl’altri. Vado a rintrasciare ‘o padrone d’o bar.»
«Agliordini, marescia’!»

Nel mentre, tutto il vicinato era uscito ad assistere allo show. Quel bar, sebbene spesso chiassoso, non aveva mai dato spettacoli di quel genere.
Le notizie arrivavano sempre più nitide un po’ alla volta dal piano terra, fino in cima – verso gli ultimi appartamenti. E i commenti non si risparmiavano.
«Guarda te, se bisogna arrivare a questo per farsi ascoltare!»
«Dovrebbero mettere via gli avventori, non lui!»
«Che coraggio! Lo facciano sindaco!»
«Ce n’è vorrebbe di più, di gente come lui!»
L’appuntato alzò la testa: «Signori! Non ci sta nulla dagguardare. Tornat’addormire!» Tutti si ritirarono nei loro appartamenti.

Il locale se ne stava là. Contuso e frantumato, come Berlino nel ’45.
Gli avventori s’accasciavano a terra. Il padrone si lamentava col maresciallo. Le volanti lampeggiavano. E Aristide ancora mugugnava stordito.

Per un po’, di vuvuzela non ne avrebbe più sentite.



Alla scoperta del noir made in Bergamo: cinque cortometraggi

Scenari metropolitani, in una provincia del Nord Italia completamente decontestualizzata, fanno da sfondo a storie che non appartengono a nessun luogo, ma che indagano gli aspetti nascosti della vita di ogni individuo: la suburbia padana che diventa periferia del mondo. E la regia di Omar Pesenti contribuisce a renderla ancora più sterile e fredda di quanto non sia nella realtà. Una wasteland ideale per raccontare la solitudine, la sofferenza e la violenza che contraddistinguono la sfera intima dell’uomo d’oggi.

Tre corti e un mediometraggio (girati tra il 2006 e il 2009) che spaziano dall’hard boiled all’horror, dal noir al thriller metropolitano: filoni che si contaminano e che si fondono l’uno nell’altro. E, da ultimo, lo sperimentale (Un)useful Mind (2010), un’opera ibrida, che si discosta dai lavori precedenti.

E’ la filmografia (per nostra fortuna ancora incompleta) di Omar Pesenti, regista indipendente bergamasco.

(Un)useful Mind (2010)
Fare la guardia notturna può essere il lavoro perfetto per cercare rifugio dal caos quotidiano, soprattutto se si soffre della sindrome ossessivo-compulsiva. Ma anche all’interno di un ufficio deserto la realtà esterna può irrompere e distruggere il piccolo mondo di vetro tanto faticosamente costruito (Introduzione al cortometraggio tratta dal sito).
(Un)useful Mind, quinto corto di Omar Pesenti, vuole allontanarsi dalla cinematografia di genere, che ha invece contraddistinto le altre produzioni del regista. Il superamento è di fatto parziale, dato che il risultato è un film tecnico e sperimentale, un ibrido comunque contaminato da vari elementi di genere.
L’atmosfera claustrofobica e inquietante (fotografata da Marco Malizia) e una storia priva di dialoghi, la cui narrazione è affidata esclusivamente alla voce fuori campo, contribuiscono a confondere la realtà con immagini appartenenti ad una dimensione parallela, generata dalla psiche alterata di un guardiano notturno (Yuri Plebani). In poco più di nove minuti, il suo piccolo mondo di vetro, così faticosamente costruito, si deteriora, fino a frantumarsi definitivamente nella scena conclusiva (l’unica, e non a caso) in cui il protagonista prova ad aprir bocca. E qui casca il palco: la realtà esterna irrompe nella mente malata della guardia, compromettendone irrimediabilmente l’equilibrio psichico.
La sceneggiatura è dello stesso Pesenti e di Massimo Vavassori; la colonna sonora è a cura di Daniele Zandara.

27 minuti di purezza (2009)
Una tranquilla cittadina viene risvegliata da un brutale omicidio a sfondo passionale: questo caso di cronaca nera e il conseguente fastidioso assalto dei media sconvolgono la vita di una famiglia perbene. Un cinico poliziotto (Fabio Rizzolo), al quale viene assegnato il caso, racconta i retroscena di tutta la vicenda, svelando la meschinità di certo giornalismo e la morbosità del pubblico cui esso si rivolge (qui trovate il video).
Preceduto da un bellissimo trailer, 27 minuti di purezza affronta la questione della manipolazione dell’informazione e dell’invasività dei media. Il cinema, in quanto (a sua volta) mezzo di comunicazione e, soprattutto, perché simbolo dell’immagine artefatta, ha più volte analizzato questo tema, offrendo diverse chiavi di lettura.
Come al solito, Omar Pesenti, grazie ad una regia incisiva e senza sbavature, realizza in pochi minuti (per la precisione, 7’11’’) un corto che propone la ricostruzione di un fatto di cronaca nera. L’ottimo sviluppo della trama narrativa (la sceneggiatura è di Massimo Vavassori) consente di mantenere la suspense fino all’ultima scena: un finale sospeso, che propone nuovi ed ulteriori interrogativi. Omar Pesenti sembra suggerirci questo suo personale punto di vista: lo strapotere della televisione, che attraverso la freddezza dell’immagine ci dà in pasto violenza nuda e cruda (vera protagonista dell’informazione mediatica), altro non fa che soddisfare la fame morbosa di un pubblico isterico, di un’opinione pubblica senza opinioni.
Un piano sequenza circolare rivela la scena del crimine, già invasa dalle asettiche tute bianche della polizia scientifica.
La fotografia è di Marco Lamera; le musiche sono di Ron Meza.
Vincitore del Premio “L’Eco di Bergamo” al Festival CortoLovere nel 2009.

Di chi è ora la città (2008)
Il noir metropolitano Di chi è ora la città, terzo film di Pesenti, è un mediometraggio di trenta minuti. Un omaggio a Collateral di Micheal Mann, ma anche al cinema di Di Leo e alla produzione di action movies dell’Estremo Oriente (in particolare, di quella made in Hong Kong), condito con qualche tocco pulp.
La lotta tra due cosche mafiose per il controllo della città viene decisa attraverso la resa dei conti tra due soli uomini. Le due prede si fiutano e si danno la caccia tra inseguimenti e conflitti a fuoco, fino all’ultimo scontro, che sfocia in un finale tragico. Una metropoli buia e opprimente (fotografata da Marco Lamera e dallo stesso Omar Pesenti) contribuisce a rendere ancora più pesante e allucinante l’atmosfera. Oltre al bel finale, va ricordata la scena della sparatoria in un deposito degli autobus.
I nomi dei due protagonisti Luca Canali (Paolo Riva) e Erik Maestri (Jacopo Del Santo) sono rispettivamente un tributo a Di Leo (Luca Canali è il pappone siciliano de La mala ordina) e a Friedkin (Erik Masters è il pittore falsario di Vivere e morire a Los Angeles).
Di chi è ora la città è stato scritto dallo stesso regista in collaborazione con Veronica Borgo e Massimo Vavassori. La colonna sonora è affidata, ancora una volta, a Ron Meza.

Frattura (2007)
Un uomo (Jacopo Del Santo) insegue una ragazza, la uccide e la fa a pezzi. Il giorno dopo si sveglia: è nel suo letto e al suo fianco c’è una donna. Come se nulla fosse accaduto, va in ufficio. Frattura è un horror che non manca di tocchi umoristici. La donna (Veronica Borgo) è una vampira. Ha bisogno di sangue umano per sopravvivere, sangue che proviene dalle vittime che il suo compagno ammazza per lei. Senza di lui non potrebbe vivere, come gli scrive in un biglietto. Dato il budget risicato, non sono presenti scene con effetti splatter; ma una regia pulita ed efficace, una sceneggiatura convincente e un’ottima fotografia trascinano all’interno della storia lo spettatore, che si ritrova in un’atmosfera a metà strada tra il romanzo gotico e il fumetto. Mentre scorrono i titoli di coda, assistiamo per qualche istante al luculliano pasto del mostro.
Omar Pesenti cura anche fotografia e sceneggiatura (a quattro mani con Veronica Borgo). Le musiche sono di Ron Meza.

Un passo più lungo (2006)
Già dal primo corto, Un passo più lungo, plot e atmosfera riconduco al noir americano e, in particolare, a Il mistero del falco di John Huston e a Il grande sonno di Howard Hawks. Un passo più lungo è un detective thriller a tutti gli effetti, nonché un sincero omaggio al genere (come lo stesso Pesenti dichiara nella presentazione del corto). Poco più di nove minuti per seguire le vicende di un investigatore contattato per risolvere un caso. La cliente è una dark lady, come da copione. L’uomo inizia ad indagare, ma si ritrova in una situazione senza via di scampo: due individui lo aspettano nel suo ufficio per estorcergli delle informazioni. Lo legano ad una sedia e lo picchiano, hanno già ucciso la sua compagna. E’ con questa scena che si conclude Un passo più lungo; un epilogo identico al prologo: un classico del noir.

A breve, inizieranno le riprese del nuovo film del regista bergamasco: una storia che si sviluppa nell’ambiente del basket. Andrea, il protagonista, è un ragazzo alto quasi due metri; eppure, fino a qualche mese prima, non superava il metro e sessanta. Nel frattempo, la centrale di Fukushima è esplosa. Dal Giappone, la nube nucleare si diffonde in tutto il resto del mondo. To be continued.

E in attesa della nuova opera di Omar Pesenti, godiamoci intanto questi cinque cortometraggi. Buona visione!



L’ultima Anguàna

È già uscito da qualche mese, e sta andando a ruba nelle librerie. L’ultima Anguàna di Umberto Matino sembra destinata a diventare un nuovo cult della letteratura valleogrina.

Anno 1956. Posina. Comune montano tra i più estesi e contemporaneamente meno popolosi della provincia di Vicenza. Tre bambini passano la loro estate in contrada, ospitati da una nativa del luogo. Pian piano, i tre, vengono a conoscenza dei più affascinanti e inquietanti segreti del territorio. Folletti, streghe e un dialetto dal gusto arcaico convivono con la vita degli abitanti del paese. In particolare, i bambini sono spaventati e allo stesso modo incuriositi dai racconti sulle anguàne: misteriose ninfe acquatiche, buone di giorno e malvagie di notte. Queste antiche leggende sembreranno improvvisamente prender vita, riservando ai giovani ospiti un triste destino.

Il commissario Baldelli, a causa di strani rinvenimenti, tornerà dodici anni dopo in questa strana valle, trovandosi faccia a faccia con ferite mai rimarginate e inconfessabili segreti.

In questo secondo libro, Matino batte nuovamente il sentiero percorso dal suo romanzo d’esordio, La valle dell’Orco. Ancora una volta, infatti, le leggende, la storia e la mitologia popolare tornano ad essere protagoniste di quello che potremmo definire un “giallo storico”, dove la ricerca letteraria e archeologica respira assieme alla trama investigativa.

L’ambiente grigio e misterioso delle piovose contrade montane torna ancora una volta ad essere lo scenario di terribili omicidi. Nulla manca a quello che a tutti gli effetti può essere definito un thriller. Tuttavia la magia delle leggende popolari, pian piano va ad intrecciarsi con la realtà. Il dialetto veneto parlato dai valligiani assume il valore di lingua dell’arcano. La pratica del filò e i racconti delle contrade risvegliano e fanno rivivere la tradizione che ancora si cela nella memoria della gente. Tutto in un’unica storia, dove l’uno necessità dell’altro.

Dal punto di vista stilistico, inoltre, non c’è dubbio che Matino stia compiendo un percorso di maturazione. A differenza del suo romanzo d’esordio, infatti, le descrizioni sono più vivide e dettagliate, i personaggi più caratterizzati e la trama la si può riassumere con maggior chiarezza. Da notare, a mio avviso, l’epilogo del romanzo: veramente ben scritto, dove la vecchia Schio del vino e delle osterie torna a vivere tra una riga e l’altra del racconto.

Un gioiellino nostrano, dunque, che non lascerà a bocca asciutta chi ha amato La valle dell’Orco, dove un tempo a noi così distante, ma nello stesso tempo così vicino, riprende vita facendoci viaggiare tra fantasia e realtà.




Il trentunesimo giorno

Tracklist consigliata:


Ore 12,41/SS 309/Rosolina/Ristorante-Pizzeria Dal Nane

Oggi è il trentesimo giorno. E oramai non si parla d’altro. Giornali, radio, TV, siti Web.
Click.
La piccola Mara.
Foto, interviste, lunghi ed estenuanti reportage. Così alla fine sembra saperne di più di tutta questa faccenda la casalinga media italiana che tutti noi in centrale messi assieme. Con chi ha parlato l’ultima volta. Chi ha visto. Gli ultimi sms. Anche i minimi particolari sono alla mercé della pubblica piazza: il suo video game preferito, il colore dell’elastico per i capelli e la felpa nera di Hello Kitty che indossava l’ultima volta uscita di casa. E molti altri dettagli.
Gli avvistamenti crescono. E con loro anche la speranza di un suo allontanamento volontario.
E intanto non si parla d’altro.
Come per la maggioranza dei miei colleghi penso che oramai ci siano veramente poche speranze di un suo ritorno a casa volontario. D’altronde le statistiche parlano chiaro. Una bischerata a quell’età si conclude di norma con un ritorno all’ovile dopo 20, massimo 25 giorni dalla fuga. Che il disperso torni sulle proprie gambe dopo trenta giorni è un’eccezione rarissima. E tale rimane.
Ma le ricerche devono continuare. I genitori hanno il sacrosanto diritto di sapere, così dicono pacatamente i giornalisti.
E allora: click.
Intanto, mentre aspettiamo seduti al tavolo, cercando di distrarmi dai miei soliti pensieri da vecchio poliziotto, Camilla mi dice che la sua amica è una tipa interessante.
Bene dico io, e chissà che si riesca a parlare di qualcos’altro oltre che della piccola Mara. Penso, magari riesco anche a rilassarmi un paio di ore. Fiorella, pare abbia detto che si chiami. O Antonella forse. Ma intanto noi aspettiamo.
Quando arriva al locale io ho già trangugiato un paio di scodelle di patatine e due spritz al Campari. E’ un donnino semplice. Vestita in maniera semplice. Faccia semplice. Insomma tutto ciò che incanala la semplicità lei ce l’ha. Ci presentiamo, ed esordisce dicendo che ha una fame terribile. E se vogliamo possiamo anche ordinare subito.
Bene, anche noi abbiamo una fame terribile. Ordiniamo. Quindi, cerco con lo sguardo il cameriere. Intanto Camilla ci tiene a farmi sapere che la sua amica è da molti anni attiva nel volontariato.
Bene, rispondo. E tra le tante associazioni Onlus di cui fa attivamente parte ne ha fondata una tutta sua in difesa dei cani e dei loro diritti.
Bene ripeto io, e con lo sguardo continuo a cercare il cameriere. Lo vedo. E’ un ometto pingue con un parrucchino scuro appoggiato sulla testa, un tovagliolo sull’avambraccio sinistro e un sorriso demente sulla bocca. Lo becco e con passo deciso viene al nostro tavolo. Sorride. Ordiniamo.
Paralisi Facciale se ne va, continuando a sorridere. Camilla mi guarda soppesandomi con severità.
Che ho fatto adesso? gli chiedo alzando le sopracciglia e mostrandomi sorpreso.
Hai capito cosa ti ho detto riguardo all’Associazione per i cani e i loro diritti? Mi chiede con una voce tantino scocciata.
Sì che ho capito, e ho anche detto: bene. Cosa avrei dovuto risponderti?
Pure lei non sembra soddisfatta dalla risposta e continua a guardarmi con la stessa severità.
Deve avermi presentato all’amica con le stesse premesse fatte a me nei suoi riguardi. Ti presento il mio uomo, vedrai è un tipo interessante, deve averle raccontato. Quindi si aspettano che io sia un tipo interessante. Per me diventa sempre più dura comprendere la vastità dei rapporti umani e pacatamente dico all’amica di Camilla che credo che il cane sia un animale un tantino sopravvalutato; non è poi così tanto intelligente, simpatico sì, ma come tante altre bestie.
Guardo Camilla e gli chiedo con lo sguardo se così va bene. Trattenendo a fatica la rabbia, lei si accende in volto e rabbiosa mi risponde allargando le narici. Pure l’amica si fa tutta rossa in faccia e lancia un’occhiataccia scandalizzata a Camilla. Ora siamo tutti e due a guardarla. Lei se ne accorge, rilassa i muscoli facciali, si guarda in giro fintamente distratta da qualcosa e con mestiere si tira fuori dalla conversazione.
L’amica, dopo una pausa sofferta riprende: i cani sono animali molto intelligenti, anche più di certi uomini di mia conoscenza, e anche se non lo fossero non darebbe comunque il diritto a nessuno di maltrattarli.
Certo, rispondo io, però andiamo dài, un calcio in culo non ha mai fatto male a nessuno.
Le birre e le pizze arrivano. Sorridendo, Paralisi Facciale ci augura buon appetito e se ne va. Sorridendo.
A quel punto l’amica di Camilla si alza, ringrazia per la serata e si scusa, è stata una giornataccia per lei, ha la testa che le scoppia e non se la sente proprio di buttare giù nulla. E se la fila lasciando la pizza fumante sulla tovaglia. Camilla la insegue e dopo circa dieci minuti rientra.
Io ho già mangiato mezza pizza e scolato tutta la mia birra. Riprende a guardarmi con la stessa severità di prima ma con un accenno di disprezzo in più. Infila le sue cose nella borsa e senza dirmi nulla esce.
Nel locale c’è una grande vetrata decorata che guarda il parcheggio adiacente alla Statale 309. Passa una Fiat Multipla color cielo metallizzato. BN 506 GH.
Giocherello con le lettere e i numeri della targa per memorizzarli. Sono oramai anni che lavoro in ufficio e non faccio più pattuglia stradale, ma certe abitudini sono difficili da estirpare.
Sconsolate, dentro all’auto ci sono Camilla e la sua amica che scuotono la testa all’unisono e a tempo. Devo avere deluso parecchio entrambe. Eppure non mi danno più di tanto, comunque vada Camilla finirà la serata con una tipa interessante.
Finisco la pizza e mi getto su quella di Camilla. Penso che tutto sommato non sia stato un pranzo così negativo. Almeno non si è parlato della piccola Mara.
Finita tutta la birra a disposizione mi sento il ventre scoppiare, chiamo Paralisi Facciale, chiedo il conto e mi faccio mettere in un cartone la pizza avanzata dall’amica di Camilla.
Vado alla cassa e dietro al registratore, arpionata allo sgabello come un avvoltoio ricurvo trovo una donna: capelli arruffati, pelle giallastra e il camice grigio chiazzato di salsa al pomodoro. Ha gli occhi spiritati come la luce che esce dal monitor del televisore sistemato al lato del registratore. Sembra dialogare mentalmente con il telecronista. Riesco solo a sentire: la piccola Mara. Ma mi basta, e seccato batto con la mia carta sopra al lettore per il bancomat. Finalmente, anche solo per un istante mi vede, schiaccia i tasti sul lettore avvolta dalla luce glauca del monitor e senza mai staccare gli occhi da sopra mi ringrazia e mi augura una buona giornata.
Sempre più disgustato da questa faccenda, pago ed esco.
Mentre cerco l’auto, Paralisi Facciale continua a guardare e a sorridermi attraverso la vetrata del locale. Lo ignoro. Salgo sulla Punto, sistemo il cartone sul sedile del passeggero e mi reinserisco nel bordello metallico della 309.

Ore 14.36/Via dei covi neri, 6/Taglio di Po

La piccola Mara sono le ultime parole che sento prima di spegnere la radio. Click.
Rientro a casa, appoggio il cartone sul tavolo della cucina e non faccio in tempo a girarmi che Ernesto mi salta addosso e ruzzoliamo insieme a terra. Mi lecca la faccia, il collo, le orecchie. Io mi rialzo di scatto, almeno ci provo e gli do un calcio in culo. Ingobbito torna dentro la sua cesta.
Entro in bagno e finalmente mi libero. Suona il telefono, lo faccio squillare. Mi pulisco e tiro lo sciacquone. Apro il frigo e mi scolo mezzo litro di birra fresca sdraiato sul divano. Ernesto mi guarda con quel cazzo di occhi da cane. Il telefono smette di squillare.
Appoggio la bottiglia vuota sul tavolino indiano di fronte. E’ Camilla quella che diventa matta per queste cose etniche. Scanso il portacenere peruviano e afferro la fondina da spalla adagiata sopra il tavolino. Estraggo fuori la .357 Magnum S&W. L’ultimo regalino che mi sono fatto. Un vero gioiellino. Leggera come una piuma ma potente da stendere un toro. Pallettoni .38 Special. Apro l’incastellatura tra il cane e la canna e faccio rullare il tamburo per un po’ a vuoto. Gira come una giostra luccicante. È un piacere per gli occhi. Il telefono riprende a squillarmi sotto il naso. Richiudo il revolver appoggiandolo di nuovo sul tavolino e tiro su la cornetta.
Domani passo a prendere le mie cose, mi dice la voce di Camilla.
Tutto questo per un calcio in culo ad un stupido cane, rispondo io, è assurdo.
Non è solo per i calci in culo che dai a quella povera bestiola, ma per tutto il resto. Tu prendi a calci in culo tutti, la mia amica, i miei amici, i tuoi colleghi, i tuoi superiori, mia madre, me, tu prendi a calci in culo il mondo intero e non te ne rendi neppure più conto. Se te ne sei mai reso conto poi.
Io non rispondo, non so cosa dire.
Sono esasperata, i nervi non mi reggono più.
Pausa.
Domani pomeriggio non farti trovare a casa, ti lascio le chiavi sotto lo zerbino.
Un’altra pausa.
Basta è finita, addio.
E riattacca.
Riaggancio anch’io.
Non ricordo di avere uno zerbino.
Ernesto seduto nella sua cesta continua a guardarmi con quel cazzo di occhi da cane. Afferro il revolver dal tavolino e faccio scattare il grilletto. Glielo punto in mezzo a quei cazzi di occhi da cane. Lui sbadiglia mostrandomi tutta l’arcata superiore della bocca, annusa la canna per un po’ e gli dà una leccatina prima di arrotolarsi di nuovo dentro la cesta. E poi l’amica di Camilla dice che non è un animale sopravvalutato. Richiudo il grilletto e appoggio l’arma sulla gamba.
Mi piacerebbe tornare al ristornate e infilare per intero la canna dei Signori Smith & Wesson su per il culo di Paralisi Facciale e fare click. Un bello spettacolo pirotecnico di viscere e merda. Forse lo farò. Più tardi. Magari dopo il pisolino ed avere digerito le due pizze. Già.
Rifodero nella fondina il revolver e i miei pseudo impulsi vendicativi. Con fatica mi tiro su dal divano ed Ernesto mi segue come solo i luridi sciacalli della sua specie sanno come e quando farlo. Prendo dal tavolo della cucina il cartone. Attraverso di nuovo il corridoio e ritorno in salotto. Si siede davanti a me. Sbadiglia di nuovo. Mi guarda.
Infilo la mano dentro il cartone e getto la pizza nella cesta e lui la segue tuffandosi, ci ruzzola dentro, addenta, digrigna i denti e in pochi secondi ne fa una poltiglia. Proprio come fanno le bestie.

0re 16,15/SS 309

La piccola Mara, sono le prime parole che sento riaccendendo la radio. Decido di spegnerla subito. Click.
Tronfio per l’abbuffata del pranzo mi lascio cullare dal ronzio monotono degli pneumatici sull’asfalto. S’incomincia già ad assaporare la primavera e si intravedono i suoi primi segni. Manca oramai veramente poco. E con il sole il Polesine sembra quasi un bel posto dove vivere.
Mi è bastato visualizzare il colore della Multipla per ricordarne la targa, una telefonata in centrale e il gioco è fatto. Antonella, così si chiama l’amica di Camilla. Nativa di Padova ma residente a Loreo. Insegna lettere alle scuole secondarie di Chioggia. L’indirizzo è scritto su di un post-it rosa appiccicato al cruscotto.
L’appartamento è poco distante dal locale dove abbiamo pranzato tutti assieme. Camilla deve essere per forza lì da lei, a consolarsi a vicenda. E io devo parlarle, prima che tutto precipiti ancora di più nel casino.
E’ solo un grosso malinteso.
Tutto si risolverà come al solito con una bella scopata.
Credo.
Comunque, nell’eventualità che non si arrivi a nulla ho portato con me la .357. Nonostante lavori da parecchi anni in ufficio, quando sono di servizio ho sempre con me la Beretta d’ordinanza. Nel tempo libero invece mi porto appresso il mio ferro personale.
Ho provato ad infilarmi la fondina da spalla ma non c’è stato verso. Troppa pizza, troppa birra, troppa roba. Allora ho sistemato solo il ferro nel cassetto portaoggetti. Non ho nessuna intenzione di usarlo. Ma muoio dalla voglia di vedere il panico negli occhi dell’amica di Camilla mentre gli sventolo sotto il naso la canna del revolver. Così, giusto per togliermi uno sfizio.
Sulla sinistra intravedo la zona artigianale vicino al ristorante – una delle tante zone artigianali trasformate dalla crisi in un luogo post-apocalittico. E dopo poco intravedo il cartello: Dal Nane. Il parcheggio si è svuotato. L’unica auto rimasta sta facendo manovra per inserirsi sulla statale. E’ una vecchia Ritmo rossa, e dal fumo dovrebbe essere un diesel. Rallento per farla passare e il guidatore alzando una mano per ringraziarmi fa scivolare la macchina nella carreggiata davanti a me.
RO 3404.
La targa è vecchia quanto l’auto. Quindi, con molta probabilità ha avuto un solo proprietario, e che con le stesse probabilità è lo stesso che è ora alla guida.
Il quale sembra quasi sentire le mie elucubrazioni mentali e aggiustando il retrovisore con una mano mi guarda attraverso lo specchietto. E sorride.
Paralisi Facciale.
Incredibile.
Quel figlio di puttana sembrava quasi stesse lì ad aspettarmi.
Gli sono dietro. Costante nell’andatura. Il limite è di 70 km orari, lui viaggia ai 65. Al centro della carreggiata. Fari accesi di giorno. Cintura allacciata e con entrambe le mani sul volante. Eretto e vigile che sembra un pulcino appena uscito da una lezione di Scuola Guida. Basterebbe anche solo una P di principiante sul tergilunotto posteriore per rendere il tutto meno grottesco. Ma non c’è.
Un piccolo ingranaggio si sblocca azionando altri piccoli ingranaggi creando un frastuono infernale nella mia testa. Troppo diligente per i miei gusti. E troppo sorridente per non procurargli un po’ di strizza.
Mi giro e afferro il lampeggiante buttato sui sedili posteriori. Lo appoggio sul cruscotto. Armeggio un po’ con la spina e l’attacco dell’accendisigaro, e quando rialzo lo sguardo la Ritmo non c’è più.
D’istinto butto l’occhio sul retrovisore e vedo una macchia rossa infilarsi al lato in una strada. Il figlio di puttana non ha segnalato prima di svoltare. E con un certo tempismo ha trovato anche il momento giusto per farlo. Un caso? Infilo la presa nella spina azionando il lampeggiante blu. Trovo uno sbocco in un’area di un supermarket, giro l’auto e mi rimetto nella carreggiata nel verso opposto.
Camilla e la sua amica dovranno pazientare ancora un po’.
Vedo la strada e la imbocco lasciando due strisce di gomma sull’asfalto. E’ un lungo rettilineo che passa in mezzo ad ettari ed ettari di terra suddivisa in lunghe strisce: fresate di fino, scure e lisce che sembrano enormi piste da bowling. Ogni tanto a interrompere la monotonia visiva si intravede un casolare in lontananza. Ma non incrocio anima viva. Neppure auto.
La Ritmo sembra svanita nel nulla.
Quel figlio di puttana pensa di avermela fatta, e allora infilo la mano in tasca e cerco il telefonino. Con il numero di targa in centrale sapranno dirmi in quale buco del culo vive il nanerottolo. E quando sto per comporre il numero passo accanto ad una stradina sterrata che porta ad un casolare. Sollevata nell’aria si intravede ancora un leggero pulviscolo di sabbia. Rimetto il telefonino in tasca e accosto l’auto salendo su un terrapieno. Spengo il motore e voltandomi osservo.
Rimango in silenzio a guardare per alcuni minuti.
Ma non si vede nulla. Nessun tipo di movimento. Decido di scendere a dare un’occhiata comunque.
E deve essere uno di quei meccanismi sgangherati che hanno ripreso a macinarmi in testa a dirmi di portarmelo dietro. Prima di uscire infilo la mano nel cassettino portaoggetti e prendo il revolver. Ed esco.
La terra si rivela scura perché da poco concimata con lo sterco. Ettari e ettari senza fine di sterco. E come se, anziché pioggia fosse caduta merda dal cielo. L’odore è osceno. Decido comunque di tagliare per i campi per non essere visto. Infilo il revolver nella cintura dietro la schiena e parto.
Ora dovrei essere già a casa dell’amica di Camilla a cercare di farla ragionare, a cercare di sistemare le cose. E sprofondando le scarpe fino alle caviglie nella merda mi chiedo se non stia in realtà aggiungendo l’ennesimo casino al casino generale. Forse dovrei tornare indietro, pulirmi le scarpe e trovare le parole giuste da usare con Camilla. Ma sento nella testa gli ingranaggi che viaggiano orami ben oliati e mi dicono di proseguire.
Mi appoggio con la schiena su di una parete in ombra nel retro del casolare. Rimango in silenzio. Sento un suono sordo e regolare che viene da qualche parte non molto distante. Aspetto. Non vedo nessuno e nessuno sembra avermi visto. Acquattato percorro il perimetro dell’abitazione e dopo essermi assicurato che non ci sia nessuno esco guardingo nella corte sterrata.
Accostato al casolare c’è un vecchio ricovero attrezzi in assi di legno con due ampi battenti. Nella parete centrale del caseggiato c’è solo una porta chiusa con un lucchetto e una finestra oscurata con dei fogli di giornale. Comunque per sicurezza mi acquatto, passo sotto la finestra e rialzandomi guardo attraverso le assi di legno del ricovero. Sacchi, pale, un piccolo trattore e bingo. La Ritmo rossa. Schiocco le labbra per la contentezza. Poi mi guardo ancora intorno, quel rumore asciutto continua nella sua ritmica e sembra venire proprio dietro la struttura di legno. Svolto l’angolo è do una sbirciatina facendo attenzione a non essere visto.
E’ Paralisi Facciale che ci sta dando dentro con una scure e dei ceppi d’albero. Ha la faccia tutta livida e paonazza, da sotto il parrucchino scendono giù densi rivoli di sudore. Non sorride ma è lui.
Tick tack. I meccanismi girano e prima di fargli visita decido di dare un’occhiata al casolare.
Il lucchetto sulla porta non è chiuso, ma solamente agganciato ai due anelli metallici. Paralisi Facciale deve esserci passato prima per prendere su qualcosa. Lo sfilo lentamente e delicatamente spingo la porta proiettando un fascio di luce all’interno. Infilo la testa ma è ancora troppo buio, apro di più e faccio un passo dentro. Il pavimento è in terra battuta, si sente odore di urina ed escrementi ma il mio naso si è abituato a ben altro nelle ultime ore. Su un angolo sono accatastati dei sacchi di tela, una tavola di legno con dei rimasugli di un pasto frugale, su l’angolo opposto c’è un pagliericcio schiacciato e smosso, dove sembra che c’abbia soggiornato da poco un animale. E solo ora la vedo.
E’ attaccata con un collare ad una catena da muro lunga circa un paio di metri, china su di una ciotola sta divorando dei pezzi di pizza, il pomodoro e la mozzarella le colano dalla bocca e quando si accorge della mia presenza tira su la testa. Mentre ci guardiamo so che quegl’occhi mi accompagneranno per il resto della mia vita. L’elastico per i capelli. La felpa nera di Hello Kitty. Non mi serve riconoscere gli indumenti. Mi bastano gli occhi.
Mara.
E non è dentro chissà a quale bunker sotterraneo. Neppure su di un’astronave aliena. O in una dimensione parallela. E lì, a pochi passi da tutto. Dal Ristorante. Dalla Caserma. Dalla 309.
La bambina sembra spaventata dalla mia presenza, e con uno scatto ritorna raggomitolandosi nel suo giaciglio di pagliericcio. E nasconde il volto sotto la felpa.
Gli ingranaggi nella mia testa si arrestano di botto. In pochi secondi la ruggine li corrode, li divora e si polverizzano al contatto con ciò che sta strisciando velenoso da una parte buia della mia testa. Faccio alcuni passi indietro, sento il suo respiro, il suo odore. Non posso permettermi di pensare oltre. Cosa abbia visto e cosa abbia passato negli ultimi giorni quella bambina è una cosa a cui avrò tempo di pensare per il resto della vita. Ora non ho tempo. Non posso permettermi di sbagliare.
Esco e richiudo la porta. Serro il lucchetto facendolo scattare. Per quanto assurdo possa sembrare quello è l’unico posto al sicuro dove possa stare in questo momento. E comunque so dove trovare le chiavi del lucchetto. Afferro il revolver dalla cinta e faccio scattare il cane.
Paralisi Facciale non mi sente arrivare, e solo dopo avergli intimato di alzare le mani si volta. Mi guarda un po’ spaesato, il volto livido dallo sforzo. E mi sorride. Gli intimo di appoggiare la scure a terra se non vuole un foro sulla fronte, lui senza pensarci più di tanto me la scaglia contro. Non faccio in tempo a scansarmi che questa mi si infilza poco più in alto del gomito, sul braccio destro, il revolver cade a terra e un colpo parte perdendosi nei campi. Mi piego su di un ginocchio, il dolore è lancinante. Afferro la scure per il manico, ma desisto subito dal toglierla, rischierei di dissanguarmi più velocemente. Per ora anche questa è meglio che rimanga lì dov’è.
Afferro da terra il revolver con la mano sinistra trattenendo un urlo disperato di dolore e mi rialzo. Vedo il piccolo culo pingue del nanerottolo inoltrarsi nei campi. E allora corro. Corro anch’io con la lama che ad ogni sussulto mi lascia senza fiato. Ma corro. Il sole si è affievolito e una leggera bruma sale dalla terra intrisa di sterco da far sembrare d’esser entrati nella marcescente, latrinosa profondità dell’inferno.
Il fiato si accorcia sempre di più. Troppi anni fuori dal giro. Troppo ufficio. Troppe pizze. Il nanerottolo saltella via come una lepre in fuga da un bracconiere. Perdo terreno. Pesto un grumo di capelli. La lepre deve avere perso il parrucchino per la strada.
Ma ancora un po’ e sarò io a perdere lui. Per sempre.
Mi fermo, affondo i piedi nello sterco. Prendo la mira tirando su il braccio sinistro e sparo. Il colpo sparisce nei campi appresso all’eco. E senza far danni. E la lepre continua a saltellare via. Ma è ancora sotto tiro. Guardo la scure infilzata nel braccio. Fanculo. Infilo il revolver nella cinta e facendomi forza strappo via dalla carne la lama. Un fiotto di sangue fuoriesce inondando la camicia. Respingo il dolore con un grugnito e getto via la scure. Afferro il revolver con entrambe le mani e cercando di dominare il dolore prendo la mira con la punta della canna che mi trema sotto gli occhi. Trattengo il respiro, non penso a nulla. E sparo.
E la fortuna mi assiste. Vedo il nanerottolo alzare le braccia verso il cielo e accasciarsi a terra seguito da un urlo smorzato.
Lo raggiungo. Lui si dimena a terra. Ruzzola nella merda. Con le mani fa pressione sul polpaccio della gamba destra senza emettere suoni. Ruzzola come farebbe una qualsiasi bestia nella sua stessa situazione.
Vorrei dirgli tante cose, ma non ho fiato per farlo. Gli punto la canna della pistola dritto negli occhi e lui si calma. Mi guarda. E mi sorride.
Bravo mi hai preso, dice con una voce che non esprime nulla, ora chiama in centrale che ho bisogno di cure. Lui il fiato ce l’ha.
Cerco il cellulare nelle tasche ma non lo trovo, deve essermi scivolato fuori correndo. Mi guardo indietro.
Lo informo che devo tornare in dietro a cercare il telefonino, ma non ho le manette per bloccarlo qui. E non ho nessuna intenzione di trascinarti via con me con questo braccio malandato. Come facciamo? Riesco a dire il tutto con abbastanza disinvoltura.
Lui sorride.
Ah, che stupido… ho trovato, dico. Appoggio la canna del revolver sulla sua gamba sinistra e premo il grilletto. Bang.
Ecco, così sono più tranquillo.
Torno sui miei passi. Lui intanto urla e si dimena. Ma in mezzo a tutta quella distesa di merda è un’impresa impossibile trovare il cellulare. E intanto che cerco, penso ai genitori della piccola Mara. Ai giornalisti che pacatamente dicono che hanno il diritto di sapere. Che tutti noi abbiamo il diritto di sapere. E che finita tutta questa sudicia storia comunque dovrò precipitarmi da Camilla. Per farmi perdonare, per parlare. Ed è allora che lo sento.
E’ un suono simile ad un ghigno. Ad una risata. Mi giro di scatto. Ma lui è lì, che mi guarda serio. Inespressivo. Non urla, non si dimena più.
Torno indietro. La testa è liscia e tonda, allora lo afferro con forza per un orecchio. Gli incisivi si spezzano sotto la pressione della canna del revolver, un rivolo di sangue scende giù fino al mento. Paralisi Facciale mi guarda con gli occhi sbarrati. E quello che vi leggo dentro mi piace. Faccio click e mi godo lo spettacolo.

 

A ruota

Tracklist consigliata:


SP 10 Padana Superiore.
Notte.
Capannoni e officine.
130 all’ora di automobile.
«Cazzo cazzo cazzo! Maledetta puttana!»
Supermercati e outlet.
«Ma chi cazzo me l’ha messo in testa di fare?»
«Ma io…
»
«Taci zoccola!»
Cartello blu Vicenza.
Cartello blu Verona.
«Credi che me piacere prenderlo da tutti?»
«Taci t’ho detto! Mica mi puoi mettere contro i tuoi protettori!»

«Io no soldi. Io pagare afitto. Io…»
«Chiudi quella bocca di merda!»

L’auto curva a 45°.
Stridore di gomme.
«Che situassion demmerda!»
Una seconda auto curva a 45°.
«Proiettili rimbalzano sulla portiera.»
«Pure ci sparano ora!»
«Loro no cattivi. Loro solo arabiati!»
«Arrabbiati?! Arrabbiati?! E che facciamo? Gli offriamo da bere? Gli raccontiamo una favola? La piccola fiammiferaia del cazzo dovevo tirarmi su!»
Fari alti.
Lampioni ovunque.
«Se mi salvo giuro non bestemmio più Dio, giuro non bestemmio più Dio… – un proiettile sfascia il lunotto posteriore – … porco!»
«No bestemiare!»
«Taci troia!»

La seconda auto prende terreno.
«Checcazzo, arrivano!»
«Gira qua tu!»
«Mi dai ordini ora?»
«Gira qua tu! Io dire io conosce strade io lavora qui!»
«Si, come no: lavora…»

L’auto svolta.
La seconda auto svolta.
«Checcazzo hai mente negra?»
«Tu va forte ora!»
«Tutto quello che volevi è che andassi forte?!»

Tace.

La velocità aumenta.
140.
150.
160.
Curva pericolosa.
«Ma che…. oh!»
Freno a mano.
Derapata perfetta.
L’auto riprende.
Idem gli altri.

«Devi ancora finire».
«Cosa?»
«T’ho dato trenta euro cazzo! Finisci il lavoro di prima!»
«Ora?»
«Un pompino cazzo! Quanto ci vuole?»
«Ma io…»
«Ch’è? Ho fatto vedere l’uccello a quelli stronzi là dietro per niente? Già che è colpa tua, zoccola! Se fosse per me avrei già avuto il mio bocchino bell’e fatto!»
«Sì, ma…»
«Ora!»

Cintura tolta.
Pantaloni abbassati.
Mani scure afferrano il pene.
«Ah…»
Occhi chiusi.
Riaperti.
Mani nere aprono una scatola di condom.
Estratto uno.
Aperto.
«Cazzo fai?»
Abbassa gli occhi.
«Preservativo…»
Rialza.
La guarda in faccia.
«Trenta euro e vuoi anche il preservativo?!»
«Ma…»
«Buttalo porca puttana!»

S’apre il finestrino.
Cade un preservativo.
«Dai cazzo ché faccio prima a farmelo fare da quegli stronzi là dietro cazzo!»
Abbassa il capo.
Apre la bocca.
S’infila il pene in bocca.
«Ah, sì…»
Rotonda stradale.
«Porca troiaaaaa!»
L’auto sulla sinistra.
Rotonda passata.
«Ahi cazzo!»
«Scusa».
«Attenta con quei cazzo di denti!»

Riprende a succhiare.

L’auto dietro aumenta la velocità.
Autovelox.
Due.
Tre.
Quattro flash.
Viene.
«Ah…»
Silenzio.

Sulla sinistra una via stretta.
Rallenta.
Svolta brusca.
Svoltano gli altri.
Passano.
Escono su una strada.
Riprendono.

La macchina ferma in un vicolo.
Seminati.
Silenzio.
Si rialza i pantaloni.
S’accende una cicca.
Aspira.
Espira.
Il fumo si propaga per l’abitacolo.
La guarda.
«Fatto alla cazzo, comunque.»



Alla fine di un giorno noioso

Torna Massimo Carlotto, uno dei maestri del noir e dei numi tutelari di Sugarpulp, e lo fa in grande stile: con un libro – “Alla fine di un giorno noioso” – che riprende dopo circa dieci anni uno dei suoi personaggi più riusciti e crudeli.

Perché Giorgio Pellegrini, già protagonista di “Arrivederci amore ciao” – un romanzo che valse a Carlotto una nomination all’Edgar Award – è allo stesso tempo un predatore e un servo, un dominatore e un lacché. Ed è forse proprio grazie a questa duplice visione di carnefice e vittima che l’autore padovano firma uno dei suoi capolavori.

Carlotto “gira” la storia dieci anni dopo i fatti del precedente romanzo: Pellegrini – grazie all’avvocato Sante Brianese, ora onorevole – si è ripulito la fedina penale, è proprietario di un locale alla moda di una città del Veneto, si è affermato come prezioso gourmet, conosce gli abbinamenti perfetti fra carni e vini ma l’istinto è sempre quello perchè non si può addomesticare un predatore. E quando il suo avvocato e mentore gli comunica che un affare immobiliare sfortunato gli costerà due milioni di euro, Pellegrini fiuta la trappola.

Ne esplode una guerra senza esclusione di colpi, a base di doppi giochi, politici corrotti, puttane d’altobordo, papponi russi, fino ad arrivare alla ‘ndrangheta.

L’intreccio è ricco di prospettive e sfumature, Carlotto da questo punto di vista non è mai stato secondo a nessuno, e la sua penna – sempre agile e ficcante – ci restituisce una descrizione chirurgica, financo impietosa di un Nordest avvelenato da guerre di potere e collusioni.

“Alla fine di un giorno noioso” è un noir straordinario, soprattutto è un noir vero, alla faccia delle stravaganti definizioni che ne vengono date nel nostro Paese. Perché in queste pagine si respira la vera essenza del male, perché Pellegrini è un personaggio con le ombre addosso e che lotta contro l’ineluttabile, pronto ad affondare le mani nel fango pur di venirne fuori.

Splendida la fusione di stili, le atmosfere livide alla Jean Patrick Manchette, incrociate con un’ironia nera come inchiostro che pare uscire direttamente dalle pagine di Jim Thompson, ma poi ogni paragone risulta riduttivo e lascia il tempo che trova.

Il punto è che Carlotto è oggi più che mai il noir in Italia: per quella sua capacità di restituire in modo chiaro, efficace, lirico, il riflesso nitido di un Sistema-Paese deformato, annichilito dall’egoismo e dalla fame di potere, sbranato dalle differenze di classe e reddito, prosciugato dal dilagare delle nuove forme di criminalità, così pervasive e polimorfe da inghiottire tutto ciò che trovano sul proprio cammino.

“Alla fine di un giorno noioso” è dunque uno splendido romanzo che racconta in modo esemplare una deriva umana, tratteggiata con tutte le proprie miserie, gli istinti più bassi, la volontà di prevaricazione, il maschilismo più cupo e bestiale, frullando in una girandola rabbiosa e sanguinaria una storia che incrocia personaggi complessi e contraddittori, ricchi di vizi e poveri di virtù, eppure profondamente credibili grazie ad un’acuta, brillante sensibilità di scrittura.

Un noir da non perdere.