Tracklist consigliata:
- Liszt – Cziffra, Studi di Esecuzione Trascendentale, Nr. 4 in Re Minore “Mazeppa”
- Dream Evil, The Book of Heavy Metal
- Franco Battiato, Un’altra vita
- Devin Townsend, Earth Day
- Turisas, One More
In poche parole, non ci ho più visto.
Ho preso la bottiglia di Soave e gliel’ho spaccata in testa e quando dico in testa dico proprio sopra la capoccia. Nei western di solito la bottiglia si rompe e il tizio cade per terra svenuto. Nel mio caso a rompersi sono state le sue ossa e il tizio prima di crollare si è aggrappato al banco, con gli occhi fuori dalle orbite e un mare di sangue che gli colava sulla faccia. Spalancava la bocca per dire qualcosa, ma non usciva un solo suono. Come se quello che aveva detto fino a quel momento non fosse bastato.
Con la bottiglia di Pieropan ben salda in mano lo osservo far due passi indietro e rovinare sulla vetrina climatizzata dei sigari.
Gli Avana da venti euro l’uno rovinati.
Lui morto stecchito.
Il malcapitato – chiamiamolo pure così – si chiama Nicola Lucchetta e di professione è agente immobiliare. Si faceva vedere al bar un paio di volte al mese, sempre con donne diverse; si faceva apparecchiare un tavolino al bar, ordinava ostriche e Franciacorta. E pagava sempre con la carta aziendale senza lasciare un centesimo di mancia.
In poche parole un cliente di cui si può benissimo fare a meno.
Quella sera di dicembre era venuto da solo. Sembrava di buon umore, cosa questa che già aveva cominciato a farmele girare visto che il quattordici dicembre del duemiladieci era stata una giornata nera. Per la democrazia. Per l’Italia. E pure per il mio ristorante visto che per tutto il giorno non era entrato un cliente che fosse uno. Neppure i soliti vecchi ombrettari che non mancavano neppure se l’acqua gli arrivava alla cintura. E di acque alte ne avevamo avute parecchie in quell’anno di merda, scusate la volgarità.
“Un piatto di baccalà in umido e una bottiglia di Bellavista che si deve festeggiare.”
Non gli domando che cosa perché non tollero che qualcuno possa essere felice in un giorno come quello. Gli scaldo il baccalà nel microonde e gli apro un Saten. Mariella è seduta in cucina e guarda Vespa col il bicchiere di rosso bello pieno.
Erano mesi che pensavo di lasciarla a casa perché tanto per quello che doveva cucinare potevo benissimo arrangiarmi da solo. Fra stipendio, nero, contributi e annessi e connessi mi costava più di quanto mi facesse guadagnare. Porto da mangiare a Lucchetta e butto un occhio fuori della porta.
Neppure un cane.
Neanche un mezzo studente che si sia attardato in biblioteca. Di professori non se ne parla dato che da quando mi hanno fatto tener chiuso per tutti quei mesi non si sono più fatti vivi. E chi li vuole poi, quegli arroganti con le loro borse di pelle, le giacchette di velluto e le facce sempre distratte e soprapensiero come se nei loro cervelli ci fosse chi sa cosa. Le utilizzassero quelle teste pelate per qualcosa di più utile che raccontare le favole della buona notte ad un branco di perditempo scansafatiche.
Io ho sempre preferito i professionisti, quelli veri tipo gli avvocati, i commercialisti, i notai. O gli architetti coi soldi.
E se proprio dovevano essere dei professori meglio quelli di Economia. Quelli si che sapevano spendere.
Fa freddo.
Un freddo improvviso dopo mesi in ammollo: acqua dall’alto, dal basso; dalle pareti. C’erano state giornate, a novembre, che sembrava di essere dentro l’umidificatore che Lucchetta mi ha appena sfondato.
Non avrei mai creduto che una bottiglia di Soave fosse in grado di aprire una testa a quel modo.
Una bottigliata così, non ve lo nascondo, l’avrei data volentieri anche a uno di quei tali in parlamento che se ne stavano là a sventolare i loro fazzoletti, ad insultare e a mettere le mani addosso neanche fossero allo stadio.
Con quello là, seduto sul suo scranno col sorriso dipinto in faccia. A sfottere noi gente che lavora.
“Che ti ridi!” avevo urlato al televisore facendo saltare la Lella e Tobia sulla sedia. Tobia è il mio bambino. Ha sei anni, fa la prima elementare ed è costretto a crescere in un paese morto, povera anima.
La Lella è mia moglie. Una brava sarta anche se mi sarebbe stata più utile in cucina, al posto di quella ubriacona della Mariella Piovesan che avevo comprato solo perché dieci anni prima aveva avuto una stella Michelin. Un pacchetto vincente mi aveva detto Baldan che se ne intende: Mariella la cuoca del Gambero Nero; Alfio il maître della Briccola; uno chef de rang (nonché sommelier) e due commis de rang a cinque stelle; un barista del Danieli; tre cingalesi a lavare i piatti perché i negri tutti me li avevano sconsigliati; una cinese a stendere la pasta e a fare ravioli e tortellini; e la vecchia Ida a far le pulizie la mattina.
Dieci persone per cinquanta coperti e due tavolini al bar.
La cantina l’avevo comprata in stock da un ristorante che era fallito e di cui ora non sto a farvi il nome che non mi par bello. Duecento etichette con pezzi rari da tre-quattrocento euri a bottiglia. E nemmeno una bottiglia che non avesse almeno due bicchieri visto che la gente oggi si informa e gli piace trovare a tavola quello che legge sui giornali.
I sigari erano arrivati dopo che il notaio Miramonte aveva fatto pressioni. Poi è arrivata quella legge demenziale che mi ha costretto a spedire pure i conti e i principi in calle a fumare, col ballon di cognac in mano a tenerli caldi.
Dopo tre mesi di restauri la “Cantina dei Carmini”, questo il nome che avevo dato alla mia creaturina in onore di una chiesa là vicino, aveva fatto il suo ingresso nel mondo della ristorazione veneziana.
Un ingresso a suon di recensioni sul Gazzettino e sulla Nuova. Seguite da una bella intervista sul Corriere Veneto in cui io me ne stavo vicino alla Mariella, col maglione nero per nascondere la pancia che non era ancora il barile che mi porto in giro ora, e un sorriso pacioccone sotto la barba (così l’aveva definito mia moglie).
“Dateci un paio d’anni e vedrete le stelle che pioveranno.” Avevo dichiarato col mio solito ottimismo visto che oltre ai dipendenti nella mia agendina c’erano i numeri di: 2 pescivendoli fra i migliori della provincia; 8 rappresentanti di vino e liquori; 2 rappresentanti solo per il formaggio e i salumi; 1 per la carne; 1 per l’olio e l’aceto; il miglior panificio della città per il pane; un altro a trenta chilometri di macchina per i grissini. Il caffè era di una marca di ultranicchia, coltivato un chicco alla volta da delle donne honduregne di sinistra. L’acqua arrivava dalla Scozia. La birra dal Giappone e dal Friuli. Il burro dal Cadore.
I primi mesi feci il tutto esaurito. Tanto che per i dessert dovetti affiancare alla Mariella un cuoco che veniva dall’Harry’s Dolci (a duemilatrecento euri in busta).
Un anno dopo eravamo sul Gambero Rosso, Veronelli, Panorama, Espresso e altre minori.
Gran voti che ci parevano più che meritati.
Sulla Michelin però neppure una menzione. Francesi del cazzo. Mi ero detto. Vuoi vedere che si sono dimenticati di aggiornarsi? Quindi gli scrissi una lettera risentita per fargli notare che a Venezia era nata una stella.
Anzi, un tre stelle.
Un ristorante da duecentomila euro di arredamento pagato a sessanta giorni.
Specialità pesce.
Ovviamente.
Pensate che mi abbiano mai risposto? Fanculo.
E pensare che se quell’altro che fa tanto il santo fosse stato più attento a chi candidava ora quello là non se ne starebbe a fare il gradasso, ho detto a mia moglie quella mattina di dicembre. Poi la Rai ha mostrato i tumulti in piazza del Popolo. Come nel ’77, hanno detto. E io li ho presi in parola visto che nel millenovecentosettantasette avevo dieci anni. Roba da ritorno agli anni di piombo, ha detto qualcun’altro. Con gli infiltrati a provocare i fascisti in divisa. E i fascisti con la sciarpa e il casco da motociclista a cercare un pretesto per farsi sparare.
Tutto perché quello là non se ne vuole andare. Tronfio per averla fatta franca un’altra volta. Là sul pulpito a muovere la mani come se fosse ad una riunione di condominio.
Il suo condominio. Per la miseria. Me lo avessero detto prima non avrei mai preso il mio appartamento in affitto. Me ne sarei andato a tosare pecore in Patagonia.
Capirete quanto il mio umore fosse nero quando Lucchetta è venuto nel mio locale a sfoggiare la sua faccia di destra.
Non pensate neppure per un attimo però che io sia un comunista. Anzi. Quando c’era ancora Spadolini – buon anima – ero uno che votava repubblicano.
Ora sono quello che si potrebbe definire un patriota. Un pelino conservatore. Liberale quel tanto che basta ad un commerciante. Uno a cui sta a cuore il sociale, ma non in modo ideologico. Sempre che questo non significhi regalare soldi a chi non ha voglia di muovere le chiappe. Voto a sinistra, ma non mi sento rappresentato.
Nella mia vita non ho mai avuto grandi idee politiche.
Tranne una.
Quello là se ne deve andare in galera.
So di non essere molto originale, ma in un certo senso sono convinto che siano stati proprio quelli come lui la causa di tutti i miei fallimenti. E dire che un po’ gli avevo creduto quando aveva fatto il suo ingresso in politica. Anche per fede calcistica.
Ora però lo odio e con lui tutti quelli che gli assomigliano.
Quel giorno di dicembre perciò ho voglia di provocare.
Con mia moglie non c’era modo visto che mi da ragione ancora prima che apra la bocca.
Mio figlio è troppo piccolo.
Mi rimane la Mariella.
“Ti pare un atteggiamento da uomini politici? Con le bandiere in mano a cantare l’inno di Mameli come in osteria? Come se appartenesse a loro? Che se Mameli fosse ancora vivo si rivolterebbe nella tomba.”
Non proprio, ho pensato un istante dopo, ma la Mariella non sembra essersene accorta. “Nel senso che si sarebbe rifiutato di scriverlo.” Ho aggiunto.
“No eo gavea scrito Musssoini?” ha detto la donna nel suo strano dialetto, qualcosa a metà fra il veneziano e il padovano.
“Non proprio. Mameli era un antifascista.”
“Anche me nono. Ti sa che xe sta copà da un gierarca?”
“Non lo sapevo.”
“Prima eo ga riempio de ojo, poi eo ga ciapà a bastonae finché nol xe morto. Sti cancari rottincueo. Tasi che dopo anca eori i ga fato ea fine del porrrco.”
“Rimane il fatto che un paese democratico non dovrebbe dare certi spettacoli.”
Mariella si accende una MS prima ancora di chiedermi il permesso di uscire a fumare.
“Parchè te par che semo un paese democratico?”
Certo che lo siamo. Dico fra me e me visto che non c’è modo di cavare un pensiero coerente da quella donna di sessantadue anni.
La mia unica speranza è Lucchetta.
Invece quello se ne sta seduto a divorare il baccalà nello stesso modo in cui i suoi compari si stanno mangiando il futuro di mio figlio.
“Ha sentito che roba stamattina?” ho detto, esasperato dal suo silenzio sicuramente pieno di sott’intesi.
“Che cosa avrei dovuto sentire?”
Il suo modo forbito di parlare che aveva sempre dato ai nervi.
E con le donne poi aveva un fare da cascamorto.
Tipo una sera, saranno stati tre anni prima, si era presentato verso l’orario di chiusura assieme ad una signora impellicciata. Mi pare che fosse autunno. Sì era autunno. Ottobre. Non era un freddo da pelliccia però la signora pareva una di quelle che seguono le stagioni sul calendario più che sul termometro. Entrano che il ristorante è chiuso da un ora. Eravamo rimasti solo io e i cingalesi in cucina.
Avevo fatto l’errore di non chiudere la porta del bar, un errore che commettevo spesso forse perché mi risultava sempre difficile mettere la parola fine ad una giornata di lavoro.
“Una bottiglia di champagne. Ha del Dom Perignon? O cosa mi consiglia? Visto che è lei l’esperto. Tutto quello che vuole. Perché per questa donna non si bada a spese.”
Avrei voluto vomitare. Poi pensai. Hai voglia di giocare pesante? Vuol dire che ci divertiamo.
“Ho una Grand Dame Rose del ’90 se proprio vuole qualcosa di particolare.”
“E vada per la grande dama rosa.” Fece Lucchetta con il suo sorriso da piano bar.
La donna annuì, ma non sembrava intenzionata a togliersi il visone.
“E per mandarlo giù. Fine de Claire?”
“Belon du Belon.”
“Fatta, oste della malora.”
Non mi crederete se vi dico che sono rimasti fino alle tre. Lui a toccale la mano, lei a sbattere le palpebre senza però permettergli di avvicinasi.
La loro serata si concluse con un nulla di fatto.
Lucchetta però non si diede per vinto e mi domandò di fargli una copia del CD di Rossana Casale che avevo messo di sottofondo prima del loro arrivo e che mi aveva costretto a far ripartire almeno cinque volte.
“La colonna sonora di una serata indimenticabile. Seducente. E infinitamente triste…”
Perché non te la vuole dare, pensai passandogli il CD.
“Sono novecentotrenta euro. La musica la offre la casa.”
Nonostante fosse un po’ alticcio Lucchetta subì il colpo.
La donna tuttavia sembrava impressionata. Forse un altro paio di cene e chissà…
“Non serve la fattura.” Propose intimorito.
“Facciamo ottocento tondi tondi.”
Proposta standard.
E lui che fa? Tira fuori la carta di credito.
Che gli posso dire? In nero si accettano solo contanti?
I clienti che si rispettano lo sanno già, ma come vi ho spiegato lui non fa parte della categoria.
Sicuramente ottocento così sull’unghia non li aveva e probabilmente se gli dicevo di portarmeli la volta dopo non lo avrei più rivisto.
Firmò e se ne andò meno pimpante di quand’era entrato. Ebbi come l’impressione che ai suoi occhi anche la signora in visone avesse perso interesse.
Per alcuni mesi non si fece vedere.
Poi ricomparve con un’altra stangona. Questa volta una di quelle che si pagano in anticipo.
Stesso tono da cascamorto.
Stessi discorsi esistenziali.
Conto decisamente meno salato – se non sbaglio da quella volta si è votato al Franciacorta.
E così via fino a quella sera in cui gli ho spaccato la testa con il Soave.
Vi dicevo però che avevo bisogno di un pretesto per far discussione visto che non riuscivo ancora a dimenticare la faccia trionfante di quello là in parlamento che non si è neppure degnato di stringere sportivamente la mano al suo ex-compare.
“Come sentire cosa…?!” gli ho detto, indignato. “Quel cancaro si è preso la fiducia. Per tre voti!” Il mediatore mette in bocca un’altra forchettata di baccalà sforzandosi di trattenere un sorriso di sfottimento.
Simile a quello del suo padrone.
Dalla rabbia sono costretto a ritirarmi in cucina.
Mariella stava aspettando solo che le dicessi di andare visto che i lavapiatti li avevo mandati via già a metà serata.
Quelli però li pagavo a ore.
“Fammi una frittura mista.” Le dico giusto perché non sopportavo di vederla ubriacarsi a spese mie. Mariella si alza, indossa il grembiule e si mette a cucinare.
Mi siedo nella sala ristorante deserta e mi metto ad osservare Lucchetta che sorseggia il Franciacorta.
Chissà come si deve sentire appagato.
La disonestà ha trionfato di nuovo. E quelli come me, che non hanno mai dimenticato di pagare le tasse, che sgobbano dalla mattina alla sera, se ne stanno seduti da soli nel loro ristorante da duecentomila euro di arredamento, con la cantina piena di tre bicchiere che nessuno viene più a bere solo perché una famiglia di bovari aveva avuto la diarrea.
Invece di far chiudere bottega a quello che me li aveva venduti, i frutti di mare.
L’Italia è un paese così. Dove ci rimettono sempre quelli che non possono difendersi.
Difendersi da tipi come quello là a Roma. E come quell’agente immobiliare che sicuramente le tasse le pagherà un anno sì e uno no.
La pendola batte le undici.
Avevo sbeccottato la frittura di malavoglia. Non che non fosse buona. Era sublime perché alla Mariella pago tremila euro in busta mica per grattarsi. Avevo aperto una bottiglia di Pieropan e me l’ero bevuta tutta, come fosse stata acqua minerale.
Mi ero fatto portare una fetta di tiramisù alla zucca a cui avevo accompagnato una mezza di Muffato delle Sala.
Lucchetta aveva finito da un pezzo. Se ne stava là al bar, a sorseggiare il suo spumante giocherellando con l’Iphone.
Probabilmente stava seguendo le notizie politiche, il grande fratello o più probabilmente mandando un messaggio al suo spacciatore di cocaina.
Quelli come lui sanno sempre come trarre vantaggi dalla tecnologia.
Io l’Iphone e tutte quelle diavolerie da perditempo non me le sono mai volute comprare. Io lavoro, che credete, che mi rimanga tempo di prendere a ditate una mattonella di plastica?
“Posso andare ora?”
La Mariella si era già data il permesso di cambiarsi.
Le rispondo annuendo. Se solo l’avessi guardata in faccia mi sarebbe rimasto il dolce sullo stomaco.
Vado in cucina a lavare i miei piatti e penso al mio futuro.
Ai primi di gennaio avrei dovuto affrontare la realtà. L’inventario avrebbe messo nero su bianco il mio fallimento.
E mi avrebbe costretto a prendere una decisione inevitabile.
Chiudere con infamia.
Io che avevo creato il migliore ristorante di Venezia, un posto che per anni era stato celebrato da tutte le guide del mondo, tranne la Michelin.
Anni al passati al massimo. Con vetrina straripanti di pesce fresco. Clienti dei più belli che si possa immaginare. Carta vini da paura, con annate di Bas-Armagnac da brivido, Porto che avevano visto la seconda guerra mondiale. Da me Lo Château d’Yquem scorreva a fiumi e senza prenotazione col cavolo che si trovava un posto. Poi quello là viene chissà come resuscitato. Va di nuovo al governo e alla gente passa la voglia di spendere soldi. Non importa se il sindaco tien botta, la gente comincia a mettersi la cravatta a pallini e andare a mangiare nei ristoranti batteriologici tipo quello di Barcellona. E la gente che ne capisce veramente di pesce, di cucina, di vino comincia a non aver più voglia e soldi da spendere perché quello là a Roma, col suo modo di fare, ti fa passare la voglia di goderti la vita. Non che la televisione non avesse fatto la sua parte, deprimendo la gente con tutto quel parlare di crisi.
La caduta non si può fermare perché in un ristorante come il mio, quando il pesce in vetrina non è di giornata, la gente comincia a storcere il naso, ma se non hai gente a sufficienza il pesce della vetrina lo devi buttare nel gabinetto e se le bottiglie non si danno il giro continui a comprarne solo perché i rappresentanti non ti danno tregua. Non puoi licenziare il personale di punto in bianco, ma gli stipendi li devi pagare lo stesso. Ma soldi non ne entrano e allora cominci a ritardare il pagamento della merce, delle bollette, delle utenze. E la vetrina di pesce si svuota e il principe che non ha abbastanza varietà va a mangiare all’Harry’s che la vetrina non l’ha mai avuta.
Basta un attimo per ritrovarsi dalla stelle alle stalle.
Le mie stalle puzzavano di fogna perché a Venezia è così. Con un ristorante pieno di bella gente e di turisti ricchi l’odore non lo senti. Quando cominciano a venire quelli del menù a prezzo fisso, i bottegai e le feste di laurea, allora la puzza diventa insopportabile.
Il pesce non lo compri più al mercato ittico, ma vai di nascosto al supermercato.
Quello là rivince le elezioni ed io compro una partita di cozze avariate.
Clienti con la dissenteria.
La famiglia Cagnin di Borbiago mi denuncia.
L’ASL mi fa chiudere.
E ora eccomi qua. A lavare i miei piatti con Lucchetta che si ubriaca nel mio bar, pieno di boria.
Che ne sarà di mio figlio quando dovrò chiudere bottega? Se ho fortuna vendo bene. I turisti che battono questa zona non sono quelli di Rialto, ma bastano per trasformare i Carmini in una pizzeria. O male che vada in un bacaro per studenti.
Io no che non ci sto in un bacaro a servire quei morti di fame, dopo che ho porzionato personalmente il pesce a George Clooney e Cameron Diaz.
Ora devo pensare a Lucchetta. Mi dico. Però prima mi devo fare un altro goccetto di Pieropan.
Apro la vetrina frigo e tiro fuori una bottiglia del 2008.
Vado in bar. Lucchetta è sempre là a giocherellare con l’Iphone.
Accendo la televisione e capito su Vespa che analizza gli eventi del giorno. Mi verrebbe da ringhiare. Invece appoggio il Soave sul banco e sparecchio il tavolo di Lucchetta che non si degna neppure di alzare lo sguardo.
Una volta in cucina butto piatti e posate direttamente nel bidone della spazzatura.
Torno in bar deciso a cacciare quella merda, scusate di nuovo la volgarità, ma quando ci vuole vi vuole. Lucchetta mi sta aspettando davanti alla cassa, quasi seccato. In mano ha un pezzo da cento euro.
Che minchia. Penso. Quello ora mi vuole pure prendere per il culo. Starà pensando: vedi che a essere come me si casca sempre in piedi? Perché credi che il nostro capo trionfi sempre? Perché sa quando è il caso di pagare con la carta e quando è il caso di pagare in contanti.
Non sono convinto di seguire il suo pensiero, ma il senso rimane lo stesso. Quello vuole farmi sentire un perdente, come quei politici seduti mogi mogi a lamentarsi della disonestà altrui, come se non l’avessero saputo prima.
“Ecco a lei.” Dice Lucchetta con quell’insopportabile sorriso da mentecatto.
Afferro la banconota e gli do venticinque euro di resto.
“Con questi magari ti compri pure un paio di consiglieri comunali.” Gli dico.
Lui mi guarda come se non capisse.
Poi dà un’occhiata a Vespa sul televisore. E ride.
“Ah. Bella. Sì.”
Poi in tono confidenziale. “Ma secondo lei, uno che si può comprare Robinho e Ibrahimovic non si può permettere un paio di poveracci?”
“I calciatori almeno per novanta minuti devono correre…” avrei voluto dire qualcos’altro. Usare la dialettica della sinistra, l’impeto di quelli con i valori, l’ironia di certi comici. Avrei voluto metterlo alle corde, farlo cadere in contraddizione.
“E poi, parliamoci chiaramente. Se esiste un corruttore devono esistere anche dei corrotti, non le pare? Questa si chiama politica.”
Avrei voluto spiegargli che la politica l’avevano fatta De Gasperi e Togliatti (mi pare si dica così). Che la politica non è un mercato rionale e che quegli scranni avevano visto teste incoronate con l’alloro, non solo culi pronti per l’uso.
Avrei voluto dire un sacco di cose, ma non sono mai stato bravo a parlare, né a discutere.
“Buona sera e se non ci si vede auguri per un anno nuovo pieno di successi!”
A quel punto la misura era colma.
Mi casca l’occhio sul Soave di Pieropan. Bottiglia smilza, col collo lungo. Elegante. La afferro e con una rapidità che sorprende anche me la calo dall’alto sulla testa di Lucchetta.
Una mazzata violentissima che mi fa quasi perdere la presa sul collo della bottiglia.
Non so se l’agente sia morto subito.
Dopo che mi aveva sfondato la vetrina dei sigari se ne era rimasto disteso sul pavimento a saltare come un epilettico.
Avrei voluto dargli un’altra bottigliata, ma un po’ mi faceva schifo.
Poi di colpo ha smesso di muoversi.
Vespa è ancora là che spiega come si sono svolti i disordini alla camera. Abbasso il volume, chiudo la porta del bar a chiave e spengo tutte luci lasciando che fosse solo il televisore ad illuminare il macello che avevo combinato.
Afferro Lucchetta per le gambe e lo trascino in cucina lasciando una larga scia di sangue sul pavimento.
Mi assicuro che la porta sul retro sia chiusa, accendo un paio di candelabri e li porto in cucina.
Lavoro fino all’alba, ma ne vale proprio la pena.
Telefono alla Mariella e le dico di starsene a casa che quel giorno avrei tenuto chiuso. Le ritelefono un paio di minuti dopo per aggiungere che, già che c’è, poteva anche non tornare più.
Stampo il menù del giorno e lo appendo alla porta.
Per festeggiare la nuova vita del nostro Governo il Ristorante dei Carmini ha preparato il:
Menù della Fiducia:
- Spiensa al Franciacorta
- Tortellini al ragù di baccalà
- Fegato del veneziano
- Spezzatino all’immobiliare
- Opposizione astengasi.
- Prezzo bevande escluse: € 25.
Da quel giorno ho ricominciato a fare il tutto esaurito. Ora non mi restava che assicurarmi un costante rifornimento di carne fresca. Ma con l’inizio della nuova stagione politica sono sicuro che non sarebbe stato un problema.


«Dedicà a tuti quei che ghe stèmo sui cojoni!»: con questa frase esplode Olive, album live del ’99 che segna il canto del cigno di Pitura Freska.