La Fiducia

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In poche parole, non ci ho più visto.

Ho preso la bottiglia di Soave e gliel’ho spaccata in testa e quando dico in testa dico proprio sopra la capoccia. Nei western di solito la bottiglia si rompe e il tizio cade per terra svenuto. Nel mio caso a rompersi sono state le sue ossa e il tizio prima di crollare si è aggrappato al banco, con gli occhi fuori dalle orbite e un mare di sangue che gli colava sulla faccia. Spalancava la bocca per dire qualcosa, ma non usciva un solo suono. Come se quello che aveva detto fino a quel momento non fosse bastato.

Con la bottiglia di Pieropan ben salda in mano lo osservo far due passi indietro e rovinare sulla vetrina climatizzata dei sigari.

Gli Avana da venti euro l’uno rovinati.

Lui morto stecchito.

Il malcapitato – chiamiamolo pure così – si chiama Nicola Lucchetta e di professione è agente immobiliare. Si faceva vedere al bar un paio di volte al mese, sempre con donne diverse; si faceva apparecchiare un tavolino al bar, ordinava ostriche e Franciacorta. E pagava sempre con la carta aziendale senza lasciare un centesimo di mancia.

In poche parole un cliente di cui si può benissimo fare a meno.

Quella sera di dicembre era venuto da solo. Sembrava di buon umore, cosa questa che già aveva cominciato a farmele girare visto che il quattordici dicembre del duemiladieci era stata una giornata nera. Per la democrazia. Per l’Italia. E pure per il mio ristorante visto che per tutto il giorno non era entrato un cliente che fosse uno. Neppure i soliti vecchi ombrettari che non mancavano neppure se l’acqua gli arrivava alla cintura. E di acque alte ne avevamo avute parecchie in quell’anno di merda, scusate la volgarità.

“Un piatto di baccalà in umido e una bottiglia di Bellavista che si deve festeggiare.”

Non gli domando che cosa perché non tollero che qualcuno possa essere felice in un giorno come quello. Gli scaldo il baccalà nel microonde e gli apro un Saten. Mariella è seduta in cucina e guarda Vespa col il bicchiere di rosso bello pieno.

Erano mesi che pensavo di lasciarla a casa perché tanto per quello che doveva cucinare potevo benissimo arrangiarmi da solo. Fra stipendio, nero, contributi e annessi e connessi mi costava più di quanto mi facesse guadagnare. Porto da mangiare a Lucchetta e butto un occhio fuori della porta.

Neppure un cane.

Neanche un mezzo studente che si sia attardato in biblioteca. Di professori non se ne parla dato che da quando mi hanno fatto tener chiuso per tutti quei mesi non si sono più fatti vivi. E chi li vuole poi, quegli arroganti con le loro borse di pelle, le giacchette di velluto e le facce sempre distratte e soprapensiero come se nei loro cervelli ci fosse chi sa cosa. Le utilizzassero quelle teste pelate per qualcosa di più utile che raccontare le favole della buona notte ad un branco di perditempo scansafatiche.

Io ho sempre preferito i professionisti, quelli veri tipo gli avvocati, i commercialisti, i notai. O gli architetti coi soldi.

E se proprio dovevano essere dei professori meglio quelli di Economia. Quelli si che sapevano spendere.

Fa freddo.

Un freddo improvviso dopo mesi in ammollo: acqua dall’alto, dal basso; dalle pareti. C’erano state giornate, a novembre, che sembrava di essere dentro l’umidificatore che Lucchetta mi ha appena sfondato.

Non avrei mai creduto che una bottiglia di Soave fosse in grado di aprire una testa a quel modo.

Una bottigliata così, non ve lo nascondo, l’avrei data volentieri anche a uno di quei tali in parlamento che se ne stavano là a sventolare i loro fazzoletti, ad insultare e a mettere le mani addosso neanche fossero allo stadio.

Con quello là, seduto sul suo scranno col sorriso dipinto in faccia. A sfottere noi gente che lavora.

“Che ti ridi!” avevo urlato al televisore facendo saltare la Lella e Tobia sulla sedia. Tobia è il mio bambino. Ha sei anni, fa la prima elementare ed è costretto a crescere in un paese morto, povera anima.

La Lella è mia moglie. Una brava sarta anche se mi sarebbe stata più utile in cucina, al posto di quella ubriacona della Mariella Piovesan che avevo comprato solo perché dieci anni prima aveva avuto una stella Michelin. Un pacchetto vincente mi aveva detto Baldan che se ne intende: Mariella la cuoca del Gambero Nero; Alfio il maître della Briccola; uno chef de rang (nonché sommelier) e due commis de rang a cinque stelle; un barista del Danieli; tre cingalesi a lavare i piatti perché i negri tutti me li avevano sconsigliati; una cinese a stendere la pasta e a fare ravioli e tortellini; e la vecchia Ida a far le pulizie la mattina.

Dieci persone per cinquanta coperti e due tavolini al bar.

La cantina l’avevo comprata in stock da un ristorante che era fallito e di cui ora non sto a farvi il nome che non mi par bello. Duecento etichette con pezzi rari da tre-quattrocento euri a bottiglia. E nemmeno una bottiglia che non avesse almeno due bicchieri visto che la gente oggi si informa e gli piace trovare a tavola quello che legge sui giornali.

I sigari erano arrivati dopo che il notaio Miramonte aveva fatto pressioni. Poi è arrivata quella legge demenziale che mi ha costretto a spedire pure i conti e i principi in calle a fumare, col ballon di cognac in mano a tenerli caldi.

Dopo tre mesi di restauri la “Cantina dei Carmini”, questo il nome che avevo dato alla mia creaturina in onore di una chiesa là vicino, aveva fatto il suo ingresso nel mondo della ristorazione veneziana.

Un ingresso a suon di recensioni sul Gazzettino e sulla Nuova. Seguite da una bella intervista sul Corriere Veneto in cui io me ne stavo vicino alla Mariella, col maglione nero per nascondere la pancia che non era ancora il barile che mi porto in giro ora, e un sorriso pacioccone sotto la barba (così l’aveva definito mia moglie).

“Dateci un paio d’anni e vedrete le stelle che pioveranno.” Avevo dichiarato col mio solito ottimismo visto che oltre ai dipendenti nella mia agendina c’erano i numeri di: 2 pescivendoli fra i migliori della provincia; 8 rappresentanti di vino e liquori; 2 rappresentanti solo per il formaggio e i salumi; 1 per la carne; 1 per l’olio e l’aceto; il miglior panificio della città per il pane; un altro a trenta chilometri di macchina per i grissini. Il caffè era di una marca di ultranicchia, coltivato un chicco alla volta da delle donne honduregne di sinistra. L’acqua arrivava dalla Scozia. La birra dal Giappone e dal Friuli. Il burro dal Cadore.

I primi mesi feci il tutto esaurito. Tanto che per i dessert dovetti affiancare alla Mariella un cuoco che veniva dall’Harry’s Dolci (a duemilatrecento euri in busta).

Un anno dopo eravamo sul Gambero Rosso, Veronelli, Panorama, Espresso e altre minori.
Gran voti che ci parevano più che meritati.

Sulla Michelin però neppure una menzione. Francesi del cazzo. Mi ero detto. Vuoi vedere che si sono dimenticati di aggiornarsi? Quindi gli scrissi una lettera risentita per fargli notare che a Venezia era nata una stella.

Anzi, un tre stelle.

Un ristorante da duecentomila euro di arredamento pagato a sessanta giorni.

Specialità pesce.

Ovviamente.

Pensate che mi abbiano mai risposto? Fanculo.

E pensare che se quell’altro che fa tanto il santo fosse stato più attento a chi candidava ora quello là non se ne starebbe a fare il gradasso, ho detto a mia moglie quella mattina di dicembre. Poi la Rai ha mostrato i tumulti in piazza del Popolo. Come nel ’77, hanno detto. E io li ho presi in parola visto che nel millenovecentosettantasette avevo dieci anni. Roba da ritorno agli anni di piombo, ha detto qualcun’altro. Con gli infiltrati a provocare i fascisti in divisa. E i fascisti con la sciarpa e il casco da motociclista a cercare un pretesto per farsi sparare.

Tutto perché quello là non se ne vuole andare. Tronfio per averla fatta franca un’altra volta. Là sul pulpito a muovere la mani come se fosse ad una riunione di condominio.

Il suo condominio. Per la miseria. Me lo avessero detto prima non avrei mai preso il mio appartamento in affitto. Me ne sarei andato a tosare pecore in Patagonia.

Capirete quanto il mio umore fosse nero quando Lucchetta è venuto nel mio locale a sfoggiare la sua faccia di destra.

Non pensate neppure per un attimo però che io sia un comunista. Anzi. Quando c’era ancora Spadolini – buon anima – ero uno che votava repubblicano.

Ora sono quello che si potrebbe definire un patriota. Un pelino conservatore. Liberale quel tanto che basta ad un commerciante. Uno a cui sta a cuore il sociale, ma non in modo ideologico. Sempre che questo non significhi regalare soldi a chi non ha voglia di muovere le chiappe. Voto a sinistra, ma non mi sento rappresentato.

Nella mia vita non ho mai avuto grandi idee politiche.

Tranne una.

Quello là se ne deve andare in galera.

So di non essere molto originale, ma in un certo senso sono convinto che siano stati proprio quelli come lui la causa di tutti i miei fallimenti. E dire che un po’ gli avevo creduto quando aveva fatto il suo ingresso in politica. Anche per fede calcistica.

Ora però lo odio e con lui tutti quelli che gli assomigliano.

Quel giorno di dicembre perciò ho voglia di provocare.

Con mia moglie non c’era modo visto che mi da ragione ancora prima che apra la bocca.

Mio figlio è troppo piccolo.

Mi rimane la Mariella.

“Ti pare un atteggiamento da uomini politici? Con le bandiere in mano a cantare l’inno di Mameli come in osteria? Come se appartenesse a loro? Che se Mameli fosse ancora vivo si rivolterebbe nella tomba.”

Non proprio, ho pensato un istante dopo, ma la Mariella non sembra essersene accorta. “Nel senso che si sarebbe rifiutato di scriverlo.” Ho aggiunto.
“No eo gavea scrito Musssoini?” ha detto la donna nel suo strano dialetto, qualcosa a metà fra il veneziano e il padovano.
“Non proprio. Mameli era un antifascista.”
“Anche me nono. Ti sa che xe sta copà da un gierarca?”
“Non lo sapevo.”
“Prima eo ga riempio de ojo, poi eo ga ciapà a bastonae finché nol xe morto. Sti cancari rottincueo. Tasi che dopo anca eori i ga fato ea fine del porrrco.”
“Rimane il fatto che un paese democratico non dovrebbe dare certi spettacoli.”
Mariella si accende una MS prima ancora di chiedermi il permesso di uscire a fumare.
“Parchè te par che semo un paese democratico?”
Certo che lo siamo. Dico fra me e me visto che non c’è modo di cavare un pensiero coerente da quella donna di sessantadue anni.

La mia unica speranza è Lucchetta.

Invece quello se ne sta seduto a divorare il baccalà nello stesso modo in cui i suoi compari si stanno mangiando il futuro di mio figlio.
“Ha sentito che roba stamattina?” ho detto, esasperato dal suo silenzio sicuramente pieno di sott’intesi.
“Che cosa avrei dovuto sentire?”
Il suo modo forbito di parlare che aveva sempre dato ai nervi.
E con le donne poi aveva un fare da cascamorto.

Tipo una sera, saranno stati tre anni prima, si era presentato verso l’orario di chiusura assieme ad una signora impellicciata. Mi pare che fosse autunno. Sì era autunno. Ottobre. Non era un freddo da pelliccia però la signora pareva una di quelle che seguono le stagioni sul calendario più che sul termometro. Entrano che il ristorante è chiuso da un ora. Eravamo rimasti solo io e i cingalesi in cucina.

Avevo fatto l’errore di non chiudere la porta del bar, un errore che commettevo spesso forse perché mi risultava sempre difficile mettere la parola fine ad una giornata di lavoro.

“Una bottiglia di champagne. Ha del Dom Perignon? O cosa mi consiglia? Visto che è lei l’esperto. Tutto quello che vuole. Perché per questa donna non si bada a spese.”

Avrei voluto vomitare. Poi pensai. Hai voglia di giocare pesante? Vuol dire che ci divertiamo.

“Ho una Grand Dame Rose del ’90 se proprio vuole qualcosa di particolare.”
“E vada per la grande dama rosa.” Fece Lucchetta con il suo sorriso da piano bar.
La donna annuì, ma non sembrava intenzionata a togliersi il visone.
“E per mandarlo giù. Fine de Claire?”
“Belon du Belon.”
“Fatta, oste della malora.”
Non mi crederete se vi dico che sono rimasti fino alle tre. Lui a toccale la mano, lei a sbattere le palpebre senza però permettergli di avvicinasi.
La loro serata si concluse con un nulla di fatto.
Lucchetta però non si diede per vinto e mi domandò di fargli una copia del CD di Rossana Casale che avevo messo di sottofondo prima del loro arrivo e che mi aveva costretto a far ripartire almeno cinque volte.
“La colonna sonora di una serata indimenticabile. Seducente. E infinitamente triste…”
Perché non te la vuole dare, pensai passandogli il CD.
“Sono novecentotrenta euro. La musica la offre la casa.”
Nonostante fosse un po’ alticcio Lucchetta subì il colpo.
La donna tuttavia sembrava impressionata. Forse un altro paio di cene e chissà…
“Non serve la fattura.” Propose intimorito.
“Facciamo ottocento tondi tondi.”
Proposta standard.
E lui che fa? Tira fuori la carta di credito.
Che gli posso dire? In nero si accettano solo contanti?
I clienti che si rispettano lo sanno già, ma come vi ho spiegato lui non fa parte della categoria.
Sicuramente ottocento così sull’unghia non li aveva e probabilmente se gli dicevo di portarmeli la volta dopo non lo avrei più rivisto.
Firmò e se ne andò meno pimpante di quand’era entrato. Ebbi come l’impressione che ai suoi occhi anche la signora in visone avesse perso interesse.
Per alcuni mesi non si fece vedere.

Poi ricomparve con un’altra stangona. Questa volta una di quelle che si pagano in anticipo.
Stesso tono da cascamorto.
Stessi discorsi esistenziali.
Conto decisamente meno salato – se non sbaglio da quella volta si è votato al Franciacorta.
E così via fino a quella sera in cui gli ho spaccato la testa con il Soave.

Vi dicevo però che avevo bisogno di un pretesto per far discussione visto che non riuscivo ancora a dimenticare la faccia trionfante di quello là in parlamento che non si è neppure degnato di stringere sportivamente la mano al suo ex-compare.

“Come sentire cosa…?!” gli ho detto, indignato. “Quel cancaro si è preso la fiducia. Per tre voti!” Il mediatore mette in bocca un’altra forchettata di baccalà sforzandosi di trattenere un sorriso di sfottimento.
Simile a quello del suo padrone.
Dalla rabbia sono costretto a ritirarmi in cucina.
Mariella stava aspettando solo che le dicessi di andare visto che i lavapiatti li avevo mandati via già a metà serata.
Quelli però li pagavo a ore.

“Fammi una frittura mista.” Le dico giusto perché non sopportavo di vederla ubriacarsi a spese mie. Mariella si alza, indossa il grembiule e si mette a cucinare.

Mi siedo nella sala ristorante deserta e mi metto ad osservare Lucchetta che sorseggia il Franciacorta.

Chissà come si deve sentire appagato.

La disonestà ha trionfato di nuovo. E quelli come me, che non hanno mai dimenticato di pagare le tasse, che sgobbano dalla mattina alla sera, se ne stanno seduti da soli nel loro ristorante da duecentomila euro di arredamento, con la cantina piena di tre bicchiere che nessuno viene più a bere solo perché una famiglia di bovari aveva avuto la diarrea.

Invece di far chiudere bottega a quello che me li aveva venduti, i frutti di mare.

L’Italia è un paese così. Dove ci rimettono sempre quelli che non possono difendersi.

Difendersi da tipi come quello là a Roma. E come quell’agente immobiliare che sicuramente le tasse le pagherà un anno sì e uno no.

La pendola batte le undici.

Avevo sbeccottato la frittura di malavoglia. Non che non fosse buona. Era sublime perché alla Mariella pago tremila euro in busta mica per grattarsi. Avevo aperto una bottiglia di Pieropan e me l’ero bevuta tutta, come fosse stata acqua minerale.

Mi ero fatto portare una fetta di tiramisù alla zucca a cui avevo accompagnato una mezza di Muffato delle Sala.

Lucchetta aveva finito da un pezzo. Se ne stava là al bar, a sorseggiare il suo spumante giocherellando con l’Iphone.

Probabilmente stava seguendo le notizie politiche, il grande fratello o più probabilmente mandando un messaggio al suo spacciatore di cocaina.

Quelli come lui sanno sempre come trarre vantaggi dalla tecnologia.

Io l’Iphone e tutte quelle diavolerie da perditempo non me le sono mai volute comprare. Io lavoro, che credete, che mi rimanga tempo di prendere a ditate una mattonella di plastica?
“Posso andare ora?”
La Mariella si era già data il permesso di cambiarsi.
Le rispondo annuendo. Se solo l’avessi guardata in faccia mi sarebbe rimasto il dolce sullo stomaco.
Vado in cucina a lavare i miei piatti e penso al mio futuro.
Ai primi di gennaio avrei dovuto affrontare la realtà. L’inventario avrebbe messo nero su bianco il mio fallimento.
E mi avrebbe costretto a prendere una decisione inevitabile.

Chiudere con infamia.

Io che avevo creato il migliore ristorante di Venezia, un posto che per anni era stato celebrato da tutte le guide del mondo, tranne la Michelin.

Anni al passati al massimo. Con vetrina straripanti di pesce fresco. Clienti dei più belli che si possa immaginare. Carta vini da paura, con annate di Bas-Armagnac da brivido, Porto che avevano visto la seconda guerra mondiale. Da me Lo Château d’Yquem scorreva a fiumi e senza prenotazione col cavolo che si trovava un posto. Poi quello là viene chissà come resuscitato. Va di nuovo al governo e alla gente passa la voglia di spendere soldi. Non importa se il sindaco tien botta, la gente comincia a mettersi la cravatta a pallini e andare a mangiare nei ristoranti batteriologici tipo quello di Barcellona. E la gente che ne capisce veramente di pesce, di cucina, di vino comincia a non aver più voglia e soldi da spendere perché quello là a Roma, col suo modo di fare, ti fa passare la voglia di goderti la vita. Non che la televisione non avesse fatto la sua parte, deprimendo la gente con tutto quel parlare di crisi.

La caduta non si può fermare perché in un ristorante come il mio, quando il pesce in vetrina non è di giornata, la gente comincia a storcere il naso, ma se non hai gente a sufficienza il pesce della vetrina lo devi buttare nel gabinetto e se le bottiglie non si danno il giro continui a comprarne solo perché i rappresentanti non ti danno tregua. Non puoi licenziare il personale di punto in bianco, ma gli stipendi li devi pagare lo stesso. Ma soldi non ne entrano e allora cominci a ritardare il pagamento della merce, delle bollette, delle utenze. E la vetrina di pesce si svuota e il principe che non ha abbastanza varietà va a mangiare all’Harry’s che la vetrina non l’ha mai avuta.

Basta un attimo per ritrovarsi dalla stelle alle stalle.

Le mie stalle puzzavano di fogna perché a Venezia è così. Con un ristorante pieno di bella gente e di turisti ricchi l’odore non lo senti. Quando cominciano a venire quelli del menù a prezzo fisso, i bottegai e le feste di laurea, allora la puzza diventa insopportabile.

Il pesce non lo compri più al mercato ittico, ma vai di nascosto al supermercato.

Quello là rivince le elezioni ed io compro una partita di cozze avariate.

Clienti con la dissenteria.

La famiglia Cagnin di Borbiago mi denuncia.

L’ASL mi fa chiudere.

E ora eccomi qua. A lavare i miei piatti con Lucchetta che si ubriaca nel mio bar, pieno di boria.

Che ne sarà di mio figlio quando dovrò chiudere bottega? Se ho fortuna vendo bene. I turisti che battono questa zona non sono quelli di Rialto, ma bastano per trasformare i Carmini in una pizzeria. O male che vada in un bacaro per studenti.

Io no che non ci sto in un bacaro a servire quei morti di fame, dopo che ho porzionato personalmente il pesce a George Clooney e Cameron Diaz.

Ora devo pensare a Lucchetta. Mi dico. Però prima mi devo fare un altro goccetto di Pieropan.

Apro la vetrina frigo e tiro fuori una bottiglia del 2008.

Vado in bar. Lucchetta è sempre là a giocherellare con l’Iphone.

Accendo la televisione e capito su Vespa che analizza gli eventi del giorno. Mi verrebbe da ringhiare. Invece appoggio il Soave sul banco e sparecchio il tavolo di Lucchetta che non si degna neppure di alzare lo sguardo.

Una volta in cucina butto piatti e posate direttamente nel bidone della spazzatura.

Torno in bar deciso a cacciare quella merda, scusate di nuovo la volgarità, ma quando ci vuole vi vuole. Lucchetta mi sta aspettando davanti alla cassa, quasi seccato. In mano ha un pezzo da cento euro.

Che minchia. Penso. Quello ora mi vuole pure prendere per il culo. Starà pensando: vedi che a essere come me si casca sempre in piedi? Perché credi che il nostro capo trionfi sempre? Perché sa quando è il caso di pagare con la carta e quando è il caso di pagare in contanti.

Non sono convinto di seguire il suo pensiero, ma il senso rimane lo stesso. Quello vuole farmi sentire un perdente, come quei politici seduti mogi mogi a lamentarsi della disonestà altrui, come se non l’avessero saputo prima.

“Ecco a lei.” Dice Lucchetta con quell’insopportabile sorriso da mentecatto.
Afferro la banconota e gli do venticinque euro di resto.
“Con questi magari ti compri pure un paio di consiglieri comunali.” Gli dico.
Lui mi guarda come se non capisse.
Poi dà un’occhiata a Vespa sul televisore. E ride.
“Ah. Bella. Sì.”
Poi in tono confidenziale. “Ma secondo lei, uno che si può comprare Robinho e Ibrahimovic non si può permettere un paio di poveracci?”
“I calciatori almeno per novanta minuti devono correre…” avrei voluto dire qualcos’altro. Usare la dialettica della sinistra, l’impeto di quelli con i valori, l’ironia di certi comici. Avrei voluto metterlo alle corde, farlo cadere in contraddizione.
“E poi, parliamoci chiaramente. Se esiste un corruttore devono esistere anche dei corrotti, non le pare? Questa si chiama politica.”
Avrei voluto spiegargli che la politica l’avevano fatta De Gasperi e Togliatti (mi pare si dica così). Che la politica non è un mercato rionale e che quegli scranni avevano visto teste incoronate con l’alloro, non solo culi pronti per l’uso.
Avrei voluto dire un sacco di cose, ma non sono mai stato bravo a parlare, né a discutere.
“Buona sera e se non ci si vede auguri per un anno nuovo pieno di successi!”

A quel punto la misura era colma.

Mi casca l’occhio sul Soave di Pieropan. Bottiglia smilza, col collo lungo. Elegante. La afferro e con una rapidità che sorprende anche me la calo dall’alto sulla testa di Lucchetta.
Una mazzata violentissima che mi fa quasi perdere la presa sul collo della bottiglia.

Non so se l’agente sia morto subito.

Dopo che mi aveva sfondato la vetrina dei sigari se ne era rimasto disteso sul pavimento a saltare come un epilettico.

Avrei voluto dargli un’altra bottigliata, ma un po’ mi faceva schifo.

Poi di colpo ha smesso di muoversi.

Vespa è ancora là che spiega come si sono svolti i disordini alla camera. Abbasso il volume, chiudo la porta del bar a chiave e spengo tutte luci lasciando che fosse solo il televisore ad illuminare il macello che avevo combinato.

Afferro Lucchetta per le gambe e lo trascino in cucina lasciando una larga scia di sangue sul pavimento.

Mi assicuro che la porta sul retro sia chiusa, accendo un paio di candelabri e li porto in cucina.

Lavoro fino all’alba, ma ne vale proprio la pena.

Telefono alla Mariella e le dico di starsene a casa che quel giorno avrei tenuto chiuso. Le ritelefono un paio di minuti dopo per aggiungere che, già che c’è, poteva anche non tornare più.

Stampo il menù del giorno e lo appendo alla porta.

Per festeggiare la nuova vita del nostro Governo il Ristorante dei Carmini ha preparato il:

Menù della Fiducia:

  • Spiensa al Franciacorta
  • Tortellini al ragù di baccalà
  • Fegato del veneziano
  • Spezzatino all’immobiliare
  • Opposizione astengasi.
  • Prezzo bevande escluse: € 25.

Da quel giorno ho ricominciato a fare il tutto esaurito. Ora non mi restava che assicurarmi un costante rifornimento di carne fresca. Ma con l’inizio della nuova stagione politica sono sicuro che non sarebbe stato un problema.



Il suono del grande Babù (Pt. 03)

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(Per leggere la seconda parte clicca qui)

Dopo la felicità, il buio. Non mi ricordo come siamo tornati a casa mia, non mi ricordo di aver pagato, di aver guidato, né che siamo saliti su in casa. Però adesso siamo in camera mia e sto baciando la Vale. Le tiro via la maglietta nera, le bacio il collo, la pancia. Lei ride e poi si aggrappa a me e mi spoglia. Non so se siamo più fatti o più ubriachi.

Va bene così.

Torniamo a baciarci e lei ride ancora, nella mia bocca. La faccio stendere sul letto, ma sarebbe meglio dire che ce la getto. Lei si slaccia la cintura, tira giù la zip e con una mossa veloce io le levo jeans e perizoma. La sua fighetta è ben curata e io mi ci affondo con tutta la bocca, la bacio, la mangio. Lei emette un grido e mi prende la testa.

“Dani, devo lavarmi!” Mi dice ma non ha nessun intenzione che io smetta. Anzi si mette nuovamente a ridere.

Io alzo il capo e la guardo. Sembra che ci rendiamo conto ora della situazione e ci rimettiamo a ridere contemporaneamente. Lei diventa tutta rossa dalle risate e rovescia la testa indietro.

“Vale, fai la seria, no?” Le dico io ma mi trattengo a malapena. Lei se ne accorge e si dà in un’altra scarica di risate. Io sbuffo e appoggio la testa sulla sua vagina. “Alzati, alzati.” Fa lei. “Proviamo così.”

Io eseguo. Lei si siede sul letto e comincia a slacciarmi i pantaloni. Mi tira fuori Danielino ma le sue mani sono un po’ fredde e di scatto mi ritraggo un po’. Il mio amico laggiù è un po’ stordito purtroppo ma ci sono buone speranze che si riprenda. La Vale si strofina le mani per scaldarsele e poi lo riprende e se lo caccia in bocca tutto intero. Mentre comincia a succhiarmelo mi guarda. La guardo anch’io ma fa una faccia talmente strana che stavolta tocca a me trattenermi dal ridere.

Lei smette e dice: “Stai ridendo.”
“No, non sto ridendo.”
“Sì che stai ridendo!”

Lei tira fuori la lingua e fa una pernacchia rumorosa a Danielino. Stavolta non mi trattengo più e le salto addosso fra le risate. Comincio a farle il solletico dappertutto mentre cerco di strapparle via il reggiseno coi denti senza troppo successo. Torniamo a baciarci. E poi, stanchi senza neppure aver fatto nulla restiamo abbracciati sul letto a guardarci.

“Oh, Dani.”
“Eh?”
“Siamo troppo fuori per scopare.”
“Eh. Ma te a che ora devi tornare a casa?”
“Ma posso fare anche dopo cena. Basta che mio papà mi vede.”
“E allora c’è tempo. Aspettiamo che ci passi un po’ il boresso magari.”
“Sai cosa sarebbe da fare?”
“Eh?”
“Tipo andare in un posto a fare colazione.”
“Ah, pensavo volessi andare a messa.”

Lei ride, ma con meno energia. Siamo tutti e due parecchio stanchi. Lei prende Danielino con una mano e lo masturba un poco. Lui risponde all’appello stavolta. Io raggiungo con la mano la sua fighetta e con un dito le massaggio il clitoride. Da fuori si sente un suono sordo. Come se qualcuno stesse battendo su una lamiera.

“Oh Dani.” Dice lei, il suo tono è più basso ora.
“Eh?”
“Ma senti, se ti dico una cosa, prometti che non ti spaventi?”
“Eri un uomo?” Chiedo io.
“No, fai il serio.”
“Va bene.”
“Metti che cominciamo a vederci.”
“Eh.”
Lei fa una pausa. Di nuovo, da fuori, si sente venire quel tonfo metallico.
“Hai sentito?”
“Cosa?”
“Quel rumore fuori.”

Appena lo dice subito si sente un nuovo tonfo e poi un altro. Malvolentieri mi alzo del letto e mi avvicino alle persiane. I tonfi si moltiplicano. C’è un batterista pazzo là fuori, penso, che sta sfogando la sua rabbia su una macchina. Per fortuna che ho messo il bolide in garage….
No, cazzo. Quello era ieri. Stasera mi par proprio di ricordare che…
No, invece, non mi ricordo un cazzo.

“Vale, dove ho messo la macchina quando siamo tornati?”
“Eh…” Fa lei. E’ pallida in volto. Ancora più pallida voglio dire e si è rimessa gli occhiali.
“Guarda che mi sa che l’hai lasciata fuori sai.”

Sussurro una bestemmia smozzicata e alzo le persiane. Son pallido anch’io adesso.
Nel frattempo si ode il rumore di un vetro che va in frantumi. Esco sul terrazzino e guardo giù, nel parcheggio comune.
Merda.

“Dani, che c’è?” Mi chiede la Vale ma io non rispondo.
Fuori è ancora notte. Ancora per poco, immagino. E… e c’è il vecchio Carraro.
C’è Carraro con una mazza da baseball laggiù. E mi sta sfasciando la Z4.

Lo stomaco, il mio stramaledetto stomaco, mi si stringe alle dimensioni di un oliva da spritz. Quasi mi piego in due dal dolore. Poi cerco di dire qualcosa ma la voce non mi esce, come in uno di quei brutti sogni in cui vuoi urlare ma non puoi.

“Ohi Dani…che c’è?” Mi chiede di nuovo la Vale.
“Ohi piccola, meglio che non vieni qua fuori.” Le dico e dopo averlo detto scatto.

Nella mia testa c’è poco o niente. So solo che devo fermare il merdoso. In tempo zero sto armeggiando con la serratura della porta di casa. Le mani mi tremano e nella mia pancia c’è qualcosa che ribolle più di un cesso chimico ad un rave.

“Dani, ‘ara che sei ancora in mutande.” Mi dice la Vale. La guardo: sta indossando la mia camicia.
“Non uscire! Stai qui!” La rimprovero ma cerco di dirlo in maniera dolce, anche se mi esce un cazzo di tono da bambino lamentoso.

Riesco ad aprire la porta e corro giù per le scale quasi rischiando di ammazzarmi. Appena esco dalla palazzina mi accorgo di essere in mutande perché fa un freddo cane. Non è il freddo, comunque, che mi fa tremare e non so neanch’io cos’è. Rabbia o paura o un misto delle due.

“Carraro!” Grido. “Che cazzo fai?”

Il vecchio è preso male. C’ha due borse sotto gli occhi che sembrano due canyon. La sua faccia è quella di un cane rabbioso. Respira pesantemente e stringe la sua mazza. Nella luce fredda dei lampioni sembra una specie di zombie.

“Figlio di puttana.” Mi dice fra gli ansimi.
“Che cazzo…?” Cerco di ripetere ma non finisco la frase perché Carraro mi carica. Oddio, non è che carica proprio, diciamo che si trascina verso di me agitando la mazza. Io arretro e do un occhio al mio bolide. Il cofano è bello che andato così come il parabrezza, un finestrino e uno specchietto retrovisore.
Ho la brutta idea di dire: “Guarda che la paghi tutta te, Carraro!”

Il vecchio ruggisce e di nuovo si mette ad avanzare verso di me oscillando quella mazza del cazzo. E’ logico che non mi può prendere. Anche se sono ancora mezzo ubriaco lui è proprio andato. Fisicamente e mentalmente partito.

“Che cazzo vuoi che ti paghi, Vassoler?” Mi grida…ma neanche il suo grido è un grido vero. E’ una specie di rantolo roco e cattivo. “Mi hai fottuto l’ultima cosa che avevo, figlio di puttana.” Accusa.
“Ohi, ma guarda che io alla Vale le voglio bene! Che cazzo pensi? Guarda che…” Dico, ma è come parlare veramente ad un bulldog incazzato e zoppo. Di nuovo non riesco a finire la frase perché lui si mette ad arrancare verso di me. A me basta fare qualche passo indietro per mantenere la distanza di sicurezza.

Penso che devo farlo ragionare in qualche modo.

“Oh Carraro ma guarda che non è successo niente.” Gli dico.
“Mi avete portato via tutto, bastardi figli di puttana!” Ruggisce e sembra che ci sia qualcosa che luccica nei suoi occhi. Passo dalla rabbia alla pena.
“Che cazzo volete di più?” Oscilla ancora la mazza e dalla foga quasi cade ma si mantiene miracolosamente in piedi. Torna ad ansimare più velocemente. Tira un lungo respiro e sputa tutto d’un fiato: “Ho lavorato per tutta la mia vita e adesso mi portate via tutto. Io ti ho detto che ho tutto investito che non posso tirare fuori i soldi. Io non ce li ho più i soldi, lo vuoi capire? Qua gli ordini non arrivano più. I tedeschi vanno in Cina adesso, io cosa ci devo fare?”

“Carraro, meglio se ti calmi dai…ti ho coperto io coi soldi, non c’è problema.” Gli dico io, anche se capisco che non sta mica parlando dei miei quattromila euro. Cerco di avvicinarmi e allungo anche una mano come per dire che va tutto bene. Mi ha distrutto la macchina ma va bene, almeno per adesso.

Niente da fare, il vecchio torna a scacciarmi con la mazza. Fa un passo in avanti e stavolta mi sa che cade proprio ma non cade.

“Che cosa volete da me?” Mi dice guardandomi, ma non guarda me in realtà. Son sicuro che sta piangendo ma senza lacrime, se è possibile. La sua voce è diventata una specie di ruggito di catrame. “Che cosa volete da me?” Ripete e torna ad avanzare.

Io arretro ancora e ho l’occasione di dare un’occhiata alla mia palazzina e a quelle attorno. Sembra che nessun vicino sia uscito a vedere cosa stia succedendo. Una debole luce si sta spandendo tutto attorno e purtroppo l’alba sta arrivando. Non ho proprio voglia che qualcuno mi veda in mutande mentre cerco ragionare con questo vecchio pazzo.

Non me la sono mica chiamata io questa merda.

Ed è anche tempo di finirla perché ho freddo e la forza della balla è quasi finita e tutte quelle belle stelline luminose che mi facevano risplendere adesso mi stanno scoppiando dentro.

Cerco di assumere un tono deciso e dico: “Dai, Carraro, posa quella mazza, cazzo.” Di nuovo allungo la mano verso di lui, in segno di pace. “Si parla da gente civile, ok?” Carraro sembra non aspettare altro, mi tira uno swing con la mazza e mi prende la mano, il dolore è come quando ti prendi le dita nella porta. Subito mi ritraggo portandomi la mano sotto l’ascella. Il freddo amplifica il dolore di un buon duecento percento e mi esce dalla bocca un urletto da frocio.

Guardo Carraro ma Carraro non c’è più. Ora che c’è un po’ più di luce vedo bene cos’ha preso il suo posto: una cosa fatta di rughe che indossa una tuta dell’Adidas più corta di due misure.

Altro che bulldog, questo qui è proprio sciolto. Sembra che qualcuno gli abbia tirato via lo scheletro dal culo. In questa carcassa di uomo però ci sono due occhi di morte che hanno dentro un dolore e una rabbia che non sapevo potessero esistere. Il fiato mi si fa corto e istantanea mi sale su la para che magari il vecchio mi ammazza veramente se non sto attento.

Altro che ragionare: gli devo tirare un pugno e stenderlo.

Di nuovo Carraro si muove, torna a caricarmi. Perché è più veloce, adesso? E’ perché sono più lento io o cosa? Non importa, mi metto a correre… non ha più senso evitare gli attacchi. Questo non ci sta più con niente. Dovrei quasi tornare a casa e chiudermi la porta dietro ma ho paura che Carraro me la spacchi per entrare e allora sì che i vicini si sveglierebbero. E allora sarebbero cazzi perché per quanto Carraro sia partito rimango io il drogato del cazzo e tutto quello che succede è colpa mia. Anche se un meteorite colpisse la casa sarebbe colpa mia.

Lo devo portare lontano, penso. Ma è un pensiero stupido. Chissà quanti altri modi ci sarebbero per risolvere la cosa.

Corro via, col mostro di Carraro dietro di me. Sembra stia gridando ma non sembra neppure un grido ‘sta cosa che sento alle mie spalle. E’ come lo stridere di ingranaggi rugginosi che cerca di imitare la voce umana.

Attraverso via Miranese e, merda, se ci vedesse adesso qualcuno vedrebbe un coglione coi boxer inseguito da una torta d’uomo con una mazza. Ne ho vissute tante di strane ma questa le batte tutte.

Mi faccio coraggio e penso che magari la cosa si risolve e fra un poco ci riderò sopra con gli amici o magari anche con la Vale. La mia povera Vale. Penso che le voglio bene. Veramente bene. Penso che mi metto a posto e la sposo. Penso dio dio oh grande Babù fammi andare le cose bene almeno questa volta. Poi ti prometto che sto buono. Vendo tutte le scrivanie che vuoi ma fammi andare bene questa.

Ripiego in una via laterale e dopo qualche secondo non sento più il grido inumano di Carraro. E’ venuto il fiatone anche a me. Sono proprio spompato. Mi giro.

Carraro è laggiù, in mezzo a via Miranese. Ha mollato la mazza e si sta tenendo il braccio sinistro con la mano. Gli sta pigliando veramente l’infarto, cazzo. Questo mi muore qui.

Mi sta ancora guardando e anche se son distante quasi una decina di metri riesco a sentire tutto l’odio che prova quasi con la pelle. Carraro irradia odio. E dolore. Mi riavvicino a lui, che altro posso fare? Almeno ha mollato la mazza.

“Carraro, non morirmi qua!” Gli dico. E poi esco con la cosa più stupida che abbia mai detto: “Dai che andiamo a fare colazione insie…”

E poi tutto bianco. Una cosa grande bianca prende il posto di Carraro. E Carraro non c’è più. Ma adesso non è un modo di dire. Adesso al posto di Carraro c’è una roba bianca e rettangolare con sotto delle ruote. E mi sa proprio che quella roba è un camion perché sento lo stridio di una frenata tardiva che mi penetra nelle orecchie.

Hanno preso sotto il vecchio.

E l’alba arriva, cazzo. Sta arrivando. Quasi l’aria è più calda ma non è l’aria: sono io. Il mio corpo non sa neppure più cosa sentire. Caldo, freddo, dolore, rabbia, paura, odio.

Il mio intestino lo sa benissimo invece perché mi butta fuori dal culo tutto quello che ho sparato dentro lo stomaco la notte prima. Sento dei rivoli freddi che mi corrono lungo le gambe ma neanche me ne accorgo. Hanno preso sotto il vecchio. Il papà della Vale.

Sento un grido disumano e dei colpi. Provengono dall’autista del camion, immagino. Dall’assassino. No, magari non è detto che sia un assassino. Magari non l’ha preso proprio così in pieno. Magari ho visto male. Magari sono ancora a letto con la Vale e questo è solo un sogno da ubriaco che mi dimenticherò al risveglio.

Cammino lentamente verso via Miranese. Non voglio vedere ma devo. Mica posso rimanere qui. Mi muovo piano, un passo alla volta, con la merda fredda che mi scende lungo le gambe e tutto che comincia a illuminarsi. La mia faccia manda vampate di calore.

Vedo tutti i particolari come se fossi sotto acido.

Là c’è la cabina dell’enel. Qui la cancellata verde di una casa. Le inferriate fanno un disegno strano e sembrano una figa. C’è un banano oltre la cancellata e una cuccia con un cane che dorme, un vecchio cane nero. Delle crepe da cui escono ciuffi d’erba corrono sull’asfalto ai miei piedi. Lì c’è una grossa lumaca che sta entrando in un tombino. Un uccello si mette a fare uh-uuuh.

Sento che qualcuno sta ripetendo: “No, no, no, no…” Mancano pochissimi passi.

Arrivo all’angolo con via Miranese e vedo l’autista. E’ lui che sta ripetendo no, come se questo gli bastasse a cancellare tutto. Penso che oggi è domenica e lui non dovrebbe essere in giro. E’ un tipo smilzo con un cappellino da baseball rosso. Neanche mi vede e meno male: immagino di non essere una visione tanto confortante.

Sta guardando qualcosa di fronte al suo camion e tiene le mani premute contro le guance come quel quadro che adesso non mi ricordo. Dice no no no. Sta guardando quello che è rimasto di Carraro.

Io non riesco a vedere il vecchio dalla mia posizione ma scorgo degli schizzi di sangue sull’asfalto. Un altro grido. Questa volta da più lontano.

La Vale, dall’altro lato della strada. Ha la mia camicia addosso, proprio quella di D&G. Lei sì che può vedere suo papà, purtroppo per lei. La vedo che si appoggia ad un cancello, ma no, non si appoggia, si accascia e dalla sua bocca esce un getto giallastro.

Proprio sulla mia camicia… ma che pensiero stupido. Cosa me ne frega della camicia adesso?

Sì ma è costata un bel po’ di soldi. L’ho presa a Venezia. La commessa era proprio carina. No Dani, no. Non puoi scappare. Non hai voluto questa merda ma te la devi mangiare tu. Devi entrare qui dentro. Entraci.

Sento che qualcosa si spacca ed è una sensazione spiacevole, come quando ti ficchi il cotton fioc troppo a fondo nell’orecchio. Male, rottura, pensieri.

Pensieri brutti che mi vengono tutti d’un tratto. Il poliziotto che mi dice ‘semplice controllo’. Il cane con una zecca grossa come una moneta sulla testa che ho visto da bambino. Il mio compagno di cella che aveva una macchia bianca nell’occhio. L’odore di frutta marcia quel giorno che mi ero perso al mare. Lo sguardo di mio padre e dell’avvocato. La Natasha che piange perché non voleva prenderlo lì. Le mattine che mi sono svegliato con la faccia nel mio vomito.

E poi mi viene in mente un altro giorno brutto, un giorno che non mi veniva più in mente da tanto.

Mi ricordo di me e mio fratello, di quando abitavamo ancora nell’appartamentino a Spinea. Stiamo giocando coi Masters e lui è He-Man e io Skeletor. A me tocca sempre prendere Skeletor. Mio fratello è cattivo, prende il mio Skeletor in mano e cerca di staccargli una gamba. Io corro da mio papà che è in cucina ma lui non mi caga perché sta guardando delle carte. Gli chiedo quando sarebbe tornata la mamma dall’America. Mio papà mi guarda, non risponde e fa una faccia strana. Quando torno in salotto mio fratello mi fa una specie di sorriso.

“Guarda che la mamma non torna più.” Dice. “E’ morta.”

E allora vedo mio papà che arriva veloce da dietro di me e tira uno schiaffo a mio fratello. Io resto fermo e vedo che le cose cominciano come a sfasarsi. Il divano arancione. I masters. Mio fratello che piange, mio papà che lo strattona.

Quel giorno ho perso una cosa. Una cosa che avevo dentro.

Ora guardo il camionista che piange, il sangue di Carraro, la Vale semisvenuta e la chiazza di vomito sulla mia camicia e sento che qualcuno mi ha rimesso quella cosa che avevo perso.

E non è un bell’affare proprio. No.

Perché quella è una cosa che ti fa stare male.

Stai qui Dani.

Sì ma qui non c’è il suono. Non c’è il martellare delle casse e il grido del synth. Non ci sono rullate e ripartenze. C’è solo il silenzio di una mattina di fine settembre che si è accorta all’improvviso che è arrivato l’autunno.

Il suono del grande Babù è sparito. Il suono che mi ha accompagnato per tutti questi anni non si sente più da nessuna parte.

C’è solo silenzio adesso.

Poi appare una cosa rossa rossa nel cielo oltre i palazzoni, laggiù, verso San Giuliano. Spero che sia la testa del grande Babù venuto a rimettere a posto le cose ma no: è il sole. Il sole che comincia a guardare questo angolo di mondo anonimo tra Padova e Venezia in cui un tizio con le mutande smerdate sta fermo accanto ad un camion che ha preso sotto un vecchio in tuta.

Il camionista è fermo anche lui, ancora con le mani premute sulle guance. Poco lontano, la figlia dell’uomo morto è accasciata su una cancellata. Non ha nemmeno la forza di piangere e la sua camicia, che in realtà è la camicia dell’uomo con le mutande smerdate, ha una macchia di vomito giallastro.

E’ strano ma vedo tutte queste cose dall’alto e, grazie alla luce improvvisa di quel globo rosso, vedo anche qualcos’altro oltre a noi.

Vedo loro.

Sono usciti lentamente dalle loro case. Indossano vestaglie, canottiere e pigiami. Hanno dei cellulari in mano. Si affacciano lungo i vialetti. Si allungano dai terrazzini. Alcuni parlottano ma per la maggior parte stanno in silenzio. Hanno occhi morti come quelli dei pesci nella rete.

“C’è bisogno di aiuto?” Mi chiede uno di loro. E’ affacciato da un terrazzino che dà su via Miranese. Ha una faccia che non capisco e sta coi gomiti poggiati sul parapetto della terrazza.

Non fa niente e mi guarda.

Io taccio.

Una lacrima solitaria mi scende dall’occhio destro.

Più tardi, quando il sole è alto nel cielo, questa storia non esiste più.

 

Fine



Il suono del grande Babù (Pt. 01)

Tracklist consigliata:


Stamattina mio papà e mio fratello mi hanno fatto una testa così per la storia di Carraro.E hanno anche ragione, in fondo l’affare l’ho trattato io: è stata la mia prima commessa di una certa importanza. Ben tremila euro in scrivanie Gray Shark, quelle coi tubolari dietro per i cavi dei computer e in sedie anatomiche con le rotelline. Altri mille euro in boiate di cancelleria: penne, matite, gomme, fogli, toner e tutto il resto. Carraro mi ha svuotato il magazzino ed era talmente rompiballe con la consegna che sono andato io di persona a scaricare il camion assieme ai ragazzi.

Cazzo, sono il padrone io, ho appena cominciato è vero, ma non dovrei fare ‘ste cose. Solo che mancava uno in magazzino e ci sono andato lo stesso. Mio papà mi ha fatto i complimenti quel giorno: ha detto che è così che si lavora, che nella ditta bisogna fare tutto, anche pulire i cessi se c’è bisogno perché siamo in crisi e bisogna lavorare il doppio tutti.

Tutto bene, insomma. Il problema è che Carraro mi ha versato un acconto di seicento euro e poi non si è più fatto sentire. E son passate già tre settimane e sù in amministrazione stanno per chiudere il mese.

Adesso sono qui nel mio appartamento a Chirignago, nel mio scannatoio voglio dire, e la testa mi fa un male cane. Sono appena tornato ieri notte dalla fiera a Milano e c’era un tizio lì, un rappresentante di Dalmine che mi ha dato della bamba fantastica. Poi siamo andati in giro tutta la notte con due standiste. Andare per fiere è una figata ma ti lascia dei postumi da paura.

Ripenso a Carraro, alla sua faccia da culo e alle manate sulle spalle che mi dava, come se mi conoscesse da sempre. “Vassoler, tu sì che sei bravo, guarda qui: un paron che fa il lavoro di un magazziniere: eh, ma guarda che anch’io faccio come te, se manca qualcuno vado alle macchine io. So farle funzionare meglio di un operaio, cosa credi! Come sta tuo papà? E gli affari? Sai che la prima sedia economica me l’ha venduta lui?”.

Sedia economica, ha detto proprio così. Non ergonomica. Per poco non gli ridevo in faccia ma son stato buono. Buon cliente mi dicevo, tanti soldi, buon cliente, scarica e stai buono.

Buon cliente una sega. Mi ha anche fatto tirare via duecento euro e adesso non paga. E sono cazzi miei adesso perché sono io che ho gestito l’affare. Se lo sapevo che trovavo ‘sto casino al mio ritorno me ne stavo in fiera con la Barby e quella di colore, magari si riusciva anche a far venire fuori una cosa a tre.

Cazzo di Carraro.

Vado in bagno e non riesco a fare niente. C’è qualcosa che mi stringe il buco del culo e sudo un po’. E’ stata un’estate calda e ‘sto settembre qua lo è ancora. Il condizionatore mi ha mollato a metà agosto e i tecnici devono ancora passare. Non che ci viva tanto qui. Tra Ibiza e Santo Domingo quest’agosto non ho visto ‘sto cazzo di posto maledetto per un bel po’ di tempo.

Carraro. Carraro e le sue rughe da bulldog. Una faccia sciolta e una voce che sembra quella di uno che si è fumato una stecca di marlboro in dieci minuti. La puzza è anche la stessa. Mi ritrovo in soggiorno (o in quello che dovrebbe essere il soggiorno visto che, a parte il divano, i mobili li devo ancora comprare) con l’Iphone in mano e il numero di Carraro sotto il mio indice.

Sospiro. Fatti forza Dani, mi dico, vuoi dimostrare a tuo papà che non sei solo uno che ciuccia i soldi? Ti vuoi guadagnare quella Z4 che hai in garage? Chiama ‘sto Carraro, fatti dare i soldi. Tira fuori le palle. O ce le hai solo quando tiri di bamba?

No, per Dio.

Chiamo Carraro. Per tutto il cazzo di pomeriggio provo a chiamarlo. Una volta non mi risponde nessuno, una volta è in riunione, una volta è in magazzino, una volta è in catena, una volta non si trova. Una volta mi richiama lui ma non mi chiama più. Dico sempre che va bene e cerco di rimanere tranquillo ma dentro lo stomaco e nei polmoni sento che mi sta crescendo sù una specie di fumo nero come quello di Lost.

Poi, verso le sette di sera, quando già stavo pensando di doverlo andare a sgamare di persona, mi risponde. La sua voce è peggiorata, sembra che abbia il palato foderato di carta vetrata. E’ una di quelle classiche voci che ti fa immaginare tutto il catarro che c’ha in gola. Capirlo al telefono è un lavoro da interprete.

“Vassoler. Ho sentito che mi cercavi”.
“Eh, buongiorno Carraro, sì guardi la stavo cercando perché qua stiamo per chiudere il mese e lei deve ancora saldare l’ordine di tre settimane fa, sa le scrivanie, le sedie…”
“E certo che mi ricordo Vassoler, non sono mica rincoglionito”.
“E allora cosa vuole fare? Bonifico, assegno, quello che vuole”.
“No, senti Vassoler, guarda che io i soldi per le tue robe non li ho adesso”.
“Cosa? Come non li ha?”
“Certo che li ho i soldi. Ma non li ho da darteli a te. Ma sai che cosa sto gestendo qui? Sai che ditta c’ho?”
“Guardi che questo tipo di atteggiamento non è che ti porta tanto lontano Carraro. Te hai comprato…”
“Io ho comprato delle robe da voi. Vi ho dato fiducia da commerciante a commerciante. Ma sai che se mi piace la tua roba io ti faccio pubblicità? Sai che se viene qua il tedesco gli dico guarda questa sedia, me l’ha data la LineaUfficio di Vassoler? Il minimo che puoi fare è aspettare qualche mese per quella cazzata di migliaia di euro”.
“Se son pochi non capisco perché non me li vuoi dare”.
“Vassoler, come ti chiami te, Daniele?”
“Sì, Daniele”.
“Daniele, te sei appena arrivato nel mondo del commercio e ancora ti devi fare le ossa. Te non sai che cosa sto portando avanti io qui, io c’ho tutto investito in macchine e conti. Adesso non ti posso tirare fuori niente altrimenti mi sputtano. Aspetta due o tre mesi e i tuoi soldi vedrai che te li do e ti mando anche un pacco di natale a te e alla tua famiglia”.
“No, ascolta Carraro, bisogna che qua mi vieni incontro perché così fra due o tre mesi non va proprio bene. Guarda: te hai detto bene, io sono appena entrato nel commercio ma mio papà lo conosci. Se tu parli con me si sta sul dialogo, se parli con lui devi andare per avvocati”.
“Si vede proprio che sei un ragazzino, Daniele. Guarda che tuo papà lo sa meglio di me che se si va per avvocati i soldi li vede fra dieci anni se siete fortunati. Anche perché guarda le scrivanie che mi hai portato hanno tutte degli strisci sulle gambe…”
“Ma cosa stai dicendo?”
“Eh, portandole su le hai strisciate sul muro. Ci son ancora tutti i segni.”
“Senti Carraro, guarda, adesso metto giù perché mi stai facendo arrabbiare, la prossima volta parli direttamente con l’avvocato!”
“Certo, certo! Mandami pure l’avvocato! Lo aspetto in ditta e gli offro anche un caffè!”

Non metto giù il telefono, lo butto giù, lo tiro per terra. Poi lo riprendo e guardo che non si sia rotto niente. No. Però la telefonata è ancora aperta. Sento la voce catramosa di Carraro dall’altra parte che dice a qualcuno: “Era Vassoler, sai, il Vassoler bocia, il mezzo drogato…voleva i soldi!”

Mi sento come se qualcuno mi avesse appoggiato un ferro da stiro sulla faccia. Prendo l’Iphone, urlo una bestemmia con tutti i polmoni a Carraro e gli dico che sarei andato a fargli il culo. Poi metto giù sul serio.

Mezzo drogato. Ancora con quella storia. A Santa Maria Maggiore mi sono fatto solo una settimana comunque e quella di vendere le chicche non era neppure stata un’idea mia. Vaffanculo. Son passati quasi dieci anni e la gente ancora se lo ricorda. Vado a sdraiarmi a letto. Fuori è ancora chiaro. Apro la finestra della camera da letto per fare un po’ di corrente. Fa un caldo del cazzo e mi dovrei fare una doccia. Accendo lo radio e metto su M2O. Trasmettono sempre le solite cagate minimal o pseudo trance. La vecchia techno di una volta se la sono proprio dimenticata. Brutta cosa quando devi andare ad un remember per ascoltare la musica che ti piace.

Ogni cosa che penso mi fa solo incazzare di più. Mi seccherei tre alprazolam di fila ma è droga anche quella alla fine. Dovevo rimanere in fiera. No, anzi: dovevo rimanere a Santo Domingo con la Jasmine.

E invece sono qui e me la sono presa nel culo da un vecchio catarroso del cazzo.

La cosa più normale da fare sarebbe andare dal papà e spiegargli la storia della telefonata, compresa anche quella cazzata delle scrivanie strisciate. Ma poi so che viene fuori che in qualche modo è colpa mia. Sì perché sono io il drogato ciucciasoldi, sono io che devo dimostrare che ho le palle per il commercio. Me la devo vedere io da solo con Carraro.

Il mio primo pensiero è di mettere i soldi di tasca mia. Ho diecimila euro in conto e me li stavo tenendo per prendermi un cinque metri usato o una cosa così ma quello può anche aspettare, anche perché l’estate ormai è passata e non c’ho mica voglia di studiare per la patente nautica. Poi tanto magari Carraro paga veramente, magari fra due o tre mesi, i soldi li prendo io e siamo contenti tutti.

Madonna se mi va di tirarmi un po’ di quella roba del tizio di Dalmine. Me ne ha data un sacchetto pieno. Ce l’ho di là ma volevo tenerla per le grandi occasioni, non per togliermi le pare.

Che poi so come va a finire: tiro da solo, poi vado al Dolce, trovo i ragazzi e va a finire che mi ritrovo ubriaco marcio in qualche disco con lo stomaco vuoto. E’ così che fanno i drogati e io sono così.

No, cazzo. Non sono mica così e gliela faccio vedere io a Carraro. Altro che mettere i soldi di tasca mia. I soldi Carraro me li dà tutti e me li dà entro fine mese, col cazzo che mi lascio fregare così. Tra l’altro mi sta anche venendo una mezza idea, pensando al Dolce.

Mi ricordo quando sono andato a portare le Grey Shark sù in ditta da Carraro. Sudato marcio, aiutato da un interinale ciccione e tonto mi son fermato un attimo ad un boccione d’acqua per farmi una bevuta. E lì ho conosciuto la figlia di Carraro, la Vale. Cioè, è lei che ha conosciuto me. Lì per lì non c’ho fatto neanche tanto caso, tanto ero stufo e incasinato.

“Ciao, scusa, ma io non ti ho visto al Dolce qualche volta?”
“Eh, può essere. Ci vado spesso”.
“Vai via con Ricky, il Rosso e la Jessi, no?”
“Sì, ogni tanto. Perchè li conosci?”
“No, mia sorella era assieme a Ricky una volta. Ci sono uscita due tre volte”.
“Ah, sì. La Sami, da un pezzo che non la vedo. Come sta?”
“Ah bene bene. Si sta per sposare con un tizio che gioca in serie a di basket. Un negro, pensa”.
“Bé, se a lei piace va bene”.
“Eh ma mio papà sta dando di matto”.
“Vorrei vedere!”
“Mi chiamo Valentina comunque”.
“Daniele”.
“Così te lavori per Vassoler?”
“No, io sono Vassoler. Son qui solo per dare una mano perché manca un ragazzo”.
“Ah, che bravo”.
“Eh bisogna darsi da fare no?”
“Eh sì. Ascolta, casomai un giorno ci vediamo al Dolce, ok?”
“Ok, certo”.
“Sai che te assomigli tanto a quel cantante, come si chiama?”
“Ah Mario Biondi”.
“Eh…”
“Sì, me lo dicono tutti. Ma io son rasato, lui è pelato veramente sai?”

La Vale, adesso che mi ricordo, era una tizia abbastanza tranquilla. Occhiali, capelli raccolti. Forse un po’ bassa e un po’ troppo piatta per i miei gusti ma carina di viso. A parte il fatto che credo che abbia dieci anni meno di meno me. Allora non c’ho dato troppo peso, ci siamo salutati e io ho ricominciato a scaricare il merdoso materiale per Carraro, l’avessi mai fatto. Poi forse l’ho rivista una o due volte al Dolce, l’ho anche salutata ma non l’ho cagata più di tanto.

Stasera, che è sabato, quasi quasi la cago però. Perché sì, c’è una cosa che mi sta nascendo dentro la testa. Una specie di piano.

Io conoscevo la Sami, la morosa di Ricky, quella che adesso sta col negro. Una troia di prima categoria. Mi ricordo una volta, parecchio tempo fa, che abbiamo fatto quel festino a casa di Ricky a Jesolo e ce la siamo scopata in due, uno davanti e uno dietro. Eravamo fatti fino alle scarpe e non mi ricordo tanto di quella sera ma poi non se n’è mica più parlato, e ci credo.

Comunque se la Vale è come la Sami, se il sangue Carraro ama troieggiare, allora magari ho qualche possibilità di portare la piccola qua nel mio scannatoio. E se metto una bella telecamerina là fra il libri finti, riprendo tutto e minaccio di mettere tutto sui siti porno di mezzo mondo allora Carraro dovrà per forza cacciare fuori i soldi.

Quello che si dice un piano del cazzo… ma gliel’avrei fatta vedere a Carraro cosa sa fare questo mezzo drogato. E forse sarei riuscito anche a scucirgli qualche migliaio di euro in più per la barca, ma senza esagerare. Mica sono un delinquente.

E poi sta cosa l’ha cominciata lui, mica io.

***

E così vado in bagno, mi raso ben bene la testa (se le piace Biondi, Biondi avrà), mi regolo il pizzo e i peli dell’uccello, mi verso una mezza boccetta di Bulgari addosso e mi metto la camicia D&G che ho preso a Venezia qualche mese fa spendendo un capitale. Recupero dal mio nascondiglio il magico sacchettino con la polvere dell’allegria di Pollon e una mezza blu per sicurezza.

Neppure mezz’ora dopo sono al Dolcevita coi ragazzi al terzo spritz Campari.

Se c’è una qualche specie di dio dei venditori di arredi per ufficio, allora stasera tanto per cambiare mi sta dando una mano. La Vale è lì e guardate, mi sembra molto più figa di come me la ricordavo. Ha un look un po’ dark che a me fa parecchio arrapare: occhi cerchiati di nero, labbra rosse, carnagione pallida. Ha sempre gli occhiali e tiene i capelli raccolti ma questi particolari ora mi ricordano più una pornosegretaria che una brava ragazza. Danielino, fra le mie gambe, sembra gradire il tutto tanto quanto lo gradisco io. L’approccio è il più facile di tutta la mia vita, parlando di venete ovviamente.

“Ciao”.
“Ciao, allora ci rivediamo!”
“Con chi sei?”
“Sono con delle amiche che sono qui in giro”.
“Bevi qualcosa?”
“Ho già ordinato un americano”.
“Cosa fate di bello stasera?”
“Mah, si pensava Showroom…”
“E’ già aperto?”
“Oggi è l’apertura? Non lo sapevi?”
“No, son tornato da poco da una fiera a Milano. Ma sono un po’ indietro con le news della vita notturna qua in giro. Quest’estate sono stato sempre in giro…”
“Ah, e dove di bello?”
“Ibiza…”
“Ibiza? Non ci sono mai stata, com’è?”
“Non andarci. Una colata di cemento piena di gente. Sembra piazza Ferretto quando ci fanno i mercatini, solo coi drogati al posto dei vecchi”.
“Ha ha ha…”
“Chi suona allo Showroom?”
“Mah, penso i soliti. Ma viene anche giù uno famoso non so da dove”.
“Ben. Lo propongo ai ragazzi, così magari ci vediamo dentro”.
“Magari”.
“Però se ci vediamo, aspetta prima di bere che ti offro io”.
“Eh, farò questo sforzo…”

Mi allontano sorridendo ma poco prima di voltarmi verso i ragazzi, vedo che una delle amiche della Vale le si avvicina e le parla. Leggo il labiale: “Chi è quel figo?” O così mi pare. Dentro di me tiro un porcone. Se non ci fosse la storia di Carraro di mezzo questa potrebbe anche essere una bella serata. Non mi va mica di sputtanare una ragazzina per colpa di quella testa di cazzo di suo papà. Uff… Dani e i suoi sensi di colpa. No. Devo andare avanti.

Devo riaverli quei soldi.

***

Lo Showroom è la solita ressa invivibile, come quasi tutte le disco dei dintorni. Fortuna che mi fanno parcheggiare la Z4 proprio davanti all’ingresso e che uno dei buttafuori è un mio vecchio fornitore di chicche ai tempi d’oro di Jesolo. In meno di cinque minuti sono già dentro con la mia bella Vip Card e due consumazioni omaggio. I ragazzi, manco a dirlo, son tutti contenti e si sparano subito al bar.

Io mi guardo in giro con fare casuale e cerco la Vale.

Individuo una delle sue amiche, una cavallona bionda alta quasi come me. Un po’ più in basso c’è il mio obiettivo: la Carrarina. Bene.

Aspetta, mi dico. Aspetta un’oretta. Magari falle venire su la balla che sicuramente si è presa. Poi colpisci. Veloce, indolore. Non proprio indolore. Neppure veloce si spera. E così faccio. Sto un po’ coi ragazzi, imbarco una tipa per Ezio che da solo proprio non ce la fa neanche con tutta la bamba del mondo, incontro una mia ex che mi tira su una menata sul suo capo di cui francamente, tra la musica e tutto, non capisco una sega.

Poi mi dico: vai Dani. Vai e fallo bene.

Recuperare la posizione della Vale è più difficile stavolta. La disco si è riempita ancora di più, se possibile e siamo tutti stretti come merde. Fortuna che la mia povera mamma mi ha fatto alto e con le spalle larghe e tra sgomitate e scusa e permesso rivedo la cavallona, lassù, in zona fumatori.

E dove c’è la cavallona c’è anche la Vale perché non è proprio possibile che le fighe girino da sole. Non entro nella sala fumatori perché una volta ci sono stato e ci ho lasciato giù tre quarti di polmone. Come fa la gente a starci dentro… questo non l’ho mai capito. Io manco fumo più poi, almeno quel vizio me lo sono tolto.

Con nonchalance o come si dice l’aspetto fra la calca che cerca di scendere dalla camera a gas e quella che cerca di salire. Un ragazzino targato Bikkembergs mi saluta e mi dà il cinque. Devo averlo già visto da qualche parte a qualche festa ma non riesco mica a ricordarmi dove. Avvicina la bocca al mio orecchio e urla di essere proprio fuori. A giudicare dal suo alito sembra che abbia già consumato più di metà della sua drink card. Bé, dopo la metà comunque è tutta discesa.

Scorgo la Vale e la sua amica che scendono, io cerco gli occhi della Vale e mi faccio vedere. Con il pollice mi indico la bocca. Vedo che i suoi occhi si illuminano, annuisce, dice qualcosa alla sua amica e mi si avvicina. Il ragazzino la vede arrivare e anche se inzuppato di havana cola fino alle ossa capisce che è di troppo e si allontana.

“Però sempre belle fighe che hai te” mi dice. Mica è fortuna, coglione, penso io.

Andiamo al bar con la Vale. Lei mi dice qualcosa all’orecchio, io mi devo proprio abbassare di un bel po’ per sentirla e poi manco sento cosa dice. Annuisco lo stesso. Penso che ci potrebbe essere un problema se dobbiamo fare il 69 e rido.

Al bancone del bar l’ambiente è ancora meno vivibile del resto. Una folla di corpi sudati si accalca e a me viene in mente che una volta non era così. Sconvolti ne ho sempre visti, lo sono anche stato io ovviamente. Ma qui ce ne sono veramente troppi. Che poi questi non sono neanche sconvolti originali. Sono solo tanto bevuti. La metà ha tirato, è quasi logico da quegli occhi da assassini che hanno, ma chissà cosa. Ecco cosa sono: imitazioni. Hanno la roba, i vestiti e magari le macchine. Ma quello vero sono io qui.

Ecco perché trovo la Strada.

La Strada la conosce bene chi ha quasi trent’anni di disco nelle gambe e nel fegato. Non sei tu a trovarla nella calca: è la gente che automaticamente, senza vederti, te la crea. Perché questi cloni mezzo rincoglioniti mi sentono. Sentono quando c’è uno come me che arriva. E la Strada, qualsiasi percorso tu faccia in mezzo alla disco alla fine ti porta solo in un posto: davanti al bancone del bar.

E infatti sono qui, adesso. Con la Vale davanti a me. Il mio corpo la protegge dalla folla accalcata. So che ha sentito la pressione che il cavallo dei miei pantaloni le fa sulla schiena. Alla fine non c’è voluta nessuna Blu. E’ bastato bere meno del solito.

Nuovo colpo di culo: il barista è uno che ho già visto. Il nome proprio non me lo ricordo ma mi sa che abbiamo passato qualche estate insieme. A vedermi gli scatta un sorrisone. Il tizio è uno di quelli giusti, se ne incontrano ogni tanto dietro ai banconi dei bar delle disco. Non fanno tanti discorsi né giochetti con le bottiglie e resto. Ti danno quello che vuoi e senza troppo ghiaccio.

“Uè Dani, allora come va con il bolide?” mi chiede subito. La sua è una voce da disco, una di quelle che si sente anche se stanno suonando Capricorn a tutto volume.
“Eh, l’altro giorno mi è arrivata una bella foto che mi ha fatto la polizia. Mi facevano i complimenti!”

Lui ride. Io rido. Ride anche la Vale, sotto di me. E’ fatta mi dico. Si va giù di gin lemon. Prendere qualcosa tipo Long Island mi sembrerebbe un rischio dato che magari c’ho del lavoro da fare. Danielino è sensibile a questo tipo di cose.
Si torna in pista e a ballare un po’. La Vale non sembra neppure così fuori ed è bella. Neppure il dj è proprio così una merda come mi aspettavo. Di questi tempi sei abituato a vedere gente che mixa col Mac, invece questo c’ha i vecchi vinili. Lo vedo lassù che s’impegna e il risultato non è male. Sempre minimal del cazzo, ma coi passaggi ci siamo e qualche bella rullata la becca anche. Non mi struscio subito. Lascio che la Vale si diverta. Gliela faccio venire sù. Ad un certo punto lei mi tira e mi chiede se c’ho qualcosa da darle per stare un po’ su che si sente un po’ stanca.

Certo che ce l’ho ma deve venire in macchina che qua non mi fido. Hai capito la Vale.

Dopo neanche cinque minuti siamo sul mio mezzo a provare la ricetta per il raffreddore del tizio di Dalmine. Lei non sembra ancora così fuori. Tiene bene botta e questo è un bel merito. Non è una come tanti, come quei replicanti aggrappati al bancone del bar. Lei fa le stelle quando si muove, come uno di quei cartoni giapponesi. Forse sono io ad essere fuori. Fatto sta che si mette a parlare e mi dimentico del mio piano di vendetta. Non può fregarmene di meno di Carraro, di mio papà e mio fratello, delle scrivanie, dei soldi. Mi interessa quello che sta dicendo la Vale e cosa strana, a lei interessa quello che le dico io.

Lei mi parla del suo sogno che è fare la stilista. Mi dice che con una sua amica hanno tirato su un piccolo laboratorio di moda. Fanno jeans strani e roba per i giovani. Camicie, magliette. Han detto che forse se le cose vanno bene aprono un negozio ma che adesso le cose non vanno tanto bene. Lo so, lo so le dico. Non è un momento bello questo. Mi parla di suo papà, che è incazzato per la storia di sua sorella e del negro. Dice che la vuole mandare via dalla famiglia ma tanto è sua mamma che comanda: è lei che c’aveva i soldi all’inizio, suo papà le idee.

Poi, d’un tratto, mi chiede: “C’hai mica una cosa dolce…tipo un chupa chupa?”

Io la guardo negli occhi. Occhi neri che mi fanno venire in mente cose belle a cui non pensavo più da tanto. Il mio primo pensiero è che stia alludendo a qualcosa che riguarda Danielino ma non è così. La Vale non è così. E anche ‘sta serata non è come le altre. Perché… perché magari non c’è un dio per i venditori d’arredi d’ufficio, ma forse c’è qualcuno che mi sta veramente dando una mano, indicandomi una strada. Forse le cose della vita sono come una folla di gente al bancone del bar di una discoteca. A volte, quando sentono che arriva qualcosa di grande, di importante, si aprono e ti fanno vedere la Strada.

Perché io i chupa chupa ce li ho. Dietro, nel bagagliaio. Non mi ricordo neanche perché li ho lì, io non vado proprio matto per le cose dolci. Fatto sta che è da un po’ che sono lì. Dico alla Vale di aspettare due secondi, scendo e apro il baule. I chupa chups sono in una confezione trasparente a cilindro che giuro mi occupa quasi un quarto dello spazio. Dovevo essere proprio fuori la volta che li ho presi. Spero che non si siano sciolti, col caldo che ha fatto ‘sta estate.

Porto alla Vale tutto il cilindrone e lei si mette a ridere.

“Eh, di quello che c’è non manca niente!” le dico io. E’ una delle frasi tipiche di mio padre. Dopo un po’ siamo tutti e due a ridere come degli allucinati. Io attacco l’autoradio fra le risate e istantaneamente parte un martello di cassa dritta a chissà quanti decibel.

Cazzo, ma sono arrivato con questo volume?

La Vale fa un gridolino e io abbasso.
“Che cos’è?” Mi chiede, indicando le casse.
“La musica?”
“Sì.”
“E’ un dj dei miei tempi. Ti piace?”
“Sì.”
“Senti questa.”
Metto la numero cinque. Un pezzo che mi è sempre piaciuto che si chiama Il suono del grande Babù. Una cosa delirante già ai miei tempi con quel sinth lungo e distorto che sembra quasi l’urlo di un mostro e la cassa che non ti molla mai. Techno vera, non suonini stronzi e casse spompate. La Vale sembra apprezzare: scarta il suo chupa chups e se lo mette in bocca. Per un secondo i nostri occhi si incontrano. So cosa vede dentro i miei perché sorride.

“Ma senti, chi è che hai detto che è questo dj?”
“Si chiama Laurent Garnier. E’ un francese. Sabato prossimo suona all’Area.”
“Bello!”
“Ti va di venire?”
Lei fa di sì con la testa mentre chupa il suo chups. Poi indica la disco con la testa e chiede: “Andiamo? Che sennò la mia amica…”
“Andiamo.” Dico io. Sono un po’ frastornato. Non so se è per colpa dell’alcool, della bamba o della Vale. Spengo l’autoradio, porto il cilindrone di chupa chups in baule, aiuto la Vale a scendere. Sono in uno di quei momenti che credo abbiano solo gli uomini, in cui non si pensa a niente e si agisce e basta. Appena chiudo la macchina e mi giro verso la Vale lei mi tira giù e mi da un bacio che sa di fragola e gin. Poi fa una cosa strana: mi abbraccia.

Io non so se ho mai abbracciato una donna da vestito.

“Sì che mi va di venire.” Ripete lei quasi sussurrando. Non mi ricordo neanche a quale domanda sta rispondendo talmente sono fuori.

Poi mi prende la mano e mi riporta dentro, a ballare.

 

continua…



La gioiosa anarchia dei Pitura Freska

«Dedicà a tuti quei che ghe stèmo sui cojoni!»: con questa frase esplode Olive, album live del ’99 che segna il canto del cigno di Pitura Freska.

Un frase che racchiude in poche parole tutta la gioiosa anarchia della band veneziana che è stata tra le protagoniste della scena musicale italiana per quasi un decennio.

C’è poco da fare, prima di loro nessuno di noi aveva mai visto una band cantare in dialetto veneto anzi, venessiano, e raggiungere livelli di notorietà di quel genere. Nel ’97 i fioi sbarcano addirittura sul palco dell’Ariston, ipnotizzando San Remo con il loro Papa nero e con un’interpretazione che sprigiona una vitalità incontenibile.

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Il Signore delle Mosche

Tracklist consigliata:


“Visto l’articolo 449, l’articolo 2621 e l’articolo 2622 del codice penale, questa corte dichiara l’imputato Mosole Mosè colpevole di disastro ambientale colposo, crimine ambientale, falso in bilancio, frode all’erario e falsificazione di registri legali.
Considerate le attenuanti generiche ed il fatto che il Mosole risultasse in precedenza incensurato, questa corte condanna l’imputato ad una pena di anni cinque, da scontare presso la casa di detenzione “Due palazzi” di Padova ed un’ammenda di euro 75,000.
Visto l’articolo 449 del codice penale e l’articolo 186 del codice della strada, questa corte dichiara l’imputato Lazzarato Romeo colpevole di disastro ambientale colposo, crimine ambientale e guida in stato di ebbrezza.
Considerate le attenuanti generiche, il fatto che il Lazzarato risultasse in precedenza incensurato e la semi infermità mentale accordata, questa corte condanna l’imputato ad una pena di anni tre, da scontare  presso la casa di detenzione “due palazzi” di Padova ed un’ammenda di euro 25,000.
La corte si ritira”

«Che Dio te possa fulminare, Romeo. Che fulmini te, i to morti cani, il Fernet, e quella testa piena di merda che ti ritrovi! Cinque anni di galera per colpa tua, brutto ebete».

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Intervista a Francesco Ferracin

Francesco FerracinFrancesco Ferracin ha debuttato sul mercato italiano con “Una vasca di troppo”, un ottimo romanzo – recensito qualche tempo fa da Sugarpulp – edito da Fanucci, che sta giusto a metà fra noir e action thriller, fermo restando che poi queste classificazioni lasciano il tempo che trovano. Quello che più conta, per noi di Sugarpulp almeno, è che Francesco sembra essere stato fra i primi a capire, almeno per quel che riguarda le lande venete, quanto interessante possa essere miscelare il territorio del Nordest con atmosfere cupe, sequenze da sparatutto in soggettiva, ritmo al cardiopalma e un intreccio narrativo sviluppato in modo coerente e in grado di avvincere. Continue reading