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The Bad Batch, la recensione

The Bad Batch, il film mancato.

Poteva essere una pellicola in perfetto stile Sugarpulp, molti elementi facevano ben sperare: la costruzione di un mondo di reietti, i Bad Batch, espulsi e lasciati nel deserto, in preda ai loro simili, alla bande, dove una di queste è con i controcazzi, sono cannibali veri, enormi, cattivi, che riducono le loro vittime in storpi, in un’atmosfera alla Mad Max, futuristico e distopico; e, invece no.

La regista Ana Lily Amirpour, con all’attivo tre lungometraggi, tra cui A girl walks home alone at night del 2014, parte bene in The Bad Batch, in concorso a Venezia 73, con le prime sequenze very pulp e una protagonista, l’attrice Suki Waterhouse (già vista in Orgoglio e pregiudizio zombie), che spero diventi una Furiosa due, giovane e incazzata – visto quello che gli hanno fatto – contro i cannibals. Jason Momoa fa parte, invece, dei cannibali di “Bridge”, mentre a salvare il culo di chi è disperso nel deserto c’è il girovago Jim Carray, e gli altri reietti si raccolgono in “Find Comfort”, la comunità freak, dove finisce, dopo essere passata e sopravvissuta al terrore cannibale, la protagonista. A mantenere l’equilibrio nella comunità di “Find Comfort” ci pensa Jeanu Reeves, nei panni di Dream, con i suoi discorsi stralunati, con cui convince giovani fanciulle a seguirlo nel suo palazzo, dove poi si ritrovano tutte incinte, e le sue pasticche “Dream”, appunto, dispensate come particole, per fornire un po’ di speranza.

A Comfort vanno forte gli spaghetti udon, piatto preferito anche della figlia di Momoa, altro che la carne (umana) che gli propina il padre, dove la piccola finisce in seguito ad un incontro burrascoso con Arlain-Suki, e proprio la bambina sarà il motivo d’incontro fra lei e l’enorme cannibale, cattivo dal cuore tenero, con il dono del disegno.

E purtroppo inizia l’abisso, dove aver costruito un interessante universo visivo, un main character, che potrebbe diventare una nuova icona femminile action, con addosso quei suoi mini hot-paints gialli, con uno smile sul sedere, che succede?

La noia avvolge la trama e non l’abbandona più, e la probabile guerriera, Arlain, diventa una donna qualsiasi, che smania, e fa gli occhi dolci al sexy forzuto. Crollo verticale, non bastano le musiche e una colonna sonora perfettamente in palla in grado di suggerire un mondo pulp, pop (con un dj dentro ad un registratore gigante, e i vinili sul piatto), non serve un Jim Carrey nel deserto, per risvegliare il film, che, invece che divenire un cult, si perde nella banalità di un’attrazione fra la giovane donna e il cannibale. Molta carne al fuoco, o meglio per la verità nel film poca carne al fuoco e umana, per una pellicola, che dalle presentazioni doveva essere shock, ironic, iconic, e diviene solo una pruriginosa attrazione semi-adolescenziale.

Davvero un peccato, what the fuck! The Bad Batch is not Bad, is a pussy movie. Ma è solo una questione di prospettiva, su Wikipedia viene definito romantic horror-thriller film, e, in effetti, quel romantic cambia purtroppo tutto.

Scena cult: le reti dei materassi diventano ottime griglie per arrostire pezzi di humans, guarda te il riuso alle volte dove va a finire!

Da vedere per chi: spera ancora di vedere un pulp con i fiocchi, ma in fondo si può accontentare dell’inizio; ama muovere la testa a ritmo della musica nel corso delle scene.

Tendenza estiva: per la spiaggia gli hot pants con lo smile sul sedere possono essere una buona idea.

 

‘The Bad Batch’ — Clip 1 from The Playlist on Vimeo.

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