The Bridge

The Bridge è l’ennesimo remake americano di una serie scandinava: se ne sentiva l’esigenza?

The Bridge è una l’ennesima nuova serie americana ispirata a una serie estera. Remake di una serie svedese ambientata nel ponte che divide Svezia e Danimarca, nella serie made in USA il confine si sposta fra Texas e Messico.

Non so voi ma per me il Texas è pozzi di petrolio, casalinghe alcolizzate che bevono vodka a partire da metà mattina, e ranch con branchi di cavalli che scorrazzano lungo le praterie. Insomma, Dallas ha segnato il mio immaginario, e presumo anche quello della mia generazione.

The Bridge

In The Bridge invece viene rappresentato un Texas differente. L’incipit è stuzzicante: vediamo una macchina tedesca arrivare al confine col Messico, le luci del ponte che traccia la linea di divisione fra le due nazioni si spengono insieme alla videosorveglianza, e vediamo apparire un cadavere. Metà è nel confine americano, e metà nel confine messicano.

A rimarcare la dicotomia, The Bridge dipinge un Messico devastato dalle guerre dei narcotrafficanti, dove i cadaveri si ammucchiano in fosse comuni, in case abbandonate, in ogni angolo di strada. Il Texas invece è tutto ordinato, Ranch splendidi con piscine e prati curati (ovviamente i giardinieri sono messicani), macchine brillanti e splendenti.

The Bridge

In questo ambiente schizofrenico si intrecciano le storie di due poliziotti: una, Sonya Cross, americana e con la sindrome di Asperger o qualche altro disturbo mentale (lo spettatore lo intuisce ma non viene confermato nel corso dei primi episodi); dall’altro lato troviamo Marco Ruiz, l’unico poliziotto messicano onesto nell’arco di 100 miglia.

Oltre a queste trame troviamo la storyline di una ricca ereditiera, di un giornalista cocainomane, di un serial killer di immigrate clandestine, di un disadattato assistente sociale, di un gruppo di persone che varca illegalmente il confine, e mi fermo qui. Ma questo è quello che accade tipo nel primo episodio, poi ne arriveranno di nuovi.

The Bridge è una serie che poteva essere bella, ma che non funziona. Non funziona nella messa in scena dei luoghi, che sembrano troppo stereotipati, descritti in modo da colpire lo spettatore, ma che lo fanno cadere in un senso di irrealtà.

Non funziona la protagonista, interpretata dall’algida Diane Kruger: il trend delle ultime produzioni americane, da Homeland a The Killing, è di mettere in scena delle protagoniste femminili tormentate. E la cosa ha un senso quando hai un’attrice come Claire Daniels, che riesce a recitare in modo credibile la parte di una donna con disturbi bipolari che cade in un baratro di paranoia.

Ma non funziona in The Bridge, dove il personaggio di Sonya Cross più che una persona con disturbi mentali sembra un aliena o un robot.

The Bridge

Non funzionano le troppe sottotrame: a ogni puntata ne spuntano fuori un paio di nuove che servono esclusivamente a portare avanti in modo confusionario le trame. In questo mi ha ricordato un po’ The Killing, per quanto The Bridge sia migliore.

Cosa resta? Resta una serie godibile, che riesce a mantenere vivo l’interesse e a farsi guardare, ma senza raggiungere vette di qualità a cui ci hanno abituati serie come Homeland o The Fall.

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  • Giacomo Brunoro

    “The Bridge è una serie che poteva essere bella, ma che non funziona”, è la stessa cosa che ho pensato dopo tre pallosissime puntate della serie originale, motivo per cui l’ho abbandonata. E mi sa che il remake americano è peggio…

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