The Burger Guru

The Burger Guru, un racconto inedito di Di Marco Barizza per Sugarpulp

Henry era ingrassato. Terribilmente. Da quando era successo il fattaccio Henry non si riconosceva più allo specchio. I primi tempi rimaneva fisso lì davanti, tutto nudo ad osservare quella massa molle penzolante. Sotto le braccia, sul collo, su cosce, polpacci, mani, dita, viso, culo e soprattutto sulla pancia e sul petto, mille strati di morbidezza lo avvolgevano.

I primi tempi sì che passava ore a contemplare quella roba, a volte mangiava anche, nel silenzio della sua stanza, davanti allo specchio. Mentre mangiava pensava a come quella merda si sarebbe trasformata, a come sentiva scendere il bolo nella gola, giù verso il suo bagno d’acido e pensava a come si sarebbe sciolto e ricombinato chimicamente diventando parte di sé e a come tutto il resto, quello che non serviva, l’avrebbe risputato di fuori.

Con l’andare del tempo però, Henry perse la voglia di guardarsi. Anche vestito. Ormai aveva capito che non esisteva alcun trucco, nessun Dio, nessuna luce rossa lampeggiante ad indicargli il pericolo, nessuna squadra di carissimi amici che sarebbero accorsi per sostenerlo, per aiutarlo a smettere di mangiare. Nulla sarebbe accaduto, niente a parte il fatto che Henry si sarebbe rinchiuso nella sua stanza a ingozzarsi di schifezze fino alla morte e una volta morto sarebbe finito nel paradiso dei ciccioni.

Un posto pieno di rampe e di fast food, un luogo pieno di quei cazzo di tricicli a motore che usano le persone le cui gambe non sono più in grado di sostenere un bel niente. Lui sarebbe rimasto seduto con una camicia hawaiana indosso, tutta inzaccherata di unto, a bere un frullato di porchetta e strutto, mentre quelli della protezione civile assieme ai vigili del fuoco avrebbero dovuto aprire un buco nel muro per far passare il suo enorme cadavere purulento pieno di piaghe da decubito e patatine fritte, disperse tra le pieghe di grasso come naufraghi nell’oceano.

Henry era inglese, un immigrato. Anni prima aveva sposato una donna avvenente. Quando era ancora magro e tutto sommato piacevole aveva sposato Anna, una giovane napoletana tutto fuoco.

Henry non ne conosceva di donne così, anzi, Henry le donne non le conosceva proprio. Per lui, aver incontrato Anna era come aver vinto alla lotteria. Abbracciarla sembrava un premio che lui sentiva di non meritare.

Veniva da Sheffield lui, era un metalmeccanico in vacanza e dopo solo due giorni che frequentava quella ragazza – che indossava orecchini colorati e un completo turchese di tessuto leggero – telefonò al padre dicendogli che non sarebbe tornato a casa, che gli impacchettasse la sua roba e la spedisse. Errore madornale. Henry si sposò giusto in tempo per arrivare puntuale al suo divorzio.

In Italy l’operaio di Sheffield aveva trovato una casa, una moglie, un lavoro. Insomma una vita, l’aveva trovata così come si trova un centesimo sul pavimento del treno, ed era anche una bella vita. Lavorava come consulente delle vendite con la Gran Bretagna per una buona azienda metallurgica. Si erano persino trasferiti, lui e Anna, in provincia di Treviso, naturalmente prima del fattaccio, una catastrofe di considerevoli proporzioni.

Anna aveva comunicato di essere rimasta incinta. Tre giorni dopo aveva chiesto il divorzio, concesso senza alcuna richiesta di spiegazioni, senza fare una piega, con l’aplomb tipico del britannico. Infine tutto, tutto ciò che aveva guadagnato così, per puro caso, nello stesso modo Henry Lesley Huddington lo aveva perduto, senza un motivo. Tutto questo accadeva nel lontano 1992.

Fu quello il fattaccio. Da quel giorno Mr. Huddington cominciò a prendere peso, un poco per depressione, ma soprattutto perché non sapeva cucinare. A casa, sua madre lavorava sui fornelli fino a notte fonda e in Italia – prima – c’era Anna. Henry iniziò a mangiare al fast food: colazione, spuntino, pranzo, merenda e cena.

L’inglese fece della ricerca dell’Hamburger perfetto lo scopo della sua vita. L’Hamburger infatti doveva essere unto e non troppo cotto e avere la giusta dose di salsa: poca salsa pane asciutto, troppa salsa pane disfatto.

Il panino perfetto NON doveva tassativamente contenere cetriolini, sottaceti e ingredienti vari della cucina locale. Henry odiava quelle promozioni dove ti rifilavano gli hamburger con un pane differente, con un contenuto differente e infine con un gusto differente. Il formaggio utilizzato doveva essere Cheddar. L’insalata poca, ma ci doveva essere e anche il pomodoro era apprezzato, ma non troppo e non troppo molle, non doveva compromettere l’equilibrio perfetto di quella pietanza.

Pane + salsa + insalata + pomodoro + Cheddar + Hamburger + pane. La semplice ricetta della felicità. In mezzo a quelle fette di pane la vita di un uomo poteva avere un senso, un gusto diverso, forse anche un destino diverso. Col tempo Henry aveva stilato un vero e proprio vademecum sull’Hamburger: come andava cucinato, a che temperatura era preferibile consumarlo e un centinaio di altre regole.

Come questa:

E’ caldamente consigliato utilizzare un pane che sia morbido e che non si solidifichi eccessivamente una volta venuto a contatto con l’Hamburger. Inoltre è preferibile sia cosparso di semi di sesamo, meglio ancora se mischiati ai semi neri, più gustosi.

Il fast food preferito di Henry, quello i cui prodotti si avvicinavano maggiormente alle sue preferenze, era il Pork Chop Express, un panino con i baffi.

Quando perse il lavoro, dovette ricominciare da capo, in un’altra azienda, dalla fossa, come uno dei tanti, come uno senza esperienza né nome né raccomandazioni. I soldi del salario li doveva girare in buona parte alla tanto amata Anna e con gli spicci che gli rimanevano si pagava una stanza ammobiliata nella periferia, le sigarette e i panini, più di rado una prostituta o un tiro di coca.

Aveva i brufoli sul culo, Henry, e sudava goccioloni grossi giù dalla fronte. Le gocce avevano un sentiero fatto di trincee oleose che le conducevano giù dal viso lungo le pieghe del collo e poi sulla schiena giù fino alle chiappe.

Henry adesso faceva schifo alle donne e veniva chiamato El Foresto da quelli del posto e apostrofato con: El Sgionfo dagli inservienti del Pork Chop.

La bimba aveva già sette anni, si chiamava Chantal e portava il cognome della madre. Con la madre ci viveva anche, assieme a un piccolo pechinese di nome Maciste che torturava a morte ogni dannatissimo giorno, fino a che quello non la mordeva e allora le buscava dalla madre. Era un barilotto di trippa coi nastrini nei capelli, una cacacazzi in piena regola che parlava sempre e solo il dialetto imparato dalla madre e del quale Les non capiva una sola parola.

“E’ posibbile che non kpisco di prrole di bambina?” chiedeva Henry di quando in quando, cercando di puntare i piedi e di dimostrare un po’ di autorità (che chiaramente era un file non trovato nella cartella di Henry) per poi aggiungere “casso!” cercando di utilizzare quel poco che aveva capito del dialetto veneto.

“Bucchin a mammt” rispondeva quella, e Henry si rese conto che in fondo non aveva mai capito neanche la sua EX moglie. Sheffield era diventato un ricordo fumoso, uno di quelli che gli immigrati vorrebbero rimuovere, per non pensare che forse – forse – sarebbe stato meglio se non fossero mai partiti.

Nella stanza di fianco alla sua, Karim El Marocco, si faceva inculare da qualche padre di famiglia del quartiere, che quando aveva finito se ne andava di corsa coprendosi la faccia, fingendo un colpo di tosse oppure di stropicciarsi gli occhi, quando incrociava qualcuno per le scale.

“Fuck you rècion!”, commentava acido Henry con il testone appeso al corpo come uno specchietto laterale scassato, mentre lo scuro di là del muro di velina se la godeva miagolando come un gattino. Henry era frustrato. Terribilmente frustrato. Il sesso ormai era diventato una pratica triste e solitaria, il suo dover leccare il culo a incompetenti italiani una tortura. Senza contare quella donna.

La tanto amata ex moglie. Henry da anni non riusciva a capire che cosa provava per lei. Per tutto il corso della sua vita era sempre riuscito a tenersi alla larga dalle emozioni, così come gli era stato impartito severamente dal padre, dal quale Henry aveva imparato tutto.

Ed ora suo malgrado aveva dovuto scontrarsi con i suoi sentimenti. Odiava profondamente se stesso, il paese nel quale – a causa di una serie di eventi accaduti senza che lui dicesse la sua – viveva.

Odiava di un odio puro come un cristallo tenebroso la sua ex moglie, quella donna tanto bella quanto incomprensibile e non sopportava nemmeno quel cagnetto rognoso. Le emozioni alla fine lo avevano trovato, come è normale che sia, come acqua che scroscia via tra le fessure, oltrepassando mura e montagne.

Henry scoprì l’odio e scoprì di averne talmente tanto da non poter più vivere. Tra un hamburger e l’altro meditò il suicidio. “I’m going to kill myself domàn“, disse dopo aver addentato un hamburger, il suo preferito, il King Beefheart. Quella sera, quel boccone gli andò di traverso e con lui anche il più insistente dei cattivi pensieri.

Uccidersi, mettere fine alla propria vita, non era propriamente la più allegra delle idee, ma in questo dato caso la trovava estremamente funzionale. Così pensava lucidamente Henry dopo essersi ripulito l’unto dalle dita, strofinandole sui calzoni pesanti.

Ma come? Che fare? Dovrei avvisare forse i miei vecchi? E che cosa potrei dire loro? Ciao mamma, sai, pensavo di morire? No, sarebbe uno strazio, non li ho sentiti neanche per Natale. Immagino non mi prenderebbero sul serio, oppure, tutto il contrario, si metterebbero a piangere e… no no, decisamente non va bene. Scriverò loro una lettera, come ai vecchi tempi, un classico. E con Anna e la piccola? Un’altra lettera? Sarebbe inutile, non abbiamo poi molto da dirci, fotocopierò la prima.

Eppure qualche cosa non tornava a Henry, la soluzione a tutti i suoi problemi non sembrava poi conclusiva, come se qualche cosa restasse ancora in ballo, qualche altra cosa da dire, o forse, da fare. Così Mr. Huddington il metalmeccanico si coricò mentre El Marocco al di là del muro faceva casino coi suoi amici, a bere e fumare.

Sentiva il puzzo, quello del narghilè, quell’odore insistente che entrava da ogni parte: da sotto la porta, dalla finestra, dalla crepa nel muro. Una tomba fuligginosa che non lo lasciava dormire, lo innervosiva. D’un tratto si lasciò andare a quell’essenza orientale e cedette ai suoi pensieri nella stessa misura e si ritrovò a pensare che tutto quell’odio, quello che aveva in corpo e che si era materializzato nel suo enorme cappotto di grasso, quello era tutto indirizzato alla moglie.

Era lei, la Ex moglie ad essere la causa scatenante, doveva esserlo. Henry nella sua mite esistenza non aveva mai conosciuto quel fuoco crudele eppure così tremendamente confortevole ed avvolgente.

L’illuminazione arrivò giusto in tempo per la sveglia: Anna doveva morire. L’agente estraneo scatenante, il nodo gordiano, la cagione, l’origine di tutti i suoi tormenti, andava spento, così come poi Henry avrebbe spento il suo corpo, terminando la sua esperienza su questo mondo.

Il piano maturò nella sua mente nel corso della giornata, ma il termine da lui designato, il domàn che era divenuto oncùo era stato confermato, avrebbe solamente dovuto incastrare meglio orari e impegni. Sarebbe andato tutto bene. Alle 15:00 lasciò il lavoro. Ore 15:45. Casa di Anna.

Lei non era abituata a vedere quell’obeso del suo ex gironzolare per casa e dunque lo accolse come una grande seccatura, come il giorno in cui si deve pagare l’affitto. Aprì la porta, lo guardò per qualche secondo e lo fece entrare in casa, sempre rimanendo al telefono e chiacchierando di problemi di lavoro con una collega cassiera.

Cose come: “Tiziano è un gran rottinculo! Pensa che voleva fregarmi anche l’unica domenica del mese in cui sono a casa, quello è uno schiavista bastardo e tutti sanno che l’unica che fa la bella vita lì dentro è Lidia e sappiamo bene anche perché, vero?”.

Dall’altro capo del telefono la cassiera spettegolava confermando quanto fosse allegra questa Lidia e come si lisciasse il caporeparto. Henry rimase in attesa cercando di adocchiare qualche cosa che potesse ricordare un’arma del delitto. Come si vedeva in tv.

La figlia stava sul divano con un quadernetto dei compiti davanti, ipnotizzata dal suo cartone preferito. Il cagnetto nella sua cuccia, per la prima volta nella sua vita Henry non lo vide né sbraitare e urlare, né preda delle torture della figlia.

“Ciao, come stai? Non lo dai un bcètto a papà?”, chiese Henry. “Ciao Les” rispose la figlia senza distogliere lo sguardo dalla tv. In fondo, pensò Henry, qualche cosa da me l’ha preso, di certo non è di molte parole.

Dopo un’ora Anna riagganciò. “Che ci fai qui Henry?” Chiese, entrando in soggiorno tanto improvvisamente da far sussultare il quintale e mezzo di grasso dell’inglese. “Sono vènuto a prendere la piccola”. Henry, quando si sforzava di parlare un italiano corretto, non faceva altro che assomigliare ad una caricatura di Mal o Shel Shapiro.
“Perché? Lo sai che non puoi venire quando ti pare!”.
“È una occasione particolare”.
“Cioè?”.
Henry non era ancora arrivato a quel punto del piano, non aveva avuto il tempo di pensare a una scusa adeguata: “Motivi familiari”.
“E-che-cazzo-significa?” sputò fuori Anna tutto in una volta come se fosse stata una maledizione.
“Significa che viene via con me, cazzo!” disse Henry, visibilmente irritato dalla discussione. “Bisogna sempre fai la stronza? Devi per forza rompere i coglioni su ogni fucking cosa?”.

Henry prese per un braccio la figlia e la trascinò in auto – letteralmente – mentre Anna se ne restò impietrita in salotto.
“Non muovere un dito”, disse alla figlia: il ciuffo che aveva in testa gli era colato tutto sul naso, come miele.
“Che ti è successo? Non t’ho mai visto così!”.
“Ah sì?” chiese Henry avvicinandosi alla donna come per strangolarla, per poi pentirsene giusto alla fine e ritrarre le mani.
“Sì, che fai? Ti sei rincretinito del tutto?”.
“Forse sì, lo vuoi sapere che cosa c’è? C’è che mi hai rovinato la vita! Hai reso tutto così complicato, come se la vita poi, fosse davvero importante, io sono stanco di sentire queste cose, ero addestrato, come un camaleonte a non farmi trovare dalla vita, mi nascondevo bene! E poi sei arrivata tu e hai incasinato tutto. Ecco cosa c’è!”.
“Era ora, non avrei mai pensato di vederti vivo, ma Cristo se ce n’è voluto di tempo!”.
“Curioso…”.
“Cosa?”.
“Il primo giorno in cui mi vedi vivo sarà anche il primo giorno in cui I see you dead”.

Henry afferrò il foulard che Anna portava al collo e lo strinse, entrambi caddero a terra e Henry riuscì a tenerle ferme le gambe con le sue e con le braccia strinse così forte il nodo che il foulard si ruppe. Anna fu libera e si rotolò su un lato tossendo, quindi Henry raccolse una piramide in marmo, una della collezione di Anna, e la colpì svariate volte alla testa fino a che il suo sangue non ebbe coperto la moquette.

Una volta fatto si lavò velocemente nel bagnetto degli ospiti, si ripulì il viso e si impose di non pensare più a ciò che aveva fatto. Quello che è fatto è fatto si disse, cercando di ritrovare almeno un barlume di quel talento che possedeva fin dall’infanzia, il talento di nascondere tutto nel profondo di sé e cercare di dimenticarselo.

In quest’ottica però, una donna col cranio fracassato in soggiorno tendeva ad essere un notevole ostacolo. Henry disse alla figlia di chiudere gli occhi, che le avrebbe fatto una sorpresa, l’avrebbe portata in un bel posto ma doveva rimanere con gli occhi chiusi. La ragazzina apostrofò questo grande sforzo con un “che pizza!”.

Ore: 17:33, caserma

Ciò che rimaneva di Anna era stato chiuso a fatica nel portabagagli. La figlia aveva insistito per portare via anche Maciste che fu svegliato e scaraventato nell’auto per subire le sevizie della padroncina. I quattro, calcolando anche il cadavere e il cane, si diressero alla caserma più vicina, dove Henry scaricò la figlia dandole una fotocopia della lettera in mano, la lettera in cui spiegava il suo gesto con fredda e lucida precisione.

Le disse che doveva restarsene buona e zitta con gli occhi chiusi e contare fino a cento almeno dieci volte, fino a che i signori della caserma non le avessero rivolto la parola. Le disse che era parte del gioco, una caccia al tesoro bellissima che le avrebbe fruttato un sacco di magnifici doni.

Ore 18:12 Parcheggio

Una volta parcheggiata l’auto Mr. Huddington venne colpito da un nuovo particolare al quale non aveva pensato, come liberarsi del cadavere si sua moglie. Il suo era un forte bisogno irrazionale di nascondere ciò che aveva fatto. Forse, prima di farla finita, avrebbe scritto un biglietto di suo pugno spiegando dove aveva nascosto quella bestia della moglie.

Quando fece per salire, si accorse di essersi completamente dimenticato anche di un altro particolare, il cagnetto scassacoglioni: stava ancora sui sedili di dietro della macchina. A quel punto decise di portarlo in casa, non voleva che la figlia perdesse anche il suo amichetto quel giorno… il che denotava un certo spiccato sadismo da parte di Henry.

Ore 18:25 Stanza di Henry

Con dieci minuti di ritardo arrivò la consegna che Henry tanto aspettava. Quella mattina, mentre sudava al suo posto di lavoro, aveva deciso che l’unico modo in cui gli sarebbe piaciuto andarsene sarebbe stato mangiando fino a soffocarsi, fino a rimanere paonazzo nella sua stanza, lì, fermo.

Avrebbe vissuto gli ultimi istanti della sua triste vita con gli occhi fuori dalle orbite e la faccia sudata. Si sarebbe cagato nei calzoni e così sarebbe trapassato.

“Una consegna per il signor Huddington!” disse il tizio delle consegne.
“Sono io” rispose come Mal.
“Firmi qui per favore”, lo squadrò il fattorino.
“Quando inizia la festa?”.
“Che festa?”.
Il ragazzetto trasalì: “Beh, non avrà mica intenzione di mangiarsi due bancali di King Burger da solo?”.
“Ah già, sì tra poco, grazie, porti tutto dentro!”.

Henry tagliò corto mentre il fattorino a fatica scaricò due bancali di panini e li trasferì nell’angusta stanzetta ammobiliata dove viveva il ciccione. “Buon appetito” concluse il ragazzo, stizzito per non aver ricevuto la mancia. Maciste, per prima cosa, cercò di pisciare su di un angolo del bancale, ma venne fermato da una pedata di Henry che lo lanciò in un angolino, dove rimase.

Ore 18:34

Henry era pronto. Il suo piano stava funzionando, tutto era filato più o meno liscio e tutto sarebbe finito quella sera. Il Rimorso, cercava di affacciarsi al mare calmo e piatto della coscienza di Henry, ma Mr. Huddington aveva anticorpi grossi come nutrie.

Ogni ricordo, ogni stato d’animo era come rinchiuso nella propria scatola, con sopra scritto il nome che Henry gli aveva affibbiato e riposto sull’apposito scaffale.

L’archivio era immobile, ogni cosa al suo posto. Concentrazione assoluta. Henry aveva preparato il suo piccolo tavolino di plastica davanti alla tv, nel videoregistratore un vecchio film di basketball, il vero amore non corrisposto di Henry, Colpo Vincente con Gene Hackman.

Una volta aperta la confezione salva aroma del primo panino, Henry era sulle nuvole e capì in un momento che la morte sarebbe stata davvero dolce e che forse in quel momento lo era anche la vita.

Al primo morso ne seguì un secondo e poi un terzo e venne subito il momento di scartare un altro hamburger. Qualcuno bussò alla porta: “Oh tesoro che sono tutti questi panini? Fai una festa? Non hai mai fatto festa!” disse il marocchino finocchio della stanza accanto.
“Nessuna festa, fuori dai coglioni” rispose Henry.
“Stronzo, regalami almeno un panino” continuò quell’altro ridacchiando giocoso.

Henry prese un panino, lo mise nella mano del ragazzo, poi richiuse la porta e tornò a sedersi. Al quattordicesimo panino arrivò il momento, almeno così credeva Henry, il bolo gli si fermò di traverso proprio in gola, sorpreso dallo stato di panico in cui si trovava dopo qualche secondo di esitazione cercò dell’acqua per mandar giù il boccone, ma l’acqua non l’aiutò.

Ormai un tappo di carne e pane mezzo mordicchiato si era fermato nella sua gola. Henry, cercando un appiglio, colpì una lampada che cadde a terra frantumandosi. Il cagnetto aveva iniziato a urlare e urlare e il vicino dall’altra parte del muro bussò un paio di volte, urlando a sua volta: “Tutto ok stronzo ciccione?”.

Henry senza pensarci due volte cerco di praticarsi la manovra di Heimlich senza successo, quindi prese il cagnetto urlante e bavoso con entrambe le mani e cercò di schiacciarselo al petto. Uno, due, tre colpi e il bolo saltò fuori magicamente dalla bocca di Henry, finendo dritto dentro al lavandino.

Prese fiato per svariati minuti con le lacrime agli occhi. L’esperienza più vicina alla morte di tutta la mia vita, pensò Henry e non era stata poi una gran bellezza.

Henry lasciò andare Maciste che ricadde a terra come un sacco di patate: “Oh no, no-no-no-no-no-no!” ripeté a mitraglia Les. “Cazzo-cazzo-cazzo-cazzo-cazzo!” continuò. Henry aveva spezzato il collo di quel piccolo stronzetto peloso. Lo sistemò sul letto e lo auscultò senza ricevere responso positivo.

Era decisamente morto, morto stecchito. Il marocchino continuava a bussare alla parete e poi lo sentì correre fuori dalla sua stanza e bussare nuovamente alla porta: “Tutto ok amico?”.
“Sì tutto ok, per poco non mi strozzavo” disse Henry.
“Ok, cerca di stare attento! Non sapevo che avessi un cane, tecnicamente poi non sarebbe permesso, ma a me piacciono i cani e da come abbaiava, era preoccupato, si vede che ci tiene a te”.
“Già è un bravo cane”.
“E guarda come dorme ora… sembra proprio un angioletto peloso”.
“Già, scusami, ora chiudo, troppe emozioni per me oggi”.

Ore 19:20

Henry non aveva più toccato un solo boccone, la morte del cane lo aveva sconvolto, come se fosse stata l’unica morte rilevante della giornata, come se fosse stato l’unico assassinio della giornata. Henry iniziò anche a pensare che avrebbe fatto meglio a lasciar perdere questa cosa di voler morire, ma si accorse subito che era troppo tardi.

Il cadavere della moglie, nella sua mente era un enorme colosso lampeggiante, un oggetto rumoroso che illuminato come un albero di natale, gli ricordava costantemente la sua colpa.

Era come se si trattasse davvero una caccia al tesoro. Il suo bagagliaio sarebbe stato il punto su cui segnare una grossa X. Così si rimise a mangiare e arrivato al ventesimo Hamburger bussarono di nuovo. Dalla porta sortirono quasi all’unisono un paio di fotografi, una sventolona bionda e con mezze tette al vento, un ometto col riporto in giacca e cravatta e un paio di cronisti.

L’ometto in giacca e cravatta aveva una targhetta che diceva Pork Chop Express General Manager e sottobraccio portava un assegno di cartone grosso come una casa: “Carissimo signor Huddington lei è stato selezionato come il cliente più affezionato della nostra giovane catena di fast food. Per questo io, Mario Conti, General manager della Beefheart Express, sono onorato di offrirle un assegno di duecentomila euro!” – Applausi finti – Flash, Henry che stringe la mano al dirigente – Henry che viene baciato dalla bionda – Henry che tiene in mano l’assegno gigante e che fissa sbalordito l’importo.
“Che cosa significa?” blaterò Henry.
“Tu stai zitto, sorridi, fatti fare due foto, poi ti becchi l’assegno, quello vero, e stai a posto” disse a bocca storta il manager.
“Ok” rispose Henry e così fu.

Nel giro di venti minuti, quella banda di squilibrati se ne andò di gran fretta, mentre il manager si accendeva una sigaretta nervoso e chiedeva a mezza voce: “Ma siete davvero sicuri che riempire di soldi un ciccione mangia panini ci farà vendere di più?”.
“Indubbiamente” fu la risposta del galoppino. La porta si richiuse, Henry rimase con un assegno gigante appoggiato vicino alla porta, un assegno vero nel portafogli e gli occhi fissi nel vuoto. Di nuovo bussarono alla porta
“Ancora tu?”, chiese Henry nel vedere Karim.
“Ma allora una festa c’era davvero?”
“No è una cosa strana, sono venuti dei tizi e mi hanno lasciato questo assegno e non so nemmeno se sia vero, non ci capisco più niente”.
“È fantastico amico! Sei ricco!” Karim abbracciò Henry che in tutta risposta lo scaraventò fuori dalla stanza e chiuse a chiave.
“Recion!”.

Ore 20:00

Henry iniziava a pensare che forse avrebbe davvero potuto continuare a vivere. Avrebbe potuto sistemare la faccenda della moglie, in qualche modo, magari avrebbe potuto farla sparire e avrebbe detto ai caramba che era tutto un equivoco e che la lettera non l’aveva scritta lui e così via.

Per la prima volta nella sua vita aveva una prospettiva, un sogno. Avrebbe potuto andarsene lontano da quel posto, avrebbe potuto forse comprarsi un’attività, un locale, un pub, un suo fast food, magari. L’idea di avere un futuro lo scosse terribilmente, come mai nessun’altra idea aveva fatto e d’un tratto tutti i sentimenti, gli stati d’animo, le idee, i rimorsi, ogni cosa cominciò a volare vorticosamente nella sua testa, agitando il mare della sua coscienza.

Ogni parola iniziò ad uscire dalla sua scatola e a mischiarsi con le altre. Non c’era più niente di chiaro, lucido, distinto, tutto era in preda al caos dentro Henry, così aprì la porta d’istinto, corse di sotto e protetto dall’oscurità estrasse il cadavere della moglie dal bagagliaio.

Lo trasportò in casa e lo sistemò nella vasca. Henry iniziò dai piedi e dalle gambe, perché gli faceva senso aprire il torace della donna, una volta denudata, così fredda e inespressiva, catturata dal pallore funereo della morte. Iniziò a tagliare, segare, spolpare e poi mise tutto nel tritacarne e infine sulla bistecchiera. Il sangue, a litri, filava dritto nello scarico.

Henry aprì centinaia di panini e ne estrasse la carne. Un po’ la mangiava, dell’altra la nascondeva, altra ancora semplicemente la gettò in grandi sacchi neri. Al posto dei King Beefheart Burger, ci metteva la carne della moglie.

Andò avanti così per ore, fino a spolpare interamente le ossa della moglie. Le ruppe tutte, una per una e poi le pestò e le frantumò e anche quella schifezza, assieme alle frattaglie, alla testa e al piccolo Maciste finirono in un grande sacco.

Ore 23:30

Di nuovo bussarono alla porta, Henry aveva fatto giusto in tempo a levare di mezzo i grandi sacchi dell’immondizia e a ripulire maldestramente l’appartamento. L’appuntato Cariello portava con sé la piccola rompipalle che aveva ancora gli occhi chiusi. Il carabiniere, sbuffando, gli chiese se la figlia era la sua e Henry annuì, silenziosamente.
“Allora se la tenga, è venuta da noi parlando di una caccia al tesoro, con sé aveva una ricevuta per l’ordine di due bancali di King Beefheart Burger. Con questa l’abbiamo rintracciata subito, signor Huddington”.
“King Beefheart Burger?” chiese la ragazzina spalancando gli occhi. “I miei preferiti!” agguantò un panino e iniziò a sbranarlo e Henry venne attraversato da un brivido freddo.
“Mmmhh Buono!” disse la bimba.
“Grazie, scusi per il disturbo” disse Henry.
“Mica me ne offrirebbe uno?”.
“Come no”. L’appuntato addentò il suo Anna’s Burger e lo finì in un batter d’occhi: “Mannaggia che fame che avevo, grazie, sempre più buoni stì panini” commentò andandosene.
“Era questo il tesoro, papà?”.
“Sì certo, sono tutti per te, se li vuoi”.
“Uauuuuuuu!”.

La piccola si mise a correre tutto intorno alla stanza e per un istante Henry si sentì felice.

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