The Crown, una seconda stagione regale

The Crown, una seconda stagione regale

The Crown, una seconda stagione regale per la serie Netflix che racconta la vita della Regina Elisabetta II e della famiglia Windsor, nel bene e nel male.

La prima stagione di The Crown era stata una delle più belle sorprese di Netflix. Una serie curatissima che presentava un casta semplicemente magnifico, capace di rendere pop e attraente quella che a prima vista poteva sembrare una storia pallosa per sciampiste over 70, ovvero la vita della Regina Elisabetta II.

Gran parte del merito va senza dubbio a Claire Foy, attrice di una bravura imbarazzante, capace di restituire un personaggio umano e vivo in ogni sua sfumatura, con i suoi punti di forza e le sue debolezza. Una donna bellissima ed affascinante nella sua semplice normalità, una anti-diva che riesce a sparire dietro al suo personaggio pur restando protagonista assoluta della scena.

Dispiace un po’ dunque sapere che nella terza e nella quarta stagione di The Crown, già confermate, ad interpretare il ruolo della Regina Elisabetta ci sarà Oliva Colman.

Gli altri grandi punti di forza della serie sono senza dubbio una scrittura e di una regia perfette. Nella seconda stagione poi questi aspetti sono clamorosi per equilibrio e misura (a parte forse l’ultimo episodio della seconda stagione che ho trovato un po’ incompiuto).

La seconda stagione

La Regina Elisabetta II e il principe Filippo sono i due personaggi sui si concentra principalmente la narrazione in questa seconda stagione. Non mancano comunque le incursioni nella vita “privata” della Principessa Margareth, la sorella della regina, o del piccolo Principe Charles.

Soprattutto Filippo (interpretato alla grandissima da Matt Smith), personaggio noto al grande pubblico per il suo ruolo di eterna macchietta, assume uno spessore che lo rende molto interessante e mai banale. È affascinante vedere come la narrazione proceda per blocchi modulari, presentando singole storie che però si inseriscono in maniera  uniforme e lineare nel grande puzzle della Royal Family.

Contrariamente a quanto accade in progetti che raccontano le biografie dei personaggi di questo tipo, il tono è volutamente sotto le righe: questo però non impedisce agli autori di far emergere tutti i limiti delle figure che vengono raccontate, rendendole quindi molto umane e vicine allo spettatore.

Ci si rende conto così che molte scelte sono più complesse di quello che potrebbe sembrare e che, soprattutto, vivere in una prigione dorata può essere più difficile di quando si creda.

Proprio questa scelta di storytelling rende la serie credibile e solida. Impossibile non sviluppare una forte empatia con i personaggi sullo schermo, empatia che aumenta nella seconda stagione quando l’obiettivo zoomma sulle scelte quotidiane dei protagonisti.

E così tutti i singoli episodi diventano tasselli di un’unica grande narrazione capace di dipingere un affresco di grande potenza narrativa.

Sarebbe interessante verificare l’accuratezza storica della serie, anche se da quanto ho potuto valutare si tratta senza dubbio di un prodotto molto curato dal punto di vista della realtà storica, tanto che nonostante si tratti di una fiction a volte si ha quasi l’impressione di trovarsi davanti a una docu-fiction.

 

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