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The last stand

The last stand

The last stand, l’ultima sfida di Kim Jee Woon segna il ritorno del grande Arnold Schwarzenegger.

The last stand” – “L’ultima sfida, piacevole action-western moderno targato Lionsgate e diretto da Kim Jee-Woon, non segna solo il gradito ritorno da protagonista sul grande schermo di Arnold Schwarzenegger, a dieci anni dal deludente Terminator 3.

La pellicola del regista coreano (di cui si possono menzionare, ad esempio, il pirotecnico A bittersweet life e il durissimo, disperato I saw the devil) è anche l’ennesima riprova di quanto possa essere felice il matrimonio tra la creatività estera e la ricca e potente industria del cinema USA mainstream.

E, infatti, dopo i casi, solo per citare alcuni nomi, di autori come Florent Emilio Siri, Jaume Collet-Serra e, seppur con esiti più altalenanti, visto il maggior talento di partenza, John Woo e Alexandre Aja, anche il validissimo Kim Jee-Woon dimostra come la fantasia visiva e il gusto per un cinema hardcore scevro da inutili compromessi possano massimizzare la resa qualitativa anche del più standard dei prodotti di genere.

E’ appunto grazie all’abile director asiatico che la blindatissima e professionale sceneggiatura di Andrew Knauer travalica i propri limiti intrinseci, cavalcando un gusto per il ritmo e la bellezza dell’immagine e della messa in scena che un regista medio americano difficilmente sarebbe riuscito ad indovinare con la medesima efficacia.

The last stand

Certo, a leggere la trama è evidente che niente di nuovo scorre sotto il sole di Sommerton, sonnacchiosa cittadina sita a poche miglia dal confine con il Messico e retta con mano ferma dal maturo sceriffo Ray Owens (Schwarzenegger). La vita procede tranquilla, tra match sportivi che svuotano la città con l’acceso tifo locale che migra in trasferta a seguire l’evento, e annoiati giovani vice sceriffi che sognano l’adrenalina di Los Angeles, mentre invece servire e proteggere, da quelle parti, consiste banalmente nell’aiutare i gattini a scendere dagli alberi.

Quando, però, l’FBI si fa sfuggire il più pericoloso narcotrafficante dai tempi di Pablo Escobar, e questi decide di espatriare in Messico passando proprio per Sommerton, aiutato da cattivissimi sgherri armati fino ai denti, l’aria nel piccolo paesino si fa improvvisamente ed inaspettatamente pesante. A quel punto, il sangue degli innocenti comincia a scorrere ed è, di nuovo, tempo di eroi.

Lo script di Knauer è convenzionale nel mettere in fila caratteri e snodi narrativi secondo una concatenazione a prova di bomba che, ineccepibile dal punto di vista dell’arte del raccontare in senso stretto, conduce dritta al final showdown tra buono e cattivo in perfetto stile western.

I personaggi sono accattivanti e tratteggiati il minimo indispensabile per l’intrattenimento del pubblico medio delle multisale, a partire dall’eroe col passato tormentato (lo sceriffo di Schwarzy), per giunta, data l’età, avviato verso il viale del tramonto, passando per la bella poliziotta di campagna dal cuore d’oro (Jaimie Alexander), il reduce alcolizzato di Rodrigo “Serse” Santoro, il folle titolare del locale museo di armi storiche (Johnny Knoxville), lo zelante agente federale di Forest Whitaker, per chiudere con i crudeli villain Peter Stormare ed Eduardo Noriega.

Il film gioca senza alcuna paura con la sua superficialità esibita e, soprattutto, con l’ironia anni ’80 sparata in faccia allo spettatore, fregandosene bellamente del rischio, sempre dietro l’angolo, del ridicolo involontario. E centra il bersaglio.

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Questo perché, anche se si potrebbe facilmente avere l’impressione che nel film di Kim Jee-Woon non ci sia poi molto oltre alla regia elettrica e visualmente aggressiva dell’autore di Seul, guardando un po’ meglio, si può vedere come, sotto sotto, in realtà non manchi nulla.

Abbiamo, infatti, tanto per cominciare, lo sberleffo alla burocratica pesantezza delle istituzioni che, pur sapendo esattamente dove stia andando il fuggitivo, non riescono a far decollare in tempo un caccia che riduca in cenere, una volta per tutte, un assassino in fuga su un’inafferrabile Corvette modificata con mille cavalli nel motore.

E abbiamo anche l’immancabile strizzatina d’occhio ad una cultura che, nel suo rude integralismo, si preoccupa però di tutelare il singolo e i suoi diritti col famigerato right to bear arms (la mitica scena della vecchia con la pistola, il cui domicilio viene violato da un incauto mercenario al soldo del narcotraffico).

Ma, principalmente, abbiamo la presa di posizione di un manipolo di uomini al servizio della legge, uomini che mettono in gioco la propria vita per dilaniare, in una festa splatter, l’arroganza malvagia e vigliacca dell’ennesima organizzazione criminale del nostro tempo.

The last stand

Certo, con una sceneggiatura appena più ambiziosa, ora si starebbe a parlare di un film di tutt’altro livello. Il bello del cinema di genere a stelle e strisce, contaminato da un po’ di sana autorialità straniera, sta proprio qui.

Anche quando, ad uno sguardo distratto, non sembrerebbe contenere al suo interno nulla di veramente speciale, basta grattare un attimo la superficie per scoprire che, invece, tutto quello che serve davvero non manca affatto.

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