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The Nest, intervista a Francesca Cavallin

Francesca Cavallin è una delle protagoniste di The Nest – Il nido, sorprendente horror Made in Italy firmato da Roberto De Feo. Silvia Gorgi l’ha intervistata per Sugarpulp MAGAZINE.

“Non guardo film horror e thriller psicologici, sono impressionabile e soffro d’insonnia”, questa la premessa per la nuova icona del cinema di genere: l’attrice Francesca Cavallin, sugli schermi da ferragosto con il nuovo horror italiano, The Nest-Il Nido, vera scommessa del regista Roberto De Feo, classe ’81, qui al suo primo lungometraggio, dopo anni di gavetta nell’industria cinematografica.

“Era da anni, due o tre anni, che chiedevo al mio agente di poter lavorare con un giovane regista che potesse avere una prospettiva diversa su di me – l’attrice nota per Un medico in famiglia, Di padre in figlia, La compagnia del cigno che mi potesse guardare in modo diverso, sennò dopo anni in cui fai questo lavoro rischi di girare attorno a te stessa, e io sono una persona curiosa e ho mantenuto nei confronti di questo lavoro un certo stupore arrivando da percorsi ben lontani – Francesca si è infatti laureata a Padova in Lettere, con indirizzo Storia dell’Arte Contemporanea, e sembrava “destinata” a una carriera accademica, ma ad un certo punto la recitazione entra nella porta della sua vita.

UN PERSONAGGIO ESTREMO

Con The Nest Cavallin sperimenta qualcosa di davvero nuovo, un personaggio estremo: “Già nell’ultimo lavoro con Michele Soavi, il nostro terzo assieme, interpretavo un ruolo ambiguo dai risvolti inquietanti, e Soavi mi disse semmai dovessi fare un horror ti chiamo, e poi ho fatto il primo provino, prima dello scorso Natale, per Il Nido, con Valeria Miranda, la responsabile del casting, leggendo solo la sinossi e le scene che dovevo provare, ed è andato bene; De Feo stava scegliendo il cast in maniera mirata, per questo ruolo, ha provato 4 o 5 attrici, non sapeva chi fossi, e non voleva dei nomi o facce molto riconoscibili, cercava un cast che non fosse dai tratti tipicamente italiani né con una forte riconoscibilità diretta, che potesse essere “puro” rispetto al personaggio. A metà febbraio 2019 sono stata chiamata per il secondo con la presenza del regista, avevo, in quel caso, letto l’intera sceneggiatura, e per essere più vicina a Elena, il mio personaggio, ho rischiato, e mi sono presentata vestita, con un abito verde dal sapore antico, e pettinata come pensavo potesse essere lei”.

Il provino è andato benissimo e così Francesca ha iniziato il suo percorso di immedesimazione in Elena, per un regista, De Feo, che non conosceva “ma è stato un incontro felice, Roberto è una persona schiva e riservata, ma aveva una grande chiarezza di ciò che voleva, e la temperatura che voleva restituire allo spettatore, in grado di dare agli attore molta sicurezza, e, del resto, questo suo essere ‘dritto’, è stato essenziale per un film che definirei da record”.

UNA REGIA ELEGANTE

“Come tutte le opere prime soffre di limiti naturali, rispetto al tempo e al budget, ma De Feo è riuscito in due mesi e diciotto giorni a creare un film, intanto, in costume, essendo un horror-thriller, con un’ambientazione sospesa nel tempo che mira a depistare lo spettatore, quindi senza tempo e senza spazio, con invecchiamento degli abiti, per l’usura, creati apposta. Abbiamo girato quattro settimane, con lui alla mattina, sempre gentile e dalla calma apparente, perché si percepisce che dentro ribolle, arrivava con lo storyboard di ogni singola scena già disegnato e pronto; è preciso, sempre accogliente, in grado di accudirci nel suo ‘nido’; insomma, noi attori ci guardavamo e ci dicevamo: ‘ma che figata stiamo girando?’ Quasi increduli, un film italiano, con uno stile e un’estetica precisa, grazie anche a un direttore luci incredibile, molto maturo, seppur giovane, appena ventinovenne: Emanuele Paschè”.

Una regia elegante ed esteticamente accattivante per questo horror che regala a Cavallin, un di quei ruoli, per un’attrice italiana, che non è così usuale interpretare, fuori dai conformismi.

La sua “Elena”, è la madre di Samuel, paraplegico, interpretato da Justin Krovkin, italo canadese, con altre esperienze sul set, che costringe il figlio a vivere all’interno di una tenuta, isolato, seguendo un rigidissimo programma, con regole cui non si può sfuggire, finché non arriva a rompere questo sistema di controllo, una ragazzina, un po’ più grande di lui, Denise, Ginevra Francesconi (Don Matteo, Che Dio ci aiuti), che, oltre che a mettere in crisi la rigida vita imposta da Elena, è per lui il primo interlocutore per rapportarsi all’altro genere, per iniziare a scoprire l’amore.

LA SCOPERTA DEL GENERE

Ed Elena non reagisce così bene: “Questo personaggio è per me una grande possibilità da un punto di vista attoriale, ruoli così in Italia, non li ho visti, non li ho letti, mi è sembrato di avere per le mani un ‘gioiellino’ di personaggio, e il mio primo contatto con lei è stato visivo, me la sono immaginata, ma poi dovevo entrare dentro alla sua testa. E, poi, è vero, ho scoperto, sembra una boutade che fare thriller e horror, e questa è una dichiarazione d’amore, sembra un ossimoro, ma ha una specificità linguistica, di elementi, di caratteristiche, che dovrebbe limitarti dai codici specifici che il genere ha, e, invece, dentro a quei codici c’è la possibilità di sperimentare, di ricercare del personaggio emozioni, passioni, e disturbi; e lo fai, peraltro, attraverso la metafora, quindi il tutto diviene ancora più forte. Insomma, voglio partecipare sempre di più a progetti di questo tipo. Mi hanno conquistata! Puoi calibrare sui colori e i toni, e per Elena è stato un lavoro di sottrazione, sono partita dall’unico dato personale che avevo in comune con lei: la maternità. Dovevo capirne ‘il movente’, e lei compie atti estremi per proteggere il figlio, questo fine è stato dentro di me, quando recitavo, il mio mantra, lo fa per questo, una sorta di ortodossia. Ho, poi, lavorato sulla maternità, anche sul suo aspetto più torbido, meno conosciuto, anche legato al ‘baby blues’ – sensazione di tristezza, post parto – quello delle ‘cattive madri’, il dipinto di Giovanni Segantini, della ‘madre strega’, cose ataviche animalesche che escono anche quando partorisci, sei parte di un momento potente, tocchi Dio, mettere al mondo un figlio, dare la vita; appena lo vedi, anche se sei una persona tranquilla e mansueta, senti che, se qualcuno lo tocca, te lo vuole portare via, lo potresti ammazzare; una sensazione, che alla mia prima maternità, mi ha fatto paura, ne sono rimasta spaventata, un’emozione potente, più forte di quando sei innamorata, che riporta all’animale, sei consapevole che come hai dato la vita, potresti toglierla a qualcun altro. Ecco ho cercato di costruire in ogni scena il personaggio, analizzando questi aspetti, e, anche con l’aiuto di un amico counselor psicologico, devo dire che è stato un processo profondo, faticoso e catartico”.

TENSIONE EMOTIVA

The Nest, intervista a Francesca Cavallin

La tensione emotiva in The Nest, fra Elena e Denise, fatta anche di odio e rivalità, la ragazzina colpevole di sottrarre alle cure materne Samuel, con temi universali toccati, dal rapporto madre-figlio, al matricidio, alla scoperta dell’amore, all’iniziazione all’età adulta, al rapporto con ciò che non è conosciuto e che quindi fa paura, da cui ci si protegge alzando muri, per non far entrare nessuno, per creare “un mondo perfetto”, è tenuta alta anche dalla location scelta per il film: Villa dei Laghi, dimora appartenuta al re d’Italia, residenza di caccia, e spazio personale da assegnare alle sue amanti, dove ci portava le sue amanti, presenza e “personaggio”, in The Nest: “È di un eclettismo architettonico delirante, le stanze, le tappezzerie ai muri sono veri, sono autentiche, decadente, ci ha trasportato in un mondo diverso, ha una personalità così forte, ha vita propria, ci tirava dentro, ci faceva capire certe cose. Poi De Feo ce l’ha fatta conoscere prima singolarmente, accompagnando ognuno di noi in quella che sarebbe stata “la nostra casa”, a girare da soli per le stanze, e senti che lì di vita dentro ce n’è tanta. La sceneggiatrice ha fatto poi un lavoro straordinario con lavori anche strutturali, ma ci sono pavimenti con buchi, cui dovevamo stare attenti, finestre rotte, e, tra l’altro, quando abbiamo girato, come quando Mary Shelley ebbe l’ispirazione per Frankenstein, credo sia stato uno dei maggio più brutti degli ultimi cinquant’anni, le condizioni atmosferiche ci hanno ispirato, faceva freddo, a volte la pioggia era così forte da farci interrompere le riprese, e nelle notti non bastavano duecento coperte per superare il freddo, insomma l’atmosfera gotica, che ha anche la struttura, c’avvolgeva”.

E, se ai ragazzini, anche gli scherzi che il regista faceva loro, hanno contribuito a fargli dare il meglio nelle interpretazioni, per Francesca un altro elemento fondamentale per entrare nel personaggio è stata la musica: “Una settimana prima delle riprese Roberto mi manda una mail, la apro e trovo scritto: Francesca avremo poco tempo sul set, e tu avrai una grande pressione da gestire, per spiegarti chi è Elena, ti lascio sette tracce musicali, che corrispondono per me agli snodi psicologici del personaggio. Tu fai la stessa cosa con me, mandami le musiche che trovi la rappresentino nei vari momenti del film. E così senza parole, ma con le emozioni che la musica ti trasmette ho affrontato le scene, anche per questo è stata un’avventura emozionale intensa”.

IL FESTIVAL DI LOCARNO

E, intenso, è il percorso intrapreso da questo film, che, a sorpresa, è stato subito selezionato in un festival, un festival dal grande credito, qual è, a livello internazionale, il Locarno film festival, dove è stata presentata la pellicola, fuori concorso, in piazza Grande, proprio il 15 agosto, data di uscita anche in sala, e dove Francesca, dalla bellezza splendente, di rosso vestita, insieme al regista, ha potuto percepire le prime impressioni del pubblico: La selezione ci ha reso felici, eravamo al settimo cielo, e l’altro ieri a Locarno, l’accoglienza è stata davvero positiva, pensare di aver portato un horror a Locarno, insomma, un gran risultato, ma penso molto sia dovuto a questa cifra autoriale del film, alla sua estetica, potrebbe piacere o no, ma credo che non si possa dire che non sia un buon film. La piazza era piena, e un festival è sempre una vetrina interessante, l’autorialità ha colpito, e, penso anche, una vocazione internazionale, che ha deciso il regista, fin da subito, che trovo molto intelligente, che apre ad altri orizzonti. Speriamo che The Nest possa volare anche da altre parti”.

UNA SPERANZA PER I GIOVANI AUTORI

Così in questo agosto, con The Nest, e a fine mese, usciranno 5 è il numero perfetto, di Igort, tratto da una sua graphic novel, e il nuovo horror di Pupi Avati Il signor diavolo, il genere autoriale italiano torna in sala, in un nuovo trend, sfidando i blockbuster americani, mirando a quel pubblico che nelle piattaforme, da Amazon a Netflix, usufruisce a dosi massicce di film di genere, e cercando di riportare in luce un passato italiano glorioso in questo ambito, sopito da decenni: I giovani cercano queste storie, e l’Italia da due decenni non punta su questo tipo di atmosfere, di cui c’è voglia e bisogno, e The Nest, secondo me, dà una speranza ai giovani autori: con poco tempo e pochi soldi, che per un’opera prima è spesso la prassi, la resa è quella di un film ben fatto, godibile, con un’estetica precisa, curata, insomma riprendiamoci l’eredità lasciata da Bava e Argento, ritorniamo a quel passato”. 

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