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The Shield

La serie The Shield è un viaggio doloroso. Un viaggio che illustra i costi del vivere contro, del vivere davvero però per qualcosa

La bellissima serie televisiva The Shield, creata nel 2002 da Shawn Ryan per il canale FX, ci ha fatto compagnia per sette anni.

E sono stati, televisivamente parlando, anni oscuri e convulsi, anni segnati da stagioni adrenaliniche, tanto dure nei contenuti, quanto profonde e indovinate nei “sovversivi” messaggi cesellati sui nervi e nella mente dello spettatore.

The Shield

Sulle prime, infatti, quando ancora non era diventata una piacevole abitudine, è stato spiazzante trovare in tv un cinema poliziesco tanto affilato e appassionante, sceneggiato in modo superbo e così ricco di sfaccettature in continuo movimento che nemmeno il dannato cubo di Rubik sarebbe riuscito a stargli al passo.

 

Lo show ha saputo presentare, fin dai primissimi episodi, dei magnifici personaggi in chiaro scuro da amare istintivamente, senza condizioni e con l’affetto struggente che si meritano uomini che si svendono l’anima per salvare, quasi per inerzia con le proprie malefatte, le esistenze di coloro che, con ottusa indifferenza, sanno solo disprezzarli in contraccambio.

The Shield non è semplicemente il titolo azzeccatissimo di un serial da applausi, è anche, soprattutto, il distintivo, il pezzo di latta che distingue lo sbirro dal delinquente, che separa la legge dal cittadino, che si contrappone tra le pecore e i lupi.

E’ un marchio, il marchio di sentinelle violente e fragili, che si introducono al pubblico uccidendo un collega infiltratosi nello Strike Team, spia dei superiori che non possono fidarsi dei metodi di Vic Mackey e dei suoi, e si congedano dal medesimo straziandosi una contro l’altra, ferite a morte dalla deflagrazione di vite corrotte, di relazioni autentiche, ma comunque precarie.

The Shield

The Shield non mostra vincitori, ma solo vinti. In una società civile che non vuole realmente conoscere eroi, il debole non può che appellarsi al male minore, sperando di passare indenne tra le maglie degli interessi personali e delle vendette incrociate, aspettandosi di ricavare di quando in quando qualche beneficio estemporaneo dalle schermaglie tra Criminali e Giustizieri.

La politica in tv è sorella di quella reale, una bulimica massa ingorda e amorale, di nessuna o scarsa utilità per chi si trova privo dei più elementari diritti, stritolato dalle guerre tra bande e ai margini della civiltà del benessere e dei privilegi.

La legge e l’ordine sono occasionali e burocratici, un lento, imprevedibile juggernaut al quale il cittadino può guardare con speranza risibile.

Rimangono solo i Giustizieri. Presi nel mezzo di tutto. Brutti, sporchi e cattivi. Odiati da chiunque, dai loro nemici acerrimi, dai loro capi, e dalla gente che, nonostante tutto, cercano di proteggere.

The Shield

Rimangono quattro amici – Vic, Shane Lem, Ronnie – in grado di finire all’inferno e di intraprendere il difficile viaggio di ritorno, contando solamente su amicizia e fiducia reciproca.

Peccato che si tratti di valori malati e malfermi. Peccato che non ci sia abbastanza tempo per abbandonare del tutto l’oscurità e abbracciare completamente la luce. Peccato che la società, la sfiga, la giustizia imbelle dello status quo, che tutto remi contro e si metta in mezzo, stroncando vite, sogni, uomini e famiglie.

The Shield è un viaggio doloroso, nero e triste. Un viaggio che illustra i costi del vivere contro, del vivere davvero però per qualcosa, che brucia lo stomaco di chi guarda e divampa le esistenze di chi è guardato.

The Shield, stagione dopo stagione, per sette indimenticabili volte, ti trascina nel fuoco dirompente della corruzione, della giustizia, del crimine, nella fucina ributtante di una società cattiva e sporca che corrompe o uccide chi cerca di curarla, chi prende una posizione diversa da una gestione del problema interessata e complice, ma soprattutto innocua.

L’angelo caduto era, sì, caduto, ma era anche, prima di tutto, un angelo. Grazie, Vic, per averci quantomeno provato.

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