Annunci

The Sisters Brothers, la recensione

The Sisters Brothers

The Sisters Brothers di Jacques Audiard, la recensione di Matteo Strukul dalla Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia.

In un’edizione straordinaria come questa, con almeno quattro grandi film in corsa per il Leone d’Oro, The Sisters Brothers è la pellicola outsider per eccellenza.

Sulla carta sembrerebbe dover cedere il passo a titoli più accreditati ma, con Guillermo del Toro Presidente di Giuria, e uno sguardo inedito e raffinato al western, il film potrebbe davvero rischiare di fare il colpaccio, senza contare che ha ricevuto ottimi riscontri dalla critica e che il suo è, per media, il secondo voto più alto del pubblico, subito alle spalle di Werk Ohne Author di Florian Henckel von Donnersmarck che però, per converso, non ha ricevuto consensi lusinghieri dalla critica.

Giusto per essere chiari: avevo aspettative alte per questo western tratto dal romanzo di Patrick DeWitt, finalista al Man Booker Prize 2011. Il romanzo è stato una delle cose più belle che ho letto negli ultimi anni e, ora lo posso dire, le attese sono state soddisfatte anche se, a dire il vero, non siamo andati oltre. Diciamo che si tratta davvero di un bel film, con uno strepitoso John C. Reilly – che ne è stato il primo produttore e ne è l’interprete principale – Joaquin Phoenix più spietato e psicotico che mai, il sempre bravo Jake Gillenhaall.

A girare c’è Monsieur Jacques Audiard, già vincitore della Palma d’oro a Cannes con Dheepan nel 2015, a garantire quel flavour autoriale che rappresenta il marchio di fabbrica dell’opera di DeWitt e che il regista francese rilegge in chiave minimale, senza negare però il tocco di classe, il coup de théâtre e quella sensibile intelligenza che caratterizza l’opera letteraria dell’autore canadese.

Vi capiterà allora di vedere un killer commuoversi per la morte del proprio cavallo, lavarsi i denti con lo spazzolino, insegnare a una prostituta l’arte del corteggiamento gentile. Scelte inusuali, originali, garbate, in una parola: sorprendenti. Ed è qui che il film stravince.

La trama, invece, è un grande classico: i fratelli Sisters vengono assoldati dal Commodore, potente dell’Oregon, affinché inseguano e uccidano un tale Morris, reo di detenere una formula segreta capace di garantire al suo possessore la ricchezza.

Ely (John C. Reilly) e Charlie (Joaquin Phoenix) Sisters, si mettono quindi in viaggio. Così facendo arriveranno sino in California, a San Francisco, vivendo una serie di rocambolesche avventure, sopravvivendo, lungo la via, all’attacco di un orso, all’agguato in un saloon, al morso di un ragno e a molti altri inconvenienti. L’intero viaggio è costellato di gag e confronti anche serrati fra i due fratelli che mettono in luce caratteri profondamente diversi: gentile e riflessivo Ely, crudele e fuori di testa Charlie. Ma l’intesa fra loro non cede, non viene meno neanche nei momenti più bui, quando Charlie straparla devastato dall’alcool e dal sesso o, per le stesse ragioni, non sembra troppo utile in una sparatoria.

Un viaggio picaresco, un vagabondare bizzarro e spiazzante per boschi, ruscelli e città che rivela le profonde contraddizioni e gli slanci di umanità dei fratelli Sisters. Nella seconda metà il film prenderà una piega inaspettata e originalissima, guadagnando in lirismo quel che perde in spettacolarità.

Proprio grazie a questa curiosa alchimia, The Sisters Brothers riesce ad andare oltre il western, reinterpretando il genere in una chiave esistenziale e crepuscolare che gli consente di sopravanzare di molte lunghezze la sgangherata e deludente ballata western dei Cohen, quel The Ballad of Buster Scruggs che nell’appiccicare fra loro episodi eterogenei, si avvita su se stesso, in una scialba antologia di frontiera che manca in pieno l’obiettivo.

Vinto il confronto diretto sul terreno del genere c’è ora da capire se i fratelli Sisters riusciranno a compiere l’impresa. Lanthimos e il suo La favorita ci appaiono irraggiungibili e lo stesso potrebbe dirsi per Roma di Alfonso Quaron e First Man di Chazelle, resta il fatto che una Coppa Volpi per John C. Reilly o un premio per la miglior sceneggiatura sembrano essere decisamente alla portata dei Sisters. Stiamo a vedere.

Comunque vada, il film è proprio bello e merita senz’altro di essere visto all’uscita nelle sale.

Annunci
Tags:

© 2009 - 2018 Associazione Culturale Sugarpulp

Log in with your credentials

Forgot your details?

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: