The Southern Harmony and Musical Companion

Definiti da Melody Maker come la più rock’n’roll delle rock’n’roll band, i Black Crowes esordivano nel 1990 con il formidabile “Shake Your Money Maker”, disco prodotto da Gorge Drakoulias per la Def American di Rick Rubin. L’album, caratterizzato da un rock chiassoso e stradaiolo fortemente venato di blues, a poco più di un anno dalla sua uscita aveva scalato le classifiche americane, venduto milioni di copie ed imposto i Crowes come realtà rock più eccitante del momento.
Con “The Southern Harmony and Musical Companion”, che debutta nel maggio del 1992 direttamente al primo posto della classifica di Billboard, la band dei fratelli Chris e Rich Robinson, originari di Atlanta, dà alle stampe un lavoro fortemente influenzato dai caldi e collosi colori del sud degli States. Se “Shake Your Money Maker” era legato a doppio filo ai suoni di storiche band britanniche come Stones, Faces ed Humble Pie, “The Southern Harmony and Musical Companion” rivela invece una band confederata attenta a rivendicare le proprie radici musicali con una rabbia reazionaria sconcertante.

A partire da “Sting me” e “Remedy”,  due rock rocciosi con innesti blues da far impallidire gli Allman, tutto il disco suona selvaggio e ancestrale, una specie di suite sudista annerita dalla voce da shouter riposseduto di un Chris Robinson in stato di grazia e dalle chitarre aggressive e muscolari di Rich Robinson e Marc Ford, il quale nel frattempo è diventato il nuovo secondo chitarrista della line-up dei corvi al posto di Jeff Cease.

I crowes mostrano anche una notevole versatilità: basta ascoltare una ballata soul come “Thorn in my Pride”, con un’interpretazione vocale da applausi, o l’assolo di Marc Ford onirico e spettrale in “Sometimes Salvation”, fino all’armonica fulminante di “Hotel Illness”.
L’album si chiude con gli assalti chitarristici delle melodie indemoniate di “Black Moon Creeping”, “No speak No slave” e “My Morning song”, che sembrano comporre un trittico a metà fra un rito voodoo e una messa da chiesa battista, insomma southern gothic allo stato puro, e la cover di “Time will tell” di Bob Marley riesumata dai fratelli Robinson in un gospel sghembo e ululante
“The Southern Harmony and Musical Companion” è quindi un disco prezioso, uno scrigno da cui i Black Crowes hanno tirato fuori vere e proprie gemme incastonate nelle diverse anime del deep south, un’opera dal tessuto musicale complesso, anche grazie al magistrale hammond di Eddie Harsch e ad una sezione ritmica con i fiocchi, ricca d’atmosfera e costruita con una coerenza ed una varietà di soluzioni da lasciare a bocca aperta.
I temi onirici e violenti, le visioni apocalittiche da giorno del giudizio e i riti satanici, i cadaveri sepolti nel cortile e le lune luccicanti in pieno odore di licantropia ne fanno un must per tutti i lettori Sugarpulp, se poi vi piace il rock pestato giù bello aggressivo allora questo è il vostro disco.
Spettacolare.

  • Autore: The Black Crowes
  • Titolo: The Southern Harmony And Musical Companion
  • Casa Discografica: Def American
  • Anno: 1992
  • Prezzo: Euro 10,90
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