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The Walk, la recensione

The Walk è il racconto di una spettacolare camminata sul filo. Joseph Gordon-Levitt, però, non è altezza e Zemeckis perde l’equilibrio.

Un uomo, due torri, un cavo d’acciaio. Sono questi i veri protagonisti di The Walk, il blockbuster nel quale Robert Zemeckis – fresco dei festeggiamenti per il celebratissimo trentennale del suo Ritorno al futuro – fa rivivere l’impresa del funambolo francese Philippe Petit che nell’agosto del 1974 camminò su un filo sospeso tra le Torri Gemelle, a più di 400 metri d’altezza

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Con una storia ed un regista del genere il risultato sembrerebbe garantito; invece capita che ci si metta di mezzo una sceneggiatura non del tutto convincente e, sopratutto, un Joseph Gordon-Levitt ai limiti dell’insopportabilità, a rovinare quello che avrebbe potuto essere uno dei titoli della stagione.

È proprio Gordon-Levitt/Petit a narrarci le sue gesta dall’alto della fiaccola della Statua della libertà con lo skyline di Manhattan (con tanto di torri) a fare da sfondo.

La sua interpretazione è sin dalle prime battute troppo sopra le righe, eccesiva ed esacerbata da un entusiasmo così forzato da provocare l’orticaria: dopo un’ora anche lo spettatore più paziente si troverà a chiedere pietà.

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La prima parte è ambientata a Parigi, in Francia, dove Petit vivacchia come funambolo e giocoliere, quando viene a conoscenza della costruzione delle Twin Towers.

L’idea di esibirsi in una camminata tra le due Torri inizia letteralmente ad ossessionarlo e per affinare la sua arte (è un autodidatta) decide di rivolgersi al mitico Papa Rudy (Ben Kingsley, e chi sennò?), burbero patriarca di una famosa famiglia di circensi.

Nel contempo incontra l’artista di strada Annie (una Charlotte Le Bon in versione bella statuina) a cui ruba la scena ed il cuore, il fotografo Jean-Louis (Clément Sibony) e il suo amico Jean-François (César Domboy), con i quali getterà le basi per compiere il suo progetto.

Gordon-Levitt anziché trasmettere la vitalità, la follia e la temerarietà di Petit, ce le urla letteralmente in faccia, manco fosse uno strillone, risultando molto più fastidioso che convincente. Il suo racconto si fa verboso dopo appena cinque minuti e la storia, anziché decollare, si appiattisce pericolosamente.

La svolta arriva nel secondo segmento, ambientato a New York. Petit ed i suoi hanno poco tempo per organizzare quello che Philippe definisce “il colpo” ed allargano la loro scalcinata banda ad altri discutibili elementi, iniziando a studiare come accedere alle Torri e piazzare la loro attrezzatura.

Ed è nell’esatto momento in cui le Twin Towers entrano in scena che il film inizia non dico a decollare ma, quanto meno, a scaldare i motori.

La mano di Zemeckis comincia a farsi sentire con un buon cambio di ritmo ed i concitati preparativi fanno sì che l’azione prenda il sopravvento sulla boccaccia petulante del protagonista.

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Rivedere le Torri al termine della loro costruzione provoca brividi sin dalla prima inquadratura. Zemeckis insiste ed indugia nel mostrarcele sfavillanti e piene di vita come a dire: tranquilli, questa è una storia a lieto fine; l’altra, quella brutta, arriverà molto più tardi.

Finalmente siamo in cima al tetto, insieme a Petit. Il filo ci sta davanti ed il vuoto – 400 metri di vuoto- sta di sotto. Inizia la sfida e scocca la scintilla: trenta minuti di grande cinema, poesia visiva allo stato puro, un enorme piacere per gli occhi e per lo spirito.

Basta la magia di questa mezz’ora a risollevare la pellicola e a farle raggiungere una piena sufficienza.

Ora, soltanto ora, ci immedesimiamo nel protagonista, sentiamo la sua spavalderia e la sua paura, sentiamo quasi, insieme al nostro, il battito del suo cuore.

Tutto sembra fermarsi.

Il regista statunitense usa sapientemente il 3D per dare profondità agli spazi e per sottolineare l’imponenza delle Torri. Il vuoto ci divora.

Vetro, acciaio, nuvole, grattacieli, si fondono in uno spettacolo adrenalinico ed esaltante che riporta magistralmente in vita la storica esibizione di Petit.

The Walk poteva essere davvero grande. Peccato manchi la giusta alchimia tra i protagonisti, peccato che Charlotte Le Bon abbia una sola espressione e che Ben Kingsley finisca per risultare niente più di una macchietta (in quanto a Gordon-Levitt credo di aver già detto abbastanza); peccato, davvero, perché avremmo potuto avere un altro film da ricordare per i prossimi trent’anni e, invece, ci dobbiamo accontentare di una misera mezz’ora.

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