Tim Willocks, Il fine ultimo della creazione: libro monumentale

Sesso e lucertole a Melancholy Cove

Ci son libri che ti entrano nell’anima, ti fanno vibrare d’emozione e non ti lasciano più. Il fine ultimo della creazione di Tim Willocks è uno di questi.

“[…] Se c’era una lezione da apprendere dalla storia era che il cambiamento si ottiene soltanto con il sacrificio e con il sangue – e quanto più irragionevole e arbitrario tanto meglio. Aveva concluso che un uomo viene spinto avanti soltanto da violenti cataclismi. La ricerca retrospettiva dello storico di cause ed effetti è un esercizio vano come quello di una scimmia che con dita poco agili cerchi un ago in un pagliaio. La causa è irrilevante. Quello che conta è lo spasmo che eternamente torna a deridere la vanità degli umanisti e delle loro spregevoli istituzioni. Solo il dolore può temprare lo spirito. Virescit vulnere virtus.”

Tim Willocks, Il fine ultimo della creazione, Milano, Cairo Editore, 2010, pag. 235. Come sa chi ogni tanto si picca di leggere i miei post, io non scrivo recensioni o – men che meno – critiche. Non ho né la pretesa, né l’apparato di conoscenza necessario per fare ciò. Scrivo, solitamente, semplici impressioni di lettura; sensazioni che i libri letti mi lasciano addosso. Bene, scrivere di questo libro è cosa difficile. Meglio, difficilissima. Perché ho avuto l’impressione di avere a che fare con un capolavoro, trovandomi di fronte un testo che – su una struttura di thriller della migliore tradizione hard boiled – mi ha messo di fronte alla potenza destabilizzante di un impalpabile Assoluto. Un libro, per l’appunto, monumentale. Esagero? A chi l’ha letto lascio la sentenza; gli altri, se vogliono parlare, lo leggano.

Perché monumentale? Perché a mio avviso questo testo – romanzo del 1997 di un allora quasi sconosciuto Tim Willocks – oltre ad avere una costruzione monumentale, ha dentro di sé la potenza evocativa del monumento. Ricordare e ammonire, questa è la radice della parola monumento. E questo libro, oltre a prendere il lettore come un magnete, ci ricorda e ci ammonisce costantemente su cosa è, in fondo, l’umanità; ci ricorda che:

“[…] gli uomini erano animali tribali per natura e istinto. Quando tutti stavano bene ed erano civilizzati era facile cantare ‘We Are the World’ o scemenze simili, ma quando scoppiavano i casini grossi era l’istinto che ti diceva di stare coi tuoi simili, altrimenti rischiavi di farti tagliare le palle o peggio ancora” (pag. 186)

La storia è, come dice James Ellroy sulla quarta di copertina, “Forse il miglior thriller carcerario mai scritto. Di una forza surreale e terribile”. Siamo in Texas, nella prigione di massima sicurezza di Green River, guidata da un pazzo e visionario direttore – John Campbell Hobbes (nome che mette assieme il geniaccio blues bianco con un polmone solo John Campbell, con – immagino non casualmente – il roboante e filosofico cognome Hobbes) – che si ispira con raziocinante follia alle teorie di Jeremy Bentham e al potere demiurgico del Panopticon.

La prigione è uno spaccato della società e Green River lo è ancor di più. Ci sono i bracci Willocks, Il fine ultimo della creazione: libro monumentaledei bianchi, dei neri e degli ispanici, tenuti a bada con la violenza della repressione più dura. In mezzo a questi c’è Ray Klein, il protagonista di questo libro; Klein è un medico, un ortopedico per la precisione, finito in galera a causa di una ingiusta condanna per stupro ed è dotato di un’intelligenza sopraffina. Riesce a sopravvivere a Green River seguendo però una massima semplice e brutale, scritta sul suo specchio così da leggerla ogni mattina e non dimenticarla mai: “NON SONO CAZZI TUOI”. Ossia “lo zenit e il nadir del sistema etico, politico e filosofico che era necessario padroneggiare per sopravvivere nel Penitenziario di Stato di Green River”. Proprio quando per Klein si stanno per aprire i cancelli della tenebra di Green River, scoppia una rivolta. Dura, spietata; narrata con una crudezza e un realismo in alcuni tratti ributtanti, innescata ad arte da Hobbes per provare a lasciare i carcerati, la peggiore schiuma della terra, in balia di loro stessi.

Per dare agli uomini “la possibilità di dimostrare una sensibilità superiore”, restando travolto – lui e la sue farneticazioni – da quella che è la vera radice animale degli uomini. Nel carcere, nei giorni infernali della rivolta, resta rinchiusa anche Juliette Devlin, una dottoressa che sarà spalla di Klein e unico punto di vista femminile nella fogna – morale e fisica – della galera ridotta a ferro e fuoco. Oltre a questi personaggi vi sono poi gli altri protagonisti, figli o nipoti dell’abisso, che danno corpo alla storia: il capo Nev Agry, la cui bramosia per la sua “donna”, il nero Claude Toussaint detto “Claudine”, fa da innesco per l’esplosione della rivolta; il gigantesco Henry Abbot, il ripugnante Grauerholz e il giusto Earl Coley.

Della storia non dico nulla di più perché, come detto, è bene leggerla. Dedico ancora qualche parola a ciò che conferisce, a mio avviso, il rango di monumento a questo libro, ossia la maestria con cui Willocks – attraverso la descrizione di alcuni personaggi o l’argomentare di loro riflessioni – offre chiavi di lettura a mio avviso lucidissime su alcuni aspetti delle nostre società. Si prenda ad esempio questo passaggio, enunciato con la descrizione dei tratti di Nev Agry:

“Quando era libero Agry aveva vissuto fuori dalla società che depredava, e aveva fatto poco caso ai suoi meccanismi. Una volta in galera, costretto in una società strutturata alla quale non poteva sfuggire, si era reso conto che c’erano solo due meccanismi che contavano: il dominio e la sottomissione, e due tipi di detenuti: i lupi e le pecore. La stragrande maggioranza era più contenta di appartenere al gregge. Si era anche reso conto del fatto che, al momento giusto, la sottomissione era la strada per arrivare al dominio. Non si poteva andare contro l’ordine gerarchico […] Il potere stava nella gerarchia, non negli individui che la costituivano. Un uomo debole a un alto gradino della scala gerarchica era immensamente più potente di un uomo forte che non aveva ancora incominciato la scalata.” (pag. 219)

Io vi ho trovato una descrizione dei meccanismi famelici e spietati del Potere di una lucidità e semplicità spiazzanti. Il fine ultimo della creazione è un libro che mi ha segnato; che ha smosso, mentre lo leggevo, moti che in alcuni frangenti mi hanno fatto tremare d’emozione, talmente toccavano corde profonde e vere del nostro essere umani (o inumani). Ho provato una sensazione mai provata, come quella di sentire questi brividi non solo mentre leggevo, ma anche quando pensavo a passi appena letti o quando – con gli amici – evocavo estasiato l’ineludibile necessità per un essere pensante di leggere questo libro. Ho sentito qui dentro l’eco di un libro che non ho mai letto, Memorie dal sottosuolo, tale da farmi venire una dannata voglia di leggerlo subito (per scoprire magari poi che non c’entra una fava secca e che io sono, come sono, solo un istintivo superficiale).

In ogni caso il romanzo di Tim Willocks è monumentale. Un capolavoro. Un’opera che, forse, tra qualche decina di anni mia figlia troverà tra i Classici del nostro tempo. Divoratelo: avrete segnato una tacca sul muro della vostra esistenza. Burp!

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