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Topolino e la promessa del gatto

Topolino e la promessa del gatto è uno splendido omaggio a Montalbano

Topolino e la promessa del gattoDevo fare un coming out: lo so che a vedermi non si direbbe, ma compro Topolino da quando avevo suppergiù nove anni. Forse anche prima. Per motivi di spazio tengo l’intera mole dalla costina gialla in un cumulo di scatoloni che mi occupa interamente il sottoscala.

Un Topolino ogni settimana per ventisei anni: fate voi il conto.

Il rito del pranzo in casa mia non era completo senza il Topolino inforcato tra piatto e bicchiere e pure ora che pranzo da solo non so rinunciare alle vecchie abitudini: non digerisco se non leggo Topolino. Che volete che vi dica? La lettura di Topolino è entrata nel mio R-Complex, la parte più antica del nostro cervello, quella che si occupa dei bisogni e degli istinti primordiali.

Così scrivendo mi sono inimicato puristi del collezionismo (che non gradiranno gli scatoloni e le pagine sporche di ragù), i nutrizionisti (che invece affermeranno oscillando l’indice che non si legge durante i pasti) e i complottisti (che affermeranno che sono un rettiliano). Portate un po’ di pazienza con me, ok? Non fate come le mie ultime otto o nove morose.

Certo, non è raro che rinfreschi periodicamente la mia “scorta alimentare” di Topolini. Vale a dire, ogni tanto vado giù nel sottoscala e ne prendo una borsata, dato che in genere un numero lo finisco fra la pastasciutta e il caffè. Mi capita così di rileggere una storia anche tre o quattro volte e quando parlo di storie memorabili non parlo a vanvera: alcune le conosco veramente a memoria.

Topolino e la promessa del gattoMi ricordo ad esempio “Topolino e la collana Chirikawa”, uscita negli anni ’60 su Topolino 260 (non fate quella faccia: ho una riedizione pubblicata in una raccolta, non il numero originale), sceneggiata e disegnata dal maestro Romano Scarpa. Un’impeccabile miscela di elementi hitchcockiani, fantascienza (spalla dell’eroe è il buon vecchio Atomino Bip Bip, atomo antropomorfo), crime e umorismo in cui si viene a conoscere anche qualcosa del passato di Topolino, cosa più unica che rara.

Potrei andare avanti per un numero considerevole di paragrafi citando le mie storie preferite della banda Disney nostrana: la struggente “Paperino e il ritorno di Reginella” (Cimino/Cavazzano), l’inquietante e dolcissima “Topolino e la villa dei Misteri” (Mezzavilla/Cavazzano), l’esilarante “Topolino e le regolissime del Guazzabù” (Casty/De Vita) solo per citare la punta di un iceberg che affonderebbe parecchi Titanic.

Topolino e la promessa del gattoIl bello di Topolino è che ogni tanto ti sorprende con una storia in cui il disegno e la scrittura si fondono a creare un’opera che ti lascia senza fiato e, nel mio caso, col boccone in gola. Ed è il caso della storia di punta dell’ultimo Topolino che ho acquistato, il numero 2994: “Topolino e la promessa del Gatto”, disegnata da Giorgio Cavazzano, giustamente riconosciuto come uno dei più grandi disegnatori italiani e sceneggiata da Francesco Artibani, scrittore di punta della squadra Disney Italia (basti citare la perfetta rivisitazione dell’ultraclassico Steamboat Willie in “Topolino e il fiume del tempo”, in cui Artibani affianca Tito Faraci, o un’altra delle mie storie favorite: “Amelia e la pietra di Pantarba”, scritta assieme a Lello Arena, in cui conosciamo il folle parentado della strega del Vesuvio).

“Topolino e la promessa del Gatto” è un omaggio ad Andrea Camilleri (appare in un cameo nella storia interpretando il signor Patò) e al personaggio del commissario Montalbano, fin qui la fredda cronaca. Spesso Topolino dedica dei cross-over dalle orecchie di topo ai più noti scrittori e già ero preparato a questo episodio, menzionato persino dalle tv e dai quotidiani.

Per quanto sappia che con Cavazzano e Artibani si va sempre sul sicuro, non immaginavo che avrei pranzato di fronte a un capolavoro. Mi dispiace usare questa parola, perché di questi tempi è usata molto spesso a sproposito. Io mi son fatto una promessa: in tutta la mia vita, scrivendo una recensione, posso usarla solo cinquanta volte. Siamo alla quattordicesima qui.

Il recupero delle atmosfere di Vigata (“Vigatta” nella storia), la caratterizzazione dei personaggi (tra cui cito solo il magnifico Quaquarella/Catarella che appare due volte e per due volte, come si dice dalle mie parti, fa sbregare dal ridere), la puntualità della trama, che sfrutta gli elementi tipici della poetica di Camilleri senza mai forzarli, reinterpretandoli egregiamente in salsa Topoliniana, sono tutti elementi che contribuiscono a rendere “Topolino e la promessa del gatto” uno di quei memorabilia che non dovrei lasciare ammuffire in uno scatolone nel sottoscala.

Topolino e la promessa del gattoIn più, com’era successo già per il sopracitato “Topolino e la villa dei misteri” stupisce il coraggio della testata di provare qualcosa di adatto più ad un pubblico adulto: l’indagine del linguaggio. Per chi viene da Bujumbura dirò che nell’opera di Camilleri, com’è tradizione della narrativa siciliana, i termini dialettali siciliani sono parte integrante dello stile.

In “Topolino e la promessa del gatto” questo elemento è mantenuto e sottolineato (c’è una scena in cui Topalbano/Montalbano spiega a Topolino alcuni dei più classici false-friend siciliani) generando dei dialoghi in siciliano stretto su cui il sottoscritto ha dovuto arrovellarsi un po’.

Coraggio dicevo, perché come alcuni passi dei romanzi di Montalbano, la “Promessa del gatto” implica una lettura più attenta e consapevole, la stessa attenzione che un amante dei fumetti porrà nello studio delle vignette di Giorgio Cavazzano, magistrale come sempre, dettagliato nella ricostruzione delle solari atmosfere di Camilleri, impeccabile nella traduzione dei lineamenti dei protagonisti nei suoi tratti. L’intera storia denota sì un grande piglio artistico, ma in questa sede, quello che mi preme di più rimarcare è l’autorevolezza professionale dei due creatori e la cura di ogni singolo elemento.

Amore per il soggetto e attenzione per il fruitore: due elementi imprescindibili dei quali ormai si nota una certa mancanza, non solo in letteratura.

Arrivo a dire di più: se cercassimo la scintilla che ha innescato la vita della letteratura italiana, di certo non dovremmo cercare molto lontano dalle terre della Trinacria. Esiste un filo rosso che unisce le opere della curia di Federico II alle rime in volgare del Canzoniere petrarchesco, che passa per l’Arcadia di Meli, si annoda alle gambe dei personaggi di Pirandello, si sofferma sulla donna di bronzo di Vittorini, si bagna nell’acqua in cui riposano le barche dei pescatori di D’Arrigo e raggiunge le atmosfere luminose di Camilleri, così magistralmente interpretate da “La promessa del gatto”.

Questo filo rosso si chiama amore per la lingua, affetto per le parole delle nostre madri, così vicine alla terra dalla quale proveniamo, in grado di rivelare i lineamenti del proprio territorio.

Non so cosa pensiate voi, ma per me questo è Sugarpulp all’ennesima potenza.

Finito di sragionare, vi invito ad alzarvi dalla sedia e andare a dare un’occhiata a Topolino 2994 (urca, mi rendo conto che siamo vicini ai tremila).Fan di Camilleri o meno, fan di Topolino o meno, son sicuro che non rimarrete affatto delusi e vi troverete in mano un piccolo gioiello del fumetto italiano da mettere in cassaforte.

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