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Trilobiti

Trilobiti è un capolavoro, un libro che vi commuoverà, turberà e lascerà in voi un’inspiegabile e irresistibile nostalgia, che vi porterà a rileggerlo

TrilobitiTitolo: Trilobiti
Autore: Breece D’J Pancake
PP: 186
Editore: ISBN
Prezzo: Euro 13.00

Avviso agli estimatori di barbabietole: Trilobiti è un capolavoro. Punto. Trattasi di un libro che vi commuoverà, turberà e – quando lo avrete terminato – lascerà in voi un’inspiegabile e irresistibile nostalgia, che vi porterà prima o poi a rileggerlo. Più e più volte.

Invece di perdere tempo coi soliti romanzetti insulsi, uniformati al gusto dominante dall’editor di turno, è arrivato il momento di leggere qualcosa di crudo e autentico, sincero come non mai.

Cominciamo dall’autore. Breece Dexter John Pancake (1952–1979), alias Breece D’J Pancake (nome d’arte derivato da un errore tipografico), oltreoceano è scrittore di culto, amatissimo da personaggi come Kurt Vonnegut (“È il più grande scrittore che abbia mai letto”), Tom Waits (“È il mio scrittore preferito”), Joyce Carol Oates (che lo paragona a Hemingway) o Margaret Atwood.
Pancake, a dispetto del suo nome, è uno scrittore sugarfree, fragile ma tostissimo, struggente ma dotato di una spietata lucidità, giovane eppure nato classico.

Morto suicida a soli ventisei anni in circostanze mai del tutto chiarite (sparandosi con un fucile alla testa, ma forse per errore o per scherzo), ha lasciato solo dieci racconti, pubblicati postumi in un’unica antologia nel 1983, eppure bastano per farlo entrare di diritto nella storia della letteratura e, soprattutto, nei cuori di chi lo scopre anche a distanza di molti anni.

Nel 2005 finalmente ISBN ne acquista i diritti, permettendo anche al pubblico italiano di fare la sua scoperta, e nel 2010 ristampa Trilobiti in edizione economica, abbandonando il tradizionale total white per una copertina molto suggestiva e appropriata.

Tra Pancake e la terra in cui è nato e vissuto, il West Virginia, c’è un legame fortissimo e non si possono immaginare i suoi bellissimi racconti in nessun altro luogo del mondo. La Virginia Occidentale ha plasmato lo scrittore e la sua opera, così come il tempo e gli agenti erosivi ne hanno modellato le rocce e gli antichi fossili.

Il più meridionale degli Stati del Nord o – se vogliamo – il più settentrionale degli Stati del Sud è una piccola contrada depressa, dominata dai freddi e impervi monti Appalachi e famosa per le miniere di carbone (ormai in esaurimento); ricca di foreste, fiumi e paludi, in cui gli uomini e le belve combattono la loro quotidiana lotta per la sopravvivenza quasi alla pari.

Terra di white trash, buzzurri semi-analfabeti che vivono in camper o baracche, svolgono lavori faticosi e mal pagati (quando lavorano) e ammazzano il tempo riempiendosi di birra e andando a caccia oppure a puttane.

Ma di cosa parlano le storie di Pancake? Apparentemente di nulla o quasi. Giovani traumatizzati che devono imparare a convivere con la solitudine, sociopatici che si dilettano in combattimenti clandestini, prostitute adolescenti, improbabili serial killer, minatori disoccupati e cacciatori balordi si aggirano smarriti tra queste pagine di austera e rarefatta bellezza.

I personaggi di Pancake sono perdenti, emarginati, ritratti in tutto il loro disagio e sofferenza, prigionieri di una terra avara di soddisfazioni, che però non vogliono abbandonare perché sentono essere l’unica patria possibile.

Non ci sono possibili vie di fuga, né futuri migliori cui tendere. Ognuno è intrappolato per l’eternità al suo squallido destino, come un fossile di trilobite paleozoico. Gli istanti si prolungano fino a diventare milioni di anni, e ciascuna di queste piccole storie si amplifica fino a raggiungere significati universali.

E i paesaggi stessi, grigi e nebbiosi, desolati eppure bellissimi, sono un personaggio a sé stante, forse il vero protagonista nascosto di tutto il libro.

Scritti ora in prima ora in terza persona, ora al presente ora al passato, in uno stile privo di fronzoli che accosta Pancake ai minimalisti, ognuno di questi racconti è di per sé perfetto.

Dei classici, per l’appunto, piccoli diamanti grezzi che resteranno nel cuore di chi avrà la sensibilità necessaria per entrare nel loro mondo particolarissimo.

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