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True Blood

True Blood, serie tv con vampiri, licantropi e mutaforma: una serie da vedere? Scoprilo su Sugarpulp

Louisiana, Bon Temps, un paesino ai confini del nulla. Una cittadina dove la gente suda, è mediamente bruttarella, e le zanzare hanno la targa. Un locale country, il Merlotte, dove la gente si strafoga di fritti, cibo spazzatura e birre da litro. In questa location, azzeccata e non banale, si intrecciano le storie di vampiri, gente comune, licantropi, cameriere telepatiche, serial killer, demoni, e pensate a qualcosa di soprannaturale e sicuramente lo troverete.

Sookie Stackhouse è una cameriera del Merlotte, pub ristorante intorno a cui gira la vita della città. Una sorta di Arnold’s di Happy Days ma con cibo ad alto livello di colesterolo e i cessi intasati. Sookie è telepatica, e può sentire quello che la gente pensa, cosa che la manda abbastanza fuori di melone. Fin quando non entra lui, il Vampiro Bill (sì, nella serie lo chiamano proprio vampire Bill), che ha il cervello schermato per la telepatia (o forse l’encefalogramma piatto).

Ovviamente nei primi minuti si capisce già come andrà a finire, ma è interessante vedere come. E scordatevi le storie d’amore adolescenziale e patinate.

True Blood
“True Blood”, sangue vero, che dà il titolo alla serie, è un composto sintetico sostitutivo del sangue, adatto ai vampiri. La sua commercializzazione spinge i vampiri a uscire allo scoperto, e pone le basi per una convivenza fra le diverse razze. Ovviamente ci sono le fazioni integraliste, le fazioni buoniste e le fazioni faziose, ma non stiamo qui a svelare troppo.

La premessa di “True Blood” è molto interessante: atmosfera, possibili sviluppi sociali, convivenza fra diverse razze, il sangue di vampiro come droga, le dipendenze: potrebbe essere una metafora della realtà trasfigurata nel genere. Un po’ come gli X-men (fumetto) di Chris Claremont.

In realtà in “True Blood” tutto questo manca, o meglio, passa in secondo piano, oscurato dal resto. Il resto è composto principalmente da sesso, scene trash, sesso, storyline inutili, personaggi odiosi, sesso, addominali, sesso, vampiri fichi col culo di fuori, sesso, licantropi palestrati, mutaforma, demoni, streghe. Ah, e sesso.

In “True Blood” ci sono delle situazioni talmente assurde da risultare esilaranti. “True Blood” non si prende sul serio, e questo va bene, ma alle volte sprofonda veramente in un baratro di trash esagerato.

True Blood

In “True Blood” ci sono ventimila storyline diverse, che si intrecciano in modo più o meno riuscito. Il problema principale è che della metà delle storyline non frega niente a nessuno, ma tocca sorbirsele. Se vedrete le 6 serie di True Blood (tutt’ora in corso) imparerete a detestare Tara, personaggio che è paragonabile all’avere il ghiaione fra le mutande, e a sperare che si trasferisca in Tanzania (ma non lo farà). Imparerete a conoscere l’uomo inutile Sam Merlotte, che quando passa lui per strada i gatti neri si toccano le balle. Vivrete storie d’amore a metà fra una soap opera e un porno soft. Insomma, per dirla alla Masterchef, True Blood è un mappazzone con dentro un po’ di tutto, che alterna cose interessanti e situazioni ridicole.

I personaggi sono tanti, tantissimi. Alcuni riusciti bene, altri invece tagliati con l’accetta. Fra i personaggi migliori sicuramente spicca Jason Stackhouse, fratello di Sookie, quello che in Veneto si definirebbe “Un toro bon” (perché monta di tutto), e Lafayette, personaggio macchiettistico ma divertente.

Insomma, True Blood è una serie da vedere o no? Io personalmente la guardo da sei stagioni, anche se già dopo la terza avevo deciso di smettere. Sarà per il fascino del trash, o per vedere quanto in basso si può cadere con la sceneggiatura, ma non riesco a farne a meno.

Può essere una serie da recuperare in estate, specie se siete stanchi di serie mielose sui vampiri e cercate una serie che vi faccia esclamare WTF a ogni puntata.

Nasce nel 1975 a Padova, completamente calvo. E’ convinto che sarà suo destino tornare ad avere quel tipo di pettinatura prima della pensione. Passa la sua età matura a bere spritz e bazzicare locali in cerca di donne, collezionando diverse figuracce che lo rendono noto in tutte le tre venezie. Riesce infine a incontrare l’amore della sua vita, che proviene da un’isola, la Sardegna, in cui la fama del Marzini non era giunta. Finito di correre dietro alle donne gli resta tempo libero, che dedica alla scrittura di racconti, fumetti e romanzi. Vince qualche concorsino letterario, pubblica dei racconti in diverse antologie, ma decide che vuole un romanzo con il suo nome in copertina. Inizia scrivere romanzi di diverso genere: dal thriller ucronico al romanzo di formazione, ma non funzionano. Decide allora di scrivere un romanzo per puro divertimento, senza pensare al giudizio della gente o a dimostrare di essere uno Scrittore con la esse maiuscola. Nasce Portello Pulp. Lo propone in giro e i primi ad accapparrarsi l’esclusiva sono Massimiliano e Serena, edizioni La Gru, su consiglio di Francesca Zannella. Per il resto Simone adesso sta lavorando a un nuovo libro, di genere diverso. Ma ha esaudito due desideri: pubblicare un romanzo e scrivere la sua biografia parlando di sé stesso in terza persona. A fine settembre è uscito il nuovo romanzo, Nordest Farwest. Nelle intenzioni dell’autore è il secondo di una trilogia pulp. Il terzo inizierà a scriverlo entro il 2013.

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