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Tutta colpa della diossina

Tracklist consigliata:

  • Barcarolle – Tom Waits
  • Wolf’s gang – Zakarya
  • Notte in Bovisa – Calibro 35
  • City Boy Blues – Motley Crue

Ernesto si diresse in tutta fretta nel suo ufficio bestemmiando sottovoce, con l’aria sconsolata come se avesse appena ricevuto l’ennesima cattiva notizia.

«Tutta colpa della diossina!» urlò inviperito mentre avanzava. Nonostante i suoi 64 anni si muoveva ancora veloce come uno scoiattolo.
Camminava seguito da Eugenio, il suo socio, di parecchio più giovane, il quale lavorava in quell’azienda da vent’anni e aveva sposato la sua unica figlia, divenendo così al tempo stesso membro effettivo della famiglia di Ernesto Zuin e socio della Ernesto Zuin & Co. , la più grande azienda veneta nel campo della macellazione e della vendita di carne suina. Nelle situazioni difficili Eugenio era molto bravo a mantenere la calma e ponderare le cose a bocce ferme, mentre Ernesto era una testa calda e quando perdeva le staffe ragionava con la pancia, con il cazzo o con le mani, ma con la testa mai una volta. Stavolta però si trattava di una faccenda molto più seria delle altre, e questo lo sapevano bene entrambi.
Ernesto sbatté la porta dietro di loro e andò lentamente dietro il suo tavolo da lavoro. Sbuffando si lasciò cadere sulla poltrona in pelle nera, sollevò le gambe una alla volta e le portò faticosamente sul tavolo, sopra le fatture e le pile di scartoffie.

Calzava un paio di vecchi mocassini neri ormai lisi e dei calzini sportivi di cotone bianco. Alle sue spalle, appesa alla parete in alto, compariva in bella mostra una mastodontica testa di maiale imbalsamata di razza British Lop che aveva fatto mettere lì anni prima al posto del solito crocifisso, che col suo lavoro, diceva, non c’entrava proprio un cazzo.

Si stravaccò, chiuse gli occhi per rilassarsi un attimo e si passò entrambe le mani sulla fronte facendole scivolare fin dietro la nuca, tra i pochi capelli che gli erano rimasti ancora attaccati al cuoio capelluto. Dopo un istante riaprì gli occhi, guardò con aria sconsolata Eugenio e finalmente calmatosi, tirò un sospiro malinconico e disse: «Tu credi davvero che quella sia l’unica soluzione possibile?»

Eugenio era in piedi di fronte a lui, ma di là del tavolo, con uno sguardo tra quello di un ebete e quello di una carpa cotta al vapore. «Non sai quanto mi dispiaccia doverlo ammettere, ma è così. Credi che per me sia facile?»

«Maledetti inglesi di merda!» esclamò Ernesto con uno scatto di rabbia, «con questa storia della diossina nella carne di maiale hanno mandato a puttane il lavoro di una vita. Cazzo, Eugenio, ma ti rendi conto? Questa azienda è nata qui a Camposampiero quasi un secolo fa, quando mio nonno iniziò a macellare in casa. Mio padre la trasformò in una cosa seria e io nella più grande azienda salumiera del Nordest. Poi, improvvisamente, qualcuno scopre che nella carne di alcuni suini di importazione c’è della diossina e da quel momento si crea la psicosi della carne di porco. Per non parlare di quei vegetariani del cazzo, dei salutisti, degli animalisti, degli igenisti e tutti i medici del cazzo! E in meno di un anno il mio lavoro e i sacrifici di un’intera vita se ne vanno a puttane, riducendomi sul lastrico. Un tempo mi chiamavano “l’Imperatore”, mi chiamavano. E adesso sto con le pezze al culo. Guarda qui», disse brandendo in mano e sventagliando alcune cambiali scadute posate alla rinfusa sotto i suoi piedi, «le vedi queste? Vuoi sapere la verità? La verità, caro Eugenio, è che siamo nella merda fino agli occhi. Il grande, glorioso salumificio Zuin ormai è fallito. Fallito. Nessuno consuma più porseo per colpa della diossina e così la produzione è quasi ferma. Soltanto nell’ultima settimana abbiamo dovuto licenziare venti dipendenti e i creditori mi alitano sul collo come piranha assatanati. Che cazzo devo fare, eh? Dimmelo tu che cazzo devo fare! E dammi una cicca va’.»

«C’è solo una cosa da fare, lo sai benissimo. Non occorre discuterne tanto.»

 «Una soluzione ci sarebbe, dice lui. Tsk!», poi fece un attimo di silenzio e continuò: «quella di dar fuoco al lavoro di una vita, ai sacrifici di tre generazioni, alla storia di una stirpe intera. Ah, cazzo, ma perché siamo finiti così?»
«Mi occupo io di tutto, ma non c’è tempo da perdere.» disse Eugenio grattandosi la testa e porgendogli una sigaretta.
«Il problema è che hai maledettamente ragione, Eugenio.»
«Certo che ce l’ho. Siamo pieni di debiti fino al collo. Le celle frigorifere sono zeppe di maiali scuoiati che nessuno vuol più mangiare. La baracca è destinata a chiudere.»
«Già. Purtroppo è così… Tutta colpa della diossina!» esclamò bestemmiando e accendendosi la sigaretta. Da quel momento Ernesto si calmò per davvero, Eugenio gli si avvicinò, si guardò intorno e abbassando il tono della voce gli disse:
«L’intera azienda è coperta da un’assicurazione incendio per cinque milioni di euro. E’ l’unica soluzione. Prendiamo i soldi e paghiamo i creditori. Altrimenti finiamo male. Poco ma sicuro.»

Ernesto tacque un attimo e chiuse gli occhi sbuffando lentamente un getto di fumo dalla bocca.
«Credi che io non ci abbia mai pensato?» disse poi.
«Non è più il momento di pensare, ma di fare, Ernesto. Fare e fare presto. La settimana prossima.»
«Fare, fare… E come facciamo?»

«Ti ho già detto che penso io a tutto. So a chi rivolgermi. Dovrà essere un lavoro rapido, sicuro, pulito e preciso. In una parola: perfetto. Perché quelli delle assicurazioni non sono mica scemi…»«Già, quei bastardi i schei non te li regalano. Perciò bisogna fare le cose per bene. E a chi intendi rivolgerti?»
Eugenio si accese una Merit guardandosi ancora una volta intorno e disse:
«Tu non ti preoccupare. Ho già in mente un paio di tipi disposti a farlo, e farlo bene, per quattro-cinquemila euro al massimo. Bisogna accordarsi.»
«Che cazzo vuol dire “un paio di tipi”?» disse Ernesto, scettico e diffidente di natura.
«Gente seria, in gamba, e che non spiffererebbe la cosa nemmeno sotto tortura. Sui soldi precisi dobbiamo parlarne. Ma il buon esito dell’operazione è garantito. Sicuro.»
«E come li conosci?»
«Ne conosco uno. Eravamo amici per la pelle, oltre che compagni di banco.»
«E se la cosa non dovesse andare per il verso giusto?»
«Tranquillo, la cosa ANDRA’ per il verso giusto. E poi, dimmi la verità, Ernesto: che cazzo ci vuole a dare fuoco a un capannone in piena notte senza lasciare tracce? Sarebbe capace di farlo anche un cieco, cazzo! Basta solo che lasciamo l’ingresso del capannone aperto, l’allarme disinserito e libero accesso interno dappertutto. Qualche tanica di benzina e via. E’ una cazzata.»
Ernesto spense la sua sigaretta sul posacenere pieno zeppo che stava sul tavolo accanto ai suoi mocassini, si schiacciò la testa tra le mani e come un pugile costretto alle corde disse:
«E va bene. Faremo come dici tu. Per pagarli utilizzeremo i schei di quel piccolo conto corrente parallelo che abbiamo in quella filialina del cazzo, cos’é, com’è che si chiama?»
«Che Banca!»
«Come che banca? Sono io che te lo chiedo.»
«E io ti ho risposto, si chiama proprio così: “Che banca!”. E’ un nome del cazzo, mi rendo conto, ma è così.»
«Ah, già. Lì dovremmo avere all’incirca i nostri ultimi seimila euro, se non ricordo male. Vai a prelevarli subito e sistema la cosa. Ah, a proposito, e con la Civis come la mettiamo? La guardia giurata che passa ogni notte a controllare che vada tutto bene. Come si fa?»
«Passa ogni notte nella solita fascia oraria che va dalle due e mezza alle tre e mezza. Quindi basta fare tutto più tardi, che ne so, verso le quattro del mattino.»
«E allora così sia,» sospirò ancora Ernesto e poi, storcendo il collo e voltandosi in alto verso la testa di British Lop aggiunse:
«E che dio ce la mandi buona.»

Eugenio sapeva a chi si sarebbe dovuto rivolgere per un lavoretto del genere e non più di due ore dopo aver ricevuto l’OK del suo socio iniziò già a muoversi per organizzare al meglio la scottante faccenda. Uscì dalla sede dell’azienda verso le sei di sera, salì in macchina, fece una telefonata a Lello, passò alla filiale per fare un massiccio prelevamento bancomat e si diresse alla Trattoria Regina, una bettolaccia che tutti chiamavano “dalla troja”, posta nei paraggi di Borgoricco, un paese vicino.

Lì avrebbe dovuto incontrare Lello e Targa, due criminali quarantenni che nella loro vita erano entrati e usciti di galera più volte di quante fossero entrati e usciti da una donna. Il primo era stato un compagno delle elementari di Eugenio e secondo lui c’era assolutamente da fidarsi. Il secondo invece, era un pericoloso delinquente pronto a tutto, Eugenio lo conosceva solo di vista, ma per lui garantiva Lello. Parcheggiò l’auto nel posteggio davanti all’ingresso, si guardò attorno, si accese una Merit. Quindi entrò nella bettola e si attaccò al bancone, ordinando due uova sode con le acciughette e un’ombra di bianco. Ingollò le uova, bevve il bianchetto e portò lo sguardo tra i tavoli, cercando i suoi due tipi. Lello era facilmente riconoscibile perché era alto, aveva i capelli lunghi e portava due orecchini sul lobo sinistro.

Stava giocando a biliardo con uno straniero biondissimo, mentre Targa stava uscendo dal bagno allacciandosi la patta dei pantaloni. “Eccoli”, pensò Eugenio. Ordinò un’altra ombra e si avvicinò al tavolo da biliardo al quale giunse subito anche Targa. C’era parecchia gente ai tavolini e, tra il gran vociare di vocali dei clienti e i rumori che provenivano dal bancone, lì dentro tutto c’era, tranne che silenzio. Eugenio poté farsi vicino a Lello inosservato, salutarlo e dirgli piano:

«Ti ricordi il discorsetto che ti ho fatto l’altro giorno?» Lello lo ascoltava e intanto continuava a giocare a stecca, facendo finta di niente, con l’aria sicura di sè e consumata che hanno tutti i gradassi. Quell’aria di chi gli scivola tutto addosso, di chi la morale è roba da culattoni e di chi “i schei ze schei”.
«Dì, ti sento.»
«Andiamo fuori in parcheggio. Qui dentro non mi fido, è meglio fare attenzione.»

Uno alla volta uscirono all’aperto senza farsi notare. Per primo uscì Eugenio, dopo qualche minuto Lello e poi gli altri due, Targa e il giocatore di biliardo biondissimo.
«E Shevcenko che c’entra? Avevi detto che eravate in due. Io il russo non lo conosco.» disse Eugenio, con tono leggermente infastidito.
«Se è per questo non conosci bene neanche Targa, embè? E poi il mio amico non è russo, è serbo. E per la precisione nemmeno il vero Sheva è russo. E’ ucraino. E poi che tu lo voglia o meno se fai affari con me, li fai anche con lui. Parla pure, tanto lui non capisce un cazzo,» disse indicando il biondo,«fa solo quello che io gli dico di fare e niente più. Si chiama Goran. E in tre è meglio che in due.»

«Guarda che si tratta di una faccenda delicata. Qui si rischia la galera, OK?» disse Eugenio con il tono di voce un po’ preoccupato.
Lello guardò Targa e i due iniziarono a ridere come se Eugenio avesse fatto una battuta esilarante. Parlò loro del colpo nei dettagli e poi decise di tagliare corto:
«Per me si può fare la settimana prossima. Lunedi. Alle quattro del mattino. Sarà tutto pronto come vi ho promesso: libero accesso, allarmi disinseriti, eccetera eccetera.»
«Senti quà, mister “salama da sugo”,» gli disse improvvisamente Targa con aria sbruffona, «Perché dobbiamo per forza farlo alle quattro e non prima?»
«Per essere sicuri che la guardia giurata abbia già fatto il suo passaggio di rito. Mi raccomando: è importante, sennò rischiamo grosso tutti quanti. D’accordo?»
«D’accordo un cazzo! E i schei?» chiese Lello.
«Per i soldi avevamo detto quattromila. Due prima e due dopo.»
«Ne vogliamo seimila. Tre ora e tre dopo.» disse Lello alzando l’indice della mano destra, nero come il buco di culo di una scimmia malgascia. Alla fine si accordarono per cinque. Tre subito e due a giochi fatti. Eugenio estrasse dalle tasche i contanti pattuiti e disse:
«Da stasera non ci sentiremo e non ci vedremo più, intesi? E mi raccomando: deve bruciare tutto.»
«Tranquillo, si sentirà odore di pancetta affumicata fino a Trieste…» disse Lello. Risero tutti, tranne il serbo, che evidentemente non aveva capito un bel niente. I tre tornarono dentro la bettola, mentre Eugenio salì in auto e ripartì verso casa.
«Tutto a posto?» chiese Ernesto al telefonino.

«Tutto a posto!» rispose Eugenio. Passò qualche giorno e finalmente arrivò la sera tanto attesa. E dopo la sera arrivò la notte. Ernesto era rimasto chiuso in casa. Alle undici sua moglie era andata a dormire, ma lui si sentiva nervoso e al solo pensiero di ciò che stava per succedere sentiva che non sarebbe riuscito a chiudere occhio nemmeno ingoiando una bomba a mano.
Gironzolò per casa fino alle tre, in pigiama, senza saper bene che fare e come occupare quel tempo bastardo che sembrava non passare mai. Fumò due pacchetti di Diana e bevve mezza bottiglia di grappa. Eugenio viveva a pochi chilometri di distanza dal suocero-socio, e quell’attesa gli sembrò eterna. Era leggermente agitato anche lui, anche se il suo temperamento non lo dava mai a vedere, perciò sua moglie e i figli non sospettarono di nulla.

Quando questi furono andati a dormire, Eugenio andò in taverna, giocò per ore con la Playstation, guardò un dvd porno e infine si masturbò rapidamente. A quel punto l’orologio segnava le quattro.
Nel frattempo Lello, Targa e Goran si stavano preparando a partire. Erano rimasti tutta la sera a casa di Targa, una casa di campagna nei pressi di Massanzago, dove viveva con il vecchio padre contadino ostaggio dell’Alzheimer.
I tre balordi avevano caricato nel vecchio furgone di Lello una decina di taniche di benzina, stracci, arnesi e quant’altro, tra cui tre pistole Makarov calibro 9 procurate dal serbo. Una volta caricato il furgone, si infarcirono le narici di cocaina fino alle quattro meno dieci ed esaltati al massimo partirono alla volta del grande salumificio Zuin.

Eugenio stava chiudendo a chiave in un armadietto il suo dvd, quando notò il suo telefono vibrare. Lo afferrò precipitosamente e vide sul display che si trattava di Lello.
Rispose prontamente senza dire una parola.
«Siamo dentro il salumificio. Vieni subito qui col tuo socio: le cose si sono complicate e vogliamo altri schei, chiaro?»
«Che? Cosa cazzo stai dicendo?» disse Eugenio sbalordito.
«Fai come ti dico. Non voglio sentire storie o salta tutto.»
«Ma i patti erano che…»
«I patti un cazzo! per colpa vostra c’è stato un inconveniente e ora le cose sono cambiate. Perciò vogliamo altri soldi o non accendiamo neanche un cerino, capito? Portate subito ventimila euro. Non voglio sentire altre storie, ora comando io!» disse Lello rabbiosamente e poi riattaccò.
Eugenio non voleva credere alle proprie orecchie, dapprima pensò ad uno scherzo, poi ad un incubo. Guardò l’orologio: erano le quattro e un quarto. Si prese a schiaffi e capì che era tutto vero.
Quelli non scherzavano ed era meglio raggiungerli sul posto per capire cosa stesse accadendo. Tirò un sospiro profondo, si tirò i capelli dal nervoso e prendendo coraggio compose il numero di Ernesto.
«Ci sono state delle complicazioni.» gli disse con la salivazione azzerata. Ernesto aveva tenuto il telefonino acceso perché erano rimasti d’accordo così, anche se non pensava ce ne sarebbe stato bisogno.
«Dimmi che stai scherzando…»
«Purtroppo no. Passo a prenderti tra dieci minuti, dobbiamo andare subito in azienda.»
«Cos’è successo?»
«Ancora non lo so, ma quelli vogliono altri soldi, sennò mandano il piano all’aria e ci andiamo di mezzo tutti quanti. Ma sul serio. Bisogna risolvere questa storia prima possibile.»
«Quali soldi, che non ne abbiamo più, eh? Che cazzo vuol dire che vogliono altri soldi?» disse furioso Ernesto. «Appunto, è per questo che dobbiamo andar lì e incontrarli. Vedrai che risolviamo tutto. Lello mica è scemo, vedrai.»
«E chi cazzo è Lello?», ma Eugenio aveva già messo giù.

Dopo meno di dieci minuti infatti era già davanti all’ingresso della casa del suocero.
Ernesto sentì tre colpi di clacson secchi, prese con sè una vecchia pistola Beretta che teneva in casa, la caricò, la nascose per bene sotto la giacca e incazzato nero come non lo era stato mai salì in macchina senza dir nulla al socio.
«Stai tranquillo, tra mezz’ora sarà tutto risolto» provò a dire Eugenio, mentre Ernesto mitragliava parole, bestemmie e preghiere. Era un fiume in piena, sudava e continuava a parlare senza mai fermarsi nemmeno per prendere fiato.
«Che cazzo hai combinato? Dimmi: cosa cazzo è successo, adesso? Fortuna che doveva filare tutto liscio. Se qualcosa va storto io ti ammazzo, Eugenio. Te lo giuro su dio. Ma ti rendi conto? A quest’ora doveva essere tutto risolto, cazzo! E cosa vogliono adesso, questi, eh? Che cazzo è successo? Guarda che qui finisce male…»
Dopo qualche minuto di monologo Eugenio disse:
«Vogliono altri soldi. Il loro capo, Lello, ha detto che qualcosa è andato storto, e niente di più. Ne so quanto te. Per questo è meglio che ci andiamo tutti e due.»
«Altri soldi? Io li ammazzo di botte, altro che altri soldi! Tsk…» Quando arrivarono al salumificio notarono subito una Fiat Punto della vigilanza nel parcheggio con i fari e il motore accesi, la portiera del guidatore aperta e la voce della radiomobile che ripeteva di continuo: “Pattuglia 12, rispondi! Pattuglia 12, rispondi!”.
Ernesto ed Eugenio si diressero entrambi verso l’entrata della macelleria posta sul retro del capannone, dove presumibilmente si trovavano anche gli altri. E infatti:
«Vi stavamo aspettando. Avete i soldi?» disse Lello non appena li vide entrare.
«Dimmi la verità, Eugenio,» disse Ernesto mantenendo stranamente un tono compassato, «me lo stai forse tirando in culo?»
«Ma che stai dicendo? Ti sembra che io me la stia passando meglio di te?» Davanti a loro, qualche metro più avanti, videro steso a terra il cadavere insanguinato dell’uomo della vigilanza e gli altri due balordi in piedi dietro di lui.

Attorno a loro, in quell’ambiente grande e freddo, vi era un odore di sangue così forte che avrebbe fatto venire la nausea anche a un lupo della steppa siberiana. Era l’inferno dei maiali con tutti i suoi macchinari: pedane scuoiatrici, ganci dove stavano appese centinaia di carcasse suine, catene trasportatrici motorizzate piene di sangue, guidovie che conducevano quintali di budella alle celle frigorifere, restrainer per il convogliamento forzato dei suini verso il mattatoio e, ovviamente, porci sviscerati dappertutto.

In meno di quindici secondi Lello spiegò loro come erano andate le cose: il tipo della Civis quella notte era arrivato più tardi del solito, fuori aveva visto un furgone sospetto ed era entrato nel capannone per dare una controllata generale. Così li aveva colti sul fatto con tanto di taniche di benzina pronte per essere rovesciate dappertutto e a quel punto Goran aveva estratto la rivoltella e l’aveva seccato senza pensarci due volte.
«Mica potevo dirtele al telefono queste cose, no?» disse Lello guardando Eugenio. Poi gli raccontò che avevano trascinato il cadavere fin lì e avevano atteso il loro arrivo.
«Per questo spiacevole inconveniente vogliamo ventimila euro. Subito. Oppure non si fa più niente e sono tutti cazzi vostri.»
«Ma avete ammazzato un uomo, vi rendete conto?» sbraitò Eugenio perdendo la sua calma.
«Cazzo, cazzo, cazzo!…» mormorò Ernesto che non stava più nella pelle.
«Non è il primo cadavere e non sarà nemmeno l’ultimo, se non ci pagate subito la cifra che vi ho detto.»
«Quello che è successo sono cazzi vostri, noi non c’entriamo niente,» disse Ernesto guardandosi attorno, «e poi non abbiamo un centesimo, e se anche ce l’avessimo giuro che piuttosto che darlo a te lo getterei in un fosso melmoso, brutto pezzo di merda! Ma dove cazzo li hai trovati questi tre coglioni, Eugenio? Io ti ammazzo… Era meglio se alla fabbrica davo fuoco io, cazzo!»
«No schei, no party! Giusto ragazzi?» disse Lello ai suoi compari sorridendo, sicuro del fatto suo. Targa rise a crepapelle, Goran non fece una smorfia.

«Che facciamo, ce ne andiamo?» chiese Targa.
«Anca massa! Se questi non hanno i schei, ce ne andiamo subito. E’ stato un piacere, buonanotte signori.» e così dicendo Lello fece due passi verso l’uscita.
«Fermo dove sei, figlio d’un cane randagio.» gli disse forte Ernesto estraendo la pistola da sotto la giacca e puntandogliela contro, «Ora ritorni indietro e assieme ai tuoi amichetti inizi a fare ciò per cui sei stato pagato. Quanto gli hai dato, Eugenio?»
«Gli ho già dato tremila euro in contanti. Ma dove la tenevi la pistola? Perché non mi hai detto niente?»
«Uno: hanno già avuto abbastanza soldi. Due: la tenevo semplicemente in tasca. Tre: non te l’ho detto perché ho deciso che di te non mi voglio più fidare. E ora avanti,» disse a Lello, «prendete taniche, stracci e quant’altro e iniziate a riscaldare un po’ l’ambiente.» «Altrimenti?» disse Targa più in là, senza dimostrare alcun timore di fronte alla canna della Beretta.
«Lo vedi quel grande macchinario alle tue spalle?» disse Ernesto, «in meno di tre minuti le sue ganasce d’acciaio possono trasformarti da uomo quasi normale a cinque sopresse con aglio insaccate e pronte alla vendita. Perciò vedi tu cosa preferisci.»
«E il cadavere del tipo? Come intendi risolvere questo dettaglio, credi che non troveranno i suoi resti carbonizzati?» disse Lello. «Per quello non ci sono problemi: Eugenio sa bene come fare. Basta metterlo nell’impastatrice gigante e farlo diventare polpa per cotechino. Quell’arnese è un portento: trita e impasta qualunque cosa, ossa comprese. Sarà l’ultima grande soddisfazione che avrò da quell’arnese prima di vedere tutto combusto».

Eugenio deglutì incredulo. In quell’istante, con una mossa rapida Targa tirò fuori a sorpresa la sua pistola e sparò contro Ernesto, prendendolo di striscio sulla spalla sinistra. Questo rispose subito al fuoco e centrò il bandito in pieno petto, uccidendolo.
Goran e Lello si gettarono a terra e tirarono fuori le loro Makarov.

A quel punto scoppiò una vera e propria sparatoria, mentre Eugenio rimase in piedi in mezzo a loro, impalato come un baccalà. Goran gli mirò la testa e lo mancò di poco. Fuori, in lontananza, si iniziarono a sentire le sirene dei carabinieri che sopraggiungevano sul posto, ma dentro il capannone i quattro sopravvissuti non si accorsero di nulla, tra spari e urla continue da una parte e dall’altra. Intanto Eugenio, che conosceva quel posto come le sue mani, riuscì finalmente e uscire da quel teatro di piombo per ripararsi qualche metro più in là. Raggiunse il quadro elettrico generale, spense le luci e si nascose dietro una grande vasca d’acciaio che conteneva quintali di interiora. Sentì gli spari terminare per far posto alle urla bestiali di Ernesto e Lello, nascosti l’uno all’altro. Il primo soprattutto urlava sempre: «Eugenio, dove sei? E’ inutile che scappi, tanto ammazzo anche te!» diceva di continuo. Ernesto sbraitava, ma nel frattempo, nonostante fosse ferito seriamente, tentava di scorgere i due banditi per ammazzarli come porci. Quando i suoi occhi si abituarono finalmente al buio, dal punto dove si trovava riuscì a scorgere l’ombra di uno dei due. Era quello biondo. Bam! Bam!, gli sparò subito contro, stendendolo con due colpi. Poi sentì degli spari sfiorargli le orecchie e colpirlo più volte ad una gamba. Bestemmiò, si rotolò per terra ma tenne duro.

Un attimo dopo vide Lello, che cercava di uscire da quell’inferno, portandosi furtivamente verso l’uscita sperando di non essere visto. Ernesto però lo vide eccome, puntò l’arma contro di lui, mirò bene e sparò. Una volta, e Lello rispose al fuoco, ma poi cadde a terra. Un’altra volta, e Lello non si mosse più. A quel punto Ernesto si accorse di essere stato ferito all’addome e anche che la ferita alla spalla era più seria del previsto. Colpendolo alla gamba poi, Lello gli aveva perforato l’arteria femorale e il suo sangue usciva a fiotti dalla coscia dilagandosi in un’enorme pozzanghera.

Era tutto sudato e sporco di sangue, con gli occhi serrati e il volto digrignato dal dolore. Gli venne in mente per un istante la testa del British Lop che campeggiava sulla parete in cartongesso nel suo ufficio. A quel punto bestemmiò, sputò saliva mista a sangue e si accasciò per terra. Si sentì mancare le forze improvvisamente, chiuse gli occhi ed emise un flebile lamento. In meno di tre minuti morì.

Fuori, le sirene dei carabinieri risuonavano sempre più forte e ormai le veloci pattuglie erano prossime all’arrivo sul posto, avvisate dell’emergenza dalla centrale operativa della Civis.

Eugenio, l’unico sopravvissuto al massacro, sbucò velocemente dal retro della vasca d’acciaio dove era nascosto e preso dal panico attraversò come un pazzo tutto il salumificio passando di corsa sopra i cadaveri degli altri, per poi risalire le scale che portavano agli uffici dell’amministrazione. Voleva nascondersi per bene da qualche parte e a quello scopo gli venne subito in mente l’ufficio di Ernesto.

Salì di corsa le scale, ansimando e inciampando di continuo, poi raggiunse la porta dell’ufficio del suocero e ascoltò per un attimo quello stava accadendo di fuori. Le sirene delle pattuglie erano fortissime, sentì le auto dei carabinieri inchiodare nel parcheggio e gli sbirri pronti ad entrare nel salumificio. Allora Eugenio aprì la porta dell’ufficio e si chiuse dentro a chiave, cercando un posto dove nascondersi.

Terrorizzato però non capì niente di niente e si affrettò a rifugiarsi dietro la scrivania del vecchio suocero per poi accasciarsi in posizione fetale appoggiato alla parete. Lì rimase al buio, immobile e silenzioso, nonostante il fiato grosso lo costringesse a respirare affannosamente. Poi piano piano si calmò e provò a mantenere la calma. A un certo punto udì uno strano rumore che proveniva dalla parete sopra di lui, in alto, proprio sopra la sua testa. Lì per lì però non ci fece caso e si concentrò sui rumori che provenivano da sotto.

Le pattuglie erano tre e i loro uomini fecero irruzione armati e determinati. Rinvenuti i cinque uomini morti e stesi a terra, alcuni carabinieri rimasero giù a cercare freneticamente eventuali altre persone coinvolte o altri cadaveri, mentre due di loro notarono subito per terra delle grosse orme insanguinate che attraversavano tutto lo stabile e proseguivano sù per le scale fino al piano superiore, poi fino agli uffici dell’amministrazione, poi fino agli uffici commerciali e infine, davanti all’ufficio di Ernesto Zuin. Dove i carabinieri si fermarono. «Arrenditi. Non hai alcuna speranza di scappare!» gli urlarono più volte. Ma Eugenio non rispose. I carabinieri allora, pronti al segnale silenzioso di uno dei due, sfondarono la porta e in un istante irruppero nella stanza provocando un tale fracasso che tremarono tutte le pareti in cartongesso.

Subito non videro nessuno. Guardarono meglio: dietro la porta, dentro gli armadi dell’ufficio, sotto il divano. In alto, sulla parete dietro il tavolo principale notarono una strana chiazza chiara, come se qualcuno avesse da poco tolto un grande quadro. Ma nient’altro che quello. Niente.

Uno dei due carabinieri allora si guardò ancora intorno, quindi si avvicinò alla scrivania, vi sbirciò oltre e finalmente trovò qualcosa di interessante. Chiamò subito a sè il suo collega e gli indicò l’uomo steso a terra. Gli tastarono il polso, ma non ci fu niente da fare, era morto sul colpo. Con il cranio fracassato sotto una gigantesca testa di porco imbalsamata.

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