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Un gioco da bambini

Un gioco da bambini di James Ballard capovolge le regole del giallo e ci inchioda per un’ora con una lettura carica di emozione e di tensione

Titolo: Un gioco da bambini
Autore: James G. Ballard
PP: 92
Editore: Feltrinelli
Prezzo: Euro 8.00
James Graham Ballard pubblicò nel 1988 un piccolo capolavoro giallo: Un gioco da bambini (Running Wild in originale) pubblicato in Italia per la prima volta da Anabasi nel 1992 con la bella copertina originale e successivamente ripubblicato, con copertina cambiata, chissà perché, dalla Feltrinelli.

La vicenda si sviluppa intorno al Residence Pangbourne Village, dove tutte le famiglie vivono una vita paradisiaca, grazie alla loro ricchezza economica e ai rapporti esemplarmente democratici tra genitori e figli e tra gli stessi membri della comunità.

Ogni famiglia ha in ciascuna stanza della casa una telecamera collegata con l’impianto a circuito chiuso della portineria (altro che l’attuale e annacquata versione Orwelliana di uno degli show più insulsi della storia della televisione, il Grande Fratello endemoldiano). D’altronde la sicurezza del residence, e di conseguenza quella della comunità stessa, risulta essere l’ossessione dei componenti di questa “isola felice”.

Nonostante ciò, un giorno, all’improvviso, i 32 adulti del Pangbourne Village vengono massacrati in diversi modi, tutti alquanto ingegnosi, mentre dei loro 13 figli non rimane nessuna traccia. La polizia, la sezione speciale investigativa CID e i servizi segreti brancolano nel buio, per questo il Ministro degli Interni sarà costretto a richiedere l’intervento dello psichiatra Richard Greville, già risolutore di un caso apparentemente impossibile, la cui soluzione diede il via a una reazione scandalizzata e avversa nei suoi confronti da parte dell’opinione pubblica (quella alla quale fanno riferimento i governanti quando sentono di poterla manipolare a proprio piacimento).

Pian, pianino le indagini dello psichiatra-investigatore scoprono il vero volto del Pangbourne Village, un volto celato sotto la coltre apparente della limpidezza, della sicurezza e della democraticità: niente violenze, niente punizioni, nessuna imposizione da parte degli adulti nei confronti dei propri figli, tutto risulta come era stato descritto, tranne che per un particolare tutt’altro che trascurabile, ovvero che un mondo così può risultare solamente fittizio e privo di quella tensione vitale necessaria allo sviluppo tanto di ogni società che di ogni individuo inteso come essere umano.

Ai giovani ragazzi mancavano fondamentalmente quei contrasti, quelle sgridate e quelle incomprensioni con i genitori cosi normali che il vero sadismo si esplica proprio nella loro privazione, una privazione che porta altresì alla privazione della libertà di poter essere semplicemente degli esseri umani, di poter vivere la vita con i suoi inevitabili contrasti, le normali difficoltà e le immancabili contraddizioni.

Fondamentalmente ciò che mancava a quei ragazzi era l’essenza della vita, il sentirsi liberi di vivere. Non a caso il sergente Payne aveva avvisato il Dottor Greville a proposito di ciò che le telecamere avevano quasi certamente prodotto sui ragazzi:

[…] se non altro sappiamo perché qui non c’erano mariti e mogli infedeli. Ma pensi a quei ragazzi, dottore, tenuti d’occhio ogni ora del giorno e della notte. Questo era un amabile, accogliente Alcatraz minorile.

Ecco ciò che scopre il Dottor Greville, che quel che appariva come apollineo si rivela essere in realtà dionisiaco, un paradiso malefico (quel paradiso artificiale nella quale per esempio Alemanno è già riuscito a trasformare, in cosi poco tempo, l’attuale Roma Capitale ben oltre ogni più nefasta previsione, come già era successo a tante altre città e soprattutto come sta accadendo a tutta la penisola).

La storia del Pangbourne Village ci viene narrata attraverso il diario del Dottor Greville, capovolgendo il classico schema della narrativa gialla (poiché qui non importa il chi è stato, visto che s’intuisce fin dal principio), del quale il libro mantiene comunque la struttura, anzi fa della struttura stessa la sua forma (seguendo la lezione dei formalisti russi come il geniale Victor Sklovskij che aprì, per l’appunto, la strada allo strutturalismo superando il formalismo che egli stesso aveva contribuito a fondare).

Ballard però si spinge oltre, poiché è attraverso la visione di video, di articoli dei quotidiani, di telegiornali da parte dello psichiatra-investigatore e del succitato sergente Payne che la storia s’imprime nella mente del lettore, come se il lettore stesse assistendo a un film o, meglio ancora, come se partecipasse direttamente alle indagini di un omicidio-massacro avvenuto nella realtà.

Questa però è una storia letteraria e come tale non nuoce se non a quei, purtroppo sempre più numerosi, appartenenti a quel mondo conformista benpensante e falsamente democratico descritto nel libro e che oggi imperversano impunemente nella politica e nei mass-media, un mondo che nel libro non accetterà la verità svelata dal Dottor Greville, preferendo credere a stravaganti e immaginarie teorie sui possibili autori della strage*.

La costruzione cinematografica della cruda realtà e la rappresentazione stessa della realtà, filtrata attraverso i mass-media, descrittaci con le tecniche utilizzate dai stessi mezzi d’informazione di massa (tecniche ovviamente riprese per analogia attraverso la forma letteraria), sono le forme con le quali Ballard ci inchioda per un’ora a una lettura carica di emozione e di tensione, denunciando l’apparente benessere materiale e psicologico di un mondo che non riesce più a compensare l’assenza di valori nel quale è sprofondato, una denuncia più che mai attuale.

Dal diario del Dottor Greville:

Sono trascorsi cinque anni dal massacro di Pangbourne e, come avevo previsto, i 13 ragazzi si sono rifatti vivi. Durante questi anni non si è saputo più nulla di loro e a Scotland Yard sono tuttora convinti che siano morti o prigionieri di qualche potenza. Il rapimento di Marion Miller da Great Ormond Street viene considerato una conferma di questo complotto e si dà per scontato che i due giovani assassini siano stati drogati o abbiano agito sotto coercizione. Gli unici tuttora scettici siamo il sergente Payne ed io…

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