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Un sudario non ha tasche

Un sudario non ha tasche di Horace McCoy letto da Andrea Pelfini

Titolo: Un sudario non ha tascheUn sudario non ha tasche
Autore: Horace McCoy
Editore: Terre di Mezzo
PP: 219
Prezzo:: 14,00

A quanto pare non sai molto di quel che succede, in questo tuo grande regno della libertà” [pag.153] dice, verso la fine del romanzo, Myra, la segretaria del protagonista Mike Dolan, un idealista giornalista d’assalto.

In effetti sono gli interi Stati Uniti d’America ad uscirne a pezzi dallo strepitoso romanzo di Horace McCoy del 1937, Un sudario non ha tasche. Parliamoci chiaro: tutto il mondo è paese e da nessuna parte il potente di turno, il prepotente panzone, che sia un sindaco oppure un geometra arrembante, ama che si parli troppo di lui e, a maggior ragione, che si vada a scoperchiare il vaso di Pandora che nasconde sotto il tappeto.

Se non ci stupiamo troppo del nostro Paese o di qualche “democrazia” sudamericana, tendiamo troppo spesso a idealizzare quel “grande regno della libertà” che ci pare essere l’America. Già, l’America.

Ma lo sbaglio è nostro e solo nostro, perché ci ostiniamo a declinare al singolare un qualcosa che invece è per definizione plurale, variabile, polimorfo.

Cos’è l’America? È il primo emendamento alla Costituzione, quello che prevede che “Il Congresso non potrà porre in essere leggi per il riconoscimento ufficiale di una religione o per proibirne il libero culto, o per limitare la libertà di parola o di stampa o il diritto dei cittadini di riunirsi in forma pacifica e d’inoltrare petizioni al governo per la riparazione di ingiustizie” oppure è quella descritta da Horace McCoy, quella degli William Randolph Hearst, il magnate della carta stampata che nel 1898 gioca un ruolo fondamentale nello scoppio della guerra tra Usa e Spagna per Cuba, quello che sotterrando ogni parvenza di neutralità afferma perentorio: «Fornitemi le fotografie e io vi fornirò la guerra».

Gli Usa sono entrambe le cose, una enorme ed eterna contraddizione, sono contemporaneamente la patria del liberalismo più compiuto e l’ultima grande nazione schiavista, l’esportatore di libertà e di democrazia che, però, ancora negli anni ’60 ha posti riservati ai neri sui bus.

È questa seconda America, potremmo definirla “the dark side of America”, ad essere raccontata in questo piccolo e misconosciuto gioiello di McCoy, in questo racconto che oscilla continuamente tra fiction e autobiografia, ma che come pochi ci racconta la Storia, quella fatta nelle strade e nella monotona e feroce quotidianità.

Dolan è un perdente e le sue battaglie sono senza speranza, perché “sono tutte cose di dominio pubblico […], ogni città ha la stessa dose di problemi da affrontare. Fa parte del sistema, e tutti lo sanno. Se intendi soltanto sfiorare queste faccende vuol dire che hai proprio perso la testa” [pag. 49]. Sguazziamo nella merda e ci va bene così, è più comodo così e così fan tutti, “quel che succede a Colton capita in ogni città degli Stati Uniti. Le tangenti, la corruzione, l’ipocrisia, il patriottismo fasullo, è roba che si trova dovunque.

Colton è un tipico esempio, un simbolo di questo marciume. Mettiamo che tu riesca a fermare questa faccenda del Klan o dei Crociati, quel che è. Mettiamo che tu riesca a farla finire proprio qui a Colton […], mettiamo che tu riesca a stroncare la loro attività qui a Colton. E il resto del Paese? Fin quando non riesci ad arrivare al cuore del problema, non servirà proprio a niente. Va bene, la fermi qui, quella gente. E tempo un mese rispunta fuori da qualche altra parte” [pag. 160].

Non c’è speranza nell’autore di They Shoot Horses, Don’t They? (Non si uccidono così anche i cavalli? Ed. Terre di Mezzo), non c’è l’happy ending o “e alla fine arrivano i nostri”, bensì rimaniamo lì, fermi immobili, attoniti, forse increduli e sconfitti, con la nostra pala in mano, troppo piccola per spalare quel mare di immondizia che ci circonda. Il romanzo, come già accennato, è del 1937, settantadue anni sono trascorsi, ma siamo poi così sicuri che siano realmente passati?

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