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Una chiacchierata con Marilù Oliva

Una chiacchierata con Marilù Oliva

Marilù Oliva è ormai una delle bad queen del noir italiano. Non lo dico io, lo dicono i libri che scrive. Autrice di straordinario talento, dallo stile elegante e colto ma in grado di sfrecciare sulle sequenze d’azione con la rabbia ammaliante della capoeira, spietata quanto basta nello spararti in faccia secchiate di corruzione e violenza come, dove e quando serve.

Celebrata da leggende come Valerio Evangelisti e Massimo Carlotto, Marilù Oliva è arrivata da poco in libreria con il terzo e ultimo capitolo della saga dedicata a Elisa Guerra alias la Guerrera: personaggio originale, carico di ombre e carattere, protagonista delle notti salsere della movida bolognese.

E intanto c’è tutto il tempo per fare un bilancio di un affresco letterario splendido: tre romanzi tre, migliaia e migliaia di copie vendute, un fumetto in lavorazione con Niccolò Pizzorno a regalare magie alle matite e un sorriso bastardo, Marilù, mentre tu leggi e piangi, ridi, ti disperi, e vorresti aiutare la Guerrera. Perché il personaggio dell’autrice bolognese è naturalmente coinvolgente, non dribbla la realtà, ci si schianta proprio contro con una rabbia che ogni tanto vorresti smorzare, non chiede sconti e non ne fa, ha un cuore generoso sotto la cortina di ferro e ti conviene non avvicinarti troppo se non vuoi andare a fuoco.

Ma non c’è solo lei, perché figure come Basilica, Catalina e la ridda di personaggi stralunati e folli delle notti latine, piovono giù tutti dalla stessa cruda vita quotidiana e la vivono con codici differenti ma ugualmente e disperatamente efficaci perché anzitutto veri. Vorresti dire di non fare questo e di evitare quello alla Guerrera, vorresti metterti vicino a lei e ascoltare quello che ha da dire, capire quanto veleno e quanto miele il mondo le ha rovesciato addosso e non puoi, non ce la fai, perché alla fine sei lì con le pagine aperte e puoi solo stare a guardare la vita che scorre.

Con una sensibilità attenta, un’intelligenza di soluzioni sempre ineccepibile, un intreccio articolato e sorprendente, una visione femminile che regala finalmente agli aficionados nuove chiavi di lettura per gustare il noir incrociato con l’hard-boiled – un genere che ha ancora molto da dire in Italia visto che in pochi sanno davvero cosa sia – Marilù Oliva firma una formidabile chiusura del ciclo narrativo dedicato alla Guerrera.

Noi, naturalmente, speriamo ci ripensi e che dopo Mala Suerte (Elliot Edizioni) decida magari sul filo di lana di regalarci qualcos’altro ma è giusto lasciare a un autore il suo percorso perciò la Guerrera tornerà quando ne avrà voglia, nel frattempo Marilù Oliva la potete venire a conoscere al Sugarpulp Festival dal 28 al 30 settembre a Padova e per quanto mi riguardo vi conviene farlo! Perché? Perché, semplicemente, è una delle migliori autrici crime italiane.

L’ntervista

Un personaggio come Elisa Guerra, al secolo La Guerrera, come nasce? Voglio dire, naturalmente è un personaggio da romanzo poliziesco, che ha tutta una serie di caratteristiche e competenze e conoscenze, ma per molti aspetti spariglia le carte: è prima una giornalista a tempo determinato di un piccolo periodico locale, poi un pizza-pony express, poi ancora una studentessa di criminologia. Certamente è bella ma non priva di difetti, non è alta, la pelle non è vellutata, anche se poi chiaramente La Guerrera ha un fascino e una carica erotica forte, ama il rhum e le patate fritte e non è esattamente una donna priva di ombre, anzi. I suoi fugaci quanto disimpegnati rapporti amorosi, un passato difficile alle spalle con una zia sempre pronta a criticarla in mancanza di genitori veri… insomma come sei arrivata a un personaggio così poco figlio dei cliché?

Nasce dal mio sguardo su alcune donne di oggi, spaesate, più contemplative che attive, insicure per una smagliatura, che perseguono un ideale finto di bellezza – a discapito di altri valori e piaceri -, naufraghe di questi tempi inchinati all’immagine. Ecco, non volevo che La Guerrera fosse così. Non volevo nemmeno una di quelle bellocce replicanti in televisione, che mi annoiano molto anche sui libri. Volevo una donna reale e ribelle verso un mondo in cui scalpita. Per alcuni aspetti Elisa è quasi borderline, è un’antieroina asociale, ostinata, dal cuore duro.

È molto femminile anche se non risponde ai cliché pubblicitari. Una donna forte e in quest’accezione è inteso il soprannome La Guerrera: non perché vinca sempre, ma perché, quando cade, è subito pronta a rialzarsi. I suoi vizi sono specchio di altre insoddisfazioni, di una sete di giustizia che non viene mai placata. Grande bevitrice, regge mezza bottiglia di rum in una notte, fuma come un turco, il rapporto con gli uomini rispecchia la sua concezione effimera della vita: evita di restarne coinvolta pur prosciugandosi nell’inganno dei sensi. Vive il confronto con l’altro sesso come occasione momentanea e disperata di piacere. È un’atleta di capoeira, una vera lottatrice. È misantropa, disfattista, nauseata dal mondo.

Hai capito subito che questo personaggio avrebbe avuto un seguito forte? La trilogia è nata fin dall’inizio o è arrivata dopo il successo del primo libro?

No, purtroppo il seguito forte non è prevedibile e non necessariamente puntavo a quello, nel senso che non disdegno i libri di nicchia. Poi è arrivato e ne sono stata molto contenta. Confidavo comunque su due punti di forza: l’originalità delle ambientazioni (non esistono in Italia noir che trattino il mondo della salsa) e la peculiarità della Guerrera. Lei risente di diverse contaminazioni e codici letterari, filmici e figurativi anche tra di loro diversi: su di lei pesa un dramma familiare che lambisce solo di striscio la narrazione (e qui penso alla tragedia greca), in alcuni momenti diventa una lottatrice simile alle eroine dei fumetti, ha la determinazione di donne dure quali Una Thurman in Kill Bill, la capacità d’azione degli hard boiled, la sensualità prorompente che possiedono non le belle, ma quelle donne preziose che sanno esplodere nei dettagli. C’è un’oblazione partigiana nel suo ribellarsi alle ingiustizie, in qualche modo riassume nei suoi scontri le lotte quotidiane che ogni donna – ciascuna secondo la propria dimensione – porta avanti individualmente.

La Trilogia è nata fin da subito, nel senso che avevo in mente una storia compiuta che non avrebbe potuto esaurirsi in un libro di 300 pagine. O scrivevo un tomo di 800 pagine o lo suddividevo in tre (ho scelto la seconda opzione!). I libri sono leggibili anche individualmente ma chi ha seguito la saga completa ha colto le evoluzioni dei rapporti e le tematiche affrontate, anche quelle trasversali. Una di queste, che tu sicuramente avrai colto, è la violenza alle donne, che propongo sfumata nel primo libro, molto accentuata nel secondo (attraverso il tema della coercizione e della prostituzione) e assoluta nel terzo (la violenza carnale).

I tuoi romanzi mostrano una competenza criminologica e medica di primo livello. Le autopsie, i profili psicologici, i meccanismi caratteriali sono trattati sempre con dovizia di particolari e dettagli. Mai una sbavatura, una nozione fuori posto. Come fai?

Grazie, Matteo, per le tue parole. Per prima cosa mi documento. Per seconda cosa mi faccio aiutare. Alle mia spalle c’è una “troupe” di correttori, consiglieri, revisori implacabili. La quasi dottoressa Virginia Buldini mi assiste per le parti anatomo-patologiche. Ho un gruppo di amici ispettori e avvocati che mi assistono, insomma: per queste parti tecniche mi sento al sicuro. Senza tralasciare l’ispettore Basilica, che esiste sul serio e segue la parte criminologica.

Quali e quante sono le tue influenze extra genere? Quindi non valgono gli autori di thriller, giallo, noir, hard boiled ecc. Lo dico perché, ad esempio, sia in Tu la pagaras, sia in Fuego, sia ora in Mala Suerte v’è un’interessante indagine antropologica legata ai simboli, alle religioni, al senso della sorte e del caso o della fortuna. E poi c’è un trionfo latino che rimanda a una serie di autori che ho in mente ma che magari non hanno rappresentato un riferimento… o forse sì?

Márquez è il mio grande maestro. Poi Dante senza dubbio, i miti greci, tra i latini (ci hai visto bene) Seneca e Catullo (che però qui non c’entra, ma mi ha influenzato quanto a passionalità degli attanti), il Kalevala finnico, i saggi di santeria cubana.

Allacciandomi a quanto ho appena detto – i simboli, le religioni, il senso della sorte e del caso o della fortuna e ancora i tarocchi, gli arcani, il linguaggio del ballo – ebbene tutti questi elementi connotano in modo forte la trilogia e contribuiscono in maniera determinante a creare un “mondo narrativo” affascinante e di deliziosa efficacia. Ci parli di quella che a mio giudizio è un’autentica visione narrativa?

Premetto che la parte soprannaturale e iniziatica ha una funzione importante: serve a bilanciare il materialismo spinto della Guerrera. Il messaggio che mando al lettore è che manca una verità assoluta – almeno manca nei miei libri, dove nessuno è profeta, ma ciascuno ha una visione della vita e può sostenerla difendendola con grande tolleranza, senza la pretesa di intaccare gli altri convincimenti.
Da agnostica e scettica non posso negare di subire – anche solo a livello antropologico – il fascino dei miti, dei simboli e dell’esoterismo. Tutto questo costituisce un mondo impalpabile che nella narrativa acquisisce concretezza, anche solo a livello di proposta, di costruzione mentale, di impianto: in fondo è questo che fa lo scrittore, anche quando resta ancorato coi piedi per terra: gioca col possibile ma anche con l’impossibile.

Bologna, teatro delle tue storie, ne risulta in questo senso trasfigurata: quanto c’è di vero, di reale, di verosimilmente salsero a Bologna e quanto no?

La Bologna salsera è una realtà sana e divertente: vieni una sera e vedrai. Ci troverai soggetti umani interessanti, assieme ad altri pittoreschi (che comunque incontri dappertutto: l’avido, il vanesio, l’insicuro, la conturbante, l’altezzosa, l’egocentrico, etc), ma da quando bazzico nell’ambiente – una decina di anni – non ho mai visto giri strani di droga o prostituzione, ovvero le situazioni estreme che tratto nei miei romanzi. Il luogo è solo un tramite per la denuncia e io ho scelto un’ambientazione che conosco come le mie tasche, dove si ascolta la musica che amo e dove si balla fino allo sfinimento.

Mi piace il sidekick dell’intera storia: Catalina. Così irresistibilmente dolce, a tratti ingenua, ma poi molto positiva e pronta a immergersi nel destino come nelle acque del fiume. Asseconda la vita invece di combatterla e così facendo riesce in quello che vuole perché quello che vuole è la vita in fin dei conti. E la ottiene con un’apparente semplicità, e di quella si sfama. Ecco, ho trovato meraviglioso questo equilibrio che hai saputo creare fra i due personaggi, fra una via quasi orientale al destino e una mentalità più europea, guerriera, ligia ai principi e ai concetti e a certe sovrastrutture, anche, che a volte ho trovato nella Guerrera. Che ne pensi? Sei d’accordo? Illustrami il tuo punto di vista sul rapporto fra i due personaggi.

Non posso che essere d’accordo. Catalina ha una dolcezza azzurra incarnata nei suoi tratti delicatissimi, ma cela una grande forza d’animo. Pensa alle sue mani: magrissime, eppure così impositive. È una creatura evanescente, con la testa tra le nuvole e i piedi a qualche centimetro da terra: ecco perché va così d’accordo con La Guerrera: non perché gli opposti si attraggono, ma perché gli opposti si completano.

L’ispettore Basilica, imprigionato in una vita che gli sta sempre più stretta con cui finirà per impiccarsi, a meno che… beh anche lui è un personaggio davvero ricco di sfumature, contraddizioni, afflati. Eppure quel suo sangue si accende con grande difficoltà, celato sotto una vena scura fatta di ruoli e aspettative. A chi è ispirato o da dove è arrivato un personaggio del genere?

È ispirato – solo ispirato, sottolineo – a mio marito, il vero Gabriele Basilica. Riprendendo personaggi dalla vita reale, rischi meno di incappare in errori di incoerenza. Lo spunto è quello, poi ovviamente io l’ho reinventato. Col suo permesso, claro.

Da sempre, ma recentemente in modo ancor più marcato, hai condotto un’intelligente indagine relativa alla figura femminile nel mondo editoriale. Eppure, a guardar bene le classifiche, non si direbbe che le donne facciano fatica ad avere uno straordinario successo. Da Michela Murgia a Amélie Nothomb, da Margaret Mazzantini a Fred Vargas, senza citare i casi addirittura planetari mi pare che vadano forte… Come la vedi? O pensi che le donne vengano discriminate quando si avventurano nel genere? Ma a quel punto aggiungo Anne Holt, Anne Perry, Grazia Verasani, Lorenza Ghinelli (recente finalista allo Strega), Alessia Gazzola e mi limito a fare i primi tre nomi che mi vengono in mente di autrici italiane che hanno avuto un grande successo anche in termini commerciali, ma ce ne sarebbero molte altre… e sia chiaro, come sai, Marilù Oliva e Francesca Bertuzzi sono fra le mie autrici preferite… comunque… come la vedi?

Uau, molto contenta delle tue parole! Per ora non la vedo ancora rosea, ma spero che nel futuro le cose migliorino. Qui in Italia mi risulta che ci sia un po’ meno spazio per noi anche nell’editoria (dati Istat), ma ciò riflette statistiche riferite anche ad altri settori. In Italia, in tutto il mondo del lavoro la donna è penalizzata. Per farti qualche esempio, nel 63,1 % delle aziende quotate non c’è una donna nel consiglio di amministrazione. Su 2.217 consiglieri solo 110 sono donne, il 5%. Va ancora peggio nelle banche dove su un campione di 133 istituti di credito, il 72,2 per cento dei consigli di amministrazione non conta neppure una donna. Sono comunque ottimista per il futuro.

Stai lavorando a un fumetto – non userò il termine graphic novel – insieme a Niccolò Pizzorno. Quando e come vedrà la luce? Quanto è importante per il tuo mondo narrativo che il personaggio possa vivere di altre vite oltre a quella del romanzo?

Quando uscirà non lo so, per ora siamo a metà lavoro, mi piacerebbe che venisse pubblicato entro un anno, così rispetterei la scadenza coi lettori che attendono un ritorno della Guerrera. Stiamo procedendo lentamente perché siamo entrambi molto esigenti, ma abbiamo trovato la nostra “dimensione espressiva” e so che il lavoro è in buone mani: Niccolò è un talento puro.
Per me è molto importante che La Guerrera viva diverse forme artistiche – altro sogno ancora sarebbe una trasposizione cinematografica – perché ormai lei esiste, non importa se non si materializza, per me respira, è carne e testa dura, coi suoi tacchi stratosferici e i suoi occhi turchi neri come la notte.

Per i prossimi lavori abbandonerai il genere che tanto ami?

In parte sì, ma solo in parte perché il nuovo progetto lambisce diversi generi, tra cui anche il noir. Sto scrivendo un romanzo che non c’entra niente con i miei scritti precedenti. Un soggetto diverso, con protagonisti reietti e quasi inesistenti, poco trattati e anche fuori moda, per dirla tutta. Ma se non ci sono sfide non mi diverto.

Quanto credi che conti oggi per il futuro dell’editoria un nuovo patto fra autori, biblioteche, librerie, lettori? E se ci credi, come cerchi/tenti di attuarlo?

Credo che conti molto. Nel mio piccolo, cerco di dare una mano collaborando spesso con biblioteche e librerie. E un elemento importante è la forza-lettore. Siamo ancora pochi, noi lettori. A scuola cerco di abituare i ragazzi alla lettura con diverse strategie, tra cui appunto l’abitudine alla frequentazione delle biblioteche.

Valerio Evangelisti e Massimo Carlotto dicono della tua scrittura e dei tuoi personaggi cose straordinarie. Che effetto fa e soprattutto, hai ricevuto dai loro romanzi elementi utili per costruire un tuo stile e un tuo modo di immaginare le storie e di raccontarle?

Dai loro romanzi ho ricevuto grandissimi insegnamenti, questo è certo. Oltre a un discorso pratico di impianto narrativo e di padronanza sulla storia, dagli scrittori che citi ho cercato di imparare due lezioni che non insegnano in nessun corso di scrittura: da Massimo Carlotto a guardare le distorsioni sociali con disincanto, senza filtri devianti, da Valerio Evangelisti a non aver paura di osare col tempo.

Sarai ospite al Festival Sugarpulp anche quest’anno. Com’è stata l’esperienza precedente e che cosa ti aspetti quest’anno?

L’anno scorso è stata una figata. Quest’anno lo sarà ancora di più.

Hai pubblicato tre romanzi per una casa editrice indipendente, di qualità e di medie dimensioni come Elliot. Com’è il rapporto con il tuo editore e cosa lo rende così speciale? E quanto conta il fatto che abbia – fra le altre – proprio le caratteristiche appena individuate?

Adoravo i libri Elliot (sia per il contenuto ma anche per le copertine, che colleziono) molto prima di diventare una loro autrice e quando mi han proposto il contratto di pubblicazione per me si è realizzato un sogno. Entrando in contatto con loro ho scoperto un gruppo di professionisti appassionati, seri, sempre presenti, estremamente competenti e disponibili. Tutti, dal direttore all’Ufficio Stampa. A ciò aggiungici il discorso dell’azzardo. Non credo che altre case editrici, più commerciali, avrebbero facilmente osato proporre un personaggio alternativo come La Guerrera con la stessa determinazione con cui l’hanno fatto loro. Come capita anche in alcune altre case editrici, ad Elliot lavorano con i libri in cui credono, pur rischiando, ed è questo che fa la differenza: il lettore lo percepisce.

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