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Una rapina del cazzo

Una rapina del cazzo, un racconto inedito di Matteo Strukul per Sugarpulp

Tracklist consigliata:
Kid Rock – Rock’n’roll Jesus
Stone Temple Pilots – Interstate lovesong
Estra – La parte
Velvet Revolver – Let it roll
Massimo Priviero – San Valentino

Cadoneghe. Martedì 16 marzo 2007, ore 09.07

La cassiera ha la canna cromata di una Colt Anaconda 44 Magnum infilata nella bocca. Mi fa sorridere vederla così: sembra stia succhiando l’uccello di un marziano. Invece trema al pensiero che mi metta a strizzare il grilletto ficcandole due dum dum su per il cervello.

E non le servono a niente il french blu che fa sembrare le sue unghie palette colorate o il completino grigio fumo da cui escono due tette rifatte che restano ferme, pefettamente zavorrate, dure e tonde come palloni da basket.

Neanche un ballonzolìo.

– Non fare l’eroe – dico al Capo della baracca, che annuisce.

Sergio Scura, il mio socio, gli si avvicina e gli tira una gomitata fra le scapole, facendolo finire lungo disteso su una scrivania. Penne e matite schizzano dappertutto, una calcolatrice vola per terra. Il Capo sembra una sogliola sul banco del pesce.

Sergio gli spiana un Benelli calibro 12 a pompa con canna mozza sotto le due narici come se volesse farglielo annusare – Dai coglione non abbiamo tutta la giornata – gli dice.

Il tizio mormora qualcosa, ha una lente degli occhiali coperta da una ragnatela di crepe. Si rialza.

– Se fai scattare l’allarme ti apro la testa in due e ci metto dentro la Sangrìa – abbaio da sotto il passamontagna.

Dall’altra parte della stanza un gruppo di vecchi pensionati è in fila contro il muro. ‘Sti stronzi. Vengono sempre a rompere i coglioni alla mattina, sfracellando la minchia a tutti gli altri, come noi, che arrivano in banca una volta al mese e poi non si fanno più vedere per i restanti trenta giorni. Loro no, duri a crepare come la rogna, ancora qui a ciucciare il sangue dei contribuenti: giovani precari sfigati costretti a prenderlo in culo da tutte le parti.

– La prego non ci faccia del male – mi fa una vecchia babbiona che si sta pisciando nei mutandoni.

– Stai buona vegliarda che non ti ho ancora fatto nulla – le dico – Daai cazzo riempi ‘sta borsa dobbiamo muovere il culo! – al Capo.

Scura mette la borsa sotto al naso del Capo che apre la cassa blindata e riempie la borsa di mazzette di banconote viola da cinquecento Euro e di altre da cento di colore verde. Che bel gioco cromatico verde e viola: mi è sempre piaciuto, mi ricorda le divise dei raccattapalle di Wimbledon.

– Via, via, sennò sta troia ci rimette il trucco, dai cazzo! – urlo al Capo.

– Borsa piena – conferma Sergio.

– Ottimo – rispondo, e mentre il mio collega si avvicina alla porta lancio l’avviso di cessata attvità – Signori, mi raccomando: non provate a seguirci o a chiamare la pula perché il primo che si muove diventa carne in gelatina.

Il Capo preme il pulsante.

Ci aprono la porta.

Gambe in spalla.

Corriamo in coppia, con le ginocchia su per la gola dritti alla Ford Focus ST blu metallizzato.

Cadoneghe. Martedì 16 marzo 2007, ore 09.12

– Ce ne avete messo di tempo!.

Capelli neri tagliati a caschetto, labbra con rossetto scuro color sangue, occhi blu. Giacca in pelle e jeans incollati al culo. Carla guida come un’ira di Dio, è lei che ci porterà a destinazione.

Parte lasciando friggere i pneumatici sull’asfalto.

– Cristo ma non daremo nell’occhio con una macchina così? – chiedo.

– Guido io quindi la macchina la scelgo io – semplice e chiaro.
– Ok.

Carla gira per un paio di stradine che costeggiano campi di mais luccicanti di pioggia caduta durante la notte, tiene un’andatura regolare senza correre, giusto per evitare di farci fermare dagli sbirri per eccesso di velocità.

Niente cazzate, siamo professionisti.

Io e Sergio abbiamo sfilato i passamontagna.

Togliamo anche le tute da imbianchini.

Resto in completo grigio, camicia Oxford azzurra, cravatta Regimental blu e arancio – la mia preferita – scarponcini neri. Mi passo nervosamente una mano sulla vigogna scura all’altezza del ginocchio.

Infiliamo la strada per Vigonza con la Focus che romba sottovoce come se le avessero chiuso il motore dentro a una pentola a pressione.

Sta andando tutto liscio come l’olio. Fra cinque minuti siamo al parcheggio, cambiamo auto ed è fatta.

Sergio fischietta da sotto i baffi folti insieme allo stereo: nel lettore gira cupa e piena di rancore la voce di Scott Weiland che sfrangia nell’aria “Interstate Love Song”. Stone Temple Pilots d’annata. Ci volevano.

Mi chiamo Giorgio Zaramella, sono di Papozze, mi piace scommettere sui cavalli e giocare a tennis. Sono un rapinatore a mano armata. Non ho figli, non lascio firme, non ho un modus operandi. Scelgo le filiali senza offrire un profilo alla pula, se lo fai è come lasciargli giù l’identikit. E a quel punto sono cazzi.

Meno tre minuti al cambio macchina.

La Focus mangia i metri che ci separano dall’arrivo, mi accendo una Marlboro rossa e aspiro ampie boccate mentre il fumo azzurrino serpeggia dolcemente nell’abitacolo, mi sento finalmente tranquillo: niente casini, niente intoppi, la strada è un nastro grigio, scintillante d’acqua, la campagna veneta mi sfila di lato come nei titoli di coda di un film e …una macchia bicolore enorme ci attraversa la strada, sbucando dal prato sul lato destro.

– Meeerdaaaaa! – urlo io.

Carla stringe gli occhi, cercando di spostare l’auto tutta a sinistra, prova a vedere se c’è abbastanza spazio per non finire nel canale di scolo che costeggia il bordo della strada e non ce la fa.

La vacca pezzata si schianta sull’auto come una bomba atomica. Sento un botto mostruoso, un’esplosione.

La mucca tira un urlo che sembra stiano squartando un milione di buoi tutti assieme. La Focus carambola impazzita e gira in testacoda con il motore che ringhia fuorigiri. Le gomme pattinano. Sono slitte sull’asfalto bagnato e ci conducono in una danza mortale, shakerandoci come latte all’interno di un frullatore messo a velocità massima.

Giriamo per quella che mi sembra un’eternità, non so che cazzo fare, cerco di prepararmi all’impatto.

Sento Carla urlare come un’indemoniata.

Vacca troia schifosa ma perché deve andare a finire così?

L’urto è devastante: la carrozzeria si accartoccia. I cristalli si disintegrano lanciando geyser di frammenti tutto attorno. Esplodono gli air bag. Fumo ovunque. Nan capisco un cazzo, mi sembra che la Ford stia andando a fuoco.

Invece no: è la polvere degli airbag scoppiati. Talco. Amido di mais.

Quasi non respiro. Però intanto queste bolle giganti di lattice mi hanno impedito di crepare.

Mi viene da vomitare mentre sto cercando di capire cosa mi è rimasto di intero.

Attorno a me odore di morte. La macchina sembra essere stata ripitturata col sangue. Il nostro.

Dal posto del passeggero, dove sta seduto Sergio, non arrivano segni di vita.

Riesco a muovermi.

Vigonza. Martedì 16 marzo 2007, ore 09.22

Sono fermo in mezzo alla strada.

La Ford Focus è inchiodata contro l’albero: somiglia a una lattina blu di Splugen calpestata da una mandria di elefanti, un unico fascio di polpa metallica macinata contro un platano solido come l’acciaio..

La carcassa della vacca è un gigantesco corpo macellato, ricoperto di sangue scuro che sgocciola come vino e inzuppa l’asfalto.

Mi sento la faccia come un piatto di sugoli: un taglio lungo ma profondo sulla fronte mi fa grondare il sangue sugli occhi e continuo a spostarmi i capelli impastati di liquido rosso perché non vedo niente. Avverto una serie di lividi che mi gonfiano il viso. La gamba mi fa un male boia ogni volta che la muovo, devo essermi fratturato qualcosa dentro.

Carla è appena strisciata fuori dalla porta del guidatore ed è ferma in ginocchio sulla strada. Sta cercando di estrarre dal proprio fianco una grossa scheggia di vetro lunga quanto la lama di un pugnale. Le si è piantata a fondo nella carne.

La sacca da tennis con dentro il grano è a miei piedi. Mi avvicino per darle una mano, tirandomi dietro la borsa.

Sembro un relitto che cammina.

– Gaaaahhhh – grida Carla, premendosi la mano contro il fianco squarciato dal vetro. Slaccio la mia cintura e gliela avvolgo in vita, sopra la ferita, stringendo il più possibile per cercare di fermare il sangue che spruzza tutto intorno, uscendo a fiotti.

– Sergio è andato. – e mentro lo dico le giro il volto verso di me. Mi fissa con gli occhi azzurri, liquidi. Due fessure di ghiaccio che mormorano un dolore muto ma che la dilania dentro.

– Lo so – sussurra con un filo di voce, facendo appello alle poche energie rimaste. – Sono debole, non so se ce la faccio, lasciami qui. Sta già diventando tutto buio e freddo. Morirò dissanguata.

La stringo a me, ma mentre la tengo abbracciata sento che la situazione è ancora più schifosa di quello che pensiamo. Avverto uno sguardo piantato addosso. Mi volto lentamente, con Carla aggrappata al mio petto, e vedo una nuova fonte di casini. Letale.

L’uomo è enorme. Spalle larghe, uno stomaco probabilmente nutrito a Grinton gli tende il pile come la pelle di un tamburo, jeans stinti chiazzati di fango e due scarponi talmente pesanti e grandi da sembrare ruspe. Gli occhi sono due carboni scuri e una foresta di barba gli nasconde il resto del volto. Pare uno spazzacamino gigante. Ed è incazzato. Nero.

– Me gavì copà ea vacca fioi de cani – grugnisce verso di noi.

Prendo in mano la situzione alla velocità del suono sennò qua finisce peggio di come è già, cioè una merda. – Sta buono bestione – gli dico e tanto per fargli capire che non scherzo sfodero la 44 Magnum e gliela punto altezza testa. – Se tiro questo cazzo di grilletto, il tuo cervello diventa marmellata sulla strada. È chiaro?

Lo spazzacamino fa cenno di sì.

Approfitto del suo silenzio e cerco di salvarci il culo.

– Adesso ci porti a casa tua – gli faccio – arriviamo da te, ci dai le chiavi della tua carretta, e noi ce ne andiamo da qua così come siamo venuti. Tu fai esattamente quello che ti dico e nessuno si fa niente. Pensi di farcela genio? – e, mentre gli parlo così, gli agito la 44 giusto per convincerlo fino in fondo.

– Sta bon, dai che ‘ndemo – e me lo dice molto più mansueto di prima, anche perché c’ha poco da fare: io ho una pistola spaziale e lui non ha un cazzo.

Ci incamminiamo tagliando giù per il prato, dalla parte opposta della strada rispetto al luogo dell’incidente e anche se so che è da perfetti idioti lasciare tutto lì – auto schiantata, Sergio morto sul sedile, vacca sventrata, annessi e connessi – penso anche che non abbiamo scelta. Non c’è tempo per spazzolare la strada, dare una pulitina e mettere la tovaglia buona con porcellane e cristalli. Qua dobbiamo sbaraccare. E alla svelta.

La nostra guida dei prati ci conduce attraverso l’erba sporca, sbavata d’acqua. Sembriamo una processione di dannati con il mandriano in testa sorvegliato dalla canna della 44, io dietro a lui che somiglio a uno storpio traballante sulle gambe, modello pirata a fine carriera, e Carla che si trascina ancora più a fatica con gli occhi quasi chiusi e la camicia sotto alla giacca zuppa di sangue, ormai da strizzare.

Nel giro di un paio di minuti arriviamo davanti alla fattoria del nostro amico: una costruzione in cemento, con i muri scrostati, di colore verde catarro con le doppie finestre tinta ottone, tipiche di qua. Quelle che farebbero cagare chiunque si fermi per più di un nanosecondo a guardarle. Di fronte al cubo in cemento tumefatto e sbrecciato dagli anni, c’è un’aia piena di fango da cui parte una strada sterrata. Un’unica, stretta, lingua di mota che taglia i prati e si ricongiunge dopo una serie di curve alla strada principale. Oltre la fattoria, una specie di immenso parallelepipedo, grigio come la vita di questo bastardo. Probabilmente le stalle dove tiene a pensione le sue vacche. Sicuramente ne manca una all’appello.

Vigonza. Martedì 16 marzo 2007, ore 09.26

– Presto, cazzo, dobbiamo fare presto, prima che arrivino gli sbirri del posto.

– Semo rivai – mi fa l’allevatore.

– Giorgio, non ce la faccio più. – Carla sta arrivando a fine corsa.

– Resisti, ti prego, tieni duro ancora un minuto.

E mentre mi giro per vedere se ce la fa commetto la stronzata. Ho un sesto senso per queste cose, il mio inconscio lo sapeva eppure mi sono girato lo stesso verso di lei. Il classico errore figlio della lealtà. La lealtà ti fotte. E sì che me lo sentivo cazzo.

Perché mentre mi giro verso Carla, il mio uomo schizza in avanti correndo come un gigante ubriaco e urla – Thor, Hass! -, e ancora, – Thor, Hass! -. E chi diavolo è sto cazzo di Thor? Non faccio a tempo a chiedermelo che un Dobermann terrificante sbuca fuori da non so dove, con quella sua fottuta piccola testa carica d’odio e mi si avventa addosso.

Stringo gli occhi e gli sparo a bruciapelo. Un tuono squarcia l’aria e una chiazza rossa si apre sul petto di quel figlio di puttana che però ha ancora la forza di terminare la corsa sullo slancio e di azzannarmi la gamba macellandomela con dei denti che sembrano tagliole da caccia grossa.

– Caaaaazzzzooooo – urlo – Figlio di puttana, Dio che male! Ti sventroooo -.

Blam!

Blam!

Blam!

Gli gonfio il collo di piombo con le dum dum che si aprono la strada dentro di lui come morsi furiosi, gli fanno esplodere la carne ricoperta dal pelo corto in un hamburger di sangue e terminazioni nervose, sbranando, lacerando tutto quello che c’è ancora di intero mentre archi purpurei schizzano nell’aria come festoni irreali.

Il cane ulula sempre più piano, agonizzando lentamente. Sembra un cucciolo, adesso, che chiede pietà.

Nessuna pietà. Gli svuoto addosso altri due colpi, fino a ridurlo in poltiglia, una bistecca deforme, farcita di piombo.

E poi mi arriva il dolore. Come un rostro, un cesto di spine che mi riempie la testa e mi fa urlare. Unghie invisibili mi spolpano la gamba e cado in avanti, facendo una specie di ridicola piroetta e finendo a petto in su a guardare l’azzurro del cielo.

– Giorgio! Dio, perché? Perché deve finire così? – grida Carla.

La sua voce è una vecchia sirena rotta che attorciglia il suono in giri sempre più striduli e patetici.

– Aaaaghhh. – È tutto quello che riesco a rispondere con la bocca aperta mentre faccio delle bolle di saliva e sangue da far invidia ai Big Babol panna e fragola. Ho le gambe inchiodate dal dolore, muovo le braccia in mezzo all’erba sporca, annaspando in quel mare grigio. Mi sembra di annegare un po’ alla volta, mi manca il fiato come se me lo stessero aspirando via, mi sto prosciugando perché la vita sta abbandonando il mio corpo. Cerco di respirare avidamente, di rapinare tutta l’aria che riesco da sopra la mia testa ma non ce la faccio.

Sto morendo come uno stronzo, con le nuvole che si spostano e mi prendono per il culo dal cielo. Mi viene da ridere, che cazzo posso fare? Sono fottuto.

Vedo Mister Vendicatore di Mucche Assassinate avvicinarsi con quelle sue pedule coperte di fango. Suole enormi che consumano lo spazio fra me e lui. Un metro dopo l’altro. Senza esitazioni.

Nessuna via di scampo.

Ha un piccone in mano.

Si avvicina.

Mi prende le mani.

Si punta la pistola contro la spalla.

E tira il grilletto, schiacciando le mie dita.

Blam!

Figlio di troia.

La spalla gli si fa rossa sotto il suo pile lercio. Mi ha fottuto completamente. È stato pure furbo. Più furbo di me. Di sicuro.

– Legittima difesa – mi dice.

Toglie il pile. Odore di carne bruciata e cordite. Si è inflitto solo un colpo di striscio.

E adesso comincia a picconare.

E le zolle che rimuove sono le mie budella.

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