L’uomo di casa, la recensione

L'uomo di casa di Romano del Marco, copertina

L’uomo di casa di Romano De Marco, quando l’apparenza inganna. E molto. La recensione di Danilo Villani per Sugarpulp MAGAZINE.

L' uomo di casa di Romano del Marco, copertinaTitolo: L’uomo di casa
Autore: Romano De Marco
Editore: Piemme
PP: 322

La vita o la carriera di un artista, sia un attore o uno scrittore, è inevitabilmente segnata da periodi che talvolta l’artista stesso connota con fantasiosi appellativi. Picasso ebbe periodi contrassegnati da colori, Leopardi da stati d’animo tanto per citarne alcuni. In questo caso, l’ultimo lavoro di Romano De Marco L’uomo di casa rappresenta non tanto l’inizio di un “periodo” ma indubbiamente un momento di svolta, uno spartiacque anzi per essere più pedanti, uno spartioceano.

Messi in quiescenza, speriamo temporaneamente, Rinaldo Ferro e Marco Tanzi, lo scrittore abruzzese stupisce il lettore ambientando il contesto del romanzo a Vienna. Non Wien ma proprio Vienna, cittadina della Virginia, una delle tante che compongono l’agglomerato urbano sorto attorno alla capitale federale degli Stati Uniti d’America, Washington D.C.

Piccole città ma opulente, popolate nella stragrande maggioranza da dipendenti pubblici e da terziario avanzato. Con i loro viali alberati, le strade pulite, i diners, le villette con tanto di backyard. Un’America tipica del suo dream che si trasforma in nightmare quando il consorte della protagonista del romanzo viene rinvenuto cadavere all’interno della sua auto in un parcheggio deserto.

Un thriller in piena regola quello che ci viene proposto da De Marco. Un romanzo, e qui ci sia consentito il termine, che è anche una scommessa. Innanzitutto il contesto: non più Roma o Milano ma gli Stati Uniti dove l’autore riesce a creare, con dovizia di particolari, l’atmosfera di un Ludlum o di un Forsyth, segno tangibile di un vissuto nei luoghi descritti.

La struttura stessa dell’opera, due romanzi in uno, flashback ricorrenti, e l’inevitabile convergenza finale con una particolarità riguardante quello scritto in corsivo: essere tranquillamente estrapolato e letto come un racconto, racconto non più thriller ma noir anzi noirissimo.

Un altro fattore che colpisce durante la lettura è quello dell’uso integrale del narratore intradiegietico, nel caso specifico Sandra Morrison la protagonista del romanzo, tocco classico della tradizione letteraria americana che conferisce alla trama un valore aggiunto e, last but not least, meno inseguimenti, meno sparatorie, meno sfoggio di arti marziali a favore di un lavoro sull’io dei protagonisti che appaiono ma non sono, senza trascurare l’importanza del lavoro introspettivo che, trattandosi di una storia sporca, funge da viatico e trascina il lettore in una autentica discesa all’inferno che colpisce molto più forte di un calcio a rotazione.

Da sperduti paesi dell’Abruzzo alle rive del Potomac via Roma e Milano. Un bel passo in avanti per lo scrittore ortonese, rinnovarsi senza perdere lo stile originale e guardare molto al di là dei propri orizzonti. Ma soprattutto, scommessa vinta.

5 barbabietole

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