War Machine, la recensione di Matteo Marchisio

War Machine, la recensione di Matteo Marchisio per Sugarpulp

War Machine non ha il ritmo da commedia del nel trailer, né il pathos di un docufilm, ma fa sorridere davanti a una caricatura del superuomo occidentale.

Titolo: War Machine
Data di uscita: maggio 2017
Regia: David Michold (The Rover, Animal Kingdom)
Genere: commedia, guerra, drammatico

A maggio Netflix ha diffuso uno dei suoi prodotti più marcatamente critici sull’America di oggi, proponendo War Machine, un mashup di generi incentrato sulla questione afgana dopo l’annuncio del ritiro delle truppe dell’amministrazione Obama.

Un Brad Pitt grassoccio ci riporta nell’Afghanistan di Restrepo, Lone Survivor e Brother ma invece dello scenario polveroso e letale in cui solo gli americani, tra mille gesti eroici, rappresentano l’ancora di salvezza della civiltà, troviamo il contingente ISAF bloccato in basi militari surreali piene di marchi occidentali, europei in tenuta militare annoiati, e pochi ragazzi al fronte incapaci di cogliere il senso della retorica che li vuole in azione senza l’applicazione della violenza.

War Machine segue per 122 minuti il fantomatico generale McMahon nella sua crociata personale di trasformare l’ingrato compito di organizzare una lenta smilitarizzazione del paese, in un’offensiva sotto il suo comando assoluto per riguadagnare quello che Usa e forze Nato non erano riusciti a compiere negli otto anni di permanenza.

Il McMahon di Bradd Pitt è reboante, presuntuoso, convinto fin nel midollo della sua missione che sfora i limiti della caricatura in ogni gesto tanto da sembrare un John Wayne fuori tempo.

Nel mondo reale di personaggi del genere se ne sono visti parecchi, e per chiunque abbia seguito anche solo superficialmente le vicende politiche, le abitudini di McMahon descritte dalla voce narrante sono ben note, basti pensare al generale Petraeus (che peraltro fu coinvolto nel vero piano di smilitarizzazione voluto da Obama), famoso per un regime di vita da stilita, tanto che si diceva mangiasse solo una volta al giorno.

Mac Mahon è circondato da uno staff di sottufficiali e ufficiali stralunato, surreale a tratti grottesco, con cui si aggira per i palazzi del potere europeo e afgano provando a scuotere gli animi, facendo della bontà della causa americana la sua bandiera, recitando la parte del soldato senza comprendere il cortocircuito politico alla base della sua missione.

Da contraltare ai tanti momenti fatti di dialoghi strampalati e inquadrature giornalistiche, dalla metà film in poi di tanto in tanto la scena segue le vicende di un marine afroamericano giovanissimo, testimone della quotidianità in cui, chi ha scelto di combattere per l’America dopo l’11 settembre, si è ritrovato a vivere.

Le pochissime scene d’azione si lasciano guardare, gli attori sono convinti, qualche errore c’è ma lo lasciamo passare visto che War Machine non si propone come un war movie. Si tratta senza dubbio di uno dei tanti esprimenti di Netflix con i lungometraggi e come questo va considerato.

Di War Machine non si può dire che sia una pellicola strettamente cinematografica perché molte dinamiche sembrano girate con tagli documentaristici, così come gran parte degli scambi di battute provano ad avere il ritmo della commedia senza riuscire però sempre nell’intento, facendo vacillare chi lo guarda nella speranza di capire cosa stia osservando.

War Machine è quindi un uovo alla coque che non riesce ad avere il ritmo da commedia sbandierato nel trailer, né il pathos di un docufilm politico o di guerra, riuscendo comunque nell’intento di far sorridere davanti a una caricatura del superuomo americano e del suo valore nel mondo occidentale contemporaneo.

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