Web e Digital Art: tensioni in rete e trappole virtuali (Intervista a Filippo Lorenzin)

Intervista a Filippo Lorenzin, autore de “L’identità aumentata”, a cura di Silvia Contro.

Dai primi anni Novanta, il mondo dell’arte ha scoperto la dimensione virtuale attraverso internet e le molteplici possibilità della rete. Le pratiche artistiche che nascono da questi esperimenti sono manipolazioni dell’informazione digitalizzata, mescolata, sfruttata, rielaborata su diversi livelli semantici, cercando di non cadere mai nel formalismo. La net.art è l’ultima rivoluzione artistica del XX secolo: quella della “spartizione dell’arte”. L’arte della rete diluisce e rende sempre meno evidenti i margini di confine fra l’artista e il fruitore: le immagini messe in rete sono fruibili e condivisibili dall’utente attivo del web, il quale può commentare, copiare, ricreare, rielaborare tutto ciò che vede, rimandando all’autore il suo personale pensiero su ciò che è arte contemporanea.

“L’identità aumentata”, inizialmente partito come progetto di laurea, è un libro che analizza i fenomeni dei “social media”, l’arte e i comportamenti dell’essere umano contemporaneo. Il suo autore è Filippo Lorenzin, laureato all’Accademia di Belle Arti di Venezia in Nuove Tecnologie per le Arti. Questo lavoro di analisi delle nuove esperienze virtuali dell’uomo e dell’arte si può trovare nel sito internet, all’interno del quale troverete anche un link per acquistare il testo sopracitato, qualora foste interessati a sfogliarlo (io l’ho letto e l’ho trovato molto interessante, non solo a livello artistico ma anche a livello sociologico). Intanto, nella nostra chiacchierata virtuale, ho proposto a Filippo alcune domande che vanno un pochino a “filosofeggiare” su queste nuove realtà, su quanto il virtuale incida sul reale, e su che cosa sia vero e cosa no al giorno d’oggi. Arte e illusione, per intenderci: un argomento pieno di possibilità di ragionamento, straordinariamente attuale.

L’intervista

L’ “identità aumentata”, oltre ad essere il titolo di un libro che hai recentemente pubblicato, è una dimensione sempre più attuale. Concentrandoci particolarmente sull’idea dell’ “individuo strutturato a livelli”, vorrei affrontare con te il discorso della rappresentazione dell’io. La nostra società è figlia inconscia di Pirandello e dei suoi “uno, nessuno e centomila”, così come delle parole di Wharol che profetizzavano in “15 minuti di celebrità” futuri per ognuno di noi.

Oggi viviamo in una dimensione fatta di social network, interfacce grafiche e strumenti di aumento della percezione reale come di quella dell’illusione (ad esempio, i kinect di cui hai parlato anche nel tuo testo). Quale rischio si corre a vivere così a stretto contatto con dimensioni definibili come “ingannevoli”? In quale modo è possibile utilizzare tutti questi strumenti, indubbiamente di eccezionale aiuto per la creatività contemporanea e le esperienze di net.art, affinché non diventino più intelligenti di chi li maneggia? Analizzando di primo acchito le notizie di attualità, infatti, sembra spesso che le migliori possibilità vengano affidate nelle mani di persone quanto meno poco adatte, quindi si potrebbe rischiare in una degenerazione dello strumento.

L’identità dell’individuo contemporaneo è, come hai giustamente ricordato, strutturata a livelli. Moltissime persone sono iscritte contemporaneamente ad uno o, spesso, più social network e siti Web con finalità diverse l’uno dall’altro: Facebook, Twitter, Flickr, Pinterest, LinkedIn, Instagram e così via sono finestre diverse da cui condividere la propria persona. Se su Facebook posso interagire con i miei amici più stretti, su Twitter mi relaziono con un pubblico molto più vasto; se Flickr e Instagram sono servizi che mi permettono di mostrare immagini, su servizi come SoundCloud posso condividere con chi voglio una canzone che ho appena registrato.

In sostanza una persona ha a disposizione, attualmente, canali diversificati per mostrare ad un pubblico più o meno ristretto chi è e cosa fa. Detto ciò, la ricerca tecnologica si sta dirigendo sempre più verso la catalogazione di ciò che definirei “materiale analogico”: esistono decine di servizi creati per registrare in un database i dati derivanti da, per esempio, i nostri esercizi fisici, la musica che ascoltiamo o i passi che compiamo tutti i giorni. Molto spesso questi dati servono a creare una sorta di profilo creato a partire dalle nostre reali abitudini, viaggi e, in definitiva, personalità, che può essere utilizzato dai servizi stessi per proporci dei consigli ad hoc, come nel caso di Facebook che, grazie a degli algoritmi, estrapola i dati relativi a ciò che ci piace e visualizza delle inserzioni pubblicitarie mirate.

Un semplice esempio può essere questo: se pubblico un aggiornamento riguardo il fatto che mi piace viaggiare, molto presto nella mia homepage apparirà la pubblicità di un’agenzia di viaggi. Questo può apparire come un miglioramento dell’esistenza di una persona: il mondo si automatizza e le mostra da se cosa può interessarle. Il rovescio della medaglia, semplificando la questione, è la gestione dei dati dei singoli utenti: non è segreto il fatto che Facebook, così come molti altri servizi online, venda ad aziende specializzate le informazioni delle persone registrate, le quali vengono inserite, molto spesso inconsapevolmente, in bacini d’utenza utili per monitorare gli umori generali rispetto a determinati prodotti.

Il gioco vale lo scotto? Personalmente non saprei dare una risposta certa a questa domanda, ma credo che viviamo in tempi di sperimentazione e che è fondamentale vigilare sulle reali implicazioni della nostra presenza nel Web. Nel mio blog ho trattato diverse volte questa questione e sono del parere che bisogna educare gli utenti a certi aspetti della navigazione online: un tweet non è più un messaggio virtuale se porta a conseguenze nel mondo reale, così come l’invito su Facebook ad un evento reale ha tanto valore quanto il più classico dei volantini appiccicati sui muri. A questo proposito vorrei ricordare che spesso si dimentica che il celebre “popolo di Internet” non esiste ma che è, bensì, una comoda generalizzazione da utilizzare nelle argomentazioni in cui si parla per categorie: credo che, se mai c’è stata la reale possibilità di utilizzare questo appellativo per un gruppo di persone, ora è definitivamente impensabile raggruppare quasi due miliardi di individui sparsi per tutto il mondo (dati Pingdom) sotto un nome così semplicistico.

Ciò che accade su Internet non è virtuale e chi utilizza la Rete non è un insieme di persone nettamente divise da coloro che non si collegano. In questo senso posso dire che i maggiori rischi derivanti dalla situazione a cui stiamo assistendo non sono tanto quelli che portano all’alienazione (che comunque esistono, ma che meriterebbero un saggio a parte), bensì dall’incoscienza rispetto alle conseguenze reali delle proprie interazioni online.

A tuo parere, è possibile ipotizzare un mondo speculare a quello reale? Viste alcune recenti evoluzioni tecnologiche, a volte sembra bastare un click per capovolgere una realtà e cambiarla totalmente, creando nuovi orizzonti. Leonardo e Leon Battista Alberti esaltavano l’utilizzo dello specchio durante la produzione di un’opera d’arte, perché esso avrebbe permesso di cogliere meglio l’errore di produzione attraverso il suo riflesso.

Secondo queste due autorevolissime personalità di un’arte che fu, la specularità non dovrebbe che essere un bene per il mondo dell’arte. Al contrario, lo storico dell’arte Heinrich Wölfflin lavorò ad un ciclo di conferenze nelle quali spiegava come lo specchio potesse anche non essere così benefico: tutto può cambiare e trasformarsi, possiamo avere un mondo identico a quello in cui viviamo, ma non è lo stesso e si trova, data la sua inversione speculare, esattamente nel punto opposto alla nostra realtà. Qual è il tuo punto di vista?

Le evoluzioni dei servizi online e delle coscienze rispetto a questi temi stanno portando ad una sovrastruttura, più che ad un mondo speculare in cui rivedere noi stessi. Prendiamo ad esempio il profilo Facebook di una persona a noi sconosciuta: possiamo intuire alcuni aspetti della sua personalità da ciò che considera meritevole di essere condiviso pubblicamente, dalle sue interazioni con coloro che le scrivono, dalle immagini che la ritraggono o da quelle che lei stessa cattura e rende disponibili agli amici.

Questo profilo è parte di lei o, al contrario, una sua rappresentazione più o meno precisa? O addirittura ambedue in misure diverse? Come ho accennato poco fa, sono del parere che ciò a cui stiamo contribuendo a creare (attivamente quanto passivamente) sia una serie di livelli che vanno ad aggiungersi alla struttura reale, modificandone la nostra percezione.

Ultima domanda per concludere questo breve articolo di analisi fra arte e illusione. Il XX secolo fu un secolo intriso di cambiamenti, di grande impatto e di rapida successione. Fra l’invenzione della psicoanalisi e la scoperta della teoria della relatività, la crisi delle coscienze fu quasi un passo obbligato. Le illusioni “caddero una dopo l’altra, come la scorza di un frutto”, come direbbe il poeta Gérard de Nerval, e si persero in dimensioni oniriche: Magritte e i suoi scenari impossibili, De Chirico e le piazze metafisiche, tutto il Dadaismo fino alle illusioni della Street Art, l’ultimo movimento ad utilizzare efficacemente il trompe l’oeil.

Cosa sarà, invece, il XXI secolo? Di solito le grandi crisi portano sempre grandi speranze e soluzioni geniali, e qui aria di crisi c’è già da un po’ di tempo. C’è anche da dire che dovremmo darci tutti una mossa più concreta, mentre per ora abbiamo sentito solo molti lamenti. Di scoperte scientifiche rilevanti ce n’è stata una di grande impatto: il bosone di Higgs che, anche se fu scoperto nel 1964, è stato studiato e confermato come reale solo nel 2012. Questa particella è un bosone massivo scalare che conferisce massa alle particelle elementari, in pratica potrebbe essere stata l’origine del primo impulso all’espansione dell’universo. L’eccezionalità della scoperta potrebbe portare, in caso di ulteriori studi dal risultato positivo, all’effettiva conoscenza dell’origine del tutto.

Dall’altro lato, abbiamo tutta questa serie di studi e realizzazioni tecnologiche che aumentano le nostre percezioni, confondendo una realtà con un’altra. Quanto siamo distanti da un’epoca Matrix?

Il periodo storico in cui viviamo è segnato da profonde crisi che scuotono le nostre credenze e coscienze, esattamente come è successo in altri momenti della storia dell’Uomo – basti pensare al Cinquecento o al Novecento, da te giustamente citati. Una delle ragioni che mi spingono a registrare i passi che la ricerca artistica e tecnologica odierna sta compiendo verso determinate direzioni è esattamente la consapevolezza di assistere ad una fase probabilmente cruciale per il nostro futuro: siamo arrivati ad un punto tale che le persone possono creare dimensioni parallele in cui compiere esperienze al di fuori della cosiddetta esistenza ordinaria o perdersi completamente.

Considerando che la tecnologia ha da sempre modellato e modificato in un modo o nell’altro l’esistenza dell’Uomo, potremmo dire che sta avvenendo la naturale evoluzione di questa dinamica: l’individuo delega in parte alla macchina il compito di creare un ambiente costruito per lui e a lui solo confortevole. Un esempio pratico: esistono diversi servizi online, nati poco meno di un decennio fa, che offrono la possibilità di ascoltare musica più o meno gratuitamente e, spesso, registrano in un database le canzoni ascoltate e, in base a queste, suggeriscono dischi, artisti e singoli brani non ancora ascoltati; in sostanza l’utente viene fornito di una playlist creata a sua misura.

Un passo in avanti in questo senso è la tecnologia dietro Miro, un progetto presentato dal team giapponese Neurowear lo scorso mese al festival SXSW: si tratta di un paio di cuffie auricolari per iPhone che, se indossate, analizzano le onde cerebrali e selezionano automaticamente il brano più adatto al proprio umore. Lo sviluppo di questo genere di tecnologie, così come l’evoluzione dei vari social network, mi spingono a pensare che, in futuro, la nostra realtà sarà sempre più ovattata, compressa tra innumerevoli livelli virtuali.

Un luogo fisico come una piazza potrebbe perdere il proprio significato di spazio di incontro per diventare un semplice obiettivo in cui fare il check-in con Foursquare, il suo nome un hashtag a cui sono legate migliaia di immagini che la rappresentano, catturate consapevolmente o meno dagli utenti stessi. il concetto di realtà è fluido, cambia da società a società, da secolo a secolo, ma credo che ciò che stiamo vivendo ora sia qualcosa di cui non si ha mai avuto esperienza, in tale misura, nel passato. La percezione del mondo può essere influenzata più o meno pesantemente già dalla tecnologia attuale; la misura in cui ciò può accadere dipende solamente da noi.

La possibilità di perdere totalmente la propria persona può avvenire altre sì in tempi brevi – sono le attuali, rapidissime evoluzioni della tecnologia e del concetto di cos’è la realtà che me lo suggerisce.

Contattaci

Non ci siamo in questo momento. Mandaci una e-mail e ti risponderemo al più presto.

Sending

© 2009 - 2016 Associazione Culturale Sugarpulp

Log in with your credentials

or    

Forgot your details?

Create Account