#Alive, la recensione

#Alive, la recensione di Fabio Chiesa

#Alive, il thriller-horror coreano del momento, è un film dozzinale e anonimo senza neanche una goccia di sangue. E non chiamatelo zombie movie…

C’è una regola che gli amanti dell’horror conoscono molto bene e che non andrebbe mai infranta: non utilizzare il termine zombie quando si parla di infetti contagiati da un qualche virus.

Zombie ≠ mostro infetto

Per chi ancora non lo sapesse lo zombie muore e poi risorge, talvolta richiamato in vita da rituali magici, si muove lentamente (non corre) e spesso le sue membra sono in fase di decomposizione.

Il “mostro”infetto, invece, dopo aver contratto il virus si trasforma quasi immediatamente, è abbastanza veloce ed il suo corpo è chiaramente intatto. Semplice, no?

La figura del morto vivente deriva dalla tradizione del voodoo haitiano  (recuperare in tal senso il cult di Wes Craven Il serpente e l’arcobaleno) ed è stata cinematograficamente sviluppata e personalizzata nella storica saga del grande George A. Romero con il fine di una aperta critica alla società americana bigotta e consumista. La  maggior parte dei recensori odierni probabilmente ne è all’oscuro, tant’ è che #Alive, il nuovo film coreano lanciato da Netflix, è stato classificato per l’appunto dai più come zombie movie.

Lo so, sono un rompipalle, lo dice anche mia moglie. Ma non avrei potuto iniziare il pezzo senza togliermi questo sassolino dalla scarpa. Roba da non dormirci la notte. Perciò, ora, dopo questa doverosa premessa, passiamo ad analizzare #Alive che in patria ha letteralmente spaccato in due il botteghino alla riapertura delle sale dopo la pandemia. Sarebbe bello riuscire a capire il perché.

#Alive, il film

Il protagonista della pellicola, Joon-woo (Yoo Ah-in), è un teenager “high tech” perso tra videogiochi, live streaming, droni e cellulari  che si ritrova solo a casa proprio quando a Seoul  scoppia una misteriosa pandemia che trasforma le persone colpite dal virus in infetti assetati di sangue. Lontano dalla sua famiglia, intrappolata nell’ufficio del padre, il giovane dovrà trovare il modo di sopravvivere, completamente isolato, in un appartamento circondato da contagiati bramosi di catturarlo…

Una trama non particolarmente brillante che per un thriller-horror senza grosse pretese potrebbe anche funzionare ma che Cho II-hyung, al suo debutto dietro la macchina da presa, pare in grossa difficoltà a tenere in piedi per i 99 minuti di durata nonostante l’inserimento di alcuni twist narrativi che alla resa dei conti sono quanto di più scontato ci si potesse aspettare.

Peccato perché i primi minuti del lungometraggio promettono bene, il pubblico è immediatamente catapultato nel clima irreale della pandemia ed i titoli di testa (la cosa migliore della pellicola) – posizionati dopo il breve e avvincente prologo – mi avevano fatto pensare ad un film tutta azione, sbudellamenti e scene splatter da godermi in compagnia di pop corn e birra gelata.

Un horror intimista?

Dopo mezzora però il focus della storia si concentra sull’isolamento del protagonista, sulla mancanza dei suoi affetti, le difficoltà collegate al collasso della rete ed alla scarsità di cibo. Aspetti che potrebbero anche essere interessanti ma raccontati in maniera piuttosto anonima e derivativa, che fanno immancabilmente perdere ritmo ed allentano notevolmente la tensione. 

Non mancano sprazzi d’azione, ma qui i problemi sono altri. Anzitutto la totale assenza di sangue e scene esplicite. Ora, capisco il non voler scadere nel gore più grezzo, ma in un film del genere qualche sequenza spinta è il minimo sindacale che ci si possa aspettare: la cattiveria, insomma, latita.

Inoltre sono troppe le forzature di sceneggiatura e le sbavature di regia nelle parti più concitate come inseguimenti o combattimenti, dettaglio dal quale emerge tutta l’inesperienza del regista. 

#Alive è un filmetto mediocre ed insipido, il cui successo mi sembra inspiegabile, e a conti fatti l’unico a dover “sopravvivere” è il malcapitato spettatore.

Nulla a che vedere con i titoli di riferimento del filone, vale a dire 28 giorni dopo e Train to Busan, quello sì, vero cult coreano che consiglio a tutti di recuperare o rivedere.   

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