Biohackers, la recensione

Biohackers, la recensione

Con Biohackers la serialità targata Netflix tocca uno dei suoi punti più bassi: la nuova produzione tedesca è il peggiore show dell’estate (o forse dell’anno).   

Partiamo subito dalle buone notizie: Biohackers, nuovissima serie lanciata da Netflix il 20 agosto – produzione originale tedesca – conta soltanto sei puntate della durata media di mezzora.

A parte il minutaggio ridotto – che parlando seriamente non può essere considerato un vero punto a favore – questa nuova proposta del colosso streaming segna uno dei punti più bassi mai toccati nella serialità.

Una serie che spreca un soggetto che poteva essere di enorme interesse considerate le tematiche toccate: genetica, scienza, biotecnologia ed i dilemmi etici ad esse legati. 

La storia

La storia ruota attorno a Mia (Luna Wedler), studentessa dal passato oscuro e novella matricola della prestigiosa facoltà di medicina all’università di Friburgo. Mia si iscrive per avvicinare la famosa biologa Tanja Lorenz (Jessica Schwarz), che sospetta essere coinvolta nella misteriosa morte del suo gemello e dei suoi genitori.

Per raggiungere il suo scopo instaurerà presto una relazione con Jasper (Adrian Julius Tillmann), assistente e braccio destro della Lorenz grazie al quale indagherà sugli esperimenti illegali della scienziata…

Biohacker, una serie in cui non funziona nulla

Sintetizzare quello che non funziona in questo show è relativamente semplice: tutto. La serie ambirebbe ad essere un thriller sci-fi che strizza ancora una volta  l’occhio allo young adult (mobbasta!) e addirittura alla commedia. Finisce però con l’essere uno dei peggiori patchwork mai visti sul piccolo schermo.

La narrazione è totalmente confusa, i twist telefonati, il tono sempre indeciso e troppo cangiante. Dopo le prime puntate non si sa bene se siamo di fronte ad un thriller o ad una puntata venuta male di The Big Bang Theory.

Nonostante un incipit vagamente intrigante lo spettatore è ben presto trascinato in una dimensione da teen drama (a tratti comedy) infarcita oltretutto di elementi che provocano grasse risate. Topi e piante di marijuana fluorescenti, improbabili chip sottocutanei, colliri psichedelici, mosche portatrici di virus letali  conservate nel laboratorio dell’università…

Credibilità zero

Inoltre sono troppi i passaggi che hanno una credibilità pari allo zero: Mia è una matricola e allo stesso tempo ne sa di più dei suoi professori universitari. I suoi compagni di appartamento, nerd appena ventenni, modificano geni di piante e animali e partoriscono ogni giorno invenzioni diverse. C

ome se non bastasse tutti i centri di ricerca o ospedali nei quali la protagonista e i suoi amici riescono ad intrufolarsi sono privi di qualsivoglia sorveglianza. I più grandi segreti legati all’ingegneria genetica sono racchiusi in semplici computer accessibili a tutti. 

I coinquilini di Mia sono forse la cosa più fastidiosa dell’intero show e i loro personaggi sono scritti con lo stesso spessore di quelli di Bayside School. Lotta (Caro Cult) è il tipico stereotipo della biondazza ricca e superficiale. Ole (Sebastia Jakob Doppelbauer) – anche lui studente di medicina – è il classico nerd che non pensa ad altro che alla scienza e innesta nel suo corpo i congegni più improbabili (cosa che se può far sorridere la prima volta alla quinta ha decisamente stancato). La cinese Chen-Lu (Jing Xiang) – biologa – è il tipico genio incompreso che dietro ad una parlantina incessante nasconde fragilità e timidezza.

Una volta finita questa serie – con il classico cliffangher in virtù di un possibile (e temibile) prosieguo – l’unico mistero che vorremmo risolvere è quello di capire che cosa passasse nella testa degli sceneggiatori e, soprattutto, dei produttori che hanno deciso di girarlo.

Young adult? Anche basta…

Netflix dovrebbe rendersi conto che dopo Stranger Things, Dark, Thirteen reasons why, Elite, Curon etc.. forse sarebbe il caso di lasciare un attimo perdere il discorso dello young adult, che senza dubbio può essere combinato con i generi più disparati, purché alla base ci sia uno storytelling di livello accettabile. Sennò sarebbe il caso di tentare altre vie. D’accordo qui i protagonisti sono un pelo più grandi, appena ventenni, ma tra storielle d’amore, feste e misteri da risolvere, siamo sempre (ancora una volta) lì.

A proposito, sarei proprio curioso di sapere il parere di chi ha massacrato il “nostro” Curon che rispetto a questa ciofeca pare Breaking Bad.

Biohackers è stato addirittura in grado di farmi rivalutare robaccia che avevo ormai cercato di cancellare dalla memoria, tipo The OA e Chambers, ed è tutto detto. Il problema a questo punto non è (solo) Netflix, ma molti suoi abbonati che ormai si puppano qualsiasi cosa senza neanche più storcere il naso.

Basta guardare i voti e le recensioni del pubblico che ha ricevuto finora Biohackers su IMDB e Rotten Tomatoes per farsi un’idea. Io l’ho finita per scriverne la recensione, ma qualsiasi spettatore con un minimo di senso critico non dovrebbe spingersi oltre l’episodio pilota. 

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