Bronx, il nuovo film crime francese lanciato da Netflix, non fa sconti: Olivier Marchal si conferma maestro (troppo poco acclamato) del poliziesco.

Sono convinto che se Olivier Marchal fosse un regista americano sarebbe già universalmente noto come uno dei maestri del cinema crime contemporaneo. 

Però, essendo europeo e, soprattutto, essendo un ex poliziotto, temo che questo status non gli verrà mai veramente riconosciuto, se non da uno sparuto numero di appassionati che da una ventina d’anni si sono accorti della bravura di questo fuoriclasse assoluto: un vecchio “flic” (termine francese traducibile con sbirro) che meriterebbe di poter sedere dietro la macchina da presa con maggiore frequenza.

Intendiamoci: Marchal non è mai stato trattato (particolarmente) male dalla critica –anche perché considerata la qualità media delle sue opere sarebbe stato arduo – ma nonostante 36 Quai des Orfèvres e Braquo siano ormai diventati dei veri e propri cult, il cineasta transalpino (che non dimentichiamo è anche un ottimo attore) non ha mai goduto del plauso unanime che si sarebbe meritato.

I suoi lungometraggi infatti sono spesso stati superficialmente classificati come buoni film di genere senza grosse pretese. E questo suo primo (e speriamo non ultimo) Netflix original non parrebbe, ahimè, fare eccezione…

Bronx, un poliziesco diverso dal solito

Non è un infatti un caso che Bronx (che in alcuni paesi è uscito con il titolo di Rouge City), la sua ultima fatica, sia stata snobbata e accolta piuttosto freddamente da quegli stessi recensori che magari si esaltano per le scorregge cinematografiche di Michael Bay, e da un pubblico generalista (quello delle piattaforme streaming) in larga parte convinto che un buon poliziesco si riduca ad una serie di inseguimenti, sparatorie ed esplosioni senza soluzione di continuità. Ma tant’è.

In questa nuova ed imperdibile pellicola Marchal ci porta nella Marsiglia di oggi, dove le  forze di polizia sono chiamate ad investigare su una sanguinosa sparatoria che ha avuto luogo in un losco locale (ispirata al famoso “massacro del bar”, avvenuto nel 1978).

A contendersi il delicato caso sono la squadra anti-gang capitanata da Richard Vronski (Lannick Gautri) e la squadra di prevenzione al brigantaggio guidata da Mario Costa (Moussa Maaskri), le quali, più che collaborare nelle indagini, si ostacolano al fine di nascondere metodi non propriamente ortodossi e la loro collusione con gli stessi malviventi che dovrebbero portare in galera.

A complicare il quadro l’arrivo di un nuovo capo della polizia, Ange Leonetti (Jean Reno), chiamato a rimettere ordine nel dipartimento più violento e corrotto di tutta la Francia.

La sottile linea rossa

La trama, particolarmente articolata, può essere considerata sia come punto di forza che come limite del film: se infatti i continui coup de théâtre e i ribaltamenti di prospettiva rendono la narrazione tesa e intrigante, d’altro canto lo spettatore che cerca l’ennesimo poliziesco ignorante (il classico filmetto con cui poter “staccare il cervello”) potrebbe rimanere confuso e annoiato da un prodotto che guarda tanto al cinema di genere quanto alla tragedia classica.

Quello di Marchal è infatti un dramma criminale in piena continuità con ciò che ha da sempre costituito l’essenza del suo cinema: il racconto da dentro della polizia, dei suoi metodi, della sottile linea che divide gli agenti dai delinquenti, e, in ultima istanza, ciò che è giusto da ciò che è sbagliato. Il tutto sempre con uno sguardo distaccato, lasciando che a giudicare e a tirare le proprie conclusioni sia il pubblico.

Il regista originario di Talance ci offre un affresco nichilista e disperato e ci racconta un mondo, quello delle forze dell’ordine, pieno di zone d’ombra dove spesso i soldi e il potere valgono molto più di valori e morale, e lo fa attraverso una poetica che si inserisce alla perfezione tra il noir mediterraneo, il polar francese ed il poliziesco americano anni ’70. 

Quando il genere affronta temi importanti

Bronx non è il miglior film di Marchal e paga un minutaggio troppo scarso (116 minuti), penalizzante per una storia complessa che avrebbe meritato almeno una ventina di minuti in più.

Ciò considerato, chiunque sia in grado di mantenere attivi i neuroni durante le visione può letteralmente godere di una sceneggiatura (scritta dallo stesso autore) che torna ad elevare, soprattutto attraverso splendidi dialoghi, il poliziesco da mero ed innocuo intrattenimento a genere attraverso il quale  parlare (anche) di temi importanti.

Tutto ciò senza privarci di spettacolari conflitti a fuoco, arresti, fughe, violenza e scene d’azione esplosive girate alla grande. Scusate se è poco.   

       

 

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