Cormac McCarthy, un tipo difficile da inquadrare. L’omaggio di Marco Azzalini per SUGARPULP magazine.

Cormac McCarthy era un tipo difficile da inquadrare. Non perché fosse fuori dai generi, piuttosto era andato a infilarsi in un crocevia impervio, in mezzo a tante cose già note dove allo stesso tempo rimaneva capace di distinguersi da tutte, non solo per la sua voce limpida ma anche per una specie di spazio identitario che ne rappresentava per più di un verso il tratto più intenso.

Certi autori si ricordano sempre per le opere che più li marchiano o forse per le cose che il cinema ha poi trasfigurato con maggiore mestiere e fortuna e allora si pensa, non sempre con ragione, che siano le migliori.

McCarthy viene dunque sovente ricordato per La strada e per Non è un paese per vecchi e se è vero che solo questi due titoli meriterebbero una ampia riflessione dedicata a ognuno, è anche vero che forse la “trilogia della frontiera” racconta di lui più e meglio del resto, o perlomeno in maniera più completa.

Paragoni impropri e risonanze letterarie

Lo si è semplicisticamente avvicinato a Salinger per l’estrema ritrosia e forse perché viveva in un posto pazzesco di meno di mille abitanti nei recessi del New Mexico, ma il paragone non s’attaglia per molti versi, non ultimo per l’entità stessa della produzione e e per la sua varietà.

Piuttosto, qualche risonanza c’è con Steinbeck, non fosse altro perché un personaggio come Tom Joad potrebbe appartenere ai mondi di entrambi e alcuni grandi temi di fondo devono aver suggestionato profondamente tutti e due gli scrittori, sebbene con sfumature e “arrangiamenti” diversi.

Certe sue dichiarazioni, specie riguardanti il suo atteggiamento di sostanziale sfiducia e disillusione rispetto al genere umano, hanno contribuito a corroborare il mito, quando forse piuttosto dovrebbero aiutare a comprendere il percorso delle storie e il perché di certe scelte sulle quali in qualche misura McCarthy ritornava quasi ciclicamente, non sempre con la stessa forza narrativa, come si trattasse di varie e articolate fasi di un discorso più ampio e più lungo, che a tratti poteva far pensare a una grande, strana saga.

Un grande narratore

Nelle sue polverose scorribande McCarthy sapeva di cosa parlava, e al contempo dava voce a un singolare impasto di varie tradizioni americane e di psichedelia disperata, di frontiera e di non luoghi, dove se un’ossessione c’era forse era quella dell’incubo, di un’umanità sprofondata nell’aberrazione, un aspetto questo che a volte penalizzava forse alcuni suoi passaggi, perché capitava si scivolasse in picchi repulsivi e insensati appunto perché eccessivi al punto da fiaccare, invece che esasperare, l’efficacia dell’insieme.

Ma al di là di questo rimaneva un dotato e originale narratore di un’America tanto profonda quanto mendace perché, di fatto, deformata nella sua testa e adattata all’universale.

McCarthy metteva infatti in scena i suoi drammi distopici ambientandoli in stralunati paesaggi statunitensi, ma parlava di tutto come Bergamann all’isola di Farö, cioè nel nulla dove infatti viveva, e in una solitudine che per molti versi rimane una delle cifre salienti della sua opera.

Non di rado, la superficie era una via di mezzo tra il più cupo Tom Waits e la frontiera di Springsteen, senza che mai si capisse bene la prevalenza (il finale della Strada, per esempio, va nella seconda direzione, tutto il resto nella prima), ma il nucleo del progetto, lo zoccolo duro stava sempre in un senso di straniamento psichedelico, per l’estremizzazione di tutto quanto veniva raccontato o sapientemente sottinteso.

E a volte si andava anche oltre, perché alcune di quelle storie avevano l’arruffato fascino di ulteriori, ambigue suggestioni (Non è un paese per vecchi alla fine ha qualcosa del western e qualcosa di Django Unchained senza essere né l’uno né l’altro) mentre taluni episodi travalicavano nell’assurdo surrealista (una lettura obiettiva di Suttree non potrebbe che condurre verso la deriva della più colorita fauna alla Captain Beefheart).

Un senso di libertà unico

Certo, sapeva far viaggiare, condurre verso l’abisso e allo stesso tempo trasmettere un inconsueto e forse unico senso di libertà pur in mondi asfittici e senza speranza, il che mise d’accordo critica e pubblico in un connubio tutto sommato inusuale se si considera la materia trattata e la spietata inesorabilità del racconto.

E se questa vocazione a una libertà incarcerata non si riduce a un ossimoro, e si scampa dal rischio dell’eccesso e della reiterazione, diventa una grande, enorme cosa, come infatti riusciva a lui, che dichiaratamente non credeva nel progresso dell’umanità, ma doveva in qualche modo aver mantenuto una certa fiducia nella forza delle storie ben raccontate.