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Da 5 Bloods, la recensione

DA 5 Bloods segna il grande ritorno di Spike Lee, alla sua prima produzione Netflix. Un film che unisce alla perfezione impegno e intrattenimento in un mix imperdibile.

Da 5 Bloods segna il grande ritorno di Spike Lee, alla sua prima produzione Netflix. Un film che unisce alla perfezione impegno e intrattenimento in un mix imperdibile.   

Con un tempismo che ha dell’incredibile, in piena bufera #blacklivesmatter,  tra distruzioni di statue e revisionismo linguistico e storico, Netflix lancia la nuova pellicola di Spike Lee. Dopo il successo del sorprendente BlacKkKlansman (premio Oscar per la migliore sceneggiatura nel 2019) Lee continua sulla strada del mash up di generi caratterizzato da una forte dose d’ironia.

Da 5 Bloods, primo film sul Vietnam visto con gli occhi dei soldati di colore, spesso umiliati in patria, ma mandati in prima linea durante il conflitto, è infatti un vero gioiellino.

Da 5 Bloods, il film

La storia si svolge su due piani temporali e racconta la folle avventura (perché di questo si tratta) di quattro ex reduci americani che tornano nella giungla alla ricerca di 45 milioni di dollari in lingotti d’oro. Oro che era destinato al popolo vietnamita per aver collaborato con gli americani e che loro avevano nascosto 40 anni prima nella foresta.

La rimpatriata è inoltre occasione per recuperare i resti del loro vecchio caposquadra, Norman, morto durante un conflitto a fuoco avvenuto nei pressi del nascondiglio del tesoro.

Paul, David, Otis ed Eddie – questi i nomi degli ex commilitoni – si riuniscono nella Ho Chi Minh ipercapitalistica di oggi per incontrare la guida che li accompagnerà alla ricerca dei lingotti e del loro vecchio compagno in un viaggio che si rivelerà pieno di insidie, imprevisti e tradimenti.

D’accordo: Da 5 Bloods è la pellicola più smaccatamente commerciale del vecchio Spike. E vorrei anche vedere. Prodotta da Netflix è piena di pubblicità e brand, spesso didascalica (forse per arrivare meglio al pubblico generalista) ed ha qualche problema a livello di sceneggiatura e di credibilità, soprattutto relativamente all’età dei protagonisti che dovrebbero essere tutti ultrasettantenni.

Ma bando ai dettagli, perché c’è poco da fare: chi guarda solo a questi particolari e storce il naso non ha capitò un cazzo di questo film e si è fermato a una analisi che va in direzione opposta alle intenzioni del regista e ai messaggi che veicola.

Un esempio di grande cinema

Da 5 Bloods è una bomba postmoderna nella quale Lee spinge all’estremo le sue capacità di far convivere generi ed atmosfere diverse: war movie, commedia nera, drama, azione, pulp… in 2 ore e 35 minuti di grande cinema mascherato da puro intrattenimento. Cosa che, a quanto pare, molti critici non hanno colto e faticano a comprendere, convinti che Lee non possa affrontare temi politici e sociali – da  sempre sui cavalli di battaglia – con un tono più leggero e scanzonato rispetto al passato.

Il film, pur essendo indirizzato ad un pubblico di massa, non manca di personalità e spunti di riflessione. Prendiamo ad esempio le vite dei quattro reduci, ognuno alle prese con problemi che vanno dallo stress post traumatico alla bancarotta. Per non parlare della politica che li ha dimenticati spingendo uno di loro a votare – addirittura – per il ciuffone biondo di Donald Trump.     

La pellicola è inoltre un manifesto contro il razzismo di ogni tipo, critica aspramente la società capitalista. Il film è infarcita di citazioni  e filmati d’epoca, ha una colonna sonora da urlo (un mix tra classici soul e musiche originali di Terence Blanchard). Omaggia classici come Apocalypse now e si fa beffe dei film anni ’80 sul Vietnam, da Stallone a Chuck Norris (cosa che, conoscendo Chuck, potrebbe rivelarsi letale per Lee).

La seconda giovinezza di Spike Lee

Da 5 Bloods è un progetto furbo. Doveva uscire prima della quarantena e dopo l’emergenza covid il finale è stato adattato per buttarci dentro un collegamento con il #blacklivesmatter. E allora? Ragazzi stiamo parlando di Netflix, io non ci vedo niente di male. Anzi, in questo modo i sottotesti diventano ancora più significativi e pregnanti. Che sarà mai?

A partire da BlacKkKlansman Spike Lee sembra attraversare una nuova giovinezza nella quale sta tracciando il ponte perfetto tra impegno politico ed entertainment. Ritrovarlo così in forma in questo annus horribilis è già di per sé una buona notizia.

Buona visione!

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