Dashte Khamoush (The Wasteland) di Ahmad Bahrami è un film di rara bruttezza. La recensione di Giacomo Brunoro.

Dashte Khamoush (The Wasteland) dell’iraniano Ahmad Bahrami è un film di rara bruttezza. Inserito nella sezione Orizzonti alla Mostra del Cinema di Venezia, è stato il primo film che ho visto quest’anno al Lido.

Piatto, vuoto, superficiale, ripetitivo, noioso, privo di idee e talmente glaciale da rendere impossibile ogni empatia.

Un film di estremo rigore formale, per carità, ma davvero inguardabile. Il regista iraniano racconta una non-storia algida e fredda. Dopo dieci minuti ci è già chiaro tutto quello che vedremo, purtroppo. Ma la cosa peggiore è il modo in cui questa non-storia viene raccontata.

Dashte Khamoush (The Wasteland), il film

Un vecchio mattonificio sperduto nel bel mezzo del deserto iraniano sta per chiudere. Il titolare convoca i dipendenti e inizia a fare il solito discorsetto ipocrita che precede l’inevitabile licenziamento. Durante il discorso la telecamera zoomma su uno dei dipendenti e così parte il flashback in cui assistiamo alla vicenda umana di ogni personaggio.

Tutto questo ripetuto in maniera identica per ogni personaggio, con l’insopportabile particolare che ogni volta il discorsetto del titolare riparte dallo stesso punto.

Altro dettaglio degno di nota è che i flashback di ogni singolo personaggio sono costruiti tutti allo stesso modo. Il tizio o la tizia sta lavorando, si verifica una piccola crisi e compare Lotfollah (il tuttofare del mattonificio che di fatto è una sorta di non-protagonista del film).

Dopo di che il tizio o la tizia vanno a parlare nell’ufficio del boss. Il boss ascolta le lamentale e termina dicendo che risolverà il problema millantando amicizie improbabili da vero Calbonazzo.

Infine il tizio o la tizia torna nella sua baracca, parla con i familiari, mangia e poi si stende a riposare sotto a un lenzuolo a mo’ di sudario (non oso immaginare le profondissime valenze simboliche che gli intelligentissimi troveranno in questo gesto). E così l’inquadratura torna al discorsetto del boss, altro zoom e via di nuovo flashback.

Alla fine tutti se ne vanno e Loftollah resta solo nella fabbrica ormai abbandonata. Si arriva quindi al gran finale drammatico, che non vi spoilero ma che potete facilmente immaginare.

Una narrazione asfittica

A fare da collante in tutte queste situazioni troviamo Lotfollah, uomo distrutto dalla solitudine e che si fa carico di tutto e di tutti. Nato e cresciuto nella fabbrica di mattoni, non ha una vita al di fuori di quel luogo dimenticato da Dio. Esiste perché esiste quella fabbrica fallita.

È innamorato di Sarvar, che però si limita a usarlo (come tutti) perché lui non è altro che uno dei tanti strumenti presenti nella fabbrica. Un pezzo di muro qualsiasi a cui appoggiarsi o su cui pisciare se serve. E infatti viene regolarmente infamato dagli operai, anche se lui cerca di aiutarli.

Le storie dei vari personaggi presentano in maniera superficiale e banale i soliti conflitti etnici, sentimentali, di classe. La narrazione però è asfittica, si ferma in superficie e non avanza mai anche perché la telecamera è praticamente fissa.

Il film è a ritmo zero, la telecamera si muove (quando si muove) a una lentezza esasperante, gli attori recitano in maniera piatta e irritante al punto che risulta impossibile empatizzare con loro.

Neorealismo iraniano fuori tempo massimo

Dashte Khamoush (The Wasteland) si presenta come una sorta di rilettura iraniana del neorealismo, rilettura che a mio avviso arriva fuori tempo massimo e, soprattutto, ammazza una serie di personaggi che invece avrebbero potuto dire molto di più. Una carrellata di perdenti radicali mai vista, uomini e donne schiacciati dalla vita ma privi di qualsiasi moto di reazione, di orgoglio.

Tutti subiscono tutto in silenzio, abbassano il capo e continuano a sopravvivere come sempre, mettendo la testa nella sabbia e sperando che qualcosa prima o poi succeda.

È evidente il tentativo di denuncia da parte del regista delle condizioni disumane in cui vivono i lavoratori più umili in Iran, tentativo che però resta schiacciato da una sterilità a tratti intollerabile.

Anzi, i personaggi sono così banali e monodimensionali che a un certo punto ti viene quasi voglia di fare il tifo contro di loro (ho letto in questo modo i pochissimi e debolissimi applausi che hanno accompagnato la fine della proiezione in sala).

Certo, in caso di realtà così lontane da noi possono esistere differenze culturali e sociali che condizionano i personaggi tanto da renderli incomprensibili. Ma una messa in scena del genere rende inutile ogni commento.

Dashte Khamoush (The Wasteland) è un film che punisce lo spettatore con una totale mancanza di umanità, situazione che rende impossibile qualsiasi coinvolgimento emotivo. A meno che non si guardi il tutto attraverso il filtro dell’ideologia, ma questo è un altro discorso.

“18 bobine” Awards

  • Premio “Montaggio Analogico”: Sara Yavari.
  • Coppa “Occhio della Madre” per la miglior interpretazione femminile: Mahdieh Nassaj (Servar).
  • Coppa Calboni” per la miglior interpretazione maschile: Farrokh Nemati (il boss).
  • Premio “Cagata Pazzesca” al miglior regista: Ahmad Bahrami.
  • Menzione speciale “Guidobaldo Maria Riccardelli“: Ali Bagheri (Lotfollah).
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