Quando riprese i sensi non si muoveva più niente e le formicolavano le gambe. Le scosse erano finite e lei buttò un’occhiata ai muri che sembravano intatti, mentre sentiva i tuoni rombare sempre più in lontananza.
Fu colpita dalla totale assenza di qualunque altro rumore. Si riposò qualche minuto sotto il cadavere di Dolfo e osservò il pezzo di soffitto che gli aveva spaccato la testa. Cazzo se era grosso. Dolfo era riuscito suo malgrado a fare un buona azione mentre se ne andava, salvandole la vita involontariamente.
Blue verificò la mobilità delle gambe agitando le dite dei piedi, poi decise di sfilarsi piano piano dal corpo di Dolfo, che pesava come un bue, per di più morto e quindi difficile da spostare. Almeno adesso non l’avrebbe più costretta a fargli tutte quelle frittelle al cioccolato. Riuscì nell’impresa e si mise in piedi a fatica.
Bene.
Rimase ferma qualche minuto respirando a fondo, con la paura di perdere l’equilibrio, poi andò ad aprire la porta per guardare fuori. Era tutto buio, nel quartiere doveva essere saltata la corrente. Ma la cosa più impressionante erano le macerie: non era rimasta in piedi neanche una casa tranne la sua, da quel che si vedeva, e non c’era anima viva in giro.
Tornò dentro e provò a tirar su la cornetta del telefono: muto. Allora uscì di nuovo per controllare la macchina: bruciata da un fulmine.
Merda.

Si guardò intorno e fece due passi nella strada. Non c’era un cane, forse Blue era l’unico essere umano rimasto vivo per chissà quanti chilometri quadrati. Andò ancora dentro, dove la radio e la tv non andavano: ovvio, senza corrente.
Cercò di calmarsi e pensare. La prima cosa che le venne in mente fu che era praticamente nuda e quindi, anche se erano tutti morti e poteva beatamente fottersene, andò a mettersi qualcosa. Davanti allo specchio vide una donna con il naso rotto e i capelli blu pieni di sangue, che era anche sparso su di lei un po’ ovunque.
Merda.

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