L’esorcista, la recensione di Matteo Marchisio del romanzo culto di William Peter Blatty.

L'esorcista di William Peter Blatty, recensione

  • Titolo: L’esorcista
  • Autore. William Peter Blatty
  • Editore: Fazi
  • PP: 427

Il romanzo del 1971 che ha definito un pezzo di letteratura contemporanea, non poteva che essere un capolavoro quasi impermeabile al passare dei decenni.

William Peter Blatty, la mente dietro La nona configurazione e La pantera Rosa, ha dato vita un’opera che se scomposta può sembrare grottesca, colpevole di una ricerca ossessiva di situazioni morbose, ma ancora capace di rapire.

Così come il film omonimo che ha ispirato nel ’73, L’esorcista rimane di fatto uno dei classici che hanno permeato maggiormente la cultura quotidiana.

Il libro L’esorcista lo si porta a casa per 13€ e scorre pagina dopo pagina, 427 per l’esattezza, grazie a uno stile graffiante ma pieno di termini tecnici, fraseggi complessi e tematiche da pelle d’oca che scavano nei meandri del disagio.

L’esorcista va letto per immergersi in una storia il cui protagonista non è il male, analizzato in ogni sua forma da descrizioni di rituali sacrileghi a scambi di battute con un retrogusto pornografico a scene di ragazzine possedute, ma il disagio, un crescendo di fastidio che attraversa le pagine e fa scattare sul letto a ogni scricchiolio del parquet di casa.

L’esorcista, più analisi psicologica che paura

A differenza del film che spinge l’acceleratore sulla paura pura, nel romanzo troneggia l’analisi psicologica del fenomeno partendo dal piano puramente razionale di una situazione complessa da analizzare attraverso i filtri della medicina: come spiega padre Kramer fin dagli editti pontifici del ‘500 i casi di presunta possessione dovevano essere verificati da un medico, per poter approdare all’esorcismo e al mondo del soprannaturale come estrema opzione.

In L’esorcista trionfa la capacità del William Blatty scrittore di rendere moderno un tema razionalmente lontano dalla forma mentis contemporanea, ripulendo lo strato fantasy dall’argomento demoni e affini, giustamente relegati alla sfera delle ambientazioni medievaleggianti.

La più grande forza del romanzo è che le varie componenti del background si mescolano nelle giuste dosi, si razionalizza al momento giusto, c’è abbastanza psicologia per dare un tono alle discussioni dei personaggi offerti come esperti in materia e misticismo per i momenti più angoscianti.

Il ritmo rimane sempre assoluto, per una trama basata su una ragazzina, Reagan di 12 anni, che si trasforma lentamente in un’entità abbietta, dalle capacità psicocinetiche paradossali, in grado di deformare il corpo di una bambina, comunicare in lingue sconosciute e snocciolare volgarità raccapriccianti.

Due punti deboli

Due i difettucci, forse le uniche crepe in un romanzo di quasi 50 anni. Prima di tutto il leitmotiv che il demonio conosca il latino e ne sia suscettibile: veramente un’entità maligna si sente minacciata dalla lingua morta brandeggiata dai professori del ginnasio?

Altro minimo punto debole sta nel fatto che Blatty disse di aver approfondito il mondo dell’ordine gesuita per dare a padre Kramer, uomo di fede ma anche professore universitario, lo spessore adatto a fronteggiare una dodicenne posseduta.

Il rituale di esorcismo praticato secondo il rito romano, caricaturato a favor di pubblico, poteva essere sviscerato con più profondità e affiancato ad altri processi compliant con il carnet delle pratiche anti-maligno approvate da Roma.

L’esorcismo che battezza il titolo di quest’opera gigantesca di Blatty poteva essere ancora più sfaccettato, tanto quanto lo è stata la preparazione del lettore a quel momento, fatta di L’esorcista di William Peter Blatty, recensione. Reali ma invisibili come la sensazione di una carezza gelida sul collo.

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