Ciccio intimò alla scompaginata truppa di darsi una calmata. Ordinò di telefonare per chiedere appoggio. Nell’attesa avrebbero resistito, scaraventando i loro nemici all’inferno. Sarebbe venuto in seguito il momento di stabilire a quale etnia del cazzo appartenessero.
Ciccio alzò la pistola oltre il bordo della finestra, sparando qualche colpo nel buio senza guardare. Che li venissero a prendere, figli di puttana, urlò.
Tanto per far sapere che le palle le tenevano ancora.
Seguirono altre furiose bestemmie. I suoi uomini gli gridarono che qualcuno stava disturbando il segnale dei loro cellulari. Potevano scordarsi di telefonare, cazzo.
Un attimo dopo, le tenebre calarono ad avvolgere chiunque ed ogni cosa. Gli stronzi avevano pure staccato la corrente. A quel punto, pensare che almeno il telefono fisso di quell’idiota di Toni funzionasse sembrò a tutti una ridicola utopia. Erano soli, cazzo. Nessuno sarebbe arrivato in tempo per toglierli dai guai.
Fanculo tutto. Ciccio sibilò degli ordini secchi e decisi. Mandò due dei ragazzi a strisciare verso il retro del ristorante. Dovevano tentare di uscire e scoprire chi cazzo gli stava sparando addosso. Magari cercare di accerchiarli, di prenderli di sorpresa o qualcosa del genere. Qualunque cosa del genere, cazzo.
Ciccio disse ai due rimasti con lui di mantenere la calma. Nino e Paolo avrebbero raggiunto i cani rognosi che se ne stavano di fuori ed avrebbero iniziato a fare fuoco. Poi sarebbero usciti anche loro e insieme avrebbero finito il lavoro. Non dovevano avere nessun…
Il Filosofo fu interrotto dal suono di altri due colpi, lo stesso suono che si era inghiottito le vite dei suoi amici poco prima. Quindi, ci fu di nuovo silenzio.
Cazzo se era una serata storta. Soffocando le bestemmie, Ciccio provò a pensare ad un piano alternativo. Erano sotto assedio. Non sapevano né chi,  né quanti fossero i loro assalitori.
Se non si dava una mossa a pensare a qualcosa alla svelta, avrebbero fatto la fine del topo con quel fottuto del gatto. Ma, nonostante fosse altamente motivato e per quanto l’adrenalina che ne corroborava il corpo fosse un ottimo e potente propellente di idee, Ciccio non riusciva a farsi venire in mente proprio un cazzo di niente. Porcaputtana
Passarono un paio di minuti di quiete assoluta. Niente spari del cazzo e nessun rumore a rompere la surreale tranquillità che li circondava.
I loro misteriosi avversari si stavano certamente organizzando per fare irruzione. Di lì a poco, si sarebbe scatenato un tremendo bagno di sangue nel quale lui e gli altri avrebbero fatto pagare a caro prezzo i loro cadaveri a chiunque fosse entrato nel ristorante di Toni per tentare di prenderseli.
Se erano obbligati a crepare l’avrebbero fatto insieme ad una bella comitiva di figli di puttana. Era l’unica schifosa certezza che Ciccio sapeva di avere.
D’un tratto udirono aprirsi la porta che dal salone in cui si trovavano dava sulle cucine.
Ciccio sentì rotolare un paio di oggetti verso il punto in cui in tre si erano arroccati per l’estrema difesa. Gridò agli altri che si mettessero al riparo, consapevole della tragica, tardiva assurdità delle proprie parole. Se si fosse trattato di granate o di esplosivo di qualche altra natura, non ci sarebbe stato niente da fare. Sarebbero morti e basta. Ma non si trattava di granate.
Quando furono raggiunti da ciò che era stato tirato, non successe nulla. Non ci fu nessuna esplosione a ridurne le carni a brandelli.
Muovendo una mano nel buio, Ciccio afferrò una di quelle cose, sollevandola per i…capelli. Quei luridi figli di troia avevano lanciato le teste dei loro amici ammazzati fuori dal locale.
Mentre udiva chiaramente il ticchettio delle gocce di sangue che  colavano ad una ad una sul pavimento dalla base della testa rozzamente tranciata, Ciccio si sforzò di non vomitare la sua furibonda rabbia contro il loro nemico invisibile. Doveva mantenersi lucido e dare l’esempio a chi era ancora vivo con lui o quella rischiava di diventare una mattanza senza storia
Non ci fu, però, il tempo di dare un seguito a tali nobili propositi. Una raffica di arma automatica squarciò improvvisamente il silenzio e le tenebre. Ciccio si ritrovò la faccia schizzata di sangue, ed il corpo di Vincenzo cadde a terra accanto a lui.
Una seconda raffica abbatté anche Pietro, prima che Ciccio potesse fare qualcosa di diverso dallo svuotare a casaccio nell’oscurità il caricatore della Desert Eagle.
Urlò tutti gli insulti e le bestemmie che riuscì a pensare. Che si facessero vedere, se avevano i coglioni, infami pezzi di merda!
Un momento dopo, Ciccio si trovò le canne di due delle armi di quei bastardi appoggiate sotto il mento.
Era finita, cazzo.
Un colpo alla testa gli fece perdere conoscenza. La Desert Eagle dello zio finì per terra senza più un padrone.
Quando Ciccio riaprì gli occhi, nel salone era tornata la luce. Leggermente indolenzito per la botta al cranio che l’aveva steso, tentò di rialzarsi ma fu immediatamente dissuaso dall’uomo con passamontagna ed una mini-uzi per braccio che lo squadrava a mezzo metro di distanza.
Lo sconosciuto fece di no con la testa, intimandogli di rimanere dov’era. A tracolla, lo stronzo portava un fucile Dragunov, l’arma che doveva aver decimato i suoi ragazzi prima dell’assalto finale.
“Chi cazzo siete? Non sapete nemmeno…” Gli abbaiò contro Ciccio.
“Sono solo io.” Tagliò corto l’altro, interrompendolo subito. Con una rapida occhiata alla sala, pur da seduto, Ciccio si rese conto che Toni e la moglie erano spariti. Gli unici non ancora morti nella stanza erano lui e lo stronzo con il quale stava facendo conversazione. In più, c’erano solo i cadaveri di quattro dei suoi amici, immersi nel loro sangue.
“Non mi serviva un esercito per accopparvi.”
Il tizio parlava con un tono freddo e monocorde, soppesando ogni singola parola. Aveva un marcato accento straniero, molto probabilmente americano.
“Vi credete i padroni del mondo…” Continuò con palese, disincantato disprezzo, “…ma siete solo degli assassini con le pezze al culo, dei volgari cialtroni della morte. Quelli come voi sanno solamente prendersela con i deboli, fare la voce grossa con chi non ha la forza per rispondervi come meritate. Non avete la minima idea di che cosa significhi veramente uccidere. Vi ho digerito senza neanche sentirvi. Se non foste gli aberranti, dannosi parassiti che siete, non sareste degni di una frazione del mio tempo e della mia attenzione.”
Gli occhi dell’uomo, severi e penetranti, erano puntati sulla faccia impietrita di Ciccio, pronti a coglierne anche il più impercettibile dei movimenti.
Che diavolo voleva quel tipo? Perché non lo ammazzava e basta? Ciccio si domandò cosa cazzo stesse realmente succedendo.
Il suo lugubre ospite alzò le spalle e proseguì: “Vedi ‘Ciccio’, potrei semplicemente ucciderti ed andarmene, così la società civile si ritroverebbe con un criminale in meno per le strade. E questo sarebbe un immediato plusvalore per tutti.”
Ciccio avrebbe voluto aggredire quel figlio di puttana, sfidando le raffiche dei suoi mini-uzi pur di mettergli le mani addosso, ma decise di frenare la propria impulsività e di tenere il culo appoggiato al pavimento per qualche istante ancora.
“Il tuo destino, però, non si compirà oggi, in questo ristorante. Io e le persone con cui lavoro ti teniamo d’occhio da un po’. Si tratta di gente che, come me, ha pensato che sia arrivato il momento che il mondo si faccia un bel clistere e cominci a cagare fuori gli stronzi che da troppo tempo lo inquinano dall’interno. Sappiamo come la pensi veramente su tante cose. Riteniamo che tu sia pronto a rinnegare il tuo vergognoso passato, per fare la tua parte nella costruzione di un futuro diverso.”
Detto questo, il suo sequestratore lasciò cadere una delle mini-uzi, spingendola verso di lui con un calcio.
Ciccio lo fissò, con uno sguardo ancor più interrogativo di quello che già gli stava riservando dall’incipit di quel dialogo surreale.
Quelle che stava sentendo, non sembravano che frasi dal significato nebuloso e delirante, un’accozzaglia di concetti senza capo né coda. Prestare ascolto a quelle cazzate, appariva come l’ultima e la più assurda delle opzioni.
Ciccio raccolse la mini-uzi e si alzò in piedi.