Febbre, la recensione di Maila Cavaliere del romanzo di Jonathan Bazzi pubblicato da Fandango Libri e finalista al Premio Strega 2020.

Febbre, di Jonathan Bazzi

Viviamo nell’era delle ipersoluzioni, come direbbe Paul Watzlawick.

Nei discorsi sull’appartenenza e  sull’identità sembra non esserci più posto per la concertazione, per l’ ascolto dell’altro. Tertium non datur.

Tutto corre sul crinale pericoloso del prevedibile e ogni inciampo nel diverso è percepito come una minaccia, come un attacco alle nostre precarie certezze.

Per fortuna nella compagine letteraria, che spesso si fa specchio del mondo a cui è rivolta, esiste ancora una scrittura come quella di Jonathan Bazzi, capace di scompaginare le rigide categorie del presente.

Febbre, il suo romanzo d’esordiofinalista al Premio Strega,  aggiunge alla prosa un sovrappiù di senso mentre lima una forma che diventa essenziale e affilata, fino a fare male al lettore, condotto a compiere con il protagonista un Voyage au bout de la nuit.

Italo Svevo scriveva che “l’animale ferito non lascia guardare nei pertugi pei quali si potrebbe scorgere la malattia, la debolezza”.

Jonathan Bazzi compie, invece, una audace anamorfosi e trasfigura la malattia rendendola materia letteraria plastica.

L’Hiv diventa scarnificazione di un’ identità, subita prima come stigma e finalmente esibita come nuova tremenda consapevolezza.  Gli anni a Rozzangeles, distorsione toponomastica di Rozzano, paesone  dell’hinterland milanese, degradato e senza chance, delineano una geografia sociale  in cui la marginalità si mischia alla salvezza.

Un esordio potente

Il métissage del detto  e del taciuto, al limite dell’indicibile e della tenerezza, fanno di Febbre una letteratura capace di spostare la soglia del possibile.

Jonathan Bazzi ha un esordio potente, quello di uno scrittore vero che si è mostrato al mondo. E nel suo libro non c’è spazio per la circospezione.

Ho “una cosa che non posso cambiare”, dice. Ma sa raccontarla in uno stile unico e in questo modo la trasfigura, la trasforma, la destruttura.
Febbre, davanti al pregiudizio, rilancia il dado della parola scritta. E vince. 

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