Fiori sopra l’inferno, la recensione di Linda Talato del romanzo Ilaria Tuti pubblicato da Longanesi.

Ilaria Tuti, Fiori sopra l'inferno
  • Titolo:Fiori sopra l’inferno
  • Autrice: Ilaria Tuti
  • Editore: Longanesi
  • PP: 366

Ero arrivata neppure a un terzo della versione digitale de Fiori sopra l’inferno – Longanesi – quando ho capito che sul romanzo di Ilaria Tuti c’era davvero molto da dire.

Per questo verrò subito al dunque, perché Ilaria, in quello che è il suo romanzo d’esordio, mette davvero tanta carne al fuoco, narrativamente parlando, e partirò dall’inizio, procedendo poi per gradi, in modo da analizzare tutti i punti che possono essere utili al lettore, ma senza spoiler.

Non servono commenti sul finale: è sufficientemente esaustivo e coerente con il resto della trama ma, soprattutto, è “poca cosa”, passatemi il termine, rispetto a tutta la narrazione che lo ha preceduto. In alcuni casi – vedi I Lupi di Venezia – le battute finali sono tutto, in altri – I Leoni di Sicilia – è proprio da lì che iniziano le riflessioni del lettore. In casi come questo, invece, il lettore arriva alla fine appagato e con l’animo “risolto”, ed è come se il finale fosse già scritto nella sua mente.

L’inizio dunque. 

Devo dire che, per me, non è stato dei più scoppiettanti. Non ho trovato nella Tuti una “maestra” dell’incipit, come ad esempio è la collega Barbara Baraldi, oppure Alex Connor. Vuoi perché l’aria delle prime pagine mi ricordava molto alcuni scrittori di thriller del nord Europa, tipo Stieg Larsson, Jo Nesbø e Peter Høeg – e io non sono un amante del thriller in salsa nordica – vuoi perché il ritmo era eccessivamente lento e sembrava non dovesse succedere mai nulla, devo dire che l’inizio non mi ha catturata, almeno fino a un momento in particolare: quello in cui fa irruzione nella scena del crimine il buon Massimo Marini. Ed è a quel punto che la Tuti fa un gioco con il lettore… 

(«Lettore, voglio fare un gioco con te! Muahahah!» No, Saw – L’enigmista non c’entra nulla, sto vaneggiando…)

Con l’ispettore Marini il lettore crede di essere di fronte a un’altra Aurora Scalviati, o un altro Robert Langdon, a seconda che leggiate thriller nostrano o straniero. O entrambi tipo me. 

Invece no! Massimo Marini non ha una faccenda irrisolta, non è un eroe tormentato e… Non è neppure il protagonista della storia, perché Ilaria attraverso gli occhi di lui vi presenterà un altro personaggio. E quello sì che è davvero notevole.

«Ispettore Massimo Marini» si presentò, porgendo la mano a Battaglia. «Sono stato assegnato alla sua squadra. Nessuno mi ha avvertito del sopralluogo, altrimenti vi avrei raggiunto prima.» 

Non sapeva perché l’aveva detto. La sua voce era suonata petulante persino a sé stesso, come quella di un bambino stizzito. Nessuno strinse la sua mano. Massimo la lasciò cadere. Si arrendeva a quella giornata sbagliata. L’uomo lo guardava senza dire una parola. Gli parve di vederlo scuotere la testa leggermente, come un avvertimento furtivo. Fu la vecchia a rispondere. 

«Il morto non ha avuto la decenza di avvertire neppure noi, ispettore.»

Aveva una voce roca e tutta l’aria di considerarlo meno di niente. Massimo la squadrò. Il berretto di lana tempestato di lustrini schiacciava sulla fronte la frangetta sbarazzina che non c’entrava nulla con il viso segnato dall’età e da una durezza che preannunciava un carattere altrettanto spigoloso. Gli occhietti lo trapassavano come mani impazienti, gli frugavano il viso in cerca di chissà quale conferma. Stava mordicchiando le stanghette di un paio di occhiali da vista. Massimo notò che aveva le labbra sottili: di tanto in tanto le arricciava, come a soppesare un pensiero. Un giudizio, forse. Sotto il giaccone si poteva indovinare un fisico tozzo. Il tessuto teso sui fianchi robusti.

Marini si renderà conto di aver scambiato l’agente Parisi per il commissario, e il “vero” commissario, cioè Teresa Battaglia, “la vecchia”, per una testimone ficcanaso qualunque. Ancora non sa, Marini, che la Battaglia diventerà croce e delizia per lui fino alla fine della storia.

E questo è anche il momento in cui la Tuti picchietterà sulla spalla del lettore dicendogli: «ehi? Mi stai ascoltando?» 

Perché quando entra in scena Teresa Battaglia e anche il punto in cui quella storia diventa affare nostro.

La trama

Facciamo un passo indietro per dare un’inquadratura generica dello scenario in cui si muovono i personaggi. La storia si svolge a Travenì, ridente comunità montana frutto della fantasia dell’autrice e che probabilmente richiama il luogo in cui è nata, Gemona del Friuli. La natura è lussureggiante, selvaggia, e molto ben descritta, la Tuti è brava con le descrizioni, sia dei paesaggi che dei personaggi.

L’uomo che aveva parlato la stava guardando con un sorriso. Aveva il viso mezzo coperto da uno sciarpone di lana a quadri e sulla testa un cappello di feltro, decorato con un giro di cordoncino e una composizione di piccole piume setose. Avvolto in un cappotto di lana verde, non era molto più alto di Teresa.

Indubbiamente gli amanti delle descrizioni troveranno pane per i loro denti. Torniamo a Travenì.

Nel pittoresco paesino in cui il tempo sembra essersi fermato, c’è un killer sanguinario che si nasconde nei boschi, e saranno quattro bambini, Mathias, Diego, Lucia e Oliver, ad aiutare gli inquirenti a scovarlo. Quattro bambini legati da una fratellanza, una sorta di patto di sangue, ma anche segnati da famiglie problematiche, genitori assenti, distaccati, violenti…

I due amici, assieme a Oliver, erano da qualche mese al centro del suo mondo. Lucia si appoggiava a loro con fiducia. Per questo motivo gli ultimi avvenimenti l’avevano resa triste e addolorata. Il padre di Diego era morto. Lo avevano trovato nel bosco, dopo due giorni che mancava da casa. Lucia era rimasta immobile, il bolo di cibo fermo a metà gola, quando suo padre aveva commentato la notizia durante la cena. Non era ancora riuscita a parlare con il suo amico, ma gli aveva scritto un biglietto che gli avrebbe fatto avere nel modo in cui usavano scambiarsi i messaggi: infilato tra gli scuri della sua stanza, dietro il vaso di biancospino. Sul foglio strappato da un quaderno, aveva scritto tre sole parole: fratelli di sangue.

A voi fa venire in mente qualcosa? A me sì

It.

Ovviamente con il classico di Stephen King questa storia non ha nulla a che fare, però il lettore diciamo medio vi scorgerà qualcosa di familiare, che lo indurrà a sentirsi a suo agio nella storia.

Torniamo alla protagonista, Teresa Battaglia, il commissario. La Tuti ha costruito un personaggio davvero originale ed eccezionale, almeno per come la vedo io. Teresa non è bella, non è magra, non è giovane, non gode neppure di buona salute. Insomma, Teresa è tutto fuorchè l’eroe – o eroina – cazzuto di un thriller. Eppure lo è.

Ed è meravigliosamente originale pure il suo rapporto con Marini, tanto che a momenti ho creduto che lui si sarebbe preso una cotta per lei – e forse in un certo senso è successo. È qui davvero c’è uno stravolgimento di tutti gli stereotipi più noti: è la donna, in questo caso, che ogni tanto fa un po’ di quello che al contrario chiameremo “mansplaining”, pretendendo di insegnare al belloccio e giovane sottoposto come si sta al mondo.

In generale, i personaggi maschili che ruotano attorno a Teresa li ho trovati molto belli nella loro umanità, e mai poco mascolini o scontati, anzi: non mi è venuto da pensare “beh, si vede che si tratta di uomini scritti da una donna, un uomo vero non si comporterebbe così”. Sono uomini con la U maiuscola pur senza ostentare machismi inutili. 

Quelle “labbra sottili, che ogni tanto mordicchiano le stanghette degli occhiali” diventeranno la cifra stilistica di Teresa – e della Tuti – come il continuo toccarsi la cicatrice di Aurora Scalviati, o l’orologio di Topolino di Robert Langdon.

Insomma, indubbiamente un personaggio che resta.

Più mi addentravo nella storia, più ho temuto che l’autrice, prima o poi, sarebbe ricaduta nel classico dei classici, nello stereotipo stra-usato (e abusato) che piace molto, ma che a me, immancabilmente, fa venire il latte alle ginocchia.

La madre coraggio.

(Nooooo! La madre coraggio no, vi prego, salvatemi! Abbiate pietà di me!)

Parlo della donna legata indissolubilmente alla prole da un vincolo atavico che va oltre ogni cosa, la donna pronta a tutto pur di difendere i pargoli, pronta a fare tutte quelle cose che, ovviamente, gli uomini, nella loro eterna stoltezza e immaturità, non potranno mai capire.

“Ilaria ti prego no, non farmi questo anche tu”, ho pensato.

Non me lo ha fatto.

(Grazie, grazie, sono commossa!)

O meglio, la Tuti ha saputo calibrare bene l’immagine di donna madre (e donna forte nel suo ruolo di madre) con “il padre”, l’antagonista, l’uomo che sente la cura dei “cuccioli” come un istinto fondamentale e primordiale negli esseri umani; a prescindere, dunque, dal genere di appartenenza.

(Evviva!)

Ciò che posso dire, per il momento, è che quelli più prossimi al maschio Alpha peggiorano meno velocemente degli altri, come se una sorta di comunicazione avesse fatto loro superare l’isolamento e attingere maggiore forza (dal “Padre”?). 

A questo punto è lecito concordare con le osservazioni finali di Spitz: le interazioni sociali sono essenziali per la sopravvivenza umana.

A quanti obbietteranno che il soggetto è troppo giovane per manifestare le attitudini di un “Padre”, io rispondo con le parole di Freud: 

“L’uomo primitivo sopravvive in noi, così come ogni gruppo umano può ricostituire l’orda primitiva”.

A tal proposito, se proprio vogliamo far le pulci all’autrice in questo senso, ho trovato un po’ scontato quando Teresa dice di sentirsi come un vecchio cervo che sfida a colpi di corna i più giovani per conservare il proprio territorio e la leadership del branco, solo che lei è nata femmina e di scornare gli altri non ha granché voglia. 

Diciamo che la differenza starebbe nel fatto che il cervo femmina non ha le corna, e non che la femmina, in genere, rifiuta la violenza. Magari fosse sempre così.

Ma sono sottigliezze da fanatici degli stereotipi tipo me, lo ammetto.

La trama è fitta, a tratti intricata, ma l’autrice riesce abilmente a risolvere tutte le questioni in sospeso, fuorchè una: qual è l’incidente scatenante che ha portato Marini a trasferirsi dalla città a Travenì? Quale passato lo attanaglia, da cosa fugge? La Tuti non lo dice. O, almeno, io non l’ho capito. Però magari lo chiarirà in un eventuale sequel. Dopotutto, nel mio Kindle c’è ancora Ninfa dormiente che attende di essere letto…

E non mi dispiacerebbe tornare a Travenì.

Teresa fissò il crocifisso che gli pendeva dal collo. Evitò di dirgli che gli assassini erano figli del suo Dio tanto quanto i santi, e venivano alla luce ovunque, anche a Travenì.

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