Foundation, la recensione di Giacomo Brunoro dell’ambiziosa serie Apple Original ispirata al Ciclo della Fondazione di Isaac Asimov.

Foundation, la nuova serie Apple Original tratta dal Ciclo della Fondazioni di Isaac Asimov era una delle serie più attese di sempre.

Il lavoro di Asimov infatti è a dir poco seminale per la costruzione della fantascienza così come la conosciamo oggi, ma la sua complessità e le sue mille stratificazioni l’avevano reso un prodotto impossibile da portare sullo schermo. Proprio quello che era successo al ciclo di Dune di Frank Herbert, arrivato soltanto quest’anno al successo audiovisivo grazie al colosssal di Denis Villeneuve.

Una serie molto ambiziosa (pure troppo)

Si possono dire tante cose di Foundation, ma su un punto bisogna essere molto chiari: quella tentata da Apple è un’operazione molto ambiziosa in termini di impatto visivo e di sforzo produttivo. Del resto non poteva essere altrimenti visto che stiamo parlando della punta di diamante di un canale che finora non è ancora riuscito a produrre blockbuster seriali come invece hanno fatto Netflix, HBO o Amazon Prime Video.

A mio avviso la serie, che pur presenta momenti notevoli, non riesce a centrare del tutto il bersaglio. E questo nonostante un cast davvero in palla, un visual spettacolare e una sceneggiatura ben scritta e calibrata.

E allora perché Foundation riesce solo a metà? Proprio per il motivo con cui abbiamo aperto questo pezzo, ovvero per l’eccessiva complessità e stratificazione dell’opera di Asimov. Di base la produzione ha appiattito la complessità dei libri per cercare di essere coerente con la cultura dominante (operazione sensata e pienamente legittima, sia chiaro), cultura che però mal si adatta a un pensiero profondo come quello del geniale autore statunitense.

Da un punto di vista produttivo e culturale capisco benissimo quesa scelta e in parte la condivido, ma purtroppo il risultato da un punto di vista narrativo e strutturale è che le montagne russe di Asimov vengono appiattite da un pensiero debole e stereotipato.

E così quella che resta un’opera visionaria capace di oltrepassare ogni schema rischia di diventare un polpettone un po’ indigesto sia ai cultori dei romanzi che ai neofiti della materia.

Foundation, fantascienza molto lontana dal mainstream

La fantascienza di Foundation, infatti, non parla di scontri tra astronavi stellari, duelli con spade laser o lotte all’ultimo sangue contro mostri alieni cattivi e ributtanti. È una fantascienza lontanissima dai canoni del mainstream attuale. Nell’opera di Asimov quello che lascia senza fiato il lettore è la profondità del pensiero, la potenza della visione.

Non ci sono elementi magici o rassicuranti nel futuro di Asimov, non ci sono Forza né Spezia (anche se per moltissimi aspetti l’universo narrativo di Herbert è molto vicino a quello di Asimov per vastità e profondità di pensiero), c’è poco spazio per un pensiero fatto di “buoni” e “cattivi”. Il Ciclo della Fondazione non ci permette di ridurre la realtà a categorie preconfenzionate.

Chiaro che in una società come quella attuale, in cui ogni conflitto è polarizzato in “giusto” e “sbagliato”, in cui anche l’entertainment sente l’imperativo insegnarti chi è “cattivo” e chi è “buono”, è davvero difficile restituire a un prodotto audiovisivo mainstream questo tipo di profondità di pensiero.

E per chi non ha mai letto Asimov?

Asimov, proprio come Herbert, è un autore molto più noto che letto. In tanti hanno sentito parlare di lui, così come in tanti hanno sentito parlare delle famose tre leggi della robotica, ma non sono poi così tanti quelli che hanno letto davvero le sue opere.

Bisogna dunque considerare per forza anche quell’enorme fetta di pubblico che per la prima volta si avvicina alla Fondazione.

E allora Foundation è una serie coraggiosa che potrebbe avere il gran merito di far (ri)scoprire uno dei padri fondatori della fantascienza moderna. Coraggiosa perché prova a raccontare una storia diversa, a instillare nel pubblico la scintilla della curiosità nei confronti della complessità.

Personalmente poi sono dell’idea che un prodotto audiovisivo non debba ricalcare il suo originario cartaceo, libro o fumetto che sia. Media diversi necessitano di scelte narrative diverse, e se vado al cinema o accendo la tv non voglio vedere un libro riprodotto nello schermo, ma un film (cosa che, ad esempio, rende quasi sempre i film di Kubrick più belli dei libri da cui sono tratti).

Certo, quando si ha a che fare con opere talmente potenti è quasi impossibile non fare paragoni con il testo di partenza, anzi è inevitabile, con tutto quello che ne consegue.

In definitiva dunque ben vengano produzioni come Foundation se saranno in grado di aprire la porta a nuovi percorsi creativi destabilizzando il grande pubblico con domande scomode e inaspettate.