Il cacciatore del buio, la recensione

Il cacciatore del buio di Donato Carrisi è un buon thriller che procede inesorabile tra atmosfere cupe e respiri trattenuti.

Il cacciatore del buio donato carrisi recensione sugarpulpTitolo: Il cacciatore del buio.
Autore: Donato Carrisi
Editore: Longanesi
PP: 406
Prezzo: cartacero 15,90 euro | ebook 8,99 euro

È la prima volta che leggo un romanzo di Donato Carrisi. Ho volutamente scelto di non partire dal primo di una serie, ma di pescare un po’ a caso. Come la famosa regola de “la pagina 99” che ci dice: se vuoi scegliere un libro, leggi pagina 99, e da lì capirai se fa per te.

L’esperimento è riuscito a me, con questo bel romanzo che però, per certi aspetti, non mi ha soddisfatto appieno.

Andiamo con ordine: Roma è sotto assedio, un mostro assassino colpisce le coppiette appartate nella campagna. È violento, spietato e sadico.

Accanto alla polizia, indaga Marcus. Un penitenziere senza passato, con la grande capacità di leggere il male come una dimensione. Un uomo turbato da un profondo vuoto di memoria e dal fallimento di un’indagine sull’omicidio di una suora nei giardini vaticani.

Carrisi racconta la storia con grande perizia, si muove agevolmente tra le splendide immagini di una Roma vista con gli occhi di un misto tra il critico d’arte e lo storico, e traccia le vicende vaticane come un navigato esperto di geopolitica e misteri.

Un libro approfondito ma mai noioso in cui è praticamente impossibile perdere il filo, nonostante la trama sia assolutamente intricata e ricca di colpi di scena.

Un noir vero, una storia criminale ad alta tensione.

Non è quel libro che dici voglio correre a casa per mettermi a leggerlo, ma quando ci affondi non ti lascia più andare.

Esperimento riuscito a metà, dicevo. Perché qualcosa non mi ha molto convinto. In particolare, in alcuni momenti ho avuto la netta sensazione che il romanzo si trascinasse cercando di arricchire una trama già ricca di sua.

E, senza spoilerare, devo ammettere che il finale è piuttosto enigmatico, molto meno lineare di quanto non sia tutta la storia stessa.

Però è un libro che consiglio per la costanza del ritmo del porta avanti: non è un heavy metal, è più una ballata, ma va avanti inesorabile tra atmosfere cupe e respiri trattenuti.

E perché apre una finestra su giochi di potere e legami pesanti con grandissima maestria. Soprattutto lo consiglio perché è in grado di rendere alla perfezione l’idea di un concetto espresso dall’autore nel corso di un discorso di Marcus: il male non è un’idea astratta. Il male è una dimensione.

E in questa storia è una dimensione così rilevante da essere il vero protagonista.

3 barbabietole su 5

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