Invernale, la recensione di Maila Cavaliere del nuovo romanzo di Dario Voltolini pubblicato da La Nave di Teseo.

Invernale, la recensione di Maila Cavaliere del nuovo romanzo di Dario Voltolini pubblicato da La Nave di Teseo.

Sulla copertina di Invernale di Dario Voltolini, uscito il 20 febbraio per La Nave di Teseo e appena candidato al Premio Strega, compare il particolare dell’agnello mistico, quello che nella liturgia cattolica toglie i peccati del mondo. Dal suo petto, nel complesso pittorico del Polittico di Gand (opera di Hubert e Jan Van Eyck) da cui l’immagine è ripresa, sgorga sangue raccolto in un calice, a chiara rappresentazione della simbologia eucaristica.

Ecco che nel lettore si produce subito una sorta di inquietudine per la contraddizione percepita tra l’animale che incarna il sacrificio divino e l’argomento del romanzo, la macellazione degli animali da parte di un padre esperto di carne e sangue che nella carne e nel sangue trova la morte.

Nel mercato del sabato di Porta Palazzo, dove il protagonista lavora come macellaio, compare fin dalle prime pagine una moltitudine rumorosa. Non è adorante come la folla di personaggi che attornia l’agnello dipinto. Schiamazza, fa confusione, preme, pretende di essere servita celermente, costringendo i venditori a cimentarsi in esercizi di velocità e precisione sul banco da lavoro.

La periferia

Come nel maestoso esempio di arte fiamminga, anche nel racconto di Invernale si manifesta, in transitori allargamenti di prospettiva, la periferia della città  (Torino, nel libro) con i suoi edifici smunti e i casseggiati popolari ma è tutt’altro scenario rispetto all’allegoria di una Gerusalemme perfetta rappresentata dai Van Eyck.

Eppure, anche nel romanzo di Dario Voltolini con una scrittura misurata e pulitissima si consuma un atto sacrificale. È il sacrificio tutto umano della bestia macellata insieme al suo carnezziere, esseri talmente vicini, talmente corrispondenti  e complementari da venire contaminati in un fatale destino di morte.

Il macellaio è un padre e a suo figlio Dario lascia, nel tempo della narrazione, un destino e un’eredità, quelli dell’allenamento e della traiettoria, della precisione chirurgica e della nettezza.

Del resto, dosare parola e silenzio, frase e misura è un mestiere complesso e assomiglia a quello di disossare carni o affilare lame taglienti, sezionare tagli perfetti, separare frattaglie e scarti. Va imparato bene in un apprendistato familiare e solitario che, pur esercitandosi in sfere differenti, passa di padre  in figlio.

Nella confusione del mondo, senza norma e disciplina, infatti, “il rischio è quello di logorare in maniera irreversibile la parola”, scriveva Ivano Ferrari, il poeta di Macello.

Destino

Che sia il mattatoio in cui Ferrari aveva lavorato, o il banco del mercato del protagonista di Invernale, che sia di uomini o di bestie, nelle carni esposte al tempo e alle circostanze, si condensa la vita in una versione raggrumata e collosa, dove vizi e virtù, pelle e interiora appartengono allo stesso, inesorabile destino.

Mentre il sangue animale si rapprende sul banco dell’ucciere e va pulito con solerzia, le piastrine dell’uomo a un certo punto non aggregano più e la medicina capitola, impotente. Non c’è rimedio che sani, che riporti la situazione alla vitalità di prima.

La violenza scannatoria si vendica, in un certo senso, non per causalità, ma per contiguità, passando da carne morta a carne viva, da sangue a sangue. Ne è preludio una stanchezza strana, destino silente che si insinua in un pertugio offerto dall’occasione, barando, trasfigurandosi in false apparenze, per mostrarsi davvero solo quando è tempo di trionfare sul corpo occupato. E il risultato narrativo è perturbante perché macellare gli animali, per il protagonista di Invernale, non è un atto di concupiscenza ma un gesto necessario di sopravvivenza, di cura della famiglia, di metodo.

Torna più volte nelle pagine di Voltolini il riferimento al rumore, parola che contiene in sé il lemma umore. Così, mentre il vocìo rumoroso della folla mercatale si fa più sommesso, in un graduale decrescendo, come in un coro tragico e presago, gli umori dei prelievi mostrano valori sempre più bassi e alterati. Cala anche l’ umore del paziente ignaro che avverte, tuttavia, intorno a sé il tacito indicibile.

Un racconto pulsante e perfetto

L’esitazione che manifesta a un tratto il padre non è una slabbratura ma un tempo che il macellaio abita come un luogo, in cui finisce per camminarci dentro fino al punto che la domanda posta a sé stesso, “Dove andrò?”, equivale verosimilmente a un “quando”. È il punto cieco di una traiettoria, una direzione invisibile ma nota, come quello di una pallonata a effetto. E il punto di svolta è quello in cui, con la diagnosi, il fulcro della narrazione e lo sguardo si spostano dal padre al figlio.

Comincia allora un riposizionamento di entrambi nei ruoli e nel mondo, come traiettorie da ricalcolare. Nelle pagine non c’è conflitto tra i due, semmai nostalgia per ciò che non potrà più accadere tra loro.

Dario Voltolini scrive un racconto pulsante e perfetto la cui brevità esalta ogni periodo, rimarca ogni non detto. Per la riuscita mescolanza di sobrietà ed esattezza, Invernale è un libro di perfezione chirurgica e delicata intimità in cui poesia e ventura, carne e verbo, la fine del padre e il racconto del figlio si permeano magistralmente.