John Howard Carpenter, un falegname di visioni, al di là del bene e del male. L’analisi di Claudio Mattia Serfafin per Sugarpulp MAGAZINe.

L’uscita dell’ultimo Halloween (Halloween kills) è preziosa occasione per far luce su John Howard Carpenter, un grande artefice (regista, musicista, artista, pensatore) che ha esplorato bassifondi meta-cinematografici e umani, ben al di là di qualsiasi possibile valutazione: sicuramente nella sua opera è presente un indiscutibile impianto metafisico, che in questa sede si tenterà di descrivere.

 

Carpenter è un fenomeno culturale, nel senso che può essere studiato in punto di biografia come un artista a tutto tondo: il John in commento ha donato i propri talenti al cinema e alla narrativa, alla musica, alla filosofia estetica.

Ci si spieghi meglio: la filmografia di Carpenter è anzitutto estetica, nel senso che prima di addentrarsi nelle eventuali valenze politiche di ciò che afferma, essa deposita nell’inconscio dello spettatore una serie di lasciti visuali, di vibrazione, onirici, che solo poi (e solo forse) potranno trovare una spiegazione logica e del tutto arbitraria, a seconda di chi sia il depositario di questo lascito (lo stesso Carpenter, un attore o attrice da lui diretti, uno spettatore o spettatrice in sala, un critico cinematografico, ecc.).

Carpenter, ovvero il dominio dell’estetica

Lo scrivente ritiene che anzitutto qualunque presa di posizione estetica sia anzitutto una filosofia morale, mentre non sempre vale il contrario: non ogni filosofia morale ha delle conseguenze così potenti da un punto di vista del gusto (o del disgusto), da un punto di vista sonoro e dell’immaginario, anzitutto pubblico, quindi collettivo.

Carpenter è associato a trame e pulsioni individuali, della paura, ma ciò è valido solo a una lettura superficiale, dal momento che scopo del regista statunitense è sempre stato quello di rendere più vivida la realtà, e anzi si potrebbe affermare che egli non abbia mai avuto intenzione di spaventare chicchessia, ma solo di divertirlo con raffinato acume. Si vedrà come in chiusura dell’articolo.

Carpenter è facitore di speculazione e fantastico, tanto per cominciare, più che di orrore realistico. Egli è autore di fantascienza (La cosa, 1997: Fuga da new York, Il seme della follia, Fantasmi da Marte, forse un’inarrivabile space opera).

L’inizio di una follia

Il seme della follia, tanto per dire, mostra John Trent / Sam Neill, agente assicurativo più solido che mai, farsi corrompere la mente da romanzi horror lunghi e noiosi, che dapprima il personaggio deride, ma dei quali poi diventa vittima. C’è forse qualcosa di diabolico all’opera, nella superficialità con cui l’ombra dell’esistenza (tramite questi mattoni à la Stephen King, qui chiamato Sutter Cane) si fa infine strada nella psiche di un bravo e impostato ultraquarantenne (una vera sfida per il comunque versatile Neill)?

Più seminali sono invece i grandi classici di Carpenter, nel senso che davvero si pongono come storie di origine, da imitare più e più volte. Basti pensare al fatto che La cosa è un estraneo pericoloso, da respingere a tutti i costi, in un setting davvero affascinante nella sua morbosità, mentre Fuga da New York funge da serio ragionamento circa la figura dell’eroe e dei suoi infiniti ribaltamenti (è un antieroe; non è alcuna delle due cose; traina veramente il flusso degli eventi, oppure no, ecc.). Dell’eroe, non a caso, non parlano più soltanto gli antropologi e gli esperti di mitologia scientifica, ma anche, per dire, il ben più noto Lee Child (Eroe, HarperCollins Italia, 2021).

Halloween e razionalità a duello?

Halloween (siamo pur sempre alla fine di ottobre) ha codificato la figura del mietitore senza un volto e senza una storia, e quello della donna dapprima in fuga e poi pronta a tutto, la quale scopre forza fisica e carisma interiore (forse così anche in The ward).

A proposito della figura della final girl, è di recente uscita e largo successo un intenso saggio di Jude Ellison Sady Doyle, Il mostruoso femminile. Il patriarcato e la paura delle donne (Tlon, 2021). La giovane Autrice, statunitense, effettua una disamina del femminismo secondo la corrente di pensiero dominante; il testo si pone in apparenza come un saggio dalla matrice quasi accademica, ma di fatto svela la grande passione della Doyle per la cultura di massa, tanto che ella parla sì della citata critica al patriarcato, ma alludendo alle sole fonti date dai film horror degli ultimi decenni (Scream, Final destination, ecc.).

A ben vedere, accusare il pubblico dei lettori di non aver compreso il grande potenziale stregonesco e celato del femmineo, secondo la Doyle compromesso dalla citata filmografia (che, per inciso, è al contrario dedicata a esaltare streghe, donne potenti e attrici straordinarie!), non è un buon metodo di dialogo, anzi: potrebbe addirittura accentuare una distanza data sì da vecchie correnti di pensiero, ma anche dal macro-fenomeno del conflitto e del negativo (in sé sussumente una vasta gamma di iconoclastie, date dai vari: politicamente corretto, cancel culture / damnatio memoriae o cultura della cancellazione – me too, o “anche io”, ecc.).

Come al solito, con l’attacco si risolve ben poco, mentre con una visione pacifica, ironica ed edificante si ottiene molto di più: se è vero che il conflitto è trasversale, lo è anche la proposta.

Si pensi a come il cinema pulp (anche nella sua versione dark, o horror, qui trattata) possa mettere tutti d’accordo e – in maniera proporzionale – a come l’imporre limiti non ben delineati possa mettere tutti in disaccordo: un qualcosa su cui meditare.

Buon Halloween.