Per fortuna l’odore pungente del timo ci teneva con i piedi ben piantati in quella stradina di sassi. Le nostre orecchie ascoltavano con più attenzione i suoni del bosco piuttosto che quelli del paese lontano, Romano d’Ezzelino.
Miracoli della montagna.
La casa non era distante che qualche centinaio di metri, Francesco sputò per terra e si accese una sigaretta, mentre io ancora soppesavo il bottino.
Non eravamo bracconieri, eravamo solo ragazzi e un cappello di pelle di ghiro, per quel che ci interessava del resto del mondo, ci pareva uno scambio più che onesto. Quando arrivammo a casa la luce del portico dondolava cigolando sulla sua catena. Non c’era una bava di vento. Ci spostammo in silenzio verso un cespuglio, più per istinto che per paura. Si vedeva che stare tra i boschi ci rendeva più svegli che stare dentro un ufficio. Io me ne accorgevo. Posai il sacco a terra e aguzzai lo sguardo il più possibile, mentre Francesco già guardava verso il cornicione del tetto. Cosa volesse fare lo sapeva solo lui. Ci spostammo tra le fronde per vedere meglio la finestra e l’interno della casa.

Il balcone aperto, la tenda tirata. Una luce fioca, quella della mensola, riempiva timida la stanza.
Poi un’ombra veloce svirgolò sulla parete e due mani si appoggiarono sulla lamiera del davanzale arrancando, strisciando lungo il vetro. Una lunga scia di sangue disegnò una “i” sbilenca sul vetro.
Deglutii. Non mi rendevo conto di cosa succedeva. Cercavo col naso gli odori che mi davano sicurezza, ma non sentivo più il timo, non sentivo più la resina dei pini né l’odore del tabacco di Francesco. Solo l’odore grigio di una pozzanghera poco lontana, il ricordo di un temporale della sera prima.
Francesco non mosse un muscolo, ascoltò, scrutò, pensò, poi si mosse.
La schiena china, correva senza far rumore tra le larghe foglie delle felci, nel bosco che circondava la casa.
Lo vidi mentre scendeva per la scarpata, qualche pigna rotolava nella piccola valle in direzione della strada che raggiunse in breve.
Uscì dal bosco e lo vidi nel chiaro di luna toccare finalmente l’asfalto e avvicinarsi a una vecchia Multipla. Si infilò sotto, estrasse il coltellino svizzero e armeggiò un paio di minuti.
Io seguivo la scena senza respirare, mentre una serie di colpi sordi mi piombavano nelle orecchie da dentro il soggiorno di Francesco. Quando fu di nuovo al mio fianco ebbi un momento, minimo, di distensione.

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