“Co’ quea nol va più da nesuna parte.”

Non capivo quel sangue freddo dopo quello che avevamo visto. Poi vidi che prendeva la torcia elettrica e la accendeva.
“Che casso feto! No far luce!”
Mi guardò e finalmente mi fu chiaro tutto.
Quella era casa sua, sua e di nessun altro. Se l’era sudata e non c’era motivo al mondo per cui qualcuno potesse entrare ed ammazzarci qualcun altro. Non senza passarla liscia, almeno.
Con la torcia elettrica seguì piano i contorni della casa, una vecchia malga che lui si era sistemato pietra su pietra.
Sulla cima del tetto una cisterna di lamiera che raccoglieva l’acqua piovana. Ancorata alla parete di roccia che stava dietro la casa, si reggeva con un sottile filo di ferro.
Francesco doveva finire di sistemarla ma io avevo insistito per farlo il giorno dopo. Non averla messa in sicurezza era una vergogna per lui, ma in quel momento per me era quasi un vanto.
Caricò il fucile con un piombino e me ne diede un altro da tenere in mano, pronto per la ricarica. Maledissi i colpi singoli dei fucili ad aria compressa.
Guardò la finestra dove ora si vedeva bene un uomo di spalle che guardava a terra. Un maglione grigio chiaro comprato al supermercato e un paio di pantaloni mimetici.
Francesco illuminò la porta e calcolò a spanne l’altezza dell’uomo spostando la canna del fucile dalla sua tempia, oltre il vetro, alle assi di legno di larice che aveva tagliato e lavorato per costruire una robusta porta d’entrata. Scassinarla non era stata una buona idea.
Poi mi disse di reggere la torcia e illuminare il filo di ferro che reggeva la cisterna.
Eseguii. Ma la mano tremava e il filo luccicava nel buio.
Mi guardò torvo, respirai a fondo e piazzai la torcia sul ginocchio. Ben ferma col peso del braccio illuminava giusto quel che gli serviva, mentre la luna, dietro, era coperta da una nuvola passeggera.

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