Vortice, voragine, vertigine. L’ossessione amorosa ne La donna che visse due volte di Boileau e Narcejac.

La donna che visse due volte, recensione
  • Titolo: La donna che visse due volte
  • Autore: Pierre Boileaue e Thomas Narcejac
  • Editore: Adelphi
  • PP: 196

D’entre les morts (titolo originale ma non meno suggestivo di quello italiano, La donna che visse due volte) del duo del noir Boileau-Narcejac non può mancare di stregare il lettore: proprio come potrebbe stregare una donna incredibilmente affascinante, che trascini con le sue malie l’innamorato nel vortice dell’amore, in virtù del quale tutto, in sua mancanza, di lei ci parla, fino a portarci sull’orlo di una dolceamara follia.

Certo, leggere un mystery conoscendone già la risoluzione priva del maggior piacere dato dal genere. Ma la scrittura dei Fruttero&Lucentini francesi è ammaliante, ricca di suggestive simbologie, con tanta introspezione e caratterizzazione dei personaggi: tutti elementi che valgono assolutamente una lettura di quest’agile libretto bello anche nella “confezione”. Inoltre, il romanzo è qualcosa di più e di diverso rispetto a una banale versione su carta del film.

Riguardo alle suddette simbologie, va detto che esse sussistono già a monte dell’hitchcockiano Vertigo, film che le coglie e amplifica dando luogo a quella che man mano che passano gli anni si rivela essere agli occhi dei critici una delle opere di maggior pregio della settima arte. E le coglie e amplifica sin dal titolo: «Perché ci sono verità su cui la nostra mente non può soffermarsi senza che veniamo travolti da una sorta di vertigine dell’anima, cento volte più orribile delle vertigini del corpo» (p. 178). Ma si potrebbero produrre decine di altri esempi.

Dai mulinelli della Senna (p. 39) alle grotte vicino Saumur che generano nel protagonista Flavières «l’attrazione delle tenebre» (p. 46); dall’acrofobia, cioè la paura delle altezza (letta come situazione esistenziale universale: «erano tutti come lui, Flavières, in bilico su un pendio affacciato sul vuoto», p. 33), alla ricorsività del passato nei pensieri ossessivi di Madeleine (p. 59 e passim), personaggio soggetto apparentemente a una sorta di maledizione, o meglio a una psicosi depressiva che investe la sfera mnesica, e il cui nomen omen non può che ricordarci – appunto – il soffice tortino proustiano a forma di conchiglia; dall’eterno ritorno al pensiero centripeto incarnato da costei, oggetto di passione amorosa, all’altrettanto vorticosa mania risucchiante e imbutiforme di Flavières che nella labirintica Seconda parte pretende che il passato si ripeta e, dopo esser stato Orfeo, si fa Pigmalione, tutto rimanda – sempre in maniera ossessiva – a questo centro nevralgico del libro cui rinvia il già citato titolo: il vortice, il maelstrom, la voragine, le sabbie mobili, il baratro, la spirale, l’abisso che, come per via di vertigini del corpo (che curvano, prostrano, tolgono il respiro), inghiotte fatalmente i protagonisti vittime delle proprie vertigini mentali, in ogni caso trappole della psiche da cui non si può uscire indenni.

Che poi questo romanzo parli anche di un mistero spaventoso ai confini dell’horror, che causa metaforicamente un’ennesima vertigine nell’ignaro protagonista e nell’altrettanto ignaro lettore, è il vero coup de maître della coppia di scrittori d’Oltralpe. Ed ecco, proprio in questo consiste l’originalità della “formula” del giallo à la Boileau-Narcejac, ossia ciò che lo differenzia dal giallo classico (quello di Agatha Christie, per intenderci), un’originalità che – per ammissione degli stessi autori* – è contraddistinta da tre elementi strettamente collegati dal sottile fil rouge (o noir?) del terrore.

Innanzitutto, il finale deve essere folgorante, spiazzante, nel suo coincidere con un’epifania per il protagonista (e per noi lettori con lui), mai disgiunta dall’elemento orrorifico. In secondo luogo, c’è un certo tipo di paura che deriva dal fatto che l’eroe della vicenda si confronta con una situazione misteriosa di cui non comprende niente e per decifrare la quale si dibatte più che può. Per concludere, il giallo così delineato, non può che essere un «romanzo della vittima», in quanto al personaggio principale (la vittima, appunto) succede qualcosa che non ha alcun senso, che è impossibile, eppure è stato da lui constatato, è reale; egli cerca con il ragionamento, con la logica, di risolvere l’enigma, ma tutti i suoi tentativi falliscono – da cui la tensione, la suspense che si allenta soltanto nelle ultimissime pagine.

Siamo in presenza di un piccolo capolavoro sull’eterno binomio Amore-Morte, fuso nel tema della necrofilia, nonché sul fin troppo ubiquo, ma come qui spesso fecondo di idee, tema del doppio (le due Madeleine) e sul dualismo (il lacerante contrasto tra Ideale e Reale, che ci fa credere che se Baudelaire fosse stato anche romanziere probabilmente avrebbe scritto qualcosa di simile): un romanzo imperdibile per tutti i fan di Hitchcock, ma anche per chi ama il noir francese e le atmosfere cupe e ossessive.

Note

*Traggo quest’analisi dalle parole degli stessi autori, intervistati al link seguente (si veda in particolare quanto spiegato in maniera estremamente chiara da Narcejac ai minuti 1:56-3:14): 

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