La Terra di Mezzo è il luogo delle virtù. Claudio Mattia Serafin ci accompagna in un viaggio tra Lo Hobbit e Il Signore degli Anelli in attesa della nuova serie tolkeniana targata Amazon.

Tra il 1936 e il 1955 la narrativa assiste al (non ancora percepito come tale…) trionfale ingresso della saga del filologo e scrittore britannico John Ronald Reuel Tolkien: Lo Hobbit e Il Signore degli Anelli.

Tolkien è entrato nell’eterno a partire dal momento della sua nascita, come anche nell’istante in cui ha compiuto la sua opera: come tutti gli immortali, siamo noi posteri a poter godere dei frutti lasciatici da questo grande uomo.

Ad oggi, 2021, il mondo dell’intrattenimento è in fibrillante attesa: la serie televisiva Prime video dedicata alla Seconda Era del mondo tolkieniano è in arrivo.

Non si è ancora in grado di prevedere quale sarà il suo eventuale successo, ma una cosa è certa: tra il 2001 e il 2003 è stata l’opera di Peter Jackson a rivoluzionare del tutto l’immaginario fantasy, con particolare attenzione alla fiaba medievale, e da quel momento in avanti la percezione comune sul punto è mutata del tutto.

Alla fine degli anni Novanta, infatti, il cinema risentiva dei geniali influssi fantascientifici di Steven Spielberg e George Lucas. Proprio in quel momento il regista neozelandese aggiunge il tocco mancante all’arte del cinema e della narrazione: ai grandi valori universali narrati dai due celebri registi statunitensi, Jackson aggiunge un inedito taglio filosofico, incentrato in specie sulla contrapposizione (evidente nella prima parte del primo film, La compagnia dell’anello) tra l’ambiente bucolico, aperto e certo della casa di campagna (Saccoforino, la Contea), e il potere stordente del piccolo oggetto, l’Anello, che muta tutte le dimensioni spaziali.

Un Anello per ghermirli e nel buio incatenarli…

L’Anello distorce, crea vertigine nello spettatore e nei protagonisti cui tocca in sorte tale malvagio simulacro (l’anziano Bilbo Baggins, Gandalf che solo lo sfiora, infine il giovane e innocente Frodo, ultima e disgraziata vittima di una modernissima depressione/transfert).

Un’alternanza psicanalitica tra ambiente domestico e la rovina data dal simbolo, che è assolutamente moderna e che si innesta (non richiesta) nella quiete del privato: la sinergia tra il materiale d’origine e la regia dà luogo a un fenomeno di incastri mai visto prima.

È chiaro, infatti, che le antiche leggende britanniche (come ad es. il ciclo arturiano oppure Beowulf, di cui Tolkien era esperto filologo) non sono di regola aperte a indagini soggettive, introverse o intimiste: in questo caso è stato reso possibile grazie alla grande esperienza degli attori, tutti provenienti dal teatro inglese, e alla spettacolare produzione, certosina e programmata anzitempo con ottime strategie narrative e di setting (il lavoro sui modellini di palazzi e città, come anche la cura di accessori, armi, vestiti, gioielli e acconciature).

Un viaggio inaspettato

Diverso è stato l’approccio per la saga de Lo Hobbit, anch’essa importante per lo sviluppo del legendarium tolkieniano, ove un utilizzo maggiore della fotografia arrotondata e poetica (rispetto all’iperrealismo de Il Signore degli Anelli) e degli effetti speciali fa da contraltare a un impianto valoriale caloroso: una riflessione sull’amicizia e sulla lealtà assai toccante e coinvolgente, per vero già ben resa nel romanzo originale (ad es. nei capitoli 17 e 18, Lo Hobbit, Adelphi, 2012, in cui il protagonista Bilbo prende congedo da compagni indimenticabili).

La presunta leggerezza de Lo Hobbit rende la narrazione più immediata, come un racconto d’avventura senza tempo; Il Signore degli Anelli presenta ovviamente una ricchezza simbolica che è sfaccettata, multicolore (come l’abito di Saruman! Bianco solo al primo sguardo, in realtà complesso e ipnotico come l’affascinante antagonista).

Ne Il Signore degli Anelli si rinvengono strategia militare, alleanze infrante per incomprensioni, tempi dilatati da un cammino senza fine, tanta sofferenza e il solo raziocinio a porvi freno. In esso sono descritte le migliori qualità umane, la brutalità di un nemico senza volto, da Sauron sino ad arrivare alla manovalanza degli Orchi; la luce e l’ombra come contrapposizioni teologiche.

La Terra di Mezzo è il nostro mondo

L’eroismo dei condottieri della Terra di Mezzo non ha nulla a che spartire con tanta narrazione medievaleggiante dell’oggi, in cui i bruti si gettano nella mischia senza un apparente perché: Re Théoden di Rohan, a capo dell’élite dei Rohirrim, è ben consapevole che la morte potrebbe attenderlo.

Il suo eroismo è autentico, proprio nella misura in cui egli sa che allo squillo di tromba corrisponderà la realizzazione del suo destino, come anche quello del suo amato popolo.

Ci si potrebbe attardare ancora, nel parlare della magica saga dell’Anello. Sintomo che, a quanto pare, non è ancora arrivato il momento di prendere congedo e di recarsi assieme agli Elfi, per mare, a Valinor: rimaniamo ancora un poco assieme ai Nani e agli Hobbit.

E, soprattutto, insieme alle Donne e agli Uomini, coraggiosi abitanti della Terra di Mezzo.

Advertisements