Masters of The Universe Revelation, la recensione di Giacomo Brunoro della deludente serie di Kevin Smith tratta da uno dei simboli degli anni ’80.

Masters Of The Universe Revelations era senza dubbio una delle serie più attese dai nerd cresciuti a pane e televisione negli anni ’80. Non staremo qui a ripercorrere l’infinita storia dei MOTU, come vengono chiamati dagli appassionati, vi basti sapere che negli anni questi pupazzotti stravaganti sono diventati un punto di riferimento inamovibile per la pop culture contemporanea.

Un vero e proprio fenomeno di costume iconico che ha dato vita a tutta una subcultura fatta di documentari, film, libri, siti web, collezionisti folli, addirittura storici specializzati nei Masters. Il sottoscritto ha letto e visto praticamente tutto quello che è stato prodotto in questi ultimi anni, oltre ad aver passato negli anni ’80 un monte ore pressoché infinito a giocare con quasi tutti i Masters disponibili sul mercato italiano.

Resta il fatto che sempre di una subcultura si tratta, dato che il fenomeno Masters non è mai riuscito davvero a diventare mainstream dopo la parentesi di gloria degli eighties come invece è successo a fenomeni come Star Wars o i supereroi Marvel e DC Comics.

Netflix da tempo ha capito che il business della nostalgia è molto redditizio e quindi ha pensato bene di mettere le mani su una proprietà intellettuale che nessuno aveva davvero voglia di sfruttare. Il progetto è stato affidato a un super nerd come Kevin Smith, nome che doveva essere una garanzia e che è stato salutato con gioia dai fan.

Masters Of The Universe Revelations, la serie

Il risultato è una serie pallosissima, costruita con una animazione di legno che a tratti è davvero imbarazzante e che ti fa rimpiangere il cartone animato anni ’80 della Filmation che, per quanto fosse un prodotto artigianale, riusciva a raggiungere livelli inarrivabili per Masters Of The Universe Reveletions.

Ho capito che per Netflix questo fosse un progetto a basso budget, ma sono quasi sicuro che “se davo 10 euro al mio falegname lo faceva meglio”. Certo, alcune rivisitazioni dei personaggi sono ottime, ci sono anche spunti e scelte grafiche interessanti, ma lo senario è talmente goffo che anche le belle idee si perdono.

Lo spiegone che ammazza la magia

La storia in sé non è neanche male, ci sono delle belle intuizioni e il tentativo di dare spessore e drammaticità a quello che era un prodotto privo di una storia organica ha anche il suo perché.

Peccato che il tutto sia ammorbato da spiegoni interminabili, che ogni dettaglio venga svelato e raccontato per filo e per segno fin da subito, togliendo alla storia magia e fascino narrativo.

Tutto quello che era indefinito e non raccontato nell’Universo di Eternia, un universo non scritto e quindi a tutti gli effetti un magma mitologico in piena regola, qui viene spiegato e codificato fin nelle virgole.

Quello che ne viene fuori è un prodotto zoppo, che annoia grandi e piccoli (soprattutto i più piccoli che se ne sbattono dell’effetto nostalgia e delle citazioni e della infinita sequela di easter eggs ammorbanti e completamente inutili).

Estetica e tematiche della storia seguono in pieno gli stereotipi del pensiero dominante nei salotti buoni di Hollywood, come ormai da tradizione Netflix, altro elemento che non aiuta certo il business della nostalgia ma che potrebbe essere un punto di forza per il pubblico più giovane. A patto che i più giovani possano essere interessati a un prodotto che è stato promosso come una enorme madeleine per chi è cresciuto negli anni ’80.

Forse ci sarebbe bisogno di storie un po’ più sgradevoli, disturbanti e meno allineate, ma non viviamo in tempi felici per le produzioni artistiche. Uno dei punti di forza della produzione “per bambini” anni ’80 (non quelle americane, da sempre rigidamente regolamentate) era il loro essere prodotti inconsapevolmente artistici, elemento che gli permetteva di essere destabilizzanti per il loro pubblico di riferimento.

Oggi invece l’obiettivo è normalizzare, rassicurare, mostrare manifesti ideologici, e il risultato è una noia ammorbante. E così non c’è più la ridicola morale buona che chiudeva ogni puntata dei vecchi cartoni animati Filmation, ma c’è una grande morale buona che aleggia su tutta la serie che rende il tutto un po’ ridicolo.

Il problema enorme del doppiaggio e dell’adattamento

Stendiamo infine un velo pietoso poi sul doppiaggio e sull’adattamento, con espressioni ridicole e inascoltabili che purtroppo stanno diventando la norma nei prodotti Netflix. Per fortuna i canali streaming offrono la possibilità di guardare film e serie in lingua originale (meglio un sottotitolo incerto che una traduzione orripilante).

Purtroppo il mondo del doppiaggio italiano oggi stia vivendo una crisi qualitativa enorme, e so perfettamente che la colpa è dei budget inesistenti, dei tempi di traduzione e registrazioni strettissimi e di tutto il resto. Ma se non si riescono ad ottenere risultati di qualità quando si ha a che fare con prodotti Netflix (ma vale lo stesso per Amazon Prime o Disney) allora abbiamo un grosso problema.