L’indinniazione e la morte del giornalismo italiano, l’editoriale di Fabio Chiesa per Sugarpulp MAGAZINE.

Certo, prima del 2020, una roba così non l’avevamo mai vista. E neppure ce la potevamo immaginare. Nessuno era preparato e dopo oltre un anno siamo ancora qui ad attendere che questo incubo finisca, ma sembra di essere entrati in un loop temporale dove le cose anziché migliorare si ripetono all’infinito. Il classico film dove il protagonista rivive sempre lo stesso giorno, ancora e ancora.

Sto parlando ovviamente della pandemia di “indinniazione” che ha colpito l’umanità in concomitanza della diffusione del Covid 19: mentre per il virus sono arrivati o stanno arrivando i vaccini, per l’indinniazione non pare esserci alcun antidoto o cura, e i contagiati sono in continuo aumento. E così ogni giorno, aprendo i social, siamo letteralmente subissati da una valanga di post, tweet e video pieni di sdegno, disgusto e rabbia. Insomma, la parola d’ordine ormai è VERGONNIAH!

Roba da far lacrimare gli occhi

Che i social puntassero forte sull’emotività della “ggente” lo si era capito bene quando Facebook ha disgraziatamente deciso di affiancare al semplice like le reaction della risata (che molti minus habentes utilizzano inopinatamente anche quando si parla di morti e tragedie), quella melensa del cuore, l’insopportabile faccina arrabbiata (o, a questo punto indinniata, fate voi), la faccina che piange (ma povera stella!) e l’insostenibile abbraccio.

Tutto questo, peraltro, senza includere un ben più utile e pratico dito medio. Ma tant’è.

Il cortocircuito è nato quando a puntare sulla sensibilità e sulla pancia degli utenti – oltre ai capoccia di FB e ad alcuni innominabili politici nostrani, disposti a farsi i selfie pure sulla tazza – sono stati anche buona parte, per non dire tutti, i giornalisti italiani (parlo in particolare di giornalismo digitale) che si occupano di politica e attualità.

Professionisti o presunti tali che se già prima passavano più tempo sui social e in televisione invece di fare come dio comanda il proprio lavoro di cronisti, con questa pandemia si sono trasformati in veri e propri influencer, rockstar del web disposte a qualsiasi cosa per un pugno di like in più. 

E allora via con una marea di post che certificano l’avvenuta morte del giornalismo, post in cui si punta apertamente a provocare gli istinti più bassi dei propri follower con tanto di meme demenziali, battute più o meno riuscite, scontatissimi attacchi al politico di turno (che ovviamente cambia a seconda dell’orientamento), dirette social più utili a gonfiare il proprio ego che a fare informazione e chi più ne ha più ne metta.

Un meccanismo consolidato

Il meccanismo è fondamentalmente quello già utilizzato da tanti programmi televisivi d’attualità per fare un po’ di spettacolo. Il problema è che siamo passati dallo sdegno comico di Striscia la notizia a una vera e propria invasione di giornalisti che si sono trasformati di botto in indignati speciali, i cui contenuti paiono fotocopiati, dallo sfogo del signor Sticazzi allo sberleffo del leader politico inviso, dalla condanna del cattivone di turno alla gogna mediatica di qualsiasi personaggio famoso accusato (accusato, ma non condannato) per aver commesso qualche malefatta.

Altra variante di questa inarrestabile deriva è il giornalismo sentimentale: ovvero si prende un personaggio considerato positivo e si racconta la sua toccante storia inseguendo un po’ di cuori e abbracci.

Variante che si sposa alla perfezione con il morbo del politicamente corretto che sta letteralmente affondando la società e la cultura occidentale (argomento che meriterebbe un intero articolo).

Purtroppo però la storia è sempre la stessa, la raccontano tutti quanti per dimostrare di essere sul pezzo ed i post, della stessa consistenza dello zucchero filato, iniziano quasi sempre con “Lui/Lei è il Signor o la Signora Sticazzi, che ha fatto questo e quello…” e via con la stucchevole narrazione figlia di una serie infinita di copia/incolla, leggendo la quale è molto probabile vi si stacchi un testicolo già alla seconda riga. Nel caso siate donne (non vorrei essere tacciato di sessismo) è probabile vi si secchino tempo zero le ovaie.

Alla ricerca del GomBloDDo perduto

C’è chi punta ad un pubblico di analfabeti funzionali che stanno ancora cercando il GomBloDDo dietro la pandemia e chi, invece, ai paladini del politically correct, eroi dei nostri tempi che non aspettano altro che una virgola fuori posto per fare la morale e urlare razzistah! omophobo! sessistah! maskilistah! (Ricordate bene, gli uomini, specie se bianchi, occidentali ed eterosessuali, sono TUTTI brutti, sporchi e cattivissimi, praticamente dei MOSTRI). Ma il succo è, ahinoi, sempre lo stesso.

La morte del giornalismo è assolutamente bipartisan

Sia ben chiaro, ci sono dentro tutti: giornalisti di destra e di sinistra, grillini, renziani, draghiani, fassiti, komunisti, nazisti dell’Illinois, massoni e rettiliani. Il punto però è uno soltanto: cos’ha a che fare tutto ciò con l’informazione? Mi faccio la domanda e vi do anche la risposta: una beneamata mazza.

Non che questi personaggi non debbano usare i social, ci mancherebbe, ma vederli e sentirli pontificare per 24 ore al giorno tentando di fare i brillanti su qualsiasi argomento, sempre con l’aria supponente di chi ha la verità in tasca, ha francamente stancato.

Leggendo della polemica lunare sollevata da una nota giornalista (o influencer?) che ha fatto rilevare indinniata come i giornalisti non rientrino tra le categorie da tutelare per la loro utilità in relazione alle tempistiche di vaccinazione, sorge spontanea una domanda. Giornalisti? Quali giornalisti?

Quelli che tra un meme, una diretta, un battibecco su twitter, un tentativo di battuta sagace, una foto in posa su instagram, una comparsata televisiva e un intero ufficio stampa al lavoro sulle suddette boiate si preoccupano più del numero di like che dei contenuti che propongono?

E’ chiaro ormai che la celebrità raggiunta con tanta fatica sul web ha offuscato completamente la ragione, per questo ho voluto parlare di morte del giornalismo.

Come direbbe Giampiero Mughini… Suvvia! O come direbbe un qualsiasi Sig. Sticazzi pronto a riversare la sua bile sui social: “A zappare la terraaah!1!1!”.

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